La mia prima “grande” solitaria

La mia prima “grande” solitaria (AG 1964-022)
(parete nord-ovest della Torre Orientale del Latemàr, dal mio diario, 1964)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

1 settembre 1964. Prima di iniziare a raccontare questa grande avventura, preferisco citare ciò che Arturo Tanesini nella sua guida scrive di questo grande gruppo dolomitico dove non ero mai stato.

Il gruppo non fu mai molto visitato. La parte esterna del grande arco che esso forma è impervia e difficile; i ghiaioni faticosi e le rocce in sfacelo non attraggono l’alpinista. La parte interna (versante Forno) invece è più accogliente; pur tuttavia essa fu visitata agli albori alpinistici solo da cacciatori e minatori. Pochi studiosi si avventurarono nelle scarse tracce di sentiero e anche pochi alpinisti ne scavalcarono le cime principali… La roccia è infida, la dolomia è incompletamente formata e contiene fughe di melafiri e di augiti porfiriche che si spingono verticalmente fino alle massime altezze, presentandosi all’arrampicatore come trabocchetti pericolosi; inoltre essa è stratificata a massi staccati, accatastati, mobili. Pur non mancando affatto di itinerari d’arrampicata meravigliosi, il gruppo ha più importanza turistica che alpinistica. Il turista infatti può godere traversate e ascensioni facili, meravigliose. Gli spettacoli emozionanti che si godono dalla cresta principale, dalle sue cime o forcelle, non si trovano in altri gruppi; le forme fantasiose, grottesche, paurose, rovinanti sono quanto mai suggestive; mentre l’alto Circo di Valsorda porta al visitatore impressioni desertiche, lunari. Mancano comodi rifugi e quindi le scalate e traversate richiedono un minimo di capacità organizzativa. Frequenti frane e cadute di sassi mandano la loro eco sorda fino ai più alti casolari. Questa non è l’ultima delle cause che hanno fatto popolare le pareti del Latemàr di streghe, di leggende, di miniere d’oro, di apparizioni, di bestie orribili, di fate bionde, di maghi e di fenomeni miracolosi. Ciò che la rovina impressionante di una montagna ha tolto all’arrampicatore puro è compensato sul Latemàr da una suggestione che inutilmente si cercherebbe altrove. Mistero e poesia, tragedia e leggenda aleggiano di continuo tra i suoi canaloni e le sue torri. Un’orrida bellezza affascina il visitatore e non l’abbandona più”.

Gruppo del Latemàr dalla vetta della Cima del Pascolo (Kirchtagweid) 2646 m, 31 luglio 1996

Di fronte a queste parole, è vero, ci si rizzano i capelli, ma si resta anche colpiti nel profondo. Il Latemàr! E’ stato il mio sogno di tutta l’estate andarci, ma nessuno ha voluto accontentarmi. Così mi sono deciso da solo. Pensate cosa volete, sarà una scemata di nessun valore alpinistico, ma io la vivo come impresa epica. Dopo aver letto e considerato attentamente tutti gli itinerari descritti dal Tanesini (la sua guida risale al 1942), scelgo questo, uno dei pochissimi che l’autore non definisce propriamente pericoloso, ma bensì “interessante” (it. 329b): “Fianco nord-ovest della Torre Orientale del Latemàr 2800 m c. Ore 3 (???); III grado; arrampicata interessante. Dall’albergo Carezza 1609 m o dal Passo di Costalunga 1753 m, seguendo l’it. 328b si sale alla Grande Frana del Latemàr. Il ripido, quasi sempre ghiacciato nevaio, viene percorso fin dove esso termina. Da qui, piegando a ovest, per non difficili rocce rotte e paretine, si raggiunge una cengia che gira molto esposta (passaggio a carponi) attorno a uno spuntone di roccia e conduce in una ripida gola. Si scende per tre metri verso lo sbocco di un lungo camino, lo si risale d’appoggio e in spaccata (due blocchi incastrati rappresentano le principali difficoltà), fino a una terrazza ghiaiosa donde, senza difficoltà ma con fatica, per ghiaioni e rocce rotte, si riesce alla Forcella tra il Cimòn del Latemàr e la Torre Orientale, dalla quale si può facilmente raggiungere la cima di quest’ultima”.

La corriera mi sbarca al Passo di Costalunga. Mentre m’incammino penso ai pericoli e alle difficoltà cui vado incontro. In tutto mi aspettano 1100 metri di dislivello, partendo dalla conca oltre i Prati di Mezzo del Latemàr. Di arrampicata sono circa 700 metri. La roccia è cattiva. Con me non ho né corda né un metro di cordino. Sarò solo in un ambiente ostile e freddo (nord-ovest), pauroso. Posso sbagliare via, e allora… Le scariche di sassi sono all’ordine del giorno. Una fatica bestiale sui ghiaioni, con il pericolo di trovare la parte superiore delle ghiaie come mi è successo sul Nevaio del Sasso Levante: solo che qui le cose sono ben più pericolose. La fatica di camminare nel bosco, fino ai ghiaioni, senza sentiero. Questo è ciò che penso.

Dai prati di Costalunga riesco a imboccare, entrando nel bosco, un sentiero. Velocemente arrivo alla Radura di Mezzo che attraverso tutta, tenendo costantemente gli occhi sulla mia torre. Tra l’altro noto che, sulla terrazza ghiaiosa, all’uscita del camino, che finora non sono riuscito a individuare, c’è della neve. Dalla Radura di Mezzo scendo senza sentiero, fino alla grande conca sotto alle frane. Qui sento veramente il freddo dell’ostilità. I grandi massi arcigni mi lesinano il passaggio, ma finalmente arrivo alla prima frana. Con fatica salgo su queste pietre che sfuggono sotto ai piedi e poi traverso l’immane frana sotto allo Schenòn e di là ancora penosamente sulla Grande Frana del Latemàr.

Lago di Carezza e versante nord del Latemàr

Per fortuna non c’è neve o ghiaccio, così arrivo alla base delle rocce abbastanza fresco. Sopra di me è la voragine della Grande Forcella del Latemàr. Il silenzio è ossessivo, neppure un corvo che volteggia nell’aria. Si sente solo un tremendo sgocciolio d’acqua che ai miei nervi non dà requie. Ma finora tutto è sopportabile. Così decido di attaccare. La roccia è friabile, ma procedo bene. Naturalmente spero poco di rintracciare il camino con i due blocchi incastrati e così proseguo diretto, mirando alla gola tra il Cimòn e la Torre Orientale. Metri su metri, roccia su roccia. Ora sono sotto a un salto dal quale scende una cascatella d’acqua. Dove picchia l’acqua si è creato il verglas. E non posso passare altrove. Ingoio saliva e passo, appoggiando i piedi sulla lastra di vetrato e afferrandomi a qualche protuberanza. Come faccio non so, però riesco oltre. Continuo per la parete a risaltini finché mi fermo su una terrazza a prendere fiato e a fare il punto. Sarò a 150 metri dalla terrazza su cui è la neve. Dunque ancora 150 metri, poi sono a posto! In quel momento, alla mia sinistra, nel camino tra la Torre Orientale e una sua anticima, sento un rumore sinistro. Una scarica di pietre di melafiro, verde scuro! Tum, tum, tum! orribilmente volano a velocità spaventosa sul terrazzo sul quale ero passato 20 minuti fa! Le vedo frantumarsi proprio là, in gran numero. Decido di proseguire alla svelta. Supero i 150 metri che non sono molto difficili e arrivo sulla terrazza nevosa (quella che avevo visto già dal basso). Ma qui mi accorgo con dispetto che la terrazza che volevo non è questa, ma una ancora più su. Per andare su quell’altra devo scendere in una goletta piena di neve e poi risalire. Sbuffando e maledicendomi per la mancanza di una piccozza arrivo finalmente alla terrazza giusta, dalla quale dovrei poter “salire faticosamente ma senza difficoltà” fino alla forcella. Ebbene, ecco invece che cosa si offre al mio sguardo. La gola è interamente ricoperta sul fondo da una colata di ghiaccio vivo. Ora sì che sono sgomento! L’unica è tentare di passare ai lati, arrampicando le pareti verticali e difficili della gola. Ma questa si perde a vista d’occhio e io sono impaurito forte. Ma mi risolvo a tentare. Non ho fatto che dieci metri su difficoltà paurose che scorgo, sulla sinistra della gola, un caminone parallelo il cui fondo è costituito da melafiro… ma sgombro di ghiaccio! Con la speranza rinata mi avvento nel caminone e lo risalgo con furia fino in cima. Ma qui mi aspetta un’altra amara sorpresa. Il caminone finisce qui, a una piccola selletta, mentra la forcella, meta dei miei sogni, è ancora distante cinquanta metri. E per raggiungere la forcella devo riscendere nella gola di prima, quella ricoperta dall’orrida colata di ghiaccio vetrato. Però ora sono in vantaggio, perché da qui la forcella finale la vedo e mi sento risollevato. Da laggiù in fondo, prima, non vedevo nulla. E così arrampicando al mio limite, in prevalenza sulle rocce a sinistra della colata di ghiaccio, riesco a trascinarmi fino alla forcella che m’accoglie quasi esausto con un bel raggio di sole. Sono fuori! Salvo! Affannosamente cerco la vetta, e per errore scelgo un’anticima. Riscendo un poco e finalmente sono in cima alla Torre Orientale del Latemàr. Ce l’ho fatta! Da qui per sfasciumi in discesa fino alla Grande Forcella del Latemàr, poi per un sentierino risalgo allo Schenòn 2800 m, dove incontro due gitanti. La cosa mi fa molto piacere, dopo tanto pauroso isolamento. Da lì facilmente al Cornòn 2740 m. Poi scendo definitivamente, ormai di corsa perché non vedo l’ora di essere giù, fino alla Piccola Forcella del Latemàr. Vorrei andare alla Cima Popa e scendere sul Passo di Costalunga, ma non trovo l’energia. Infatti dovrei passare sulla Cresta delle Pope, data dal Tanesini di II grado, ma che invece è un ammasso di rocce rovinanti, di scalata apparentemente impossibile. Dopo 50 metri, nauseato da questa rovina, torno indietro alla Piccola Forcella del Latemàr. Da qui un sentiero piuttosto estenuante mi fa scendere alla Radura di Mezzo. La grande avventura è finita.

La mia salita sui primi due torrioni della Cresta delle Pope è senz’altro una prima: questo da controllo successivo sulla guida del Tanesini, perché la via descritta (quella di Karl Domenigg del 1895) passa alla base dei suddetti torrioni.

Solo cinque mesi dopo, riflettendo, arrivo alla conclusione che il mio itinerario, per la sua complessità finale, non poteva essere quello descritto dal Tanesini (che tra l’altro non dice chi ne sono stati i primi salitori).

(Nel 1979 uscì la guida alpinistica Latemàr-Oclini-Altopiano (a cura di Dante Colli, Tamari Editori). Nel frattempo la Torre Orientale del Latemàr è stata battezzata Torre Christomannos. Il Colli, assieme alla guida Aldo Gross, ripeté questo itinerario il 27 agosto 1975, dandone una relazione che non si discosta da ciò che aveva stimato e descritto il Tanesini. Gli stessi, il 6 agosto 1977, sono ritornati in posto e hanno aperto una variante per il Canale Nord, arrivando alla stessa forcella dove sono arrivato io. Colli non gradua, ma parla di un “canale ripidissimo, di neve durissima, che esige l’utilizzo di piccozza e ramponi”. Sono arrivato alla conclusione che, durante la mia solitaria, mi era sfuggita la possibilità più facile, a causa dell’imprecisione del Tanesini che dice chiaramente che il suo itinerario termina alla Forcella tra Cimòn e Torre Orientale e non, come invece è, su una forcelletta situata maggiormente verso la vetta della Torre Orientale. Mirando alla forcella principale, in realtà ho anticipato la salita di Gross e Colli. NdA).

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La mia prima “grande” solitaria ultima modifica: 2017-12-11T05:11:47+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “La mia prima “grande” solitaria”

  1. 3
    Giancarlo Venturini says:

    Bellissimo racconto , di una solitaria descritta nei suoi partic. Grande Alpinismo il tuo Alessandro” Grazie per farlo vivere a noi appassionati..!! Saluti…

  2. 2
    Alberto Benassi says:

    appassionante racconto. Emozioni intensamente vissute e raccontate. Avventura.

    Non sono mai stato sul latemar è una lacuna che dovrò colmare!!

  3. 1
    Luca Visentini says:

    Mi dispiacerebbe lasciar passare questo post sul Latemàr senza dire niente. Proprio io, che lo amo come te storicamente.

    Mi limito a un ricordo. Di quando Arturo Tanesini mi confidò che la Martina a cui aveva dedicato in altri libri dei bellissimi racconti, era la sua morosa da giovane. E lei, Martina Lippert, ricordata da una lapide nei pressi del Bivacco Rigatti, che lo aiutava nei sopralluoghi per la compilazione della guida che hai citato (Sassolungo-Catinaccio-Latemàr), morì durante una di queste esplorazioni da nord alla Forcella Grande. Fu anche per questo dolore che lo stesso Tanesini, così meticoloso per quanto riguarda il Sassolungo e il Catinaccio, lasciò un po’ andare il Latemàr.

    Tante cose… Segnalo solamente che per la grande frana in cui tu, Alessandro, ti barcamenasti nel ’64, ora si snoda un bel sentiero segnalato, chiamato del “Labirinto”.

    Tanto coraggio infine il tuo, quella volta, senza corda. E tanto amore per me ancora per il Latemàr.

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