La giustizia del K2 – 3

La giustizia del K2 – 3
Una vita d’alpinismo – 85 – La giustizia del K2 – 3 (AG 1979-006)

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Solstizio d’estate
Io sono l’Oggi
per innumerevoli generazioni.
Io sono colui che vi protegge, in ogni giorno della vostra esistenza.
O voi che popolate la Terra ed il Cielo!
Quelli del Nord, del Sud, dell’Est, dell’Ovest!
In verità il terrore che vi coglie alla mia vista paralizza i vostri cuori!
In quanto io mi sono formato e modellato da me stesso
ed io non morirò per la seconda volta.
Qualche irraggiamento del mio Essere raggiunge i vostri petti,
ma le mie Forze io le conservo in me celate;
Poiché io sono colui che nessuno conosce… (Il libro dei morti degli antichi egiziani, Capitolo 42)”.

21 giugno
Sono molte ore che vorrei scrivere qualcosa, ma solo adesso ho la forza e la lucidità per farlo e forse non è detto. Ieri è stata la peggiore giornata, trascorsa in uno stato di prostrazione fisica e psichica che spesso mi fa pensare (e ancora non è finita) che non ce la farò mai, che sono venuto qui per niente. Non voglio fare qui un elenco dei miei mali, ormai diffusi dappertutto, vorrei solo una volta di più registrare il mio scontento. So che compiacersi delle proprie magagne è deleterio, ma non posso non scrivere ciò che è. Mi sento come un bambino senza mamma, sento di essere profondamente solo sotto questa tenda che vorrei tutta per me, tanto Renato non mi è utile e non potrebbe esserlo.

K2 da Concordia

Di giorno il termometro segna anche 40 gradi all’interno, ora ne segna 24 e sono appena le 7 di mattina, spero che ci siano nuvole in cielo oggi. Guardo gli altri e li vedo sempre in salute, sempre perfetti. Guardo me e mi vedo sempre barcollante, ansimante, insicuro. Quando finirà? O per lo meno quando finirà questa maledet­ta spedizione in modo che io non li abbia più davanti? Rosalì sta portando il tè alle tende, speriamo di non essere gli ultimi come al solito, sto aspettando con impazienza una buona tazza di tè caldo.

Renato Casarotto alla base dello Sperone degli Abruzzi

Spesso penso a casa, a tutte le cose che mi sono lasciate dietro. Le vedo esattamente come le vivevo, purtroppo spesso distrattamente e perciò mi dico che ho fatto male, tanto male a non saperle apprezzare, tanto è vero che adesso mi mancano e la ruota della vita continua a fornirmi gli alti e bassi. Rivedo Nella alle prese con l’affitto da pagare a Oliviero Frachey, con le grane di equo canone con l’avv. D’Agostino. Ma forse se ne è andata chissà dove, avrà già risolto tutto o niente. Con Nella posso vivere quei rari momenti di semplicità che riescono ad at­traversare la mia strada, con lei è facile. Qui, da solo, ho scelto il difficile, il grandioso: c’è anche il semplice, ma non riesco a vi­verlo se non stando male, buttandomi in tenda, contento solo di non muovermi. È questo il modo? Oppure non è meglio traffi­care insieme dalla mattina alla sera, sempre un po’ incasinati, sempre senza sapere che cosa si farà esattamente il giorno dopo, o a quale invito dovremo adempiere alla sera? E com’era bello lamentarsi di questo, dirsi l’uno all’altra quanto ci piacerebbe stare un po’ soli. Ci riusciremo ancora o soltanto quando saremo troppo vecchi? Nella, io devo fare la mia strada e tu la tua. Non possiamo lamentarci in continuazione quando siamo separati o quando stiamo insieme con troppa superficialità. Io spero che sapremo, come è suc­cesso finora, regolarci al meglio e vivere assieme una vita che in questo momento mi trovo a desiderare tanto e che tanto mi manca e che non mi è ripromessa, anzi la minaccia di non rivederti mai più è grande. Invidio Renato che pensa che qui in un mese sarà tutto finito e che con la cima in tasca presto ritorneremo. Non so più nemmeno che tipo di forza lui ancora possegga: l’ho dimenticato da tempo, da quando ho incominciato a credere in un altro tipo di forza che ancora gioca a nascondino con me, facendomi soffrire come un cane. Mi sorge il dubbio di stare così male e di essere così teso perché è il solstizio d’estate, giorno particolare nella storia dell’anno. Ricordo che anche nel 1977 a Manchester non sono riuscito a dormire e il giorno dopo ero molto nervoso. In quei giorni poi Nella ed io ci siamo incontrati a Parigi. Ricordi com’ero teso a quel tempo? Siamo riusciti a visitare la mostra «Dei e Demoni dell’Himalaya», sia pure con una certa impazienza e frenesia: paragonavo le più belle tanka del mondo alle nostre e non mi sentivo soddisfatto del nostro possesso. Avrei voluto comprare tutti i libri in esposizione. Al museo Guimet fu peggio ancora e così in giro per la città, dove io contavo sempre i soldi che avevamo in tasca e quelli che ci sarebbero serviti per riportare il minibus in Italia. Il senso di inferiorità di un italiano che sa poco il francese quando siamo entrati in quel bar franco-spagnolo alla mattina presto, l’enormità della metropolitana, le tappe fisse della Librairie des Alpes e del ristorante o bistrò che ci concedevamo alla sera, per tre giorni. Dormivamo sotto l’ombra di grandi alberi da giardino, nel Volkswagen. Posto silenzioso, vicino alla Senna. Una sera ci fu una sfilata di navi illuminate a festa: ciascuna portava uno stendardo luminoso che indicava la nazione e sul ponte gruppi folklo­ristici ballavano in costume. Ne passarono più di quaranta, una specie di carnevale di Rio. La gente si era ammassata sulle balaustre, si era arrampicata sugli alberi del lungosenna, madri che strillavano perché il figlio era salito troppo in alto. I venditori di gelati facevano affari in quella serata di fine giugno, nella quale i parigini, quelli veri, si erano dati convegno come per una festa di paese. Le navi sulla Senna erano una scusa, abbastanza banale. In realtà erano importanti le famiglie, i crocchi, gli amici, il suono dei clacson di chi, incastrato, voleva andare via. Il giorno dopo amaramente siamo partiti, consci di non poter stare insieme felici (colpa mia, colpa tua?); ci ricordavamo solo del viaggio in Nepal, come era stato diverso! Illusi eravamo, perché la storia non si ripete mai ed è illusione voler rivivere le stesse cose allo stesso modo. Ma hai visto che l’anno dopo nello stesso periodo siamo stati bene assieme alle Fate Nere, noi due soli in una casa in mezzo al bosco? Io penso che sia più difficile convivere in armonia quando le distrazioni del mondo siano poche piuttosto che in una Parigi dove mille nuove cose potevano interessarci indipendente­mente dal nostro dividerle insieme. Il progresso c’è stato e continuerà. La via è ancora aperta anche se la vedo seminata di bombe anticarro, invisibili, e cosparsa di spine. Ho appena finito di rileggere quanto appena scritto, ma sono sempre alquanto depresso: Renato è andato a scaldare l’acqua per lavarsi i capelli, anch’io andrò tra poco, per non degradarmi troppo. Stanno arrivando dei portatori che avevamo man­dato giù a Skardu 12 o 13 giorni fa. Che ci sia posta? Non ci spero però. Tra poco mi alzerò, incerto se mettere su la salopette o uscire con le mutande lunghe soltanto. Calzerò i Moon Boots, che mi ripro­metto di sfruttare: appena ritornato a casa andrò dalla ditta produttri­ce e proporrò una forma di collaborazione. Forse prendo la macchina fotografica, ho dentro un rotolo quasi finito. Chissà se appena in piedi mi verrà voglia di andare al gabinetto o, peggio, quando mi laverò i capelli? Starò male in verticale, ne sono sicuro, meglio qui in tenda a scrivere, però divento troppo poltrone. Il sacco pronto per i 6700 metri è qui proprio davanti a me, giallo come tutto ciò che è sotto questa tenda: sembra deridermi. Invidio quelli che hanno la forza di stare fuori. Dovrò anche mettere gli occhiali, sporchi di polvere e di forfora di cuoio capelluto, forse il berretto. Meno male che non invidio gli altri per i mangianastri che si sono portati. Non mi interes­sa molto la musica in questi giorni, solo ogni tanto sento la mancanza del mio stereo.

Renato Casarotto verso il campo I

Adesso è proprio tempo che vada, l’acqua sarà senz’altro calda. In tenda mensa ho trovato Renato nudo, si è lavato al completo, al contrario del progetto iniziale. Mi prega di chiudere le cerniere, se no prende freddo. Poi tocca a me, ma io sto solo ai capelli e lo faccio mentre Rosalì vuole scaldare il tè per i tre portatori di Askole che sono appena arrivati con i carichi di atta. «Salamaleikum» «Alei­kumsalam». Vedo i tre dal finestrino appena socchiuso, mentre mi friziono i capelli con lo shampoo di Renato. Messner saab provvede già a far versare i carichi nei bidoni che sono vuoti. Il pane viene spostato in un altro bidone, bisogna segnarlo sulla lista. Una volta mi sarei precipitato a farlo, adesso chiedo a Friedl se lo farà lui. Alla sua risposta affermativa scopro che non me ne importa niente. Dov’è finito tutto il mio zelo? Dovrei essere contento, ma comprendo che devo star proprio male o essere molto debole per non darmi da fare in qualche maniera. E allora non c’è alcun progresso: il giorno che riuscirò a non prendermela in perfetta salute, ci sarà il primo risultato. Ho fretta di rientrare nella mia tenda, perché ho i capelli bagnati e il berretto di lana non basta. Per Renato la nostra tenda è la più bella «villa» di tutte. Joachim ha già cambiato posto, i portatori pure. Le coppie Michel-Terry e Robert-Friedl sono quasi nella neve. Reinhold è in posizione collinare, molti sassi difendono la sua piattaforma di ghiaccio, però la nostra ha molto spazio davanti, una «veranda» estesa tanto quanto lo spazio utilizzato dalla tenda. Siccome il posto l’ha scelto lui, Renato è molto orgoglioso, volto ed occhi sorridono di soddisfazione mista al benessere del recente lavaggio. Guarda al tem­po, fuori. La giornata è splendida. Ancora una volta ripensa ad alta voce alle terribili condizioni della Patagonia, al freddo, al vento, al brutto tempo ostinato feroce e persistente.

Renato Casarotto

«Sul pilastro della Magic Line ne avrei fatta di strada! Ne a­vremmo fatta… Guarda, là è sempre bello, le nubi sono solo sulla cima o sullo Sperone degli Abruzzi! Questa è una pacchia. Va bene che può venir brutto per 15 giorni consecutivi, ma finora è stato stupendo, altro che la Patagonia. Là tutti i pomeriggi nevica».

Michl Dacher e Renato Casarotto al campo I

Io sono un po’ seccato di questi paragoni con le Ande, dove io non sono mai stato, ma sto zitto, lascio dire, ben sapendo che queste uscite non hanno la pretesa di essere così oggettive come la mia maledetta mente pretende. Lascio dire e lascio penetrare ma faccio fatica ad abbassare i ponti levatoi che io stesso ho costruito. Ruggine, peso, inerzia di tanti anni di scuola e di dittatura della ragione. Renato ha scritto sul suo taccuino i nomi delle medicine valide dateci da Robert, poi si mette a leggere, forse per reazione al fatto che mi vede spesso scrivere. Interrompo un attimo, lo guardo.

«Va là, che è lo stesso!» mi apostrofa sorridendo.
«Che cosa?» chiedo io meravigliato.
«Che cosa?» mi fa il verso. «Vorresti saperlo, è una cosa troppo importante!» e chiude.

Nel Camino Bill

Quindi il mio compagno si accorge che io sono preoccupato, non sa bene di che cosa e cerca di buttare in gioco, facendo finta di sapere ciò che io fingo di non sapere. Al Lhotse non avevo un compagno così; Aldino Anghileri se ne andò troppo presto, Reinhold era irrag­giungibile, come ora, peggio di ora. Gli altri forse si facevano le confidenze tra di loro, in tenda. A me riservavano partite a carte soltanto, ad eccezione delle sospettose e disagiate discussioni con Gigi Alippi, al quale però non confidai nulla. Peccato, perfino con Aldo Leviti e Sereno Barbacetto il dialogo non fu mai del tutto aperto. E così non avrei mai potuto esclamare come questa mattina «Qualche volta mi piacerebbe essere rimasto a casa!» e vedere sul volto di Renato un sorriso di compiacenza e di intesa, mentre dice «Anch’io, ieri per esempio… ». L’inattività è sempre dannosa, ma qualche volta favorisce l’osmosi dei sentimenti.

Robert Schauer nel Camino Bill

L’identità è privilegio di chi l’ha
Il Saggio ha detto: che l’uomo non si dolga se non gli sono stati
riconosciuti i suoi meriti; si dolga
piuttosto di non aver riconosciuto,
egli, i meriti altrui (Confucio, I dialoghi, I, 16)”.

22 giugno
L’arrivo dell’atta fa possibile un pranzo a base di chapati. In due pentole a pressione faccio bollire la verdura deidratata, a lungo. Nel frattempo preparo il latte. Quando la verdura è pronta chiamo tutti: mangiare, essen, lunch ready! Beviamo l’acqua bollente della verdura, il brodo: anche Robert può bere questo liquido, in questi giorni la sua diarrea lo ha tormentato particolarmente. Riunisco la verdura in una sola pentola: dico a Rosalì «sapai», pulire. Quando l’altra pentola è in ordine, la pongo sul fornello con il latte e qualche dado da brodo al posto del sale. Nel frattempo soffriggo leggermente la verdura con olio, alla fine unisco uova in polvere. Il latte bolle, uniamo la polvere di purea: è ancora un po’ liquido. «Vammi a prendere un’altra busta di purea, presto per favore, schnell!» I chapati nel frattempo arrivano e così è pronto il nostro pranzo: verrà condito secondo i gusti con aglio o cipolla o chili o salvia o tutto insieme, magari unendo maione­se e senape. Robert, per non assaggiare nulla, se n’è già andato. Alla fine del pranzo sento un’atmosfera rilassata e favorevole, qualcuno propone un caffè. Le chiacchiere si incrociano ma contrariamente al solito sono in italiano. Il discorso lentamente si unifica e confluisce sulla povertà di idee.

Robert Schauer nel Camino Bill

«Io a Trento, anche se avessi potuto, non sarei andato: troppo importante era l’argomento “l’alpinista alla ricerca della sua identi­tà”, per vederlo ridotto male da interventi qualunquisti, arringhe rabbiose… ».
«Certo, perché tutto era accentrato sulla sponsorizzazione!».
«E allora potevano dare un altro titolo. La sponsorizzazione è solo uno degli elementi dell’identità».
«L’identità è privilegio di chi l’ha (così ha detto anche Bernard Amy) e non è invidiando l’identità altrui che si acquista la propria».
«Quando io ero giovane potevo andare in Dolomiti una volta all’anno e vedevo i vari Bonatti, Mauri, Desmaison che potevano permettersi viaggi costosi e vedevo tutti gli altri che riuscivano ad andare in spedizione, ma non li accusavo di immoralità o di essere venduti. Al massimo avevo un’invidia sana per la loro attività, e questo è diverso!».
«Certo che è diverso e senza quell’emulazione non ci sarebbe niente!».

Uscita dal Camino Bill

Questa la piacevole discussione tra noi. Prevalentemente parlava­mo Reinhold ed io, anche Joachim e Renato intervenivano su queste scottanti faccende.

Joachim: «In alpinismo non esiste la sponsorizzazione vera e propria: ogni guadagno viene sempre dopo l’impresa».

Friedl Mutschlechner

«Ma in Italia non sanno distinguere queste sottigliezze: invidiano chi prende soldi e basta» dico io. «L’introduzione al dibattito di Trento di Silvia Metzeltin è tutta imperniata su questo argomento e a mio parere si vede che lei ha scritto tutto ciò senza moderazione perché si sente spalleggiata da migliaia di sostenitori sussurranti».

Renato: «Io me la sono presa perché in Italia, Reinhold, gli sponsorizzati siamo solo noi due… ».

L’ufficiale di collegamento Terry, campo base

Reinhold: «A Trento tutti erano sponsorizzati! Gli alpinisti spesa­ti, gli animatori del festival e del dibattito, gli impiegati del CAI. Tutti, e io l’ho detto. Non c’è alcuna differenza tra chi prende dieci lire e chi un milione».

«Se gliene dessero di più, ne prenderebbero di più, sta tranquillo! E forse qualche volta le dieci lire sono giuste, perché non vale di più l’operato di uno di quelli!».

Joachim: «Nel suo libro Alessandro dice: nessuno si meraviglia se Thoeni guadagna cifre da capogiro e nessuno si arrabbia se le stesse cifre sono riproposte nel paio di sci che il consumatore vuole compra­re!».

Reinhold: «Certo, e poi l’alpinismo è cominciato con la sponso­rizzazione, basta vedere il premio promesso a Balmat per la conquista del Monte Bianco».

Mi fa particolare piacere vedere che riusciamo ad avere uno scam­bio simpatico di idee, vedere Joachim e Reinhold che parlano tra loro in italiano, così anche noi possiamo capire.

Sul ghiacciaio verso la base dello Sperone degli Abruzzi. In primo piano Renato Casarotto, dietro (da sinistra) Michl Dacher, Rosalì e Gulam Rasul

Reinhold: «L’intervento di Bernard Amy è stato valido. La colpa è nostra se l’alpinismo non ha identità, più precisamente degli alpinisti che non la posseggono. I mass media così ne approfittano e costrui­scono immagini balorde e false di questa attività. E noi non facciamo nulla per modificare questo stato di fatto, talvolta noi stessi ci credia­mo. Mi è parso un po’ fanatico Gigi Mario: all’inizio l’ho ascoltato con molta attenzione, perché è maestro zen e perché ha subito stabilito un rapporto tra zen e alpinismo. Ma poi ha detto che l’economia non deve fare sentire la sua influenza. Inoltre ha detto che l’unico a praticare un alpinismo zen, senza parlare di zen, è stato Guido Lammer, da molti disconosciuto. Qui mi sono interessato di nuovo. Ma poi ha stabilito dei rapporti di dipendenza tra Lammer e Nietzsche e ancora mi sono cadute le braccia.

Rosalì e Gulam Rasul

«Strano» dico io «Gigi è guida alpina, lavora e vive con l’alpi­nismo… Non riesco a capire perché non accetti l’economia».

Reinhold: «In Germania è ancora peggio, addirittura non è mai stato tradotto l’articolo di Bernard Amy L’arrampicatore più forte del mondo! Così manca il ponte».

«Infatti» dico io «a Graz c’era abbastanza povertà di idee e così anche, mi pare, sulle riviste Der Bergsteiger e Alpinismus. Bella Graz, ti ricordi? Una bella città, peccato per il suo fiume inquinato. La grossa difficoltà era la lingua nei discorsi ufficiali e negli interventi. A pranzo invece o per strada c’era sempre chi parlava inglese».

Renato Casarotto

Reinhold: «Sì, ma l’importanza di quel congresso è nulla, troppo legato a pregiudizi. Adesso lo rifanno, hai ricevuto l’invito? Ti invite­ranno senz’altro. Non credo che io andrò, magari sarebbe bello andare tutti noi della spedizione!».

«Allora sì che verrei anch’io. Da Milano ci sono 12 ore di auto, d’accordo che il viaggio è pagato e ci sono gli onorari per gli interven­ti, però è sempre lunga e non so se valga la pena».

Reinhold: «Il tema prossimo è “Everest, was nun?”. Cosa anco­ra? Che domande!».

Campo I. Renato Casarotto (a sinistra), a destra Friedl Mutschlechner davanti a Michl Dacher.

«Ma anche nei libri c’è la stessa povertà di idee e la stessa paura di espressione. Secondo me la maggior parte scrive ciò che pensa gli altri vogliano che lui scriva e il tutto senza accorgersene, in buona fede».

Joachim: «E pensare che nessuno sport ha una letteratura così vasta come l’alpinismo!».

Reinhold: «Com’è quell’enciclopedia che è apparsa l’anno scorso (in realtà due anni fa, NdR) edita dalla De Agostini?».

«Buona, serve molto per consultazione, c’è qualche errore. Alla fine ci sono altri due volumi di storia, scritti da Gian Piero Motti, e quelli fanno veramente testo, roba da citare ogni volta che si è sull’argomento. Io penso che i tempi siano maturi per un libro sulla storia dell’Himalaya, non cronaca, che richiederebbe troppo tempo, ma storia».

Sullo Sperone degli Abruzzi

«Sì, ma tu in Italia hai delle difficoltà, l’editoria non paga bene lavori del genere, soprattutto non dà nulla in anticipo per le ricerche. È difficile fare storia, perché gli stessi protagonisti o non sono stati oggettivi o addirittura hanno avuto chi gli ha scritto le memorie e con ciò si può cadere nel romanzo».

«Ma tutto è soggettivo, anche ciò che dico io con pretesa di oggettività. Io non faccio alcuna differenza tra storia e romanzo. Tutto mi serve per sapere, come non bisogna liquidare uno Svetonio biografo e romanziere pettegolo della tarda latinità, a favore di Tacito, preteso storico con registratore e cinepresa al posto del cuore. E così è valido Erodoto come Tucidide, perché la storia immersa nel mito del primo è pari alla cronaca cittadina del secondo e così la realtà sognata di Lucrezio… ».

Discesa sullo Sperone degli Abruzzi

Mi accorgo che è bene non proseguire su questo campo un po’ estraneo ai miei amici, ma da qualche elemento comprendo che un po’ la stessa idea Reinhold sta maturando: tutto serve alla verità, anche le storie di Grand’Hotel.

«Certo ci vuole tempo, io ne ho. Mi manca a chi affidarmi, in Italia non c’è mercato e, se c’è, nessuno se ne accorge. Sai quanto ho guadagnato, tutto compreso, per Un alpinismo di ricerca? Un milione e duecentomila lire. E perché l’editore esita a ristampare se le librerie glielo richiedono e pur avendogli io offerto di comprargli subito 500 copie?».

Joachim: «Bello il suo libro, c’è quel pezzo poi, Perfezione, dove gira per le strade di Genova… In Germania sarebbe tutto nuovo, come idee».

Renato: «Sarebbe bella anche una serie di film sui grandi alpini­sti del passato, ma è difficile penetrare bene il loro tempo. E poi ci vuol tanto denaro. Certo voi potete scrivere, beati voi».

Sullo Sperone degli Abruzzi

«E tu non puoi scrivere? Almeno tre ne puoi fare di libri, Hua­scaran, Fitz Roy e salite sulle Alpi. Non ti basta? Ma devi fare in fretta!».

«Ma voi avete la casa, la pace. Tu per esempio, Alessandro, chissà quante cose scriverai alle Fate Nere».

Si parla poi tutti insieme di case, castelli, tappeti che si comprano ma che non si vuol rivendere, oggetti. Abbiamo fantasie su case enormi che possano contenere tutto quello che compriamo nei nostri viaggi.

Friedl: «Dovreste vedere la baita di Reinhold sotto le Odle, quella sì! C’è solo legno e pietra dolomia. La stufa l’abbiamo fatta noi due insieme, trasportando pietre di cento chili. Il prato davanti è perfetto, falciato, ci sono i boschi e le Odle, dieci minuti di cammino a piedi da dove si lascia la macchina. Con un paradiso così, chi è che ha bisogno di altre case?».
«Forse è troppo perfetta» conclude Reinhold.

Gogna al campo I

«Lo sapete che io cinque anni fa ho passato un mese, otto ore al giorno, a lavorare su un tema: elenco completo delle solitarie compiu­te in tutto il mondo, compreso il Giappone e la Nuova Zelanda, con nomi, date e referenze, bibliografia di ogni singolo evento. Compresi anche i tentativi, per sapere chi ebbe per primo l’idea di risolvere il problema di una certa solitaria. Ebbene questo enorme materiale giace da cinque anni a prendere polvere in casa mia perché io all’editore del mio libro, che spesso mi chiede se ho qualcosa di nuovo, ripeto sempre di no: una volta gli ho detto che neppure un grammo del mio cervello sprecherò per lui finché l’onorario sarà così ridicolo».

Reinhold: «Alessandro, questo sì che è un bel lavoro. Questo, se pubblicato, sono sicuro verrebbe edito in dieci lingue, anche in giap­ponese. Mi viene un’idea. Io ne parlo a Monaco, poi tu vieni su e lo pubblichiamo, direttamente in tedesco».

Mutschlechner, Gogna e Schauer al campo I

Segue tutta una serie di particolari tecnici ed economici. Stento a crederlo. L’idea è grande e bella. Persino Renato, Joachim e Friedl sono contagiati dall’audacia del progetto, comparata all’oscurità del mio lavoro precedente da formica.
Reinhold: «Naturalmente il titolo sarà Solo».

«No», dico io «ne avevo pensato uno migliore, da un articolo di Alan Rouse su Mountain: “Two is a crowd”, in italiano “due è una folla”. In tedesco come suona?».
«Bella idea, sì, “folla” non suona bene, ma “troppi” sì».
«Ma io so che nelle spedizioni le idee sono sempre tante, poi si dimentica tutto. Sono un po’ scettico».
«È vero», dice Reinhold «ma non tutto, questa merita. E riguar­do alla edizione italiana, verrebbe subito, questo è il bello!».
«Nemo propheta in patria».
«Si può anche tradurre Un alpinismo di ricerca. Però tu devi avere tutti i diritti e se l’edizione è esaurita da due anni i diritti sono tuoi o puoi farteli dare».

Renato Casarotto

Non sto in me dalla gioia, finalmente il sole. Sento che tutto ciò che mi circonda è sincero…

«Avresti potuto fare i due libri sulle Dolomiti che dovevo fare per Rébuffat, ma che poi, non potendomene incaricare io, lo stesso Gaston ha affidato a Gino Buscaini… E poi il libro dei trekking, lì sì che entrambi abbiamo del buon materiale!».

«Quel libro è maturo, ormai. Già l’anno scorso ho chiesto un preventivo all’Athesia, perché speravo di aver trovato un editore e mi occorreva una buona tipografia».

Sono incredulo quasi in questa scarica di progetti, navigo su onde di felicità, anche se non sembra. Rimango sempre il solito di fronte agli altri e a me stesso: è difficile che mi abbandoni all’emozione. E così sto per commettere l’errore di rincarare la dose:

Alessandro Gogna

«Ma sai che ho anche un’altra idea… ».
«Zitto» dice Renato. «Tu stesso sei scettico sulle idee nate in spedizione. Perciò rispetta quelle poche e buone che sono uscite fino­ra». Ammutolisco. Mi stupisce sempre l’intuizione di Renato, ma questa volta ha battuto se stesso perché comprendo istantaneamente che stavo per peccare di lingua e probabilmente per annoiare. Mai forzare il destino e… grazie Renato.

Intanto avevamo bevuto un altro caffè, poi era stata la volta del tè: fuori dalla tenda mensa il sole aveva compiuto il suo corso, era il momento di cuocere le mele. Ero sempre un po’ confuso, Reinhold raccontava di quando litigò con i politici dell’Alto Adige. Secondo loro, dandogli il benvenuto al ritorno dall’Everest senza ossigeno, il loro grande concittadino aveva fatto tutto ciò per l’onore dell’Alto Adige. Questo Reinhold non poteva mandar giù e in televisione rispo­se subito che quell’impresa era solo per se stesso e non per l’Alto Adige, non per l’Italia, l’Austria o la Germania. I giornali lo attacca­rono il giorno dopo accusandolo di avere i capelli lunghi, di vestire ‘eccentrico’, di non parlare dialetto, di tradire insomma la tradizione. Mentre racconta Reinhold sorride, si vede che non è arrabbiato. Eppure gli hanno danneggiato l’auto, lo hanno minacciato di bruciargli la casa.

Renato Casarotto al campo I e il “suo” futuro sperone del Broad Peak

«Eppure se tu parli con loro» continua «ti danno anche ragione, seguono il tuo sentiero, ma bisogna essere a tu per tu. In televisione o in pubblico cambiano».

«Come in un gregge», dico io «se uccidi il lupo sono tutti dalla tua parte. Se difendi il lupo (vedi ad esempio il tuo articolo famoso L’assassinio dell’impossibile, in cui difendi gli ideali contro i quali deve misurarsi la nostra società senza volerli mai distruggere, altri­menti si perde il confronto, il dislivello si appiana in piatto squallore), se difendi, dicevo, il nemico, va bene lo stesso, perché tutto sommato al gregge piace anche essere sbranato e vivere nella paura. Ma se ti azzardi a toccare il pastore, il cane da guardia, le leggi vigenti, le tradizioni schiaccianti perché vuoi vedere te stesso e il tuo popolo libero da fardelli, tabù e idee morte, allora corri il rischio di essere sbranato tu, schiacciato da migliaia di zoccoli leggeri. È la “fuga dalla libertà”, come dice il vostro Erich Fromm, la “Liberté pour quoi faire”».

Robert Schauer

«E’ vero, hanno paura della libertà» dice Joachim. Noto che il riferimento al tedesco Fromm gli fa piacere, ma si avverte appena.

«Come quella volta a Innsbruck, c’era il congresso dei club alpini svizzero, tedesco e austriaco. Ho parlato sette minuti, poi ho dovuto interrompere. Sembravano dei selvaggi che volessero la mia morte. Persone civili di 70, 60, 50 anni in piedi sulle sedie, agitando i pugni, i capelli diritti e gli occhi iniettati di sangue. Avevo appena detto che secondo me occorreva limitare le iniziative pratiche dei club alpini, non troppa segnaletica sui sentieri, non vie ferrate, non straripante letteratura di monografie sui sentieri, sulle vie, solo poche indicazioni. Altrimenti il socio del club rischiava di avere (non “aveva”) un’av­ventura assicurata in montagna, una specie di “tutto compreso” che uccide la fantasia e l’avventura vera. Non appena pronunciata le parole “Erlebnissicherung” si aprì il finimondo e dovetti smettere, ma dentro di me ridevo… ».

Robert Schauer, campo III

Le mele sono cotte a puntino e anche se Robert e Joachim non le assaggiano perché nelle loro feci molli hanno riscontrato la presenza di alcool, dovuto allo zucchero della frutta, ci consoliamo mangiando anche la loro parte.

Sono ancora meravigliato per quanto Reinhold ha spinto la sua lotta contro il pastore. Provocare un’intera assemblea fino all’odio più omicida e ridere di ciò è il massimo della sfida all’ordine costituito. Come potrei essere così solido? E forse non vedo neppure la necessità di arrivare a un punto tale. Preferisco la sfida segreta o a tavolino, preferisco i miei sorrisi pensando a quando ciò che scrivo sarà letto dal singolo lettore, che non avrà la protezione del gregge-belva e sarà quindi costretto a pensare con la sua testa. Che senso ha esporsi in pubblico? Forse però Reinhold sa di poterlo fare perché li sovrasta tutti per meriti alpinistici e sono tutti sotto il suo giogo. E finché questo durerà ci sarà potere sulla folla. Poi? Fuori il Chogolisa, il Picco della Sposa, ha un colore molto tenero, vellutato di rosa. Dura quel momento necessario a realizzare la bellezza del creato. In tenda, Renato mi è amico:

«Oggi, Sandro, è stata la tua più bella giornata della spedizione».

Friedl Mutschlechner al campo III

Una forma incompleta
Il segreto Sé dimora in tutti
gli esseri, non è manifesto; può
essere visto mediante la ragione
suprema, sottile, e da coloro che
hanno la visione penetrante (Kata Upanishad, I. 3,12)”.

25 giugno
Dopo tre giorni di fatiche, senza visibili risultati, lo scrivere risente di un po’ di pessimismo. Eppure sto molto meglio dell’altra volta. Poco fa leggevo le Catilinarie di Cicerone e consideravo con spavento di aver dimenticato otto anni di latino. Pensavo anche a quando, termi­nata quest’avventura, mi iscriverò a filosofia per laurearmi. Due cose avevo giudicato superflue: il brevetto di guida alpina e una laurea, tutti i nodi prima o poi si ripresentano. Vedremo se è solo un proposi­to da campo base o se veramente il mio corpo richiede un po’ di pace e un po’ di studio, dopo tante sfacchinate. Infatti qui mi sembra di essere un animale da soma, senza pensiero e senza decisioni. Non riesco a trattenere i sogni che, più leggeri ancora del solito, subito si disperdono. Vorrei delle visioni, dei momenti lirici nella fatica: niente di tutto ciò mi facilita il compito di resistere delle ore su per intermi­nabili pendii di neve e creste di roccia. È tutto molto piatto, dicevo, c’è solo fatica e ripetizione della fatica. L’altro ieri, a modifica della volta precedente, eravamo in sei: Reinhold, Michel, Renato, io e i due portatori Rosalì e Gulam. Alle tre di mattina Rosalì mi portava il tè in tenda, fuori era tutto stellato. Avevo già visto la notte serena, perché avevo dovuto alzarmi e correre al solito luogo che da ormai cinque giorni richiede una veloce marcia d’approccio al posto del solito lento incedere. Per tre giorni Rosalì aveva sempre svegliato Reinhold, questa mattina tocca a me decidere. Alle 3.30 siamo riuniti nella tenda mensa, la colazione non ci richiede molto tempo. Gli zaini sono pronti, anche quelli dei portatori, l’alba è vicina. Approfitto della pri­ma sosta di Gulam e Rosalì per cambiare la pellicola. Ma non faccio a tempo a finire l’operazione che già tutti sono lontani. Mi sembra di essere l’ultimo del carro, mi tocca sempre trottare per raggiungere i più «grandi». Prima che il ghiacciaio si erga, ripido, traversiamo un immane e selvaggio «spianamento» dovuto alla grande seraccata subi­to a sinistra degli Abruzzi, crollata quella mattina della discussione con Renato: nuvola e onda di morte avevano raggiunto la parte opposta, la parete del Broad Peak. Con l’intermezzo di una bella ripresa cinematografica saliamo la seraccata e senza agitarci troppo raggiungiamo la morena e quindi poco dopo il campo I giapponese. Quattro bombole gialle d’ossigeno fanno spicco in mezzo ai sassi. Il campo ha la caratteristica di un immondezzaio, ma è tale la solitudine che questi resti umani mi fanno piacere: forse l’ho già detto, ma è una sensazione che si ripete. La salita al campo I non ha storia. Ho letto e scritto troppe volte le descrizioni di affannose salite. C’è una sensa­zione però che vorrei ricordare: sembra sempre che manchi qualcosa alla forma piena, sembra sempre di essere condannati ad una così grande fatica perché non si respira bene con il naso. In questi casi mi piacerebbe essere da solo, così non potrei confrontare la mia andatura. Ciò infatti che fa più soffrire è vedere che gli altri vanno meglio, si fermano di meno…

Dall’alto dello Sperone degli Abruzzi verso il Godwin-Austen Glacier, Concordia e il lontano Chogolisa.

La meschinità di questa situazione, rapportata all’ambiente super­bo e ineguagliabile e riferita ad una situazione di soli sei individui che fanno del loro meglio per salire una cima con pochi mezzi, è a dir poco paradossale perché ancora una volta il centro vuole essere il mio piccolo ego e tutto deve essere confrontato con esso: quanto quindi sfugge alla mia comprensione, dio solo lo sa. E così lentamente tra­scorrono le ore, la mia trasferta rimane tale e non si può parlare di trip. Scavare una piazzuola nel ghiaccio e nei detriti è un lavoro che mi riesce meglio: la volta scorsa non potevo fare sforzi a schiena ricurva. La nostra tenda è una reggia, questa volta si dorme nelle Nippin grandi. Anche Reinhold e Michel riescono a procurarsi uno spiazzo decente. Il contatto radio riesce bene, veniamo a sapere che un americano è arrivato al campo base: il suo campo base è vicino a Liligo, la sua spedizione intende scalare la Uli Biaho Tower. Solo in seguito verrò a sapere che John Roskelley è il capo spedizione: egli salì l’anno scorso il K2. Un altro membro è il giovanissimo Ronald Kauk, una mia conoscenza dello Yosemite Village.

Verso il campo III

Mi diverto ad impaurire Renato (che sogna quella torre per l’anno prossimo) dicendogli che Ron è l’uomo del 5.13 e che se quello trova solo una fessura la segue fino in cima. Questa volta Renato ha avuto proprio una bella idea e così ogni volta che il pentolino deve essere colmato, prendo la neve da un grande sacchetto di plastica posto accanto alla tenda. Sorbiamo con immenso piacere il brodo: bere qualcosa di caldo ti fa proprio rinascere. Renato aveva anche trovato un’altra scatoletta, vero «bacon» made in Holland. Le strisce di pancetta sono divise da un finissimo velo di plastica e sono squisite. Peccato che io le assaggi appena per il giustificato timore che mi facciano male. Cerco di consolarmi pensando che farebbero venir sete durante la notte. A fare le provviste questa volta è stato Renato. Purtroppo ha preso anche due buste dell’odiato Reineweiss, che ormai nessuno di noi può affrontare, e una busta di Mexican Omelette della Mountain House. Mentre gli spaghetti e i noodles non richiedono preparazione, l’omelette avrebbe bisogno di una padella unta. Ma già penso che una fetta di bacon tenuta da parte può essere ugualmente utile e in più avremo le classiche uova al prosciutto.

Friedl Mutschlechner

Ma per questa sera cucineremo gli spaghetti: scaldo l’acqua fino all’ebollizione, poi la verso nel sacchetto di plastica che contiene il prodotto disidratato. Rimescolo. Bisogna aspettare dieci minuti, le mani serrate attorno al sacchetto (potevano farlo più lungo!) in modo che non si perda il calore. Alla fine, il sacchetto prudentemente appoggiato nel pentolino, mangiamo assieme questa specialità ameri­cana. Sono sempre appoggiato al gomito sinistro, il lavoro continua. Preparo un altro brodo, che Renato apprezza di meno: in effetti mangiamo solo liquido o quasi. Poi gli preparo dell’acqua tiepida così si può fare una bevanda a base di sali minerali. Io preferisco la roba calda, ma bisogna accontentare un po’ tutti. C’è un ultimo lavoro da fare, sistemare il cuscino. Lo zaino da solo non basta e così ci arrangiamo con la giacca a vento. I piedi nel sacco piuma stanno bene, spegniamo l’ultimo brivido alle spalle tirando la cerniera molto in alto. Ma la respirazione non è facile, bisogna trovare la posizione. Dopo due ore comincia a diventar buio, ho già riposato un pochino: è la volta della camomilla. Ormai è un rituale che prende luogo, qui non ci sono sherpa che ti portano bevande in tenda. Michel e Reinhold non sono mai stati in tenda assieme: sentiamo un chiacchiericcio piuttosto fitto, poi pian piano più niente. Anche il giorno dopo è d’azione. Reinhold e Michel, sistemando le corde fisse, raggiungeranno il campo II e dormiranno là. Noi li seguiremo, portando corde, tenda, radio e attrezzature metalliche. Calcoliamo altri 600 metri, quindi fino a 6700. Dal campo base si vedono 5 o 6 tende rosse dei giapponesi, ma le condizioni di usufruibilità saranno nulle. Pare però, a detta di Gulam, che ci saranno molti viveri, cercando bene. La giornata si differenzia dalla prima a causa del maggior ghiaccio presente. A volte, se non fosse per la corda fissa, non mi accorgerei del passaggio dei primi due. Ieri sera avevamo sentito per radio che Gulam e Rosalì erano arrivati stanchissimi al campo base. Reinhold si era tanto rac­comandato che scendessero bene le corde fisse e che fossero prudenti sul ghiacciaio. Ora saranno là, sdraiati in tenda, a fumar sigarette. Dopo uno sperone roccioso, addomesticato addirittura da una scaletta metallica, c’è lo spiazzo di un campo, certamente il IV degli italiani. Qui ci concediamo un po’ di riposo, mentre aspettiamo Renato. Divi­do con loro delle noccioline abbrustolite, mentre accetto il destrosio che Michel mi porge. Fa freddo ma siamo al riparo dal forte vento perché a ridosso della cresta vera e propria. Anzi ora c’è l’ostacolo più evidente, quel camino Bill che sbuca proprio sul filo dello sperone. Al di sopra il vento soffia, lo si vede quasi materializzato nel pulviscolo di neve. Un lenzuolo di ghiaccio è appoggiato alla base del camino, dove si salda con la spaccatura è ripido a 60 gradi. Il ghiaccio si insinua nel fessurone, ne ostruisce il fondo. Una scala giapponese lo percorre del tutto, unitamente a tre o quattro corde. Insomma si vede che è stato un posto di battaglia, di lotta con carichi pesanti e con il brutto tempo. C’è qualche piccolo lavoro di precisione da fare, collegare le corde, unire con spezzoni. Avrei dovuto aspettare che Michel uscisse in cresta prima di impegnarmi qui dentro. Continue e piccole slavine mi investono: non c’ero preparato, il cappuccio della giacca a vento è sulle spalle (e non potrei coprirmi la testa senza svuotarmelo addosso), la giacca stessa è aperta sul davanti perché ho la macchina fotografica. Finalmente anch’io esco sul filo di cresta, la bufera sta crescendo, riesco appena ad intravvedere il punto dove il Godwin Austen e il Savoia confluiscono, il nostro campo base.

Friedl Mutschlechner

Qualche colore di sole è più in là verso Concordia, il Mitre Peak, il Marble Peak, più bassi di noi. La cresta qui è facile, non sarà il vento ad impedirci di raggiungere il campo che è molto vicino a giudicare dalla posizione di alcune rocce rossastre. Cinque o sei tende rosse, sventrate dal vento, cassette di materiali, attrezzatura metallica: due figure incappucciate che, senza neppure togliersi lo zaino dalla schie­na, frugano all’interno delle tende, nelle casse, alla ricerca di viveri e soprattutto dell’apparecchiatura per il gas. Il vento è ora molto violen­to, non riusciamo a capirci urlando. Sento che il mio compito è finito, lentamente svuoto il mio sacco: lascerò qui anche la piccozza e il bastoncino da sci che vorrei usare dal campo III in poi. Consegno a Reinhold la radio. Quando anche Renato arriva, vedo evidente la tentazione di scendere immediatamente e la curiosità di cercare dentro le tende. Michel ha già radunato in una cassa vuota molti viveri, ma ora ha smesso di cercare e con la pala sta scavando una piazzuola per la tenda. Sono le 15, Reinhold si mette in contatto con Robert al campo base, noi stiamo già scendendo e sistemando l’ultima corda mancante. La situazione non è diversa da tante che ho già vissuto: ritirate dalle tinte drammatiche, fatte sicure dal nostro filo d’Arianna, debole come le nostre mani: moschettone e cordino ci assicurano che la nostra scivolata non sarà più lunga della distanza tra ogni ancorag­gio, i guanti ci proteggono la pelle mentre con forza stringiamo la corda. Occorre aspettare che il compagno abbia disceso il tratto di corda, per non attaccarsi in due, ma presto si acquista il ritmo. Alle 16.45 siamo al campo I, qui la bufera è meno forte. In breve ci sistemiamo in tenda, il sacchetto della neve all’esterno ben rifornito, il fornello già in funzione, questa volta inserito in un vecchio scatolone metallico, contenitore a sua volta di un Phoebus a benzina della spedizione italiana del 1954. Così la fiamma sarà più protetta e l’appa­recchio non scivolerà sul fondo della tenda: sembra fatto di misura. Il momento più critico è la preparazione dell’omelette, come pensato già ieri sera. Abbiamo successo e alla fine Renato deve raccomandarmi di non raschiare troppo con il cucchiaino il fondo della pentola per non mangiare alluminio! La notte passa, è la terza qui al campo, sento qualche miglioramento, ma al mattino Renato sconsolatamente mi dice di essere fiacco.

Renato Casarotto al campo base

Non ha voglia di bere la colazione che ho preparato, non ha voglia di vestirsi per scendere. Infatti bisogna scendere, fuori la bufera è in piena attività. Come previsto, non è la prima volta che succede, non appena è in piedi Renato sta meglio. Mi fa piacere d’averlo aiutato dicendogli solo ciò che era necessario, senza fargli pesare nulla. So che a volte, se ci si interessa troppo alla salute di chi si vuole aiutare, si ottiene l’effetto opposto. Alle 12 arriviamo al campo base, ben accolti da Robert e gli altri. Il ghiacciaio nel frattempo si è trasformato molto, la neve che ormai lo ricopre solo in parte sfonda sempre sotto il nostro peso. A volte sotto c’è l’acqua e così ci capita di finire dentro fino all’inguine: la parte più faticosa della discesa.

Rosalì e il lavaggio delle stoviglie

La compressione dell’energia
Certamente dovremmo badare a non fare dell’intelletto il nostro dio. Esso ha, sì, muscoli potenti, ma nessuna personalità (Albert Einstein, Out of my later years)”.

26 giugno
Nel mio portafoglio ho 50.000 Yen giapponesi. Prima di partire per la California, mentre ero in banca con Angelo e Marina (presentavano i rispettivi passaporti) per avere dollari, arrivò al banco un turista giapponese. Ebbi subito l’idea di cambiare con lui. Il tasso era 1:4 e così ebbi 50.000 Yen in cambio di 200.000 Lire. Quelle cinque banconote non furono spese mai, né in California né altrove. Le portai così in Pakistan, ma a Pindi non è possibile il cambio. Dovrò riportarle a casa. È abbastanza strano però che io abbia viaggiato fino a qui con una particolare forma di energia non consumabile. Tutta l’energia non consumabile è sotto accumulo e verrà spesa al momento buono. Così noi ora stiamo salendo lo sperone con l’aiuto di un residuo di energia giapponese. Questa mattina Gulam e Rosalì hanno portato in basso due bombole di gas giapponese, ma non possiamo usarle perché i sistemi di diffusione del gas e di miscela con l’aria che siamo stati capaci di adottare senza gli strumenti e i pezzi adatti sono troppo pericolosi. Rischia di saltare in aria il campo base. Questa situazione di pericolo richiama l’energia compressa, che deve essere usata nel giusto modo, sapendo aspettare. Nel mio intimo conservo il segreto dei miei 50.000 Yen, con i quali al momento buono potrò comprare l’energia giapponese, spero senza provocare esplosioni.

Renato Casarotto, campo base

Un’energia inutile
Lei mi ha chiesto, signor giudice, se sono un pittore decoratore – o meglio non mi ha chiesto nulla, me l’ha piuttosto proclamato in faccia – e ciò è indicativo sul tipo di procedimento condotto contro di me. Lei potrà obiettare che non si tratta di un procedimento, ha ragione, perché è un procedimento solo se io lo riconosco come tale. Ma adesso, per il momento, lo riconosco quasi per pietà. Si può provare solo pietà, ammesso che lo si voglia prendere in considerazione. Non voglio dire che si tratta di un procedimento ridicolo, ma mi piacerebbe averle offerto questa definizione per una migliore conoscenza di sé (Franz Kafka, Il processo, cap. 2)”.

26 giugno
Il sole è già calato dietro le rocce dell’Angelus, l’aria diventa fredda, la poca neve rimasta qui al campo base s’indurisce. Reinhold e Joa­chim chiacchierano in tenda, Renato sonnecchia. Terry, Friedl ed io stiamo a guardare Robert che gioca. Dapprima prende uno sci, prova a calzarlo sulle sue scarpe da riposo. Ovviamente l’attacco è lasco ma Robert, prendendo la rincorsa come su un monopattino, riesce a scivolare in equilibrio per cinque o sei metri, fino alla fine della chiazza di neve. Il gioco non mi sembra molto divertente, dopo tre o quattro scivolate (e altrettante tombole) Terry lo spinge per farlo scivolare meglio, in assetto d’equilibrio già alla partenza. D’improvviso la punta dello sci va a scontrare qualcosa ed un rumore metallico non dà dubbi. Robert si toglie lo sci e con le mani estrae una bombola d’ossigeno gialla. Alla prima sorpresa segue un’agitata e febbrile estra­zione di una ventina di bombole. «I am a rich man!» esclama con urletti di gioia.

Alessandro Gogna, campo base

Reinhold, Joachim, Michel escono a vedere, eccitati. Si tratta certamente dell’ossigeno di Whittaker. Nel 1975 egli portò al K2 400 bombole. Nessuna venne usata. Nel 1978 egli ritornò, le estrasse dal nascondiglio, ne usò per la salita vittoriosa sulla cresta nord-est. Qui è la rimanenza. Già venti bombole sono lì, ammucchiate sulla neve, e sono tutte piene. Il ghiaccio, a giudicare da ciò che si intravvede, ne imprigiona almeno altre quaranta. Domani il sole farà un bel lavoro per noi, non c’è bisogno di scavare ora. La nostra spedizione possiede sei bombole che Whittaker ha venduto a Reinhold a 200 dollari l’una. Teoricamente, qui ai nostri piedi, c’è un valore di 12.000 dollari. Un portatore da qui a Skardu costa in media 1000 rupie e può portare fino a quattro bombole. Ognuna quindi costa di trasporto 250 rupie + (7 kg per 7 rupie) 49 rupie di aereo fino a Rawalpindi + 50 rupie circa di magazzino = 350 rupie, circa 32.000 lire. Risulta però difficile venderle a distanza. Nessuno si fida ciecamente che esse siano proprio piene, così le bombole sono quasi invendibili. Lo sono invece se la vendita avviene qui. Ci sono dei possibili acquirenti: la Walji Tours, la Mountain Travel, la spedizione nazionale francese, vedremo. Reinhold dice anche che chi di noi vuole portarsi via ossigeno può farlo purché si paghi i portatori fino a Skardu. Tutti questi calcoli non servono a nulla, perché è opinione nostra che se riusciremo a vendere il tutto per 3000 dollari faremo una grossa festa a Pindi o a Roma! Al di là di tutto ciò m’impressiona la quantità enorme di energia imma­gazzinata nel ghiaccio, ibernata, la terribile profusione di danaro occorsa per concentrare qui questi siluri gialli, apparentemente inerti, ma in realtà pieni di gas vitale. Domani sapremo: quanti cilindri il ghiaccio nasconde? Sapremo mai perché Whittaker abbandonò questa ricchezza in mezzo ad un tale deserto? Riusciremo mai a sapere che senso può avere una spedizione come quella? E la nostra che senso ha, se la ricchezza è a portata di mano ma la cartamoneta è scaduta? Quale sarà la giustizia finale?

Robert Schauer al campo base. Ben visibile il Broad Peak

La voce dei vento
Neppure il luogo segreto che li accoglieva
li preservava dalla paura,
ma rumori spaventosi risuonavano all’intorno
e apparivano spettri minacciosi, lugubri in volto. Nessuna fiamma, anche intensa, riusciva a far luce, né il chiarore splendente degli astri
poteva illuminare quella notte orrenda (Antico Testamento, Il libro della Sapienza, 17, 4-5)”.

28 giugno
Robert e Friedl sono partiti 24 ore fa, anche noi questa mattina godiamo di un apparente bel tempo. Alle 4.20 usciamo dalla tenda­ mensa, dove la colazione è stata abbondante e dove Rosalì aveva preparato il tè per noi e per Gulam Ahmad e Abdul Karim che partono alla volta di Skardu con le nostre fotografie: la destinazione di queste è Amburgo, dove speriamo che Der Spiegel non le metta troppo in disordine, usi quello che deve usare e ce le renda poi in buono stato e presto. Non abbiamo fretta, affrontiamo il fiume di ghiaccio con molta calma, io devo fermarmi ed è con grande sconforto che mi vedo costretto a prendere una pillola per la dissenteria. È una settimana che mi perseguita. So che un così persistente disturbo, sia pur leggero, ha a che vedere con la mia salute psichica. Quasi vedo meglio le cause della dissenteria altrui, ma di sicuro è sempre difficile riconoscere le proprie colpe e si hanno sempre più orecchie per ciò che «urlano» i ventri altrui piuttosto che per ciò che «brontola» nel nostro. Così raggiungo Renato che ha proseguito in una luce ormai affermata. Sulla cima della nostra montagna sventola un pennacchio di vapore ghiacciato dai molti colori del primo sole. È un cattivo segno, lassù c’è bufera. Dove il ghiacciaio diventa mosso e accidentato la nostra andatura rallenta ancora, se è possibile. Non siamo eccessiva­mente carichi, e ciò peggiora il morale. Dalla morena Renato vuol salire su per costoloni rocciosi senza preciso dettaglio geografico.

Campo Base. Da sinistra, Michl Dacher, Reinhold Messner, Renato Casarotto.

Vuole arrampicare, è stufo di arrancare per distese detritiche e massi traballanti. Non mi oppongo, gli raccomando solo di tenersi sempre sulla destra, così potrà raggiungere le corde fisse quando vorrà. Ri­masto solo, mi accorgo di essere abbastanza in forma, salgo sul pen­dio di neve a destra dello sperone, poi mi arrampico su un costo­lone di roccia. Ho deciso di fare una piccola sosta ogni 50 metri di dislivello, per questo consulto spesso l’altimetro.

Campo III. Friedl Mutschlechner e Alessandro Gogna.

Di solito se si guarda spesso quello strumento è perché si sta andando piano, ma oggi non è così. Mi ricollego alla via normale in corrispondenza del terrazzino con le bombole di gas, a 5700 metri. Mi afferro alle corde fisse, salgo veloce. Ma negli ultimi metri son costret­to ad aumentare perché ho visto che, al vento crescente, una delle due tende del campo I sta compiendo disordinate evoluzioni, come un pallone trattenuto da un’ancora! Il vento del mattino l’ha sollevata, con tutto il peso che c’era dentro; è rimasta ancorata a due picchetti da neve. È stato un grosso errore di tutti non prevedere che il forte vento poteva provocare questo disastro. Le asticciole di titanio che collegate insieme formano i due sostegni arcuati della tenda sembrano rotte in più punti. Fortunatamente, appoggiato il mio zaino sulla tenda, riscontro solo una rottura. Ricordo che la volta scorsa Renato aveva ovviato ad un incidente uguale a questo con l’uso di un tubicino di metallo di sezione più larga, che teneva insieme le due estremità di titanio che prima della rottura potevano essere inserite l’una nell’altra. Il tubicino era stato trovato per caso, in mezzo ai rottami ed ai rifiuti di questo campo. Ne cerco un altro, ma il tempo stringe, il vento è in aumento, mi aggiro in mezzo ai detriti e alla spazzatura ghiacciata senza concludere nulla. Decido di montare la tenda con una asticciola di sostegno sottratta ad una delle tende di gore-tex. Frugo nell’altra tenda ancora in piedi, le mani già fredde, trovo l’asticciola che cercavo e febbrilmente imprecando, anche contro Renato che potrebbe essere qui ad aiutarmi, la inserisco. La mia stupidità, mi accorgo, non ha limiti. Stento persino a vedere che l’asticciola della tenda di gore-tex è più corta dell’altra (infatti le due tende hanno dimensioni ben diverse) e mi stupisco che la tenda ora balli, senza appoggio reale. Ci metto dentro lo zaino, in un angolo, ed essa si alza dall’altra parte! Final­mente realizzo che devo disfare tutto e cercare nell’altra tenda di gore-tex non montata proprio quel tubicino che aveva trovato Rena­to. Finalmente alle 11.30, un’ora e mezza dopo che ero arrivato, mi accascio nella tenda rimontata nel cui interno lo zucchero si era mescolato ai materassini e alla radio walkie talkie. Renato arriva alle 13.30, ormai ho bevuto due tè, gli racconto della mia avventura. Egli invece per un po’ ha arrampicato sul crestone, con bei passaggi su roccia, poi si è accorto che la cosa andava troppo per le lunghe, così ha tagliato sui detriti, incrociato il campo I italiano, dove ancora adesso sono dieci piazzuole per tende, e proseguito per raggiungere il nostro itinerario, non prima di aver assaggiato un barattolo di latte condensato di 25 anni fa. Il pomeriggio, dopo il collegamento radio e la denuncia della facilità di rottura delle tende e quindi l’inizio della caccia accanita a qualsiasi tipo di tubicino, trascorre regolare nella preparazione di bibite e vivande. Il vento è sempre attivo e la tenda sbatte. Nevischia. Renato è un po’ preoccupato della sua acclimatazio­ne, il suo discorso verte spesso su questo problema. Ci addormentiamo solo dopo la camomilla.

Campo Base. Alessandro Gogna e Renato Casarotto.

29 giugno
Tempo proibitivo, decidiamo di aspettare. Su al campo II decidono invece di scendere. La notte è stata brutta per loro, delle due tende che avevano portato su il giorno prima non avevano potuto sistemarne alcuna, a causa del vento. Hanno dormito nella piccola tenda di gore-tex, quella posta da Reinhold e Michel. Alle 12 arrivano al campo I, mentre nevica. Gradiscono molto il tè bollente. Friedl gen­tilmente ci presta il suo quadernino notes con la matita. Dopo un po’ scompaiono verso il basso e la nostra attesa ricomincia. Ma la notte dopo non è monotona. Alle 20 si scatena una tempesta di vento da sud. Io sono molto preoccupato, vorrei dormire vestito. Passiamo la notte appoggiati ai lati della tenda che più ci sembrano in pericolo. Al mattino prevale il vento del nord; speriamo che dal Sinkiang arrivi il bel tempo. Ma questo è ancora più violento, ormai apaticamente lo lasciamo fare. Ci limitiamo solo ad appoggiare la testa ai montanti esposti, sonnecchiamo e non ci importa più niente dell’eventualità di una brusca rottura della stoffa. Renato ha il coraggio di scrivere sul taccuino che a lui piacciono le situazioni di pericolo perché «la mente è ben allenata, lavora meglio, escogita, risolve». Nella paura, non nel terrore, egli vede un proprio riscatto, mentre il «corpo è pronto a balzare in zona sicura». Ha scritto tutto ciò alla traballante luce dell’apparecchio Osram, le pareti della tenda s’ingigantivano e rimpic­ciolivano come all’interno di un cuore, ma non c’era la luce sinistra dei lampi, solo il vento dei 6100 metri che assomigliava al rumore di valanghe ciclopiche, mareggiata potente e continua con risucchio. Io non avrei mai avuto la tenacia ed il coraggio di scrivere cose tali: me ne stavo rannicchiato nel mio sacco piuma, bambino e temporale notturno. Pensavo che in tale situazione dentro di me avrebbe potuto svilupparsi qualche nuova visione, pensieri dimensionati nell’azione di un qualche mondo dell’altrove, uno spiraglio dal quale si fosse potuta sprigionare una corrente di vita, un nuovo soffio che fertilizzasse questa sterile attesa, povera d’acqua e di sole; ma invece nulla, i miei pensieri restavano prigionieri del normale ciclo del mio proprio io, un egotrip non diverso da quello classificabile e controllabile dello spo­stamento corporeo tra un campo e l’altro di una stupida e grande montagna.

Alessandro Gogna e Friedl Mutschlechner al campo III

L’energia giapponese
Ma a che scopo parlo, qui dove nessuno ha le mie orecchie!
Qui è un’ora troppo presto per me (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Parte III Della virtù che rimpicciolisce, 3)”.

30 giugno
A poco a poco il vento si calma, torna la speranza di poter salire. Alle 8 le condizioni sono nettamente migliorate. La colazione a base di «musli», orzo, latte non ci piace più tanto, forse ne abbiamo abusato e stentiamo a deglutirla. Siamo piuttosto pigri e solo alle 10 abbando­niamo il campo, dopo aver preso tutte le misure per proteggerlo. Saliamo lenti di corda in corda: siamo molto carichi, perché abbiamo l’equipaggiamento personale per l’altissima quota, una tenda grande, i sacchi piuma, viveri per tre giorni con fornello e bombole, radio, due scatole di pronto soccorso speciali per edema polmonare e congelamenti. Presto mi accorgo che Renato non è all’altezza dello sforzo richiestogli oggi. Per un po’ sto con lui, poi mi distanzio, perché voglio avere il tempo di sistemare la tenda grande. Altrimenti farem­mo come gli altri che hanno dormito nella piccola tenda di gore-tex e la mattina dopo sono stati costretti a battere in ritirata. All’uscita del camino Bill so che dal campo base stanno osservando con il cannoc­chiale. È con fatica che salgo gli ultimi pendii di neve fresca fino alla tendina di gore-tex. Non perdo tempo, scavo subito nel posto prepara­to da Robert e Friedl: uno spiazzo che si rivela insufficiente, da una parte c’è il pendio, dall’altra ghiaccio e sassi e non si può scavare senza rompere qualche attrezzo. Ad ogni modo sistemo la tenda, che sporge nel vuoto del pendio per almeno venti centimetri. Poi mi corico, mangiucchiando un po’ di cibo giapponese trovato negli scato­loni accanto alle loro tendine squassate. Renato arriva alle 17. Ha dovuto abbandonare parte del suo carico a 6300 metri ed è molto stanco, per di più ha le dita dei piedi intirizzite a tal punto da destare preoccupazione. Al contatto radio non siamo molto loquaci, riman­diamo tutto alle 20; prima di tutto occorre sistemarci per bene, bere qualcosa e vedere i piedi di Renato. Siamo un po’ scomodi. Per prendere la neve devo stare con la testa vicino all’entrata e spostarmi verso la parte di tenda floscia e pendente nel vuoto in modo da creare uno spazio tra me e Renato per il fornello. Per dormire invece devo mettere i piedi alla porta e avvicinare i materassini a Renato, altrimen­ti rotolo nella parte inutilizzabile. Il piatto forte della serata è costitui­to da una minestra fatta con verdura liofilizzata giapponese più il loro riso precotto: una vera leccornia, un sapore diverso dal solito. Renato non beve troppo, il che mi preoccupa un po’. Anche dal campo base s’infittiscono le raccomandazioni.

Alessandro Gogna e Friedl Mutschlechner al campo III

Senza aggrapparsi troppo
Per poter comandare alla Natura, bisogna obbedirle (Francesco Bacone)”.

1 luglio
La mattina seguente alle 6 sono già sveglio e attivo, preparando la colazione. Renato è riluttante a qualsiasi attività, dice che rimarrà lì a sistemare la tenda. Decido di salire da solo, porterò su le corde e andrò fino a dove sarà possibile o fino a dove avrò voglia o il tempo lo permetterà. Infatti da certe stratificazioni ad ovest si capisce che non rimarrà sereno a lungo. Mi dà fastidio che il contatto sia alle 8, mi sembra di perdere tempo. Ma a quell’ora comunico le mie decisioni non solo al campo base, ma anche a Reinhold e Michel che proprio in quel momento sono arrivati al campo I. Mi fa piacere che Reinhold definisca coraggiosa la mia intenzione e mi augura di fare il meglio. Mi accollo due rotoli di corda da 100 metri e uno da 70 e comincio a salire, dopo aver salutato Renato che sta già trafficando attorno alla tenda. Dopo una prima scaletta metallica le corde giapponesi prose­guono, qualche volta interrotte per rottura. Devo stare attento a non aggrapparmi troppo. Ogni tanto aggiungo un po’ di corda mia, sosti­tuisco, annodo. Non è una progressione lenta. A 6835 metri lascio un rotolo, chiodi e moschettoni. Ho capito che non servono, gli ancoraggi giapponesi sono sufficienti. Da qui devo salire 35 metri senza corda, fino ad un fittone piantato nella neve. Trascinandomi dietro i 100 metri di corda rossa, salgo fino al fittone, mi attacco ad una seconda scala assai ripida, quasi verticale. Sbuco su un colletto, di nuovo in vista del campo base, a 6920 metri. Taglio 15 metri di corda, lascian­done lì 50, perché ormai ho deciso di raggiungere i 7000 metri e non superarli: il tempo è nettamente peggiorato, ormai il vento mi sputa in faccia la neve che sollevo ad ogni passo. Sono a 7010 metri, ho usato tutta la corda, non mi rimane che scendere, anche perché sono le 12.15 e mi sembra di aver svolto un buon lavoro. La discesa come al solito è rapida e abbastanza sicura, specie ora che mi fido di più delle corde e degli ancoraggi. Alle 13, con barba e baffi coperti di ghiaccio­li, entro in tenda: Renato sta ancora mettendo ordine all’interno e mangiando sardine in scatola, ma all’esterno ha fatto un lavoro perfet­to, sistemando sotto al pavimento le bombole di gas e di ossigeno che ha trovato in giro per fare muretto di sostegno. Stanotte così staremo bene: più comfort, più resa. Ho intenzione domani di salire ancora, magari con Renato, fino al luogo del campo III (campo IV giappone­se). Alle 14 il contatto radio celebra il mio piccolo «trionfo», tutti sono concordi nell’attribuirmi un gesto importante e significativo. Felice di questo successo, osservo Renato che è molto demoralizzato, mangia appena, beve poco. Solo verso le 15 ha un risveglio. Calza gli scarponi, esce dalla tenda, è deciso a recuperare tutti i viveri che può dalle tendine giapponesi, metterli in ordine e sistemarli parte dentro la nostra abitazione e parte fuori nelle cassette. Alle 17 rientra, mentre io sono ancora alla radio. Tutti sono felici della sua ripresa, soprattutto psicologica. Ci sbizzarriamo nel menù serale; stabilito che non bisogna mescolare i funghi con il pesce liofilizzato di qualsiasi tipo, il risultato è una minestra di riso con verdure e alghe, dadi da brodo, funghi e un assaggio di spaghetti a nido di rondine. Renato preferisce sgranocchia­re alcune sogliole secche, oppure bere il tè dell’Assam o quello giap­ponese «three years old». Particolare leccornia è un pacchetto di biscotti alla cioccolata. Poi la solita dormitina di due ore fino alla preparazione della camomilla. Sotto il mio sedere è finito il pacchetto dei gamberetti disidratati e il sacco piuma di Renato è ancora in più punti umido per l’omelette ancora liquida che gli ho rovesciato addos­so qualche ora fa.

Gogna al campo III

Senza sogni e senza indizi
Dèstati, dèstati, Gerusalemme, tu che dalla mano del Signore hai bevuto la coppa della Sua ira, tu che hai bevuto fino alla feccia la coppa di stordimento! (Isaia 51, 17)”.

2 luglio
La mattina alle 6 il cielo è grigio, non c’è nulla di promettente. Inoltre non avevo più la spinta del giorno prima: la decisione di scendere è rapida, subito dopo la colazione e il contatto radio. Alle 8.30 siamo al campo I dove gentilmente Reinhold e Michel ci preparano il tè e ci porgono delle fette biscottate con marmellata di castagne. Non hanno intenzione di muoversi, aspettano gli eventi. Continuiamo la discesa e arriviamo al ghiacciaio piuttosto stanchi. È ineluttabile accingersi con un sospiro a cercare il sempre mutevole passaggio attraverso la serac­cata. Poi c’è la neve marcia, che copre i trabocchetti della pozza d’acqua o del crepaccio senza fine. Ci leghiamo. La marcia sul ghiac­ciaio piatto è faticosa, i sostegni degli occhiali mi dolgono dietro le orecchie. In questa sfacchinata ad alta temperatura non mi importa più niente della vetta, perché in alto sarà ancora più dura di qui, perché voglio raggiungere il campo base per avere le sue comodità e dormire in una vera tenda. Quelli che vogliono andare su sono dei pazzi. Intanto trascino stancamente i piedi uno avanti all’altro, sicco­me dal campo base ci stanno guardando cerco di non inciampare troppo. Al campo non dimostro il mio pessimismo. Solo a Renato dirò in seguito quanto vorrei che fosse già tutto finito. Nella notte dormo come un sasso, da ormai quattro giorni la mia salute è perfetta. Purtroppo non per tutti è così: ad esempio Robert diagnostica a Renato una leggera bronchite, in più gli ritorna la dissenteria e il morale gli va a terra. Ma Renato è quasi indistruttibile. Potrei dire che nutra più fiducia lui nella vetta di quanto faccia io.

Gogna al campo base

Mi ha assai sorpreso il coro di lodi per la mia salita solitaria. Robert:’ You were great (per radio); Friedl: (nel discorso) s’è visto quanto ti tiri indietro!!; Terry: your climbing was great, because it needed a lot of small decisions, for example in Camp 1 you decided to stay and wait for good conditions and then in Camp 2 when you decided to go alone in order to have some progress despite Renato’s illness…; Rosalì: you Sandro saab very strong, good climbing yester­day. Major saab speaking me you very strong…; Reinhold: (per radio) è stato un buon lavoro, complimenti per il tuo coraggio; Joa­chim: (scrivendo sul suo taccuino) oggi, 4 luglio, si dimostra quanto essenziale sia stato il lavoro di Gogna tre giorni fa, quando ha prepa­rato almeno metà Piramide Nera…

In arrampicata sullo Sperone degli Abruzzi

Questi giudizi certo mi fanno piacere e forse ne avevo un po’ bisogno. Peccato che dentro di me io non abbia quella sicurezza che gli altri mi attribuiscono. Io credo non più in me, ma in qualcuno che è più grande di me. In lui ho riposto la mia fede e le mie speranze, come posso ancora una volta chiedergli di farmi salire sulla vetta del K2? Come posso essere sicuro che anch’egli lo voglia? Finora mi ha lasciato fare, può darsi che mi abbia aiutato ma forse mi ha ostacola­to. Non ho segni, non ho indizi, solo la debolezza di questi giorni di sforzo. Nessun sogno mi sta indicando la strada, forse dall’altra parte sono stanchi di mandarmi messaggi non interpretati e hanno deciso di lasciarmi perdere, o forse in questa terribile attesa è il mio purgatorio. La mia piccola coscienza non conosce il futuro e non deve conoscerlo: deve solo credere in ciò che è più grande di lei, senza aspettarsi né indicazioni né riconoscimenti. Per questo delle lodi dei miei compagni non mi importa troppo anche se, ripeto, gratificano il mio orgoglio. E invece anelo a sapere di più sulla reale mia posizione, tralasciando ciò che gli altri vedono di me o ciò che io spero che mi succeda.

Di notte soffia ancora il vento al campo base, ma non così forte come tre sere fa.

Campo base. Da sinistra, Casarotto, Gogna, Hoelzgen, Messner.

Ciò che è nascosto non è abbandonato
Come Ra, io navigo nel Celeste Oceano.
In verità, io non ripeterò mai quanto ho inteso;
io non racconterò a nessuno ciò che ho visto
nei luoghi dei Misteri… (Il libro dei morti degli antichi egiziani, capitolo 133)”.

3 luglio
Joachim si versa il latte condensato nel tè. Invece che usare il cuc­chiaino e sgocciolarlo sui bordi del barattolo, solleva e rovescia diret­tamente il barattolo stesso, torcendo poi il polso per recuperare il filo di latte che invece finisce per allungarsi sul coperchio aperto a metà. Dice di avere le mani fredde, infatti è stato fuori, mentre noi faceva­mo colazione, a parlare con Karin per radiotelefono. Si era appena finito di ridere bonariamente di lui, mi chiedevo che cosa diavolo avessero da dirsi tutte le mattine per ore, quando poi, almeno in italiano, i rapporti erano abbastanza scarsi. Forse in tedesco le rela­zioni delle chiacchierate erano più abbondanti. Invece Robert mi ha assicurato che la maggior parte del loro colloquio si riferisce alle prove di un contatto perfetto: prima su un canale, poi sull’altro e così via, sempre chiedendosi reciprocamente della qualità dell’ascolto. Ro­salì ha deciso di sua iniziativa di andare al campo base degli austriaci del Broad Peak: porterà una lettera di Robert, chiede un bel paio di occhiali da sole, un orologio, ci tiene a far vedere che lavora per noi. Verso le 12 arrivano due giapponesi, che avevo già visto all’aeroporto di Rawalpindi. Sono della spedizione «5 Big Glaciers» ed entrambi erano stati membri della spedizione giapponese al K2. Sono venuti per prendersi due bombole di gas dal nascondiglio-deposito. A Terry brillano gli occhi, manda Gulam a vedere dov’è il deposito: un giapponese, Ryuji Hayashibara, rimane con noi a chiacchierare; l’altro si avvia con due portatori e il nostro Gulam.

Campo 1. Le funzioni mattutine.

Più tardi ci verrà raccontato che il giapponese ad un certo punto ha fermato la comiti­va ed è andato da solo a prendere la roba. Ma ormai era facile ricordare il luogo e cercare, occupazione che ha preso tutto il pomeriggio a Terry, Friedl e Robert, guidati da Gulam. Il bottino è grosso. Dodici bomboloni di gas (ne prendono solo due), cibo, altri oggetti. E pensare che prima che Ryuji se ne andasse a Concordia, dove il resto della sua spedizione aspettava, Terry per bocca nostra gli ha chiesto un diffusore per le loro bombole. Così ora possiamo usare con como­dità il loro gas, anche al campo II. Robert gentilmente porta a me e a Renato, sdraiati in tenda, una parte del raccolto. Assaggiamo due o tre crostini di farina di gamberi, tanto per favorire. Io volevo fare l’in­transigente e non accettare nulla, ma prevale il buon senso. Non posso però non fargli notare che ora siamo ladri. Meraviglia, mista a timore che io non sia d’accordo sul loro operato. Ma io non insisto, non voglio infierire su quel terribile complesso che è la brama di avere, con la protezione dell’impunità. Anche se non sono d’accordo, taccio perché non voglio fare il predicatore con la coscienza sporca. Ciò che è nascosto non è abbandonato. Tutto ciò è paragonabile a quando facendo da mangiare mi concedo un abbondante assaggio prima che gli altri possano accorgersene oppure a quando per esempio Joachim si riempie di almeno cinque o sei condimenti il piatto di polenta o spaghetti o altro: lo riempie a tal punto che non si riconosce più né il sapore né l’aspetto della portata originale. Poi si lamenta di problemi di digestione e se la prende con chi magari ha usato troppo burro per friggere i chapati. Oppure Robert e Friedl che, arrivati al campo I, trovano la cioccolata (quattro etti) che Renato aveva portato su e se la mangiano tutta, lasciando solo la carta di confezione. Il problema era dirle, queste cose, agli interessati ed in entrambi i casi ho avuto successo, con gran piacere di chi sapeva ma non parlava. Invece bisogna dire ciò che più pesa sullo stomaco, a chiunque.

Gogna sullo Sperone degli Abruzzi

Non ho dato a Rosalì l’orologio che mi chiedeva, perché credevo in quel momento ch’egli andasse al campo base austriaco per ordine di Robert. «Ask watch to Robert», fu la mia naturale reazione pensan­do al Longines di mio padre in mano sua. Rosalì si allontana subito, «OK, thank you». Credevo che chiedesse l’orologio ad altri, ma a pranzo ho saputo che non l’ha fatto. Quindi con me si prende delle confidenze che con altri, nonostante questi altri lo abbiano incaricato del favore di portare la lettera, che con altri dicevo non osa prendersi. Non so se essere felice di questo o dispiacermene. Non voglio essere duro con i nostri portatori, ma neppure essere prescelto da loro per necessità non reali. Renato nel frattempo, che combatte con l’acclima­tazione e con la diarrea, ha trovato un tubicino arrugginito, ex parte di fornello pakistano; esso ci servirà, debitamente tagliato, a riparare le nostre tende d’alta quota che sempre più rivelano il loro punto debole nelle asticciole di titanio.

Gogna in partenza dal campo II

No gusta a los intellectuales
Macondo era già un pauroso vortice di polvere e macerie centrifugato dalla collera dell’uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perder tempo con fatti fin troppo noti, e cominciò a decifrare l’istante che stava vivendo, e lo decifrava a mano a mano che lo viveva, profetizzando se stesso nell’atto di decifrare l’ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio parlante. Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell’istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra (Gabriel García Màrquez, Cien años de soledad, brano finale)”.

4 luglio
Non ricordo in qual modo si sia scatenata un’accesa discussione con Terry e Joachim sul matrimonio ma specialmente sui figli. È difficile che tre culture così differenti come la pakistana, l’italiana e la tedesca possano accordarsi su punti così importanti e così è inevitabile che ci si accalori e pian piano si scivoli su altri argomenti, sempre più complessi e universali, dove ciascuno può esprimere le sue opinioni senza rischio di ferire la cultura dell’altro, perché ormai si è lontani dalle questioni particolari.

Sullo Sperone degli Abruzzi

«Se non si hanno figli si evitano le proprie responsabilità» dice Terry.
«Ma chi ha stabilito che occorra assumersi le responsabilità?» ribatte Joachim e aggiunge «Siamo sicuri che il corso naturale preve­da la fabbricazione di figli?».
«La responsabilità significa appunto non interrompere il corso naturale» ribadisce Terry.
«I figli sono una distrazione» intervengo io «Ci evitano la re­sponsabilità di cercare la nostra perfezione, perché riversiamo su di loro questo compito».
«Perfezione? Tu non sei perfetto e non lo sarai mai! Nessuno può esserlo, solo Dio» si scalda Terry «Fammi solo un esempio di uomo perfetto!».
«Se qualcuno è diventato adulto, se stesso o “perfetto” non lo va a dire a me o a te! Se ne sta tranquillo e frequenta solo le persone che lo meritano!».
«Tu non puoi sfuggire al tuo destino!».
«Infatti il mio destino ora è di essere qui, ma l’ho scelto io, anche se ora non sono libero. Quando ho scelto ero libero. La libertà è sempre alternata, mai continua. I successivi gradi di conoscenza e quindi di libertà si hanno tramite periodi oscuri di legami e di prigio­nia. Socrate accettò la morte, durante la sua prigionia, come forma suprema di conoscenza».
«È come l’alva» dice Terry «Did you taste alva? Only in the morning, for breakfast, if you go through the bazar… ».

Alessandro Gogna

Confesso che non conosco, o almeno non ricordo, l’alva. Terry sta facendo la polenta dolce, la tenda mensa è tutta un fumo e la prepara­zione della sweet polenta farebbe inorridire qualunque contadina delle nostre Alpi. Renato entra, vuole tè e acqua di frutta liofilizzata, ma il fumo di frittura lo investe e chiede se «c’è chili?», il famigerato peperoncino ch’egli crede all’origine delle sue difficoltà digestive. A mezzogiorno infatti avevamo mangiato un ottimo piatto di dall con i chapati. Alla base del condimento del dall c’è molto curry e quello secondo me è il responsabile. La polenta ci è servita subito dopo, assieme alle uvette, ed è molto gradevole, anche se qualcuno la trova un po’ cruda. Joachim invece l’apprezza molto, come me. Mi servo tre volte, non riesco a resistere. Il discorso scivola sul ramzan (ramadam), che quest’anno comincia il 28 luglio. Per un mese i fedeli musulmani non potranno mangiare alla luce del giorno, e neppure bere. Solo prima dell’alba e dopo il tramonto.

Gogna osserva lo sperone del Broad Peak

Ma allora come farò ad assaggiare l’alva che mi hai promesso?». «Prima dell’alba troviamo nel bazar tutti i negozi aperti!». «Ma l’Hotel Intercontinental funziona regolarmente?». «Solo per i foreigner, ma anch’io che sono in viaggio e non abito a Pindi, posso avere il mio lunch».

Per Joachim è difficile capire come, se oggi Reinhold e Michel sono arrivati a 50 metri dalla fine del pendio della Piramide Nera, non si sia a 50 metri dalla «vetta» della Piramide Nera.

Campo III. Gogna e Schauer.

«Non c’è vetta, là».
«Sì che c’è una vetta» insiste.
«Non c’è alcuna vetta, c’è solo un pendio con differente direzione e minore inclinazione!». Ma devo ricorrere ad uno schizzo per fargli capire, per costruirgli un’immagine sulla quale possa lavorare, senza fantasie da giornalista tipo «fiumi di ghiaccio» o «creste colorate alla John Ford». È un buon lavoratore Joachim, è tutta la sera che scrive a capo chino sul grosso quadernone con la sua calligrafia minuta e penna sottile, mentre Rosalì chiede notizie su Parigi e sull’India, concludendo che noi siamo proprio fortunati e ricchi per aver visto tutti quei paesi: lui è stato solo nel Baltistan e a Lahore come cuoco. Ciò non gli impedisce, dopo cena, di ringraziare Dio: Allah amdu lil la.

Reinhold Messner

A ciascuno la sua possibilità?
Gesù disse: «Gli uomini certamente credono che io sia venuto a portare la pace nel mondo, ed essi non sanno che io sono venuto a portare sulla terra le discordie, il fuoco, la spada, la guerra. Infatti saranno cinque in una casa e si schiereranno tre contro due e due contro tre, padre contro figlio e figlio contro padre, e si leveranno come solitari» (Vangelo apocrifo di Tommaso, 17)”.

5 luglio
La vita del campo base impigrisce: oggi siamo, come ieri, solo in quattro e alle 11 di mattina non sono ancora uscito dalla mia tenda. Mi ci costringe Renato: vuole risistemare la tenda che, da perfetta «villa» che era, si è trasformata, il pavimento è tutto una balza, il ghiacciaio sottostante ha lavorato sodo. Io volevo resistere ancora, la situazione non mi pareva eccessivamente insopportabile, ma ha avuto la meglio Renato. Io ho ottenuto di non collaborare allo spostamento né alla costruzione della piazzuola di sassi. Lo faranno i portatori e Renato. Così mi sono trasferito temporaneamente nella tenda di Rein­hold che sta tornando dal campo II. Il tempo è stupendo ed io non ho desiderio di muovermi. Il dall e la sweet polenta hanno danneggia­to un po’ tutti. Era un po’ di giorni che avvertivo una certa pesantezza allo stomaco, ma stanotte pesantezza e acidità hanno raggiunto il limite di guardia. Più volte mi sono svegliato con il bruciore che arrivava alla gola, mentre scorreggiavo come un mulo. Evidentemente il fegato mio fa fatica, qui al campo base bisogna stare molto attenti. Dentro di me sono contento che Reinhold e Michel stiano tornando, così verrà rimandato di un giorno l’impianto del campo III, che spetterà così a Robert e Friedl che oggi stanno salendo al campo II. Poi non so cosa succederà, riprenderà la lotta dentro di me come se una mano di ferro mi trattenesse in posizione orizzontale, faccio fatica anche a scrivere, non so più cosa scrivere che non sia per lagnarmi di questo maledetto buco di campo base. Sdraiato sul letto di Reinhold, c’è un po’ di disordine ma non troppo. Il suo odore emana dal sacco piuma e da alcuni vestiti, sento quindi quanta differenza ci separi. I suoi libri raccolti in una cassettina di lettura, due valige e un contai­ner che non oso toccare, il registratore Nagra per fermare su nastro tutti i colloqui via radio, due metà di torta fatta da Ursula avvolte nella carta stagnola che durano da ormai quasi due mesi. Toccandole con il dito sono ancora morbide. Solo dopo la vetta verranno consu­mate, e mentre io sto a gingillarmi in questa tenda, Reinhold sta sfacchinando lungo il ghiacciaio, sarà qui verso l’una. Fuori risuona­no le voci dei portatori che accumulano pietre piatte per la nostra piazzuola e ciò è bene, altrimenti non farebbero niente, solo fumare in tenda. Accanto alle urla e ai colpi sordi c’è il Sony di Reinhold sottoposto a superlavoro da Joachim. Il piccolo mangianastri-registra­tore da mattina a sera sforna musica, rock duro. Non capisco perché Joachim non usi il suo. Forse questo è più potente e può invadere tutta la superficie del campo. Solo con la musica rock dice di poter scrivere. Ho un po’ il dente avvelenato forse perché non sono riuscito ad avere il Sony per più di mezzo pomeriggio e ascoltarmi in santa pace la musica di Alan Parson che oltretutto ha portato lui.

Gogna all’uscita del Camino Bill

Un altro argo­mento sul quale mi sento sempre debole è il lavaggio del proprio corpo e dei propri abiti: mi guardo attorno e vedo che i portatori sono liberi e si lavano al sole. Rosalì è tutto lustro, Joachim si è appena lavato i capelli e contempla il maglione lindo e asciugato. Solo io sono sporco, le mutande ancora di quando sono salito a 7000, le stesse calze, la pelle dei polpacci che si disfa, è l’abbronzatura della marcia d’avvicinamento che se ne va, i capelli che prudono, non esito mai ad appiccicare le palline del naso ai miei pantaloni che intanto dall’inter­no ne vedono di peggio. Avevo sete e mi sono preparato una tazza di ovomaltina, seduto da solo in tenda mensa. Terry sta trafficando per il lunch, ha preso le cipolle secche, i tortellini e una busta di pomodori liofilizzati. Io ho deciso di non mangiare, ma non so se resisterò, già adesso ho una certa fame. È perché sono nervoso, sono continuamente tormentato dalle cose che potrò fare quando avrò finito di stare qui, per esempio assaggiare l’alva con Terry, andare a comprare un mobile del Kafiristan o un oggetto del Gandhara. E poi forse si torna per la Karakorum Highway, lungo l’Indo, un mio vecchio sogno, speriamo solo che non si vada troppo in fretta. Se c’è tempo poi si potrebbe andare a Taxila o a Quetta, facendo magari un salto nel vero Belucistan… Invece è solo fantasia, la realtà è qui e la sopporto sempre meno. Quando potrò godere anch’io del piacere di salire in alto, della gioia che tocchi a me provare, lavorare, progredire? Perché continuo a sognare il futuro, a vedermi con il sedere impolverato su una jeep, nelle spaventose forre marroni dell’Indo, sul cui fondo scorre un’acqua così limacciosa?

Gogna al campo III

Terry mi fa notare che l’altro giorno, quando Renato ed io siamo tornati dall’alto, di proposito non ha cucinato nulla, per vedere se gli altri hanno gli stessi sentimenti suoi. Di solito è lui che cucina, anche perché dice di non aver nulla da fare e di farlo volentieri. Quel giorno volle fare un esperimento: avvertì Robert, Friedl e Joachim che sta­vamo arrivando. Arrivati noi, il tè non era pronto, nessuna pietanza preparata. Solo un po’ di salmone abbiamo avuto, dice. Siccome gli è tornato in mente ha voluto dirmelo perché secondo lui queste cose devono essere notate. Gli rispondo che quando ho pensato di venire in questa spedizione mi sono imposto di non aspettarmi assolutamente nulla dagli altri. Terry annuisce: «Facendo così si è già a metà cammino!». In effetti quel giorno non avevo notato l’assenza di pietanze o assenza di calorosità, allo stesso modo in cui non ci accorgiamo se neghiamo agli altri ciò che questi si aspettano. Forse la mia imposizione a me stesso sta dando i suoi frutti. Non mi sono arrabbiato con nessuno perché non c’era pranzo pronto, neppure ave­vo osservato la cosa. E se ne avrò voglia continuerò ugualmente a preparare piatti per quelli che tornano dall’alto. Se invece non me la sentirò non farò assolutamente nulla, neppure gli stringerò la mano.

Gogna

Oggi per esempio sarei tentato di rifugiarmi nella tenda ormai pronta, mettere bene in ordine e neppure salutare Reinhold e Michel. Ma poi penserebbero che io sono malato e questo mi secca moltissimo, molto più che l’apparire così maleducato da non salutare neppure chi è completamente estraneo ai miei ghiribizzi.

Alle 13.20 Michel e Reinhold arrivano. Sono senza zaino, Rein­hold è in mutande lunghe rosse, maglione bianco e ghette blu, Michel ha conservato pantaloni e giacca e lo segue con i suoi due soliti bastoncini da sci. Gli vado incontro, contrariamente ai miei propositi, non sembrano stanchi e sono felice di vederli. Ci facciamo raccontare la loro salita fino a 7250 metri, sembra che la parte finale della Piramide sia proprio difficile, ripida ed esposta. Reinhold è sicuro che domani Friedl e Robert riusciranno a sistemare il campo III e questo significa che subito dopo si può pensare ad un attacco alla vetta. È normale che il discorso scivoli sull’argomento che scotta: a chi tocca per primo. Secondo il turno toccherebbe a me e Renato. Ma questi non si è ancora rimesso ed io non sono pronto. Si tratterebbe di partire dopodomani, 7 luglio.

Renato Casarotto

«Reinhold e Renato» dico io «vorrei affrontare un argomento difficile. Che cosa ne stiamo pensando della nostra cordata che non ha esperienza di ottomila?».
«Il problema non è a ottomila» risponde Reinhold «io sono sicuro che ciascuno di noi che non sia in grado di raggiungere la vetta rinuncia a 7000-7300 metri. Dopo si sa che la velocità di salita è ridotta della metà, ma chi è arrivato al campo III senza essere esausto può continuare. Se volete vi do altri consigli. Chi non ce la fa a salire dal campo I al campo II in 4-5 ore è tagliato fuori, chi non sale dal campo II al campo III in massimo 6 ore è meglio torni indietro. Al campo IV lasceremo tutto, anche i sacchi piuma per quelli che vengo­no dopo. Se tu Renato non ti senti di partire il 7, partirai il 9, un giorno dopo di noi. Robert e Friedl il 10. Così se qualcosa succede a uno di noi, l’altro può aspettare e aggregarsi alla cordata seguente. Questo secondo me è il sistema più razionale per dare a ciascuno la sua possibilità. Però il K2 non è una montagna per ciarlatani. Io credo che ci sia una grossa differenza con le altre. Sull’Everest è possibile farsi portare tutto l’equipaggiamento necessario ed anche di più fino al campo V, cioè fino a 8500 metri: gli sherpa provvedono a tutto. Qui nessuno può farlo, gli hunza non sono all’altezza degli sherpa. E questo è vero solo oggi, perché nel 1939 Wiessner aveva gli sherpa. Non ricordo Houston nel 1938. Quanto alle corde fisse dei giapponesi che noi abbiamo trovato, anche gli italiani del 1954 devono aver trovato quelle americane del 1953 e Wiessner quelle del 1938».

Reinhold Messner e Joachim Hoelzgen

«Già, la storia si ripete, ma questi sono particolari che tutti prefe­riscono tacere!».

Joachim sta trascrivendo fedelmente tutte queste notizie, ma poi c’è un attimo di calma: accarezzandosi la rada barbetta bionda osserva la cartolina della nostra spedizione: «Sandro, lo sai che mi piaci più con la barba che senza?».

Rispondo che per nove anni, senza interruzione, ho tenuto la barba, ma che nell’estate 1977 l’ho rasata per un motivo ben preciso…

Michl Dacher e Friedl Mutschlechner al campo base

«Quale?».
«Così ero costretto tutte le mattine o quasi a guardarmi allo specchio. È importante. Del resto voi pakistani lo fate regolarmente. Estraete di tasca lo specchio e… ».
«Questo è narcisismo» esclama Reinhold.
«Già, ma cos’è il narcisismo?» incalzo io.
«Io mi guardo allo specchio solo quando mi regolo la barba e i capelli, per vedere se sto tagliando storto» riduce Terry.
«Molto spesso i baltì, i chitrali, i pashtu, gli afghani e tanti altri si guardano senza toccarsi un pelo» dico io.
«Secondo me ci si guarda allo specchio per vedere che si è sempre se stessi, per vedere se stessi dall’esterno» propone Reinhold.
«Già, ma perché? Forse c’è qualcosa di più… ».
«Il perché non lo so».
«Perché più uno scruta dentro di sé, più si vede diviso in più persone, maschi e femmine anche… ».
«Certo, è vero!».
«E più persone distingue, più ha paura di perdersi e deve ristabi­lire un’unità, vedendosi dall’esterno. E tutto questo senza agire coscientemente, al mattino si va in bagno come automi. Ma per questa gente è diverso».
«Cos’è per loro?».
«Loro non hanno un ego così sviluppato come il nostro. Per esempio l’altro giorno Terry ci spiegava come egli non avesse neppure visto la sua sposa prima delle nozze».
«Questo è normale, è la società islamica».
«Terry diceva che si fidava di suo padre, che suo padre è un uomo sposato, anziano, con molta più esperienza di lui. Noi non accetteremmo mai questo. Loro dipendono molto dai genitori, dalla società e soprattutto dalla religione. Ecco perché non posseggono una spiccata individualità. Guarda solo come accettano la morte… Hanno bisogno dello specchio per stabilire un’identità con se stessi, pur senza aver mai scavato realmente dentro se stessi».
«Questo è difficile da dirsi. Ad ogni modo la morte possiamo affrontarla solo se la comprendiamo come parte della vita, altrimenti ne abbiamo paura».
«Certo, e tu questo hai potuto comprendere perché hai percorso “la” strada. Ma la maggior parte di noi occidentali teme la morte perché è l’unica cosa che può distruggere il proprio ego. Qui invece la morte è vissuta meglio perché l’individuo non ha ancora costruito appieno quello strumento di coscienza che è l’ego e quindi non c’è la paura di distruzione di questo: c’è solo esigenza di costruzione e il guardarsi allo specchio è il primo passo inconscio».

La spedizione al campo base. Da sinistra, Friedl, Renato, Michl, Terry, Alessandro, Robert e Reinhold.

Nel frattempo Terry ha continuato con Joachim e sento le sue ultime parole che mi riguardano: « … come Sandro, che non è religio­so».
«Io sono religioso!».
«Com’è possibile, con tutto ciò che pensi?».
«Io sono religioso e credo fermamente in un Dio che ha creato e che crea il mondo e che talvolta ci racconta il falso, perché non sa completamente quello che fa. Siamo noi che dobbiamo arrivare a saperlo, questo è il nostro compito sulla terra e finché crederemo nel Sommo Bene saremo perseguitati dal male».
«Dio è solo bene e verità. Egli vede tutto. Puoi tu vedere al di là di questa tenda?».
«No».
«Egli può».
«Non è questo il punto! Egli può tutto, anche il male, e non sa distinguere. È come una madre che partorisce il figlio ma non sa come e non sa che destino avrà il figlio. È compito del figlio sapere come è stato fatto e perché».
«Ma per fare il bimbo c’è bisogno anche del padre. Come puoi paragonare la madre a Dio?».
«Dio è padre e madre, cielo e terra».

Interviene Rosalì: «Tea making? Saab, tea making?».

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La giustizia del K2 – 3 ultima modifica: 2021-11-08T05:51:00+01:00 da GognaBlog

6 pensieri su “La giustizia del K2 – 3”

  1. 6
    Antoniomereu says:

    Finalmente nel blog si trova spazio anche per un po’ di speleo …😏
    Un viaggio nelle profondità viscerali e umorali dell uomo.
    👏

  2. 5
    Andrea Parmeggiani says:

    Continua questo bellissimo racconto, che oltre alla lotta con l’alpe, parla anche della lotta con sé stessi.
    Grande Alessandro

  3. 4
    albertperth says:

    esplicative foto di quei tempi dove tutto (filava  liscio)  non vi erano social e loro innutili commenti valeva il detto a voce e il provato di persona. E gli  anziani dell’alpe non sentenziavano. Se non di fronte  a qualcuno reale.

  4. 3
    Paolo Gallese says:

    Queste due “puntate”, dedicate alla spedizione sul K2, mi hanno acceso un’emozione grandissima. È la prima volta, per me, leggere “dall’interno” le voci di questi personaggi sul campo a me caro.
    Soprattutto di Renato ho potuto sempre leggere pochissimo. 
    Mi rileggo tutto dalla prima puntata.

  5. 2
    Giovanni battista Raffo says:

    Grande Gogna e grandi alpinisti degli anni 70-80 , non ho parole per esprimere ciò che vedo e per commentare queste  imprese che , tra l’altro, per noi poveri osservatori hanno dell’incredibile.  Salutoni.

  6. 1
    albert says:

    Per  leggere il tutto ci vorrà tempo, comunque belle foto e …confermo che dopo la sponsorizzazione, noi umili anonimi frequentatori di montagne Veneto-  Trentine destinammo  stagioni di tredicesima per  assimilarci nel look ai nostri beniamini. Adesso da scarponi a vestiario , attrezzi, a macchine fotografiche e’tutto piu’ leggero, chili in meno e migliaia di fotogrammi in piu’, la forma fisica  percepita sempre uguale…guai a metterla alla prova.
    Ultima scoperta che allora non c’era:i guanti col grip carrarmato della nota ditta, chissà come sono al confronto con le moffole di lana grezza
    https://www.youtube.com/watch?v=T7MpEuRskhY

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