La Messner al Pilastro di Mezzo

La Messner al Pilastro di Mezzo
di Daniele Banalotti e Gilberto Garbi
(pubblicato su Lozaino n. 6, inverno 2019)
Lozaino n. 6 si può scaricare da qui.

“Domani piove tutto il giorno, ma la sera smette e sabato il tempo si rimette con vento da nord. Se venite su qualcosa possiamo fare di sicuro… ok, ci vediamo domani sera”.

È giovedì, sono a San Cassiano con Anna da domenica e il tempo non è stato proprio collaborativo: lunedì a La Crusc aveva fatto un grosso temporale con 10 cm di grandine per terra e per il resto ha sempre piovuto, tutti i pomeriggi…

E come da previsioni, in Alta Badia venerdì piove tutto il giorno e, nella speranza di un raggio di sole, con mia moglie faccio un giro al Lago di Carezza, ma pioggia anche lì.

La parete del Sass dla Crusc

A sera arrivano Gilberto ed Elena e ci incontriamo in albergo per metterci d’accordo: le previsioni per domani sono buone: niente acqua e föhn da nord. Ho sentito anche Claudio da Bolzano: mi conferma l’arrivo del föhn e mi dice che secondo lui sabato sarà una giornata perfetta. È fatta: scartate le alternative più tranquille, domani andremo alla Messner al Pilastro di Mezzo. Sono un paio di mesi che Gilberto mi ha messo la pulce nell’orecchio per una ripetizione integrale della via.

Da quando ho cominciato ad arrampicare, questa via, vera pietra miliare nella storia dell’alpinismo, ha sempre rappresentato qualche cosa di mitico e di inavvicinabile. Una via non è solo una sequenza di passaggi e di lunghezze di corda, ha una sorta di anima con la sua storia e le emozioni che ha prodotto in chi è riuscito a interpretarla, durante l’apertura come nel corso delle successive ripetizioni.

Anna e Elena si sono organizzate per la giornata e ci attenderanno la sera in albergo: diamo già per scontato che non riusciremo a prendere l’ultima seggiovia. La notte passa insonne: non va bene, ma la tensione gioca brutti scherzi, non è la prima volta…

Passo a prendere Gilberto, che ha trovato una camera poco distante dal nostro albergo. In cielo molte nuvole e fa freddo, ma sicuramente migliorerà. Alla seggiovia poca gente in salita verso La Crusc. Incontriamo altre due cordate in attesa della partenza dell’impianto. E quando due cordate s’incontrano sotto una parete in ciascuno si materializza una sola domanda: “Chissà dove vanno? Non sarà mica sulla nostra via?”.

Scambiamo così quattro chiacchiere con una giovane guida locale che ci dice di essere diretta alla Messner al Grande Muro. “Anche noi andiamo a una Messner, ma a quell’altra, quella del pilastro” rispondo. Il nostro interlocutore sgrana gli occhi ed esclama incredulo “Mittelpfeiler!?!” “Sì, ma pensiamo di attaccare l’originale, dal basso”. Ha di fronte due “vecchietti” e fatica a credere alle proprie orecchie. “Vi piace giocare con i Lego”.

Ci dice di non avere mai percorso la parte bassa e ci confessa di essersela giocata con un’altra coppia di amici guide: nella parte bassa c’è posto per una sola cordata e lui aveva vinto l’accesso dal diedro Mayerl. A detta dei suoi amici, molto abituati al marcio dolomitico, la parte bassa è veramente delicata…

Cerchiamo di raccogliere qualche informazione. A suo dire l’attacco originale vede sì e no una cordata all’anno. “Ce li avete martello e chiodi? – si premura di chiederci – Sotto sono indispensabili, io non ci andrei, ma non voglio dire, … comunque, se andate, … bravi! Buona salita“. Ma sono convinto che stia pensando buona fortuna, anche perché nello sguardo traspare una sorta di preoccupazione. “Speriamo di non doverli andare a prendere” si sarà detto. Ci congediamo con un “Beh, intanto andiamo, poi si vedrà. Buona salita anche a voi”.

Comoda la seggiovia: una ventina di minuti e siamo a La Crusc. Ci incamminiamo per il sentiero che abbandoniamo sotto la verticale del pilastro. Lasciamo i bastoncini dietro un grosso masso e ci facciamo largo a fatica tra i mughi fino a raggiungere il ghiaione. Ora vediamo, in lontananza, le altre due cordate che stanno attaccando lo zoccolo. Noi, invece, risaliamo il ghiaione, un po’ tesi e silenziosi, ognuno con i propri pensieri. Per ora la fatica mitiga il freddo. Arriviamo alle prime rocce appoggiate. Sono 100 metri di I e II grado che risaliamo velocemente, slegati, sulla roccia fredda e bagnata, tra rivoli d’acqua nei quali a volte bisogna anche infilare le mani. “Che cosa ti aspettavi – mi dico – è tutta la settimana che piove e ieri non ha smesso un minuto… Oggi però le previsioni sono buone e poi dovrebbe arrivare anche il föhn…”.

Le rocce inclinate finiscono contro la gialla parete verticale. Ci imbraghiamo e cerco di costruire una sosta, ma è un’impresa trovare un punto dove mettere almeno un chiodo decente: cominciamo bene! Gilberto parte dritto nel colatoio centrale verso un camino, dopo aver scartato l’opzione di un diedrino più a destra dove, al di sopra di un tetto, occhieggiava un cordino. Forse. Di certo era marcio, come marcio era il diedrino e marcia appariva tutta la roccia che avevamo intorno…

Ma il fondo del colatoio centrale è un camino nero, bagnato e strapiombante. Gilberto prova a mettere un chiodo e a salire. Strapiomba e si muove tutto. Dopo qualche tentativo desiste. Di lì non si passa. Eppure dalla relazione sembrava quella la via. Siamo in un buco freddissimo, stiamo perdendo tempo e non riusciamo a salire. “Forse se proviamo sullo spigoletto a destra del diedrino visto prima, si riesce ad aggirare il tetto”. Gilberto è un rullo compressore, io odio i primi tiri, li ho sempre odiati, meno male che c’è lui… Sale dieci metri sulle uova, buttando di sotto tutto quello che si stacca e riesce a fatica a piazzare un chiodo: non sembra un gran che, ma è meglio di niente. Prosegue lentamente cercando di buttare lontano i sassi che restano in mano, aggira il tettino sulla destra e si infila nel diedro camino seguente. Il cordino marcio è attaccato a un chiodino decente. E due! Non vedo più il compagno, ma piano piano la corda sale. Una bella serie di martellate e la sosta è fatta.

Tocca a me. Arrivo al primo chiodo e comincio a schiodare. Non mi posso appendere alla corda che mi tira di lato e mi devo tenere con una mano, ma il chiodo è incastrato elasticamente sotto una sporgenza della roccia, e, pur muovendosi ampiamente, non ne vuole sapere di uscire. Dieci metri e sono già stanco morto! Comunque non ho nessuna intenzione di lasciarlo lì, ne abbiamo già pochi e su questa roccia ci servono. Eccome se ci servono! Ci siamo portati due serie di dadi, per non doverceli scambiare ad ogni tiro e per ogni evenienza… Meno male! Incastro un micronut tra due sassi mobili sopra la testa, lo provo e tiene il mio peso. Finalmente mi posso appendere. Non ce la facevo più. Quattro martellate alla roccia e il chiodo esce.

Proseguo nel camino buttando di sotto tutto ciò che mi resta in mano. È stato bravo Gilberto a fare cadere così poco. Provo ad affacciarmi a sinistra per vedere se c’è la possibilità di rientrare nel colatoio centrale. Niente da fare: la via è proprio questo diedro camino. Dunque proseguo.

Cerco di evitare il più possibile la parete di sinistra: è tutta un susseguirsi di scaglie sospese, incastrate dal basso in alto. Ho paura che se cominciano a muoversi vengano giù a tonnellate. Sul fondo pare che gli appigli siano un po’ meglio, ma tutte le volte che appoggio la schiena sulla parete di destra parte una scarica di cubetti…

Ho le mani fredde, i piedi gelati nonostante le calze e devo guardare bene ogni appoggio perché non sento quasi niente. Anche Gil mi tormenta perché vuole sapere quando si alza la temperatura, non glielo avevo forse garantito? Ma io sono concentrato su questo mare mobile, dove le protezioni veloci rischiano di essere troppo ‘mobili’. Funzionano meglio i chiodi. Attrezzata la sosta recupero Gilberto, che senza il minimo problema agevola l’attrazione della forza di gravità sulla roccia più instabile. Mi ritorna in mente quanto diceva la guida alla seggiovia: c’è posto per una sola cordata. Sono perfettamente d’accordo! Altri due tiri nel diedro camino con strettoie e strapiombini: dalla partenza le difficoltà sono quelle attese di V e V+, ma l’impegno e lo stress sono di tutt’altro grado! A metà del quarto tiro si esce dal camino e si continua su roccette e ghiaia, senza nulla di solido. Anche il colatoio centrale che avevamo escluso arriva su questo pendio.

Dopo sessanta metri tirati raggiungo un grosso masso con un moschettone a ghiera che collega due cordini lunghi, abbastanza nuovi, attaccati a due chiodi posti ai lati opposti del masso. Lo prendo come un regalo e mentre mi assicuro mi chiedo cosa ci facciano lì. Hanno tutta l’aria di una calata, ma sotto non abbiamo trovato nulla. Forse la calata successiva è dentro il colatoio centrale… Qui la parete si apre e si abbatte, siamo sotto lo spigolo del Pilastro di mezzo che incombe dritto sopra la nostra testa. Gilberto si infila in un semplice canale sulla destra e lo segue ritornando a sinistra fino a una fascia di roccia verticale, dove sosta. Salgo dritto per una decina di metri poi traverso decisamente a destra e riesco a piazzare una protezione in una spaccatura orizzontale. Ancora a destra e poi su dritto su una pancia arrotondata. Sono a disagio, non è molto difficile ma tutta la superficie è formata da piccoli sassolini incastrati, sembra brecciolino. “Speriamo che i piedi tengano”, intanto appoggio le mani aperte per tenere più granelli possibile e mi spingo su. È andata! Una scivolata in quel punto e finivo dritto a sbattere di fianco alla sosta. Segue un bel ghiaione ripidissimo fino a una fascia orizzontale di roccia rotta. Mi mancano ancora due metri e la corda è finita. Tiro con tutte le forze e raggiungo una larga fessura orizzontale: due friend grossi tra due sassi che si muovono. Meglio di così non riesco a fare. Il Mittelpfeiler sembra a portata di mano, ma altre fasce di roccia verticale ci sbarrano la strada. Comunque la cengia dovrebbe essere vicina. Decidiamo di obliquare a sinistra per aggirare l’ostacolo e con due lunghezze raggiungiamo la base di un pilastro che ci porta sulla cengia, o meglio sopra la cengia: Gilberto deve attraversare a destra e scendere una decina di metri prima di incamminarsi verso l’attacco della parte superiore, segnato da un chiodo.

Finalmente ci fermiamo un attimo: abbiamo bisogno di rifocillarci e di fare il punto della situazione. Siamo stanchi, entrambi! I primi nove tiri ci hanno messo alla prova. Ho i tricipiti doloranti a furia di spingere per tenere fermi gli appigli e sono già le tre del pomeriggio. Ci rimangono sei ore di luce e tutta la parte ‘difficile’. Per contro questa è la parte attrezzata e con roccia solida. Anche il meteo sembra essersi aggiustato: siamo al sole, ma il vento tiene l’aria molto frizzante. E noi, che ci aspettavamo un po’ di caldo, ci infiliamo tutti i vestitini che ci eravamo portati! Il primo tiro del pilastro, sulla carta, non è difficile. Sarà… Comunque la roccia è migliore. Riparte Gilberto e pare che di blocchi che si muovono ce ne siano. Ma dopo trenta metri: “Sassoooooo!!!!”. Con il piede ha appena toccato un pilastrino di mezzo metro che immediatamente si mette in moto verso di me. Tocca una volta la parete e lo vedo arrivare dritto dritto in sosta. “Se tocca la roccia sopra di me o mi prende…”. Reagisco istintivamente: sono assicurato al chiodino con un metro di lasco e mi sposto tutto a destra all’ultimo momento, cercando di farmi piccolo piccolo. Sento il colpo sordo sulla ghiaia della cengia e vedo il buco lasciato dal sassone che prosegue la sua corsa. È esattamente sotto il chiodo, leggermente a sinistra, dove ero prima. Cerco di reagire. “Tutto bene! Aspetta che controllo le corde”. Già, le corde: il sasso ci è finito più o meno sopra! Fortunatamente la terra della cengia è molto soffice e facendole scorrere tra le dita non avverto nessuna discontinuità. “Tutto OK”. Gilberto arriva in sosta e mi recupera. Ostento una certa sicurezza, anche se il sassetto qualche segno lo ha lasciato. Dentro. Ma il marcio non doveva essere sotto?!? Mi aspetta una placca grigia spettacolare: il chiodo è lontano, ma su una roccia così perfetta mi sento a posto. Traverso a destra e raggiungo la sosta nella nicchia gialla all’inizio del traverso. Qui cominciamo a vedere parecchi chiodi.

Gilberto si gusta tutto lo spettacolare traverso, anche se la corda fissa per il tratto in discesa è ormai un insieme di trefoli svolazzanti.

Ora tocca a me e non è certo il caso di fare i sofisti: uso tutto quello che trovo. Intanto, però, la mia mano destra si chiude e non vuole saperne di riaprirsi autonomamente.

Crampi, nonostante l’acqua e gli integratori, crampi maledetti… No, questo non l’avevo messo in conto! Mi sistemo alla meglio e comincio a massaggiare

l’avambraccio. Dopo qualche minuto riparto, sembra che vada meglio. Arrivo al termine della corda fissa e mi resta in mano l’ultimo chiodo: mi sento un po’ in colpa e cerco di rimetterlo con qualche colpo di martello. Niente da fare, ormai la roccia non lo tiene più. “Lascialo lì” mi sollecita Gilberto: infilo il chiodo a mano e lo raggiungo in sosta.

Riparto subito sul tiro della famosa placca di 4 metri, aggiro lo spigolo, sfrutto i chiodi che trovo, fessurina verticale ed ecco la placca. Mi abbasso a mettere un buon friend alla sua base e mi fermo a studiare la situazione. Me l’ero studiata per due mesi, guardando il video su YouTube e ho cercato di ripetere i movimenti in palestra. “Dai – penso – ora ci sei”: prendo la netta scaglietta verticale sulla destra, “Accidenti quanto è piccola!”. Provo a caricarla per potere appoggiare il piede sul liscio e arrivare al buchetto a sinistra… il braccio mi fa male! Forse potrei tentare il primo movimento, ma poi… se salto giù il volo è bello lungo. E chissà quanto tempo perdiamo, poi. Sempre ammesso di non farmi niente!

Provo due o tre volte, ma ogni volta è peggio. È tardi e mi fiondo sulla variante Mariacher, che non è affatto uno scherzo ma almeno è umana. Traverso, risalita e sosta su tre chiodi: mi fermo e recupero Gilberto che prosegue sino alla sosta con due spit, esattamente sopra la placca, dove lo raggiungo. Riparte, raggiunge una grossa lama e la segue finché si può uscire sulla sinistra. Tocca a me, il braccio non va bene e devo fermarmi per riaprire ancora la mano. Parto per il tiro successivo, ma non mi sento sicuro, non mi fido della mano destra e la sinistra ha deciso di imitarla. Dopo una ventina di metri trovo una sosta e recupero Gilberto che prosegue e arriva alla base del diedro finale, decisamente ostico e sprotetto. Il telefono squilla ma non posso rispondere, Anna sarà preoccupata. Magari anche Claudio… Il tramonto è vicino e chiedo a Gilberto di proseguire davanti: anche lui è stanchissimo, ma onestamente mi sembra che il rischio di inchiodarmi o di volare sia troppo alto.

In vetta al Sass dla Crusc

Raccoglie le ultime energie e, spezzando il tiro che è bello lungo, finalmente esce in vetta poco prima che il sole tramonti. In fondo valle le luci sono già accese. Se dicessi che abbiamo fatto apposta a tirare in lungo per vedere il sole che scompare all’orizzonte mentirei ma, per tutta una serie di motivi, il momento è davvero entusiasmante.

Grande Gilberto, grazie! Due foto di corsa e finalmente possiamo avvisare le consorti che siamo fuori. Ora giù veloci per sfruttare la poca luce che ci rimane, dopo ci resterà solo una pila in due…

Dalla forcella c’è poco da scherzare, teniamo la pila spenta il più possibile e, tra un cavo e l’altro, scendiamo in mezzo a questa parete immensa. Incredibile quanto la vista riesca ad adattarsi all’oscurità; e quando siamo obbligati a tenere accesa la pila siamo quasi a La Crusc. Recuperiamo i bastoncini e ci sistemiamo un po’. Sono le 23.30. Rassicuriamo Anna e Elena: rischi finiti. Ci resta solo la discesa fino a fondovalle. Attivo il GPS del telefono, non è proprio il momento di perdersi, e via. Cosa vuoi mai che siano 5 km di stradine ripide in mezzo ai boschi…

Lasciato Gilberto, arrivo in albergo alle 1.30. Anna è sveglia, non avevo dubbi! “Guarda che la signora Rita ti ha preparato dei panini. Era preoccupata anche lei”. Gentilissima come sempre la signora Rita, montanara DOC, nata e cresciuta ai piedi del Sass dla Crusc. Mangio quello che riesco e poi mi butto sul letto, esausto. Domattina si torna a Milano. Dopo un paio di giorni mi sento con Gilberto per scambiarci le foto. E l’antico mi fa notare che noi abbiamo ripetuto la via il 7 luglio 2018, a 50 anni esatti dalla prima salita!!!

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La Messner al Pilastro di Mezzo ultima modifica: 2021-05-20T05:47:00+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “La Messner al Pilastro di Mezzo”

  1. 6
    Rudi Vittori says:

    Io l’avevo ripetuta nel luglio del 1986. Abituato alle mie Alpi Giulie, sinceramente non ricordo una gran difficoltà sulla parte bassa. Certo la roccia non è meravigliosa, ma purtroppo ho visto di molto peggio. Per noi è stato molto peggio fare la variante Mariacher con i fulmini di un temporale che aveva reso il diedro finale un colatoio degno dei racconti dell’alpinismo eroico.Mi spiace sentire, dal racconto, che oggi ci sono degli spit.Comunque una grande salita

  2. 5
    Alberto Benassi says:

    Ma la parte bassa è  proprio una Messner ? Oppure la Messner  sfrutta la prima parte della via Gabloner che poi va a destra?

  3. 4
    Guerrini Michele says:

    Anche io ho fatto due volte la parte bassa… una per la Messner e un’altra volta per Mephisto…. Penso che se dovessi farla ora avrei dei dubbi… all’epoca (1981) si era più abituati ad arrampicare sul marcio e senza tante protezioni. Mi son sempre detto che comunque ho avuto anche fortuna a non farmi mai male. Ora farei anch’io la prima parte del Majerl (anche perchè è veramente più bello del marcion della Messner?)

  4. 3
    Alberto Benassi says:

    Mariacher disse che non aveva voluto fare una variante, ma era andato dove gli era sembrato più logico.

  5. 2
    Stefano Pizzorno says:

    Complimenti Gilberto! Certo che quella ripetizione con il tuo compagno è veramente entusiasmante ! Lontani i tempi che mi portavi con te a Macheby a chiodare (ricordi la combriccola Citterio???) oppure a Vallassa palestra di noi vogheresi…quanti ricordi di quell’alpinismo di “ricerca”! Un caro saluto Gil e spero di rivertì un giorno! Stefano Pizzorno Pit 

  6. 1

    Nonostante l’abbia fatta molte volte (la parte bassa solo due), si tratta sempre di una grande salita. Bella, sfacciata, interessante, emblematica. I complimenti vanno fatti a ogni ripetitore!

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