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La festa del rifugio CAI con la bandiera palestinese
di Carlo Crovella
L’intricata vicenda della bandiera palestinese che sventola al rifugio Prospero Marchetti sul Monte Stivo in Trentino, di proprietà della SAT (la più numerosa sezione italiana del CAI) si è arricchita di un risvolto aggiuntivo. Dopo il mancato rispetto da parte del gestore alla (garbata) richiesta, sembra per due stagioni di fila, della SAT di rimuovere la suddetta bandiera, la stessa sezione di Arco della SAT, che è proprietaria dell’edificio, ha annullato la cerimonia ufficiale per i 120 anni della struttura, che era in programma domenica 18 ottobre 2026. Erano previsti coro, benedizione e apposizione di una targa commemorativa: ma, per evitare contestazioni e strumentalizzazioni, tutto è stato annullato. Il gestore ha organizzato ugualmente un incontro conviviale per la stessa data, con musica, polenta, pasta e vino, invitando escursionisti e amici del rifugio.
Nel suo messaggio social in risposta, il custode Alberto Bighellini ha voluto sottolineare soprattutto il valore umano della struttura, raccontando le emozioni legate ai suoi dieci anni di gestione: «In tutti questi anni qui dentro sono passate così tante storie che a fatica potrebbero starci in un libro: mi gira la testa quando penso a cosa questo posto ha significato per persone che non ho nemmeno mai conosciuto; mi emoziono tantissimo quando vedo le vecchie foto, di giovani come me, che tra queste mura progettavano e vivevano le loro vite».
L’insistenza del gestore dl voler comunque organizzare una festa celebrativa, anche senza l’avvallo della SAT, conferma la sua presumibile mala fede, che, a questo punto, sembra risalire all’inizio della vicenda e che per lungo tempo è stata camuffata dietro alla “nobiltà etica” della pretestuosa solidarietà per il popolo palestinese.
Sulla presenza della bandiera palestinese in un rifugio di proprietà del CAI si intrecciano due tematiche originariamente autonome, ma che alla fine convergono in un cortocircuito divenuto ormai ingestibile.
La prima si queste tematiche è legata al significato politico-ideologico che ha assunto la bandiera palestinese, significato ben chiaro di “ribellione al sistema istituzionale”. L’originale difesa del gestore, ovvero che la presenza della bandiera palestinese fosse un’innocente e genuina manifestazione di solidarietà a un popolo in difficoltà, è ormai caduta di fronte sia al suo mancato rispetto (per due stagioni consecutive) dell’invito della Sezione proprietaria a rimuovere la bandiera, sia nel voler effettuare ugualmente la festa celebrativa nonostante la decisione della Sezione proprietaria di annullarla. Sembra proprio che il gestore e il suo entourage si siano incaponiti in una posizione di ribellione anti sistemica, proprio perché contraria a ogni dichiarata volontà della Sezione proprietaria.
E qui si innesta la seconda questione. Il CAI per sua volontà statutaria (art 2 della Statuto), fra le altre caratteristiche, è un’associazione apartitica. Questo perché ciò che accomuna i soci del CAI deve limitarsi esclusivamente alla passione dell’andar in montagna. Infatti ci possono essere appassionati di montagna che, politicamente parlando, sono di destra oppure di sinistra, così come ce ne sono di mille altri risvolti e in particolare, sul tema del giorno (M.O.), ce ne sono di indirizzo “pro Pal” come di orientamento “non pro Pal” (o addirittura filo israeliano). Pertanto il CAI deve mantenersi neutrale e defilato su ogni tema che non sia il puro e semplice andar in montagna (ovviamente declinato nei suoi mille risvolti, dalla didattica alla conoscenza della montagna, dalla convivialità alla tutela dell’ambiente montano).
Quindi il CAI deve limitarsi a questo ambito ed evitare ogni segmentazione, anche in risvolti “ridicoli” come l’eventuale divisione fra soci CAI tifosi della Juventus e soci CAI tifosi dell’Inter. Altrimenti il CAI entrerebbe in una specie di “balcanizzazione”, che rappresenterebbe l’inizio della sua fine. Poiché il sistema CAI non vuole la propria fine, esso si difende a priori evitando ogni sconfinamento in territori ideologici, poiché inopportuni per il CAI stesso e per l’armonia fra i suoi soci, armonia che è l’ingrediente primario per la stessa sopravvivenza del CAI.
Pertanto le prese di posizioni direttamente o indirettamente “politiche”, come è appunto diventato appendere o sventolare una bandiera palestinese, non sono compatibili con la natura inclusiva del CAI. Nel CAI infatti si possono riconoscere anche i soci che sono “anti pro Pal” o addirittura esplicitamente “filo israeliani”, sia per convinzioni ideologiche sia perché, magari, appartengono al grande mondo ebraico.
Tutti sono i benvenuti nel CAI: anche sull’argomento principe del giorno (cioè il Medio Oriente), il CAI deve rimanere neutrale e defilato e non deve appendere né bandiere palestinesi né quelle israeliane.
Bene ha fatto quindi la dirigenza della SAT a chiedere la rimozione della bandiera palestinese, perché nessun socio del CAI può giungere in una struttura di proprietà del CAI (attraverso una sua Sezione quale è la SAT) e trovare simboli a lui sgraditi. Lo stesso discorso varrebbe se la bandiera esposta fosse israeliana. Al limite il gestore poteva apporre una bandiera arcobaleno, messaggio generico di “pace”, non collegabile a nessuno specifico caso di attualità.
Detto ciò sulla cornice ideologica del CAI, vi è un preciso punto regolamentare che risulta violato dal gestore. Il CAI ha norme che regolamentano minuziosamente ogni singolo risvolto di tutto quanto avviene sotto il suo grande “ombrello” operativo. Fra queste norme del CAI si rintraccia l’art. 5 del Regolamento Generale Rifugi del CAI. Ai sensi di tale art. 5, nei rifugi CAI non si possono esporre simboli diversi da quelli del CAI senza l’autorizzazione preventiva della sezione proprietaria. Ora nel caso di specie la Sezione proprietaria, ovvero la SAT, ha esplicitamente richiesto (peraltro garbatamente) per due anni di fila la rimozione della bandiera palestinese. Quindi non ha espresso alcuna “autorizzazione” alla presenza di tale bandiera, anzi…
L’escamotage del gestore di apporre la bandiera “nelle vicinanze” e non dentro al rifugio e/o sul suo pennone, è un bizantinismo che, se forse salva il gestore sul piano giuridico (cioè in termini di conformità con il diritto italiano), pare affossarne l’ipotesi della sua buona fede, forse fin dall’inizio della vicenda. È ovvio che la bandiera, seppur posta a qualche decina di metri dall’edificio, ne diventa un corollario o comunque ciascun frequentatore del rifugio così la considererà. Ad alcuni frequentatori del rifugio detta bandiera farà piacere, ad altri darà fastidio: se questi ultimi sono soci CAI (non necessariamente SAT, ma a maggior ragione se sono soci SAT), la Sezione proprietaria bene ha fatto nel preoccuparsi di evitare il fastidio di quei soci CAI che non condividono la presenza della bandiera palestinese.
Pertanto la SAT, anche ai sensi del citato articolo 5, ha tutto il diritto di chiedere la rimozione della bandiera. Anzi toccava al gestore chiedere preventivamente alla SAT l’autorizzazione a esporre la bandiera. Col senno di poi, oggi possiamo sostenere che, con tutta probabilità, l’autorizzazione preventiva della SAT non sarebbe stata rilasciata. Non si ha certezza, ma non si può escludere che magari il gestore lo avesse annusato. Per cui non ha richiesto l’autorizzazione preventiva, forse pensando di mettere la SAT di fronte al fatto compiuto e… “cosa fatta, capo ha”. Però la successiva comunicazione della SAT di rimuovere la bandiera sottolinea la “mancata autorizzazione della Sezione proprietaria”, come richiesto dall’art 5, per cui a questo punto la bandiera va inevitabilmente rimossa. Tutto ciò sul piano prettamente normativo, che mi pare però da solo sia sufficiente per chiarire i dati del problema e considerare indiscutibilmente fondata la posizione della SAT.
In più, sul piano del buon senso, si può sostenere che, se la proprietà di un qualsiasi edificio esprime il gradimento perché NON vi siano esposti particolari simboli (come le bandiere, ma il concetto è generale), per educazione e cortesia verso i proprietari, i gestori dei locali dovrebbero affrettarsi a rispettare le preferenze dei proprietari stessi.
Le “spallucce” del gestore corrispondono al suo menefreghismo di fronte alla esplicita volontà della proprietà. Posizione che, per altro, fa proprio l’impressione di rientrare nell’alveo ideologico di cui la bandiera palestinese è diventata uno o forse “il” simbolo rappresentativo: in altre parole la ribellione all’ordine costituito.
In questo particolare caso infatti, possiamo sostenere che l’ordine costituito sia rappresentato dal CAI (in particolare dalle sue norme statutarie e di regolamento) e “parla” attraverso le decisioni sul punto assunte dalla Sezione proprietaria dell’edificio: dura lex, sed lex. Se la proprietà gradisce che NON vi sia un particolare simbolo nel SUO rifugio, il gestore deve chinare la testa. La sua ribellione può quindi risultare aprioristica, anzi sistemica. Però se la pensa così, allora non faccia il gestore di un rifugio del CAI! Piuttosto prenda in gestione un rifugio privato o se ne costruisca uno “suo” e allora potrà esporre tutte le bandiere che vuole, anche le più eticamente ributtanti, come i vessilli di Hamas, Hezbollah e della Jihad islamica: semmai sarà in problema di ordine pubblico e ci penserà chi di dovere (Carabinieri, Polizia, Magistrati ecc), ma non sarà più un problema del CAI.
Viceversa in un rifugio del CAI non ci deve essere nessuna bandiera politica o con un significato assimilabile. Mi affretto a precisare che esprimerei le stesse considerazioni anche se la bandiera fosse quella israeliana o quella del partito politico di cui sono uno storico elettore.
Il corollario sulla questione della festa appare come un’ulteriore conferma della “ribellione” rispetto alle decisioni del legittimo proprietario del rifugio, cioè la SAT. Io spero che la dirigenza della SAT si appunti anche l’episodio della festa e, quando si arriverà alla scadenza del contratto di gestione, valuti l’opportunità di non rinnovarlo all’attuale gestore, con il pieno rispetto di tutti i risvolti di legge e delle clausole contrattuali (corretto preavviso ecc).
Da sempre sono arciconvinto che i gestori “ribelli” non siano un valore aggiunto per il CAI: meglio disporre di un gestore magari un po’ meno bravo in termini organizzativi, ma di più cordiale e collaborativo atteggiamento verso la Sezione proprietaria. Al di là del caso di specie, un gestore che in assoluto si ribella sulla bandiera e poi sulla festa, fa l’impressione di considerarsi “il proprietario” del rifugio dove fa cosa e come vuole lui, andando addirittura contro la volontà della Sezione proprietaria. Questo non va assolutamente bene, potrebbe progressivamente degenerare fino far perdere, alla Sezione proprietaria, il controllo sulla struttura.
Da socio CAI quale sono, interessato a mantenere il CAI al di fuori e al di sopra di tutte le beghe della politica nazionale o internazionale, io auspico che la questione si concluda, nel più breve tempo possibile, o con il rientro del gestore nei canoni del suo ruolo (che non sono quelli di “proprietario” della struttura) oppure con l’interruzione del rapporto di gestione nel pieno rispetto delle tempistiche e di tutte le clausole contrattuali.
Altrimenti se il gestore diventasse completamente fuori controllo, egli costituirebbe un precedente che potrebbe aprire la porta a sviluppi non opportuni per il CAI nel suo insieme. Infatti, con questo precedente, le bandiere palestinesi si potrebbero diffondere a macchia d’olio nei rifugi del CAI e, a ruota, seguirebbero tutti gli altri vessilli, arrivando a una situazione complessivamente ingestibile. Quindi è opportuno intervenire subito per evitare il propagarsi del fenomeno. Soprattutto va reso inattaccabile il principio che, pur nella massima armonia con le Sezioni proprietarie, i gestori non sono i proprietari dei rifugi del CAI e pertanto non possono agire “come gli va”, meno che mai contro il volere delle Sezioni proprietarie.
In conclusione preciso che non costituiscono un problema di analoga portata le bandiere di valenza locali (quelle della Valle d’Aosta o dell’Alto Adige), nonché vessilli non paragonabili alla portanza ideologica orami assunta dalla bandiera palestinese, come quelli dell’Occitania o dei Francoprovenzali (vessilli molto diffusi nelle nostre valli occidentali): tuttavia anche in casi come questi (così come, per estensione per tutte le altre bandiere, comprese quelle delle squadre di calcio) ogni gestore deve chiedere preventivamente l’autorizzazione della sezione proprietaria. Se non lo fa e la Sezione gli comunica la richiesta di rimuovere dette bandiere, il gestore deve affrettarsi a farlo, anche se si dovesse trattare della bandiera della mia amata Juventus.
Il CAI, proprio perché è un’associazione mastodontica (350.000 soci diffusi sull’intero territorio nazionale) non può derogare alle sue norme che ne regolamentano l’intera attività, altrimenti rischia di spezzettarsi in un’infinità di segmenti, smontandone l’unità e l’armonia che lo caratterizzano e che ne costituiscono la forza che gli ha permesso di sopravvivere per oltre 160 anni.
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Comunque, al plumbeo, tedioso burocratissimo perbenismo dell’estensore di questo articolo, per contrastare l’attacco di pecola fulminante, quasi quasi è meglio lo sventolio di una bandiera che almeno ci ricorda che qualcosa di vivo c’è ancora e non tutto è soffocabile da una specie di saggezza ammuffita.
C’è da dire che i partigiani di altre cause, tipo Juventus e toro, oppure quella occitana o francoprovenzale, per quanto appasionati, non sono convinti di stare dalla parte della giustizia e di difendere il Bene contro il Male.
L’analogia è superficiale: la bandiera della Palestina è ormai una sorta di icona pop sotto la quale si raccolgono i ribelli romantici, gli anticapitalisti duri e puri.
Il fatto che sventoli su un luogo di svago – come sulle barche a vela – è indicativo: quella palestinese – per questo poveri palwstinesi – è nei pensieri svagati di occidentali annoiati e superficiali.
Per dirla alla vecchia maniera: flottilleros dei mari e dei monti cazzate la randa mettete i ramponi, scendete giù in piazza e prendete uno spritz.