La natura ha il vizio di non essere democratica

Due morti e tre dispersi è il tragico bilancio a oggi della stagione invernale al K2. I giorni entusiasmanti dei dieci nepalesi che arrivano assieme in vetta sono stati una parentesi in una realtà che stentiamo ad accettare.

Wake-Up Call
di Luca Calvi
(dal suo profilo facebook, 6 febbraio ore 6.35)

Ieri notte avevo un’insonnia più feroce del solito…
Come spesso faccio, mi metto a tradurre, tenendo aperta la finestra dei social sperando in una qualche notizia positiva dal K2…

Non ne ricevo e ritrovo, invece, la locuzione “Wake-Up Call”…
Espressione inglese che significa “campanello d’allarme” o, per estensione, “richiamo alla realtà”.

Il K2 in una foto rubata a due amici, Alessandro Filippini e Alex Txicon

Quello che il monte ChogoRi, Dapsang, Mount Godwin-Austen o semplicemente K2 (Karakorum 2) sta lanciando è un wake-up call.

Col tempo e col progresso le montagne non diventano più vicine, più basse o più facili da salire. Rimangono ciò che sono, ammassi di roccia e ghiaccio di bellezza fantascientifica e di grande attrazione per la mente, per l’immaginazione.

Le montagne sono il simbolo della libertà, del poter partire e andare dove cavolo uno voglia (Die Freiheit wohin ich will aufzubrechen, direbbe Reinhold Messner).

Sono e rimangono il regno degli elementi e dell’ambiente che non prevede la presenza umana se non per brevissimi istanti.

Internet, le comunicazioni, la connessione globale avvicinano e rendono accessibili i sogni e la possibilità di lasciar volare la fantasia, ma la natura e gli elementi hanno il vizio di non essere democratici, perché non soggiacciono alle leggi di chi invece di cercare di “vincerla” ben farebbe a lasciarsi guidare dalle leggi e dalla forza di quella natura e di quei suoi elementi…

Ringraziamo chi è rimasto o sta rimanendo colpito dal wake-up call del K2…

Grazie per averci fatti sognare e volare con l’immaginazione… Grazie davvero, ma scusate se non riusciamo a sorridere.

Il wake-up call della montagna arriva sempre dritto allo stomaco.

L’élan vital, l’entusiasmo, il sogno, l ‘immaginazione, il desiderio di vivere appieno alla fine si trovano di fronte un conto identico a quello presentato all’eccessiva leggerezza e alla sottovalutazione del mondo unite alla sopravvalutazione di sé…

Possano nevi e ghiaccio esservi leggeri e accogliervi, facendovi diventare tutt’uno con il Bello che stavate cercando.

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La natura ha il vizio di non essere democratica ultima modifica: 2021-02-09T05:17:00+01:00 da GognaBlog

99 pensieri su “La natura ha il vizio di non essere democratica”

  1. 99
    Luca Calvi says:

    Cazz…
     
    98 commenti tra il 9 ed il 13 febbraio…
    Manco ai tempi di PlanetMountain si svaccava così un post partendo per la tangente…
    Che poi è la parte più bella discussione, ciò che più la accomuna ad un simposio… E che, seguendo un metodo induttivo, da un particolare (serie di riflessioni personali) sfocia nell’universale (i commenti, i commenti ai commenti, le deviazioni sui commenti e sui commenti ai commenti…)… Si parte da A passando per B e C arrivando, senza sapere come, a Z.
    Sembra sconclusionato, privo di logica e non aderente al testo…
    In realtà il testo è un pour-parler, un fluire di pensieri… Stanislaw Jerzy Lec avrebbe parlato di Pensieri Spettinati…
    Assieme a tutti gli altri, invece, il Gogna si trova ora bello e confezionato un testo omogeneo della disomogeneità e coerentissimo nella sua assenza di un fil rouge che non sia quello di dare spazio ai pensieri e seguirli invece di pretendere siano essi a seguire noi. 

  2. 98
    Carlo Crovella says:

    “Stay focused”, ci ricorda sempre Pasini e parlare di Draghi nei commenti ad un articolo sulla montagna antidemocratica è fuori luogo.
    Visto che vengo interpellato, mi esprimo in sintesi: il “vero” Governo Draghi è il cuore dello stesso, ovvero tutta la parte economica o tecnico-economica connessa all’attuazione del Recovery Plan. Lì ci sono i “migliori”, che a loro volta saranno strettamente organizzati dal Premier.  Il resto è un caravan serraglio inevitabilmente concesso al mondo politico, perché anche Draghi dovrà sistematicamente far approvare i provvedimenti in Parlamento e quindi qualcosa ha dovuto “regalare” ai politici. I tre citati di Forza Italia dimostrano quello che ho sempre sostenuto: che Draghi non è certo di sinistra, ma di destra moderata, liberal-consevatrice. Cmq i tre citati saranno abbastanza ininfluenti, come ministri. Invece molto più criticabile è che Gigino Di Maio contuini a tenere in mano la politica estera italiana. In pratica è un ministero vacante. La conferma di Speranza alla Sanità significa che la gestione della pandemia e “annessi e connessi” (compresa la campagna vaccinale e le eventuali restrizioni) non cambierà rispetto al 2020. Per cui vi suggerisco di mettere in conto possibili nuovi lock down totali/parziali/selettivi, specie se risulterà fondato quanto si dice ora, ovvero che i vaccini potrebbero non coprire le cosiddette “varianti” (che a loro volta appaio più aggressive del virus originario).
     
    Governo Draghi meglio cmq del Conte 2 e dell’eventuale Conte Ter, non tanto per la compagine ministeriale in senso stretto, ma per la  “sobrietà” della gestione Draghi (avete ascoltato il comunicato letto al Quirinale ieri sera?… altro che “dirette facebook, tweet, cazzate varie tipiche del mondo politico degli ultimi tempi).
     
    Cmq secondo me andrà così: questo governo resterà in carica fino al febbraio 2022, quando Draghi presumibilmente verrà eletto al Quirinale. Poi si andrà a votare nella primavera 2022, sena aspettare la naturale fine della legislatura (marzo 2023). In un anno dal governo mi aspetto questi feedback. Individuo tre filoni principali: 1) sul tema Recovery plan tutto andrà OK, tutto perfettissimo, molto molto meglio che se avessimo avuto i Conte Boys. Solo che l’opinione pubblica non se ne renderà conto in 12 mesi (vedi punto 3) e quindi non apprezzerà tanto, anzi…. 2) Sul grande tema dell’emergenza sanitaria non prevedo cambiamenti e quindi mi aspetto una crescente delusione dell’opinione pubblica (che si aspettava un immediato liberi tutti…).  Anzi non escludo una morsa moto severa sul tema vaccinale (del tipo: obbligo per tutti), per cui scatenerà un certo dissenso (specie fra NO VAX ecc). 3) sul tema economico generale, deve essere chiaro (e non lo è affatto ai cittadini italiani) che i soldi che arriveranno col Ricovery Plan (nonostante la sua progettazione ed esecuzione “a regola d’arte”) non finiranno subito nelle tasche dei cittadini. Ci sarà un ampio lasso temporale: i soldi sono strettamente collegati a precisi progetti (a titolo di esempio, ma spero di no: il Ponte sullo Stretto…), verranno erogati a tranche in funzione dello stato avanzamento lavori, una volta che arrivano sul singolo progetto finiscono poi nelle casse delle aziende esecutrici, le quali certamente pagheranno salari e stipendi ai propri dipendenti, ma solo “dopo” questi soldi andranno ad alimentare la ripresa dei consumi. Quindi i soldi del Ricovery, prima che arrivino ai ristoratori per future cene nei loro locali o ai tassisiti o agli esercenti palestre e piscine ecc ecc ecc, impiegheranno molto tempo (a mio parere verso fine 2023-inizio 2024, almeno in modo significativo).
     
    Il punto è che queste categorie sono estremamente sofferenti già adesso, tra l’altro dopo un anno (2020) che li ha già messi in ginocchio. Inoltre dal 1 aprile prossimo decade il divieto di licenziamento, per cui i prossimi mesi saranno caratterizzati da minor propensione ai consumi generali, non da una loro ripresa (come la gente si “aspetta”solo perché c’è il governo dei migliori…). Morale: nel 2021 occorre trovare altri 100, forse 150 o addirittura 200 mld di euro per sostenere le categorie sofferenti e traghettarle al momento in cui i soldi del Ricovery entreranno davvero in circolo. Come trovare questi 100-150 mld in più? Non vedo altri modi che attraverso nuovi BTP, peccato che siamo già reduci da emissioni nette 2020 per 150 mld. Tutto è possibile, almeno finché la BCE coprirà le emissioni di nuovi BTP e, come ho già spiegato, la BCE fa così solo finché ha il fucile puntato della Merkel alla nuca. Ricordarsi però che a settembre 2021 ci sono le elezioni politiche tedesche e la Merkel non si presenterà più, dopo 4 mandati consecutivi da Cancelliera. Come sarà il dopo Merkel? La Germania sarà ancora disponibile a finanziare l’Italia, indirettamente attraverso la BCE? Questa è la vera domanda chiave! Non se Brunetta è capace oppure no…
     
    Sintesi finale: io prevedo per il governo Draghi una “luna di miele” nell’immediato, sull’onda del “finalmente siamo governati dai migliori”, e poi un progressivo scontento (da maggio-giugno 2021 in poi) sia per il tema vaccini sia per il tema emergenza economica. Morale: vedremo cosa succederà alle prossime elezioni (che io stimo nella primavera 2022), ma non è escluso che Fratelli d’Italia, essendosi tenuto fuori da questo governo, possa fare il “pieno”, raccogliendo lo scontento generale… Vedremo, sono curioso. Buona giornata a tutti!

  3. 97
    Alberto Benassi says:

    CROVELLA
    Ti piace il GOVERNO DEI MIGLIORI???
    C’e Brunetta, la Gelmini, Giorgetti

  4. 96
    Alberto Benassi says:

     

    Pasini ,
    ma Crovella da ottimo panzer quale è, “laoura come un negher”.
    scherzoooooooooo…

  5. 95
    Simone Di Natale says:

    A volte, facendo strani sogni, il volto di Grunf si trasforma in quello di Groucho Marx con i suoi paradossali ragionamenti….ma poi capisco che non può essere lui, Groucho ha tutto un’altro stile e soprattutto tanta ironia.

  6. 94
    Roberto Pasini says:

    Crovella. Capisco. È un po’ come negher. Bei tempi quando di poteva dire in Padania “laoura come un negher”. Ora bisogna capire bene con chi si parla prima di lasciarsi andare e anche il Senatur è fuori uso. Che sempre allegri e un po’ leggeri bisogna stare perché tra valanghe e covid c’è già abbastanza da piangere. Buona giornata. 

  7. 93
    Carlo Crovella says:

    Sul ruolo di istruttore hai perfettamente ragione e anzi l’ho già detto di mia iniziativa che la valutazione dipende dalla mia mentalità. Dico però che, per la mentalità che mi contraddistingue, limitarsi a trasmettere la passione è una versione edulcorata e superficiale del ruolo di istruttore, che invece dovrebbe essere un educatore, almeno sui temi della montagna. Ma c’è ampia libertà di interpretare tale ruolo, ci mancherebbe. Per come sono fatto, per l’impostazione che ho ricevuto e per l’ambiente che ho frequentato a me piace educare (e-ducere= tirare fuori, in genere dall’ignoranza). Tra l’altro io ho una propensione ad essere così in tutta l’esistenza, non solo in montagna. Sapessi quanti ragazzi/e ho “educato” nel mondo del lavoro, del tutto indipendentemente dall’andar in montagna.
     
    Tornando al termine cannibali, mi è venuto in mente un recente episodio, di spicciola quotidianità familiare, che testimonia quanto noi lo utilizziamo con frequenza e con leggerezza e affetto (cioè non lo carichiamo necessariamente di quel valore dispregiativo che ci vedete voi). L’altra sera a cena mio figlio ha fatto cadere la bottiglia e ha rovesciato l’acqua sulla tovaglia. Ridendo, gli ho detto: “Balengo! non fare il cannibale!”. Sono entrambi termini che a Torino, almeno in una certa Torino, utilizziamo comunemente e in modo affettuoso.
     
    A proposito, segnalo una cosa all’amico Pasini: “cannibale” (per il taglio che utilizziamo noi) non fa riferimento al fatto di mangiare altri essere umani, ma all’immagine del selvaggio con l’anello al naso e il gonnellino di frasche. Significa che non sai comportarti come richiederebbe il contesto in cui ti trovi in quel momento. Sei quindi ineducato al contesto. Non è colpevole chi è cannibale d’origine, lo può diventare (almeno ai mie occhi) se rifiuta di educarsi. Leggete questa frase in termini di “maturità” nel modo di affrontare la montagna.
     
    in ogni caso è termine universale, non esplicitamente legato alla montagna. Mi è capitato, negli anni, di utilizzare il termine cannibale anche in altri ambiti, per esempio in ambito professionale, cioè in modalità del tutto slegata dalla montagna. A Torino è termine utilizzato dalla notte dei tempi e, se a voi non piace, liberissimi di non utilizzarlo, ma io altrettanto libero di continuare ad utilizzarlo. E’ come se mi vietaste di dire boja faus oppure balengo oppure vate a catè ‘n casul… fanno così parte della mia quotidianità che di fatto costituiscono dei profondi risvolti della mia personalità. E ura, turnuma a travajè, boja faus!

  8. 92
    Matteo says:

    Ottimo l’intervento di Giacomo Raffa.
     
    Alberto Benassi invece andava bene fino a “confrontando  le mie idee,la mia concezione con le altrui”  che è cosa evidentemente sbagliata, pericolosa e foriera di un relativismo che rischia di generare anarchia e disordine minacciando di mettere in discussione la figura dell’ Istruttore Certificato CAI, minando le caratteristiche che debbono contraddistinguerlo come ieratico, salvifico, onniscente e onnipotente detentore della Saggezza e dell’Unica Via dell’Andar per Monti.

  9. 91
    Alberto Benassi says:

    ma guarda che io non ti voglio mica convincere, ne cambiare,  ne tanto meno EDUCARE. Me ne guardo bene.
    Anche in Cambogia  i Khmer Rossi volevano solo “educare”…
    Anche Mussolini voleva educare quelli che non la pensavano come lui…si ma a bastonate!
    Quanto a dire  che nella mia veste di istruttore, “SBAGLIO” , non sta a te deciderlo. Dovresti chiederlo ai chi mi conosce, dovresti scrutare la mia attività dal 1980 ad oggi.

  10. 90
    Carlo Crovella says:

    @88 scusa: premetto che non intendo assolutamente risultare offensivo, ma ti segnalo che puoi dire pure tutto quello che ti pare (e quindi usare o meno il termine cannibali), ma non prendertela se non ne tengo minimamente conto. Tanto, se vuoi, ipocritamente li puoi anche chiamare “diversamente alpinisti”, ma sempre quello sono: cannibali.
     
    Sull’educare mi permetto invece di sottolineare che considero la tua impostazione imperfetta (ad essere sinceri mi verrebbe addirittura da dire “sbagliata”), a maggior ragione perché ricopri il ruolo di istruttore CAI. Il mio giudizio è senza dubbio condizionato dalla impostazione del nostro specifico ambiente alpinistico che si propone storicamente di “educare” (tra l’altro non solo in termini montani in senso stretto…). Cmq anche su questo risvolto, agisci pure come ti piace, ci mancherebbe (non ti chiedo certo di render conto a me) , ma altrettanto riconosci agli altri. Io “educo” allievi da 40 anni e non me ne pento assolutamente. Mi capita di incontrarli per le nostre montagne e li “riconosco” da distante, da come si “muovono” sul terreno. Ho già raccontato più volte che in tutti questi decenni non ho mai ricevuto proteste e rivendicazioni, ma solo espressioni di gratitudine e ringraziamento. A me fa piacere così e non vedo perché dovrei cambiare (tra l’altro, nel nostro ambiente, è impostazione strutturale e, viste le dimensioni, è fenomeno numericamente molto diffuso). Ciao!

  11. 89
    Carlo Crovella says:

    Mutatis mutandis ecco una bella carrellata di cannibali. Applicando un po’ di perspicacia si comprendono i collegamenti con le tematiche della montagna e…il ruolo finale dell’educatore…
     
    https://video.corriere.it/spettacoli/crozza-show-imita-grillo-zingaretti-salvini-fino-draghi-che-dice-accettino-comunita-recupero/8d5cc24a-6bdd-11eb-8932-bc0ccdbe2303

  12. 88
    Alberto Benassi says:

    Crovella se te ti senti in diritto di usare il termine Cannibali,  io mi sento in diritto di dire che non mi piace.
    Quanto ad educare, io non devo educare nessuno, caso mai trasmettere le mia esperienza,  la mia conoscenza, confrontando  le mie idee,la mia concezione con le altrui. Questo è quello che ho cercato di fare dai primi anni 80 come istruttore CAI. Ascoltare e confrontarsi con le opinioni di tutti non vuol dire fare il buonista ma avere rispetto degli altri. Stai tranquillo che io non sono uno che frequenta le sacrestie. Guarda che anche a te danno la possibilità di esprimerti, ad esempio qui su questo blog.
    Quanto al “governo dei migliori” vedremo se sono migliori . Io ho dei dubbi, perchè da gente che di sacrifici  ne fa pochi, che sguazza nei privilegi ma vuole imporre sacrifici agli altri, magari sempre ai soliti, non mi aspetto buone cose.

  13. 87
    albert says:

    In ogni attivita’sportiva, ci sono le punte di diamante al vertice della piramide e poi i fans che a loro si ispirano..e usano lo stesso abbigliamentio ed attrezzatura e tentano di emularli, riuscendoci in varia percentuale di successo…arrivando pure all’insuccesso  con conseguenze su vita e salute.
    Circa la  Natura , non so se  di Suo abbia le sue leggi, gli umani cercano di farsene dei modelli piu’ o meno sofisticati.Alcuni  puntano all’esattezza altri piuttosto si tengono entro intervali di probabilita’.   Ma mi sa tanto che la Natura non e’spietata , “e'” e basta.  A voler essere poi  pignoli, quante imprese ed escursioni  vanno a buon fine, non fanno notizia e non si invoca la Natura  magnanima col pollice in alto?  Vale lo stesso in economia e finanza ..pare di avere tutto sottomano , grafici , previsioni, formule, ingegneria bancaria e poi “scoppiano le bolle”… Allora gli esperti  si accapigliano, cadono alcuni in disgrazia ed altri sugli altari , altri  si parano le terga: dicono “NOI della Scuola economica di Papalla Ve l’avevamo detto !”

  14. 86
    Roberto Pasini says:

    Ho scritto cannabile invece di cannibale ! Miracoli dell’inconscio più che della tastiera. Ecco la soluzione. Che meravigliosa assonanza. Canna-abile !  Abile alla canna. La leggerezza dell’essere è sostenibile. Certo ci vuole un po’ di impegno nell’alleggerire lo zaino, selezionando ciò che davvero è necessario ed eliminando i pesi inutili. 

  15. 85
    Carlo Crovella says:

    Non credo che sia questo il contesto per sviscerare a fondo la mia visione di vita e quindi mi permetto di suggerirvi e “Stay focused”.  L’articolo principale è incentrato sulla montagna antidemocratica non su quanto sia antidemocratico il sottoscritto (che peraltro è sempre stato schietto sulle sue idee). Tra l’altro fare appelli all’amore universale di stampo cristiano a un mangia preti come me è come gettare benzina sul fuoco… L’aria di sacrestia del “buon tutto” e del “vogliamoci tutti bene” mi ha sempre fatto venire l’orticaria, fin da ragazzino e in tuti i campi dell’esistenza, quindi a prescindere dalla montagna. Inoltre mi pare che, proprio nei giorni scorsi, l’era dell’ “uno vale uno” sia definitivamente tramontata in un batter d’occhio e ora siamo in pieno nella stagione del “governo dei migliori” …
    Cmq, mi guardo bene da vietare l’accesso a chicchessia, in primis perché qui non sono il padrone di casa e poi perché l’attuale società è dominata (purtroppo, aggiungo io) dal politically correct: sarebbe una lotta persa in partenza, un inutile spreco di energie. Mi permetto però di segnalare che forse sarebbe meglio che chi mastica almeno un po’ di montagna si ponesse l’obiettivo di “educare” i cosiddetti cannibali (facendoli evolvere e facendo loro capire l’errata mentalità del cannibale affinché l’abbandonino), piuttosto che essere attento a tutelare indiscriminatamente il diritto di espressione…  Io lo faccio da 40 anni (educarli) e chi comprende i miei insegnamenti mi è riconoscente, anche a distanza di decenni.
     
    Segnalo infine che il termine “cannibale” non è di mia invenzione, ma è molto diffuso e  radicato nella tradizione del mondo alpinistico piemontese (torinese in particolare). Sia nella mia famiglia di origine che in quella di mia moglie lo si è sempre utilizzato a mano libera, senza tante paranoie (anzi con una pennellata di affetto…).
     
    A conferma che il termine è di ampio uso comune in un certo ambiente piemontese, segnalo una riferimento oggettivo. I lettori attenti ricordano un articolo pubblicato qui sul Blog nel maggio 2020 e dedicato a un certo alpinista di Valenza Po. Si tratta di un illustre sconosciuto, non di un top player, ma di un individuo con risvolti caratteriali molto particolari. Di lui, in quell’articolo (maggio 2020) sì è si riportato un bel ritratto a sua volta inserito in un libro che vi suggerisco di leggere (Mal di montagna di Camanni). Ricopio qui il passo pertinente al tema “cannibali”
    “Ma sì, di lì scendono in pochi perchèé c’è la neve fresca. I cannibali sono tutti dall’altra parte.”“Cannibali?”.“Certo non conoscete il cannibale lanciato?” Era la sua definizione preferita, il massimo slancio provocatorio della sua mente gentile. Indicava ogni genere di sciatore che usasse gli impianti di risalita e le piste battute di Cervinia. In senso più lato, abbracciava quell’antropologia urbana che aveva profanato i valori della montagna, riducendola a stadio, parco giochi.
    Più in generale io sono convinto che le cose si debbano chiamare col loro nome. A forza di correre dietro alle perifrasi imposte dal politically correct, ci si ingarbuglia mentalmente e si perdono di vista i concetti fondamentali. I cannibali sono cannibali, non c’è termine più adeguato. In ogni caso chiunque può chiamarli come desidera, ma il concetto resta “quello”. Sono 60 anni che uso il termine cannibali, anche in chiacchiere di stampo “familiare”, e non penso proprio che lo cambierò. Buona giornata a tutti!
     

  16. 84
    Roberto Pasini says:

    Sono d’accordo con Benassi. Dovremmo cambiare il termine cannabile. Brutto. Poi pare anche sia una balla. Alcuni antropologi sostengono che i cannabali “ abituali” e non “occasionali per necessità o ritualità” siano un’invenzione occidentale. Quindi sono graditi suggerimenti alternativi meno valutativi e controversi. Caro Carlo prendi spunto da Mario Draghi SJ (Societatis Jesus). Per l’uomo è come per il maiale: non si non si butta via nulla, c’è sempre qualcosa da utilizzare, ovvio, non proprio tutto, le unghie magari si possono evitare, anche qui come ci insegna padre Mario. Tutto è grazia, ma insomma fino ad un certo punto. 

  17. 83

    Certo che in questi commenti si va spesso per la tangente… però si trovano un sacco di spunti interessanti.
    Sono uno di quelli che legge spesso il blog e i suoi commenti, invece (molto) raramente scrive, ma voglio cogliere l’appello di Pasini di cui spesso leggo volentieri gli interventi. E’ un po’ di tempo che mi domando però sotto quale etichetta verrei inquadrato 😀 cannibale, che a volte mi diletto a cronometrare le uscite in montagna e a guardare il dislivello? Certo! Però allo stesso tempo leggo libri di storia di alpinismo, manuali, ecc… compreso questo blog. Qualcosa non torna! Dilettante? certissimo! anzi mi autodefinisco volentieri “alpinista della domenica”, e come potrebbe essere altrimenti con il lavoro, la famiglia che sto mettendo su, gli amici e gli affetti? Però nemmeno questo va bene, perché sono anche istruttore cajano. Di alpinismo, pergiunta! Allora dovrei essere amatore preparato? gran confusione…
    Francamente, diciamocelo: queste etichette servono a poco/nulla, e lo sforzo di dare una definizione all’alpinismo non so se troverà una granitica definizione in queste pagine… ed è bello così, l’alpinismo è evoluzione continua.
    E’ un sogno, un’arte, una fiamma meravigliosa, che incanta e ci fa evolvere (come il fuoco di prometeo). E purtroppo brucia, i più come i meno preparati.
    E a noi non resta che piangere sulle ceneri, sperando sempre che a noi non capiterà.

  18. 82
    Carlo Crovella says:

    Ma scrivano pure, i cannibali, ci mancherebbe, anche se ritengo convintamente che il loro apporto concettuale sia irrilevante: chi è interessato leggerà, altrimenti salta. Non mi pare però che i cannibali frequentino con rilevanza siti di montagna come questo, forse altri siti, quelli di tendenza e di gossip (che infatti io evito per definizione). Cmq se la montagna è “antidemocratica”, come sostiene fondatamente l’autore di questo articolo, non e’ chiaro perché i dibattiti di montagna dovrebbero invece tenere in considerazioni le opinioni di chi è poco ferrato sulle tematiche di montagna (altrimenti non sarebbe un cannibale). Ma tanto è un problema che, nella realta’, non esiste perché vedete ben che i cannibali frequentano altri contesti. Buona serata a tutti!

  19. 81
    lorenzo merlo says:

    “…tutti hanno  da imparare da tutti perchè tutti hanno una esperienza…”, uno stile, una concezione.
    Compro.

  20. 80
    Alberto Benassi says:

    io parto dal presupposto che non esiste “un alpinismo” ma tante forme diverse. Ognuno la sua. Proprio per questo  anche il cannibale, brutta termine che non mi piace e non vorrei usare, ha da dire qualcosa di suo. Fosse solo perchè è un modo di praticare è una realtà. Quindi è giusto he anche “lui” debba essere considerato, magari contestato, ma considerato. In fondo tutti hanno  da imparare da tutti perchè tutti hanno una esperienza, un atteggiamento che è personale.

  21. 79
    Carlo Crovella says:

    @Pasini, si è vero, sono molto selettivo (mi piace di più della tua definizione). Però preciso: non intendo che i cannibali non abbiano diritto a scrivere commenti su questo blog, ma intendo che difficilmente un cannibale ha davvero un valore aggiunto significativo agli occhi di chi mastica montagna (anche ai tuoi occhi). Per esempio io penso che li salterei a piè parti, come mi capita a volte per certi commenti: ho poco tempo e seleziono severamente. Alla fin fine i contributi dei cannibali sarebbero contributi irrilevanti nella sostanza, che si lasciano esporre solo per forma e democrazia ma non per effettiva sostanza. Ciao!

  22. 78
    Alberto Benassi says:

    Antonio
    nessun fossato, ho solo raccontato la mia esperienza e il mio punto di vista.
    Allenarmi mi è sempre saputo fatica, fisica e mentale. Quando ho cercato di impormelo, è sempre finita a tarrallucci e vino.

  23. 77
    Antonio Arioti says:

    6) Alberto, non si tratta solo di risultati. Se sei un istruttore CAI e hai fatto parte dei soccorritori come volontario (se mi sbaglio correggimi) significato che hai maturato un’esperienza di gran lunga superiore a quella dell’amatore medio.
    Non sarai un professionista nel senso letterale del termine ma di fatto ti muovi con cognizione di causa. Si suol dire che i dettagli facciano la differenza e su ciò si può concordare ma non so quanto sia utile, al lato pratico, scavare un fossato per evidenziare una separazione.

  24. 76
    Alberto Benassi says:

    Roberto,  non volevo certo mancare di rispetto al tuo amico Bruno. Lo so anche io che per fare certe cose a certi livelli , avere certi risultati, la sola passione o il solo talento no basta. Bisogna prepararsi, allenarsi e farlo anche bene.
    Ma ognuno di noi ha il proprio carattere e io non sono un tipo metodico, ne abitudinario. Mi sono sempre “allenato” strada facendo, andando in montagna, prima con cose più semplici e poi mano mano più difficili. Ma senza mai avere un metodo, che non riuscirei comunque a seguire.
    Questo naturalmente ha pregiudicato certi risultati, che potrei invece aver raggiunto, ma va bene così.

  25. 75
    lorenzo merlo says:

    Se ci si muove senza essere in relazione con l’ambiente e con noi stessi, il rischio di credere che i nostri interlocutori siano ciò che noi crediamo di loro si alza. E il banco tende, con sorpresa, a saltare.
    Diversamente non salta mai, in quanto ne vivremo la piena responsabilità. Ovvero ne faremo ricchezza. Non tanto e non solo sulla montagna, quanto su noi stessi. Sulla nostra tendenza a non vedere la creazione di realtà che mettiamo in atto. Scambiandola per realtà oggettiva.

  26. 74
    Roberto Pasini says:

    Crovella. Carlo, sei uno snob razzista anche se non abiti a Pino torinese come certe conoscenze. Poveri cannibali. Anche loro figli della Terra hanno qualcosa da dire, ad esempio sul sapore delle varie parti del corpo umano. Chi non ama il cannibale non ama Gesu’! Cerea. 😎

  27. 73
    Roberto Pasini says:

    Alberto, non ti conosco ma quello che leggo tu mi sembri il prototipo dell’amatore professionale. Non avrai pianificato in modo formale magari con l’aiuto di un coach ma sei stato e sei sistematico nell’approccio così mi sembra. Bruno voleva fare certi risultati e nei suoi libri racconta i motivi di riscatto che risalgono alla sua infanzia, così come racconta perché ha deciso di non morire sull’Everest quando ha rinunciato a 400 metri dalla cima quando cercava di fare il record. Però è diverso, per fare certe cose prima si arrangiato da solo ma poi a capito che non bastava si è fatto aiutare per essere più rigoroso ancora nella preparazione, pur rimanendo sostanzialmente un dilettante che ha solo arrotondato con i premi modesti, le conferenze e i libri. 

  28. 72
    Antonio Arioti says:

    70) Se il banco è la montagna è più facile che saltino i giocatori 😉
    Comunque chiaro il concetto.

  29. 71
    Alberto Benassi says:

    . In tutta la sua vita atletica ha sempre applicato tecniche rigorose di allenamento e pianificazione dei risultati

    io non ho mai pianificato. Per questo non sono un professionista. Ho capito.

  30. 70
    lorenzo merlo says:

    E quando le etichette fanno il reale, il banco prima o poi salta.

  31. 69
    Carlo Crovella says:

    Quelli che io definisco i professionisti top player non sono pagati un tanto all’ora ma certamente ricavano dal loro saper andare in montagna degli introiti o in termini di sponsorizzazioni o per vie indirette come vendita di libri, comparsate in TV ecc. Nulla da eccepire, trattasi di attività assolutamente legittima e anzi intrigante. Diversa però da quella base delle guide, in particolare da quelle guide che  portano su e giù ampie  comitive (magari su vie normali, tipo ai 4000) a fronte parcella. Anche quest’ultima è attività assolutamente legittima e ammirevole. Segnalo solo che si tratta di due tipologie di professionisti molto diversi gli uni dagli altri. Interessante recepire l’opinione di entrambi, perché su certi temi possono essere non dico in contrasto ma su piani differenti.
     
    L’opinione dei cannibali io penso che invece non porti particolare valore aggiunto, per definizione non “inquadrano” alla perfezione le tematiche della montagna (sennò non sarebbero cannibali).
     
    Il discorso non è così slegato dal tema dell’articolo, anzi. Alcuni incidenti accadono anche ai professionisti, anche per i motivi che ho illustrato stamattina. A prima vista parrebbe paradossale, come se Ronaldo sbagliasse tutti i passaggi in una partita. Ma la montagna non perdona, è spietata (o insensibile o antidemocratica, sono solo diversi aggettivi per indicare la stessa cosa) e non si intenerisce ovvero non tiene conto se sei un professionista di grido né se sei un padre con figli che aspettano a casa ecc ecc ecc.
     
    “La montagna è severa”, così insegno agli allievi e in quella frase ci sta tutta una particolare filosofia, che poi si sia professionisti o amatori poco importa.

  32. 68
    Roberto Pasini says:

    Arioti. Antonio sono assolutamente d’accordo sull’amatore professionale o professinista e sulle sue prestazioni che possono essere notevoli. Cio’ che fa la differenza rispetto all’amatore normale e’ l’applicazione di quella che viene chiamata in gergo “pratica disciplinata” cioè un insieme sistematico di allenamento, pianificazione, analisi della prestazione. Si diverte ma in modo sistematico e organizzato. Ad esempio nella corsa in montagna Bruno Brunod,che conosco personalmente, non è mai vissuto dei proventi dei suoi record. Ha sempre lavorato con i suoi fratelli nella loro impresa edile ed è uno straordinario artigiano delle costruzioni di pietra autoportanti che mi ha sempre mostrato con grande orgoglio, pari ai suoi record. Non è Killian Jordan. Eppure ha fatto cose straordinarie. In tutta la sua vita atletica ha sempre applicato tecniche rigorose di allenamento e pianificazione dei risultati, magari andando a correre di notte dopo il lavoro sullo Zerbion o alle Cime bianche per rispettare gli obiettivi che si era dato: un amatore professionale top player? Le etichette fanno fatica a contenere la complessità del reale. 

  33. 67
    Antonio Arioti says:

     
    Mi associo ad alcuni degli ultimi commenti sebbene l’oggetto dell’articolo sia un altro.
    Focalizzarsi su termini come alpinismo e alpinista (colui che pratica l’alpinismo) può risultare fuorviante. Sarebbe fra l’altro interessante risalire all’origine del termine “alpinismo” ma personalmente non ne ho trovato traccia anche se presumo sia stato coniato nel XIX secolo.
    Dico che può essere fuorviante perché l’alpinismo non è una professione in senso stretto, non è prevista dal Codice civile, da leggi speciali e nemmeno dalla normativa fiscale. L’alpinismo non ha un codice ATECO e pertanto non può essere definito alpinista solamente colui che lo pratica con continuità e prevalenza.
    Le Guide alpine praticano l’alpinismo, mi pare ovvio, ma percepiscono un compenso per l’attività di guida, la quale può estrinsecarsi anche nell’accompagnamento di clienti su percorsi non alpinistici. C’è qualcuno che viene pagato, a tempo o a cottimo, solo ed esclusivamente per scalare le montagne? Credo di no a meno che non mi sia perso qualcosa. I guadagni dell’alpinista, oltre ai compensi per l’eventuale attività di guida, derivano da sponsorizzazioni, libri, articoli di giornale, conferenze, forse interviste, filmati, ecc..
    Ciò detto trovo il ragionamento di Marcello interessante ancorché non esaustivo ma mi pare che lui stesso tenga a precisare che si tratta di un suo modo di essere e di vedere le cose, non necessariamente estendibile e condivisibile.
    Il problema, alla fine dei giochi, ricade sempre sul singolo e sull’esperienza maturata sul campo la quale, per evidenti ragioni, risulta superiore in chi pratica a tempo pieno e con obiettivi ben precisi.
    Attenzione però a ritenere l’amatore un semplice comprimario perché esiste una professionalità oggettiva ed una soggettiva. Ci sono persone che, seppure a livello amatoriale e quindi senza scopo di lucro, si comportano con grande professionalità. La passione, se ben incanalata, può dar vita a risultati di grande rilievo sia a livello personale sia nell’ambito della società in cui si opera.

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  34. 66
    Roberto Pasini says:

    Insomma mi sembra emergano cinque figure per gli amanti delle etichette, i Big Five dei parchi in Sudafrica che il ranger ti far vedere ad ogni costo per contratto:  il professionista top player retribuito, il professionista retribuito, l’amatore professionale, l’amatore occasionale, il cannibale. Sarebbe bello che qualcuno che sa disegnare ne facesse dei personaggi da fumetto, come piace a Di Natale. C’è spazio per tutti e diritto di parola per tutti. Anzi io vedo poco presenti i cannibali, salvo sporadiche incursioni, e lo trovo disdicevole per il blog. Forza facciamoci, sotto, magari inventando dei personaggi, come fanno gli sceneggiatori nelle fiction. 

  35. 65
    Matteo says:

    Certo Roberto, sono d’accordo. La mia non intendeva essere una tirata contro chi vive di montagna, quanto confutare l’affermazione che solo chi vive di montagna è alpinista, che ritengo falsa e fuorviante.
    Esattamente come rifiuto l’affermazione che è alpinista solo chi ritiene la montagna marginale nella sua esistenza ed è prudente fino all’eccesso.
    In realtà non saprei proprio come poter definire positivamente un alpinista, ma le due succitate affermazioni mi paiono esattamente duali e sbagliate. E mi pare siano usate come giustificazione per le proprie posizioni aprioristiche riguardo agli incidenti (sintetizzabili in “hanno sbagliato” e “sono stati imprudenti” o “se deve capitare capita e un alpinista lo sa e lo accetta”)
     
    Tutto sommato per me l’alpinismo ha più a che fare con l’amore e come tale la tecnica, la prudenza, la frequenza e i risultati (benché tutti importanti) non lo definiscono per nulla.
    Come non definiscono l’amore, in qualunque declinazione (sessuale, genitoriale, sociale)
    In questo senso capisco e apprezzo molto il pezzo di Luca Calvi
    “Possano nevi e ghiaccio esservi leggeri e accogliervi, facendovi diventare tutt’uno con il Bello che stavate cercando.”

  36. 64
    Carlo Crovella says:

    Se di montagna fossero competenti solo i professionisti (sia guide sia chi dedica la propria vita alla montagna), taglieremmo fuori la quasi totalità degli accademici (CAAI) e tutti gli istruttori titolati, nelle diverse discipline, più tutti quelli che non sono neppure iscritti al CAI e ciò nonostante “sanno” andare. Praticamente su questo sito potrebbero scrivere solo Gogna e Cominetti. Nessuno degli altri, neppure Manera (mi permetto di citarlo perché ci conosciamo da anni), il che è evidentemente tesi infondata all’atto pratico. Andar in montagna è cosa diversa dalla performance esasperata dei top player in altri sport, stile rallisti o piloti di F1. Tra l’altro molti giornalisti sportivi sono passati alla storia per la loro competenza (Gianni Brera, Gianni Mura, Bruno Bernardi… ma l’elenco sarebbe infinito) senza aver mai dato un calcio al pallone né un colpo di pedale di bicicletta. In montagna è un po’ diverso, una certa esperienza diretta è in ogni caso richiesta, ma non si può sostenere che la “competenza” (e quindi l’annesso diritto ad esprimersi) sia riservata solo a chi ha dedicato la sua esistenza alla montagna. Conosco fior di alpinisti, capaci e competenti, che hanno dedicato solo il loro tempo libero alla montagna e magari neppure tutto il loro tempo libero, perché lo hanno diviso fra mille impegni, responsabilità e interessi vari. In ogni caso non mi pare che la “linea editoriale”  di Gogna sia indirizzata in questo modo, altrimenti avrebbe impostato il sito completamente diverso: un sito di professionisti, destinato esclusivamente ai professionisti. E non è così.
     
    A parte tutto ciò, in parallelo al principio precedente, da tempo io sono convinto che  i professionisti (intesi non come le guide che portano i clienti pingui sui 4000 per le vie normali, ma i top player, che possono essere guide ma anche non) paradossalmente sono spesso più vicini (rispetto ai non professionisti) al “rischio fatale” perché sono stritolati da un meccanismo impietoso: in sede di performance “devono” fare qualcosa di eclatante (il K2 in inverno, lo Sperone Mummery al Nanga Parbat addirittura in prima assoluta e invernale ecc ecc ecc) perché, se fanno una cosa magari tecnicamente difficile ma non eclatante sul piano mediatico, scontentano gli sponsor… e gli sponsor non li considerano più (e addio dindini). Se invece sono in fase di allenamento, i professionisti “devono” uscire lo stesso, anche quando le condizioni della montagna suggerirebbero di stare a casa, perché non possono derogare dalle tabelle di allenamenti ecc ecc ecc. In più i professionisti top player sono oggettivamente “forti” e questo li porta ad accentuare il cosiddetto meccanismo di overconfidence.
     
    Invece se in un certo giorno un “amatore” se ne sta a casa, perché “sente” che la montagna non vuole che ci si vada, non ha nessun danno, non perde denaro, nessuno sponsor si lagna con lui… Ci ho pensato su e ho deciso di utilizzare  il termine “amatori”, inteso all’anglosassone (sportsmen), perché “dilettanti” non mi piace in quanto insinua qualcosa di negativo, un approccio dilettantesco, superficiale e propenso all’errore. Ho già detto che anche fra gli alpinisti “amatori” ci sono quelli che “sanno” andare in montagna e non necessariamente son o solo dei settimogradisti.
    In conclusione ritengo che sia molto più interessante sentire l’opinione degli “amatori”, o quanto meno anche la loro opinione, perché l’opinione dei soli professionisti top player è inquinata da meccanismi molto particolari, come quello  che ho descritto sopra (chissà quanti altri). Buona giornata!

  37. 63
    Alberto Benassi says:

    andare in montagna, fare alpinismo per me è un fatto di primaria importanza. Ci vado interrottamente da quando avevo 16 anni e adesso ne ho 61.  Senza dubbio è l’attività che ha condizionato gran parte della mia vita. Questa attività  però l’ho sempre intesa come  un divertimento e non un lavoro. Insomma mi ci sono sfamato di bisogni interiori ma non di fame fisica.
    Ho sempre inteso andarci perchè ne ho voglia, perchè mi diverte, perchè sono ispirato e non perchè sono obbligato da un contratto di lavoro, dalla necessità di pagare le bollette.
    Con tutto il rispetto per chi ha fatto la scelta di far evolvere  la sua passione in lavoro, (per tanti è il massimo) ho sempre pensato che fare questo passo, avrebbe sciupato la mia passione, il gusto di andare in montagna per il vero motivo: il  divertimento.
    Questa continuità di anni e anni mi trasforma in un professionista? Non credo, non mi sento un professionista, non voglio esserlo,  ma solo un grande appassionato che nel fare questa attività si sente bene.
    Detto questo bisogna  anche riconoscere che nella vita ci sono tante altre attività di cui godere. La vita non è fatta solo di alpinismo.  Vederne solo una ti potrebbe creare dei paraocchi, limitarti la conoscenza, trasformarti in  un fanatico o in un drogato di cime che quando gli mancano si sente male.
    Si può essere drogati anche di solo lavoro.
    Ma è anche vero che in fondo ognuno di noi è quello che è.

  38. 62
    Roberto Pasini says:

    Matteo, sono questioni “nominalistiche” che personalmente non trovo così interessanti. Converrai tuttavia che esistono differenze tra chi esercita un’attività a tempo quasi pieno e con investimento primario di energia e motivazione e tra chi lo fa saltuariamente. Da giovane, studiando il tedesco, ero un ammiratore di Thomas Mann. Nel Tonio Kroger ha scritto parole definitive sul tema. Poi come campa adattandosi alle situazioni locali e storiche (vedi esempi corretti di Albert) è un’altra faccenda. Che i soldi influenzino la prestazioni e’ vero. Un amico scrittore professionista di montagna mi ha raccontato che tutti gli editori oggi chiedono “cognettate”, anzi quasi ti obbligano a scriverne una se vuoi pubblicare anche altro, questo non significa però automaticamente un cattivo prodotto e sto aspettando con ansia il suo ultimo lavoro. Pensa ai pittori professionisti costretti a dipengere soggetti sacri perché dovevano venderli ai loro clienti per campare. Hanno fatto la storia dell’arte. Poi sicuramente ci sono anche tante cose mediocri e convenzionali, a puro scopo alimentare, nel patrimonio accumulato nelle nostre chiese e un occhio attento e addestrato le può riconoscere.

  39. 61
    Matteo says:

    Francamente non credo proprio che si possa definire alpinista solo chi ha incentrato la sua vita sulla montagna e tantomeno solo chi viva di montagna. Anzi, mi pare che l’esistenza di un interesse materiale (cavarci da vivere) possa talora “inquinare” l’alpinismo, producendo effetti negativi. Ovviamente, e per fortuna, non necessariamente e non sempre!
     

  40. 60
    albert says:

    Mi chiedo: esistono veramente “professionisti” della montagna che nella vita fanno solo quello?Tra quelli che ho conosciuto..oltre a “Guida  alpina”.. spesso pure “Maestro di sci”..e anche qualcosa d’altro.Scultore in legno, pittore , piastrellista, muratore… cogestore con famigliari  di un qualche negozio di materiali, con alberghetto o rifugio privato,conduttore di battipista, rapppresentante di articoli sportivi o calzature..  e non trascuriamo un posto statale o settore pubblico (poste, corpo militare, insegnante , medico, infermiere , geometra comunale ad esempio )

  41. 59
    Simone Di Natale says:

    Ho sempre provato una sorta di tenerezza per il personaggio di Grunf di Alan Ford….noi..noi..noi..noi..noi

  42. 58
    Roberto Pasini says:

    Cominetti. Non identifico il professionista dell’alpinismo necessariamente con la guida, ma come colui che ha fatto dell’andare in montagna la sua attività prevalente, quella dove ha investito la parte più importante della sua vita, anche se poi magari per pagare le bollette fa qualcosa d’altro, magari come mi pare abbia fatto in gioventù il nostro Gogna, che se non ricordo male da uno dei suoi racconti faceva il venditore per un produttore di articoli per la montagna. Non tutti gli alpinisti professionisti sono guide. Sulla gestione del rischio da parte di professionisti racconto anch’io un aneddoto. In America latina mi è capitato di volare su piccoli aerei a tre/quattro posti per andare in posti strani. Una volta andai al Salto Angel in Venezuela. Il pilota era un pilota militare che arrotondava con questi lavoretti. Venne a prenderci atterrando su una strada abbandonata in mezzo alla Gran Sabana. Quando virò stretto per farci vedere la cascata da vicino i miei pantaloni si riempirono di sudore, ma solo di sudore. Altre volte volando con piloti sicuramente certificati ma di buona volontà, in posti anche più semplici i pantaloni rischiarono di riempirsi di altro. La classe e la professionalità non sono acqua come si suol dire, ognuno nel mondo che ha scelto come primario, senza per questo sminuire gli amatori ai vari livelli.

  43. 57

    Quando parlo dell’essere alpinisti non mi riferisco al fatto di avere fatto diventare la mia passione una professione. E’ indubbio che la pratica e la frequenza da professionista incrementino notevolmente il bagaglio d’esperienza che uno si fa nel tempo, ma è anche vero che ho colleghi che si sono stufati di fare gli alpinisti e fanno quindi solo le guide. Ovviamente costoro limitano il loro campo d’azione professionale ad attività più ricreative che alpinistiche. Non c’è nulla di male, anzi, per molti si tratta di un’evoluzione della professione che è fisiologica. Tutti prima o poi accusiamo l’età e dobbiamo abbassare il tiro, ma è una questione profondamente personale.
    Quando avevo 17 anni, pensavo che avrei fatto il pilota di rally (mi allaccio all’esempio di Pasini). Andavo già in montagna a un discreto livello ma sentivo che i rally avrebbero potuto essere la mia vita. Mi iscrissi a un  corso per copilota che si poteva fare a 17 anni, senza avere la patente, presso la scuderia Grifone di Genova. Il corso era teorico e la sola parte pratica era l’esame finale che consisteva nel sedersi a fianco di un pilota che percorreva una strada di notte (che conoscevo benissimo) lungo la quale io avrei dovuto prendere le “note” e poi dettarle al pilota al ritorno sulla stessa strada. Eravamo su una Ritmo Abarth e il pilota era un certo Maurizio Tabaton che correva nel campionato mondiale con la Lancia. Quando partimmo restai inchiodato al sedile terrorizzato e non presi nota alcuna e pregai tra me e me di uscire vivo da quella situazione. Il pilota se la rideva. Non potevo credere che restassimo in strada a quella velocità. L’esito negativo mi convinse a prendere la “strada” della guida alpina anche se restai appassionato di rally e motori selvaggi.

  44. 56
    Roberto Pasini says:

    In tutte le professioni c’è una differenza notevole tra professionisti e dilettanti. Basta vedere come si muovono anche fisicamente nel loro ambiente. Ovviamente nelle professioni dove la gestione del rischio fisico è una componente importante del mestiere la differenza risulta oltremodo evidente. Siete mai stati in auto su un percorso da rally con un pilota professionista? Questo non significa che non ci siano in giro tante persone che magari dopo anni di esperienza guidano bene. Il resto è un problema di etichette e l’etica generale non c’entra, casomai l’etica specifica della professione. 

  45. 55

    Albert, sai bene che i bollettini forniscono uno dei tanti elementi che informano il frequentatore della montagna, ma non sono una cosa a cui affidarsi ciecamente. Sono appena sceso dal tetto dove ho spalato la neve dai pannelli solari che mi ha detto con la sua consistenza, molto più di ogni bollettino e per la gita di domani mi saranno più utili quelle informazioni del bollettino. Che comunque ora guarderò, perché le informazioni sulla neve non sono mai abbastanza.

  46. 54
    Carlo Crovella says:

    Io sono un dilettante della montagna, cioè per me è un hobby, importantissimo ma collaterale agli interessi Cardini della mia esistenza. I ragionamenti di Cominetti non fanno una grinza, ma se limitatissimo la definizione di “alpinisti” alle sole persone che hanno fatto le sue scelte, restereste in quattro gatti. Per esempio se potessero accedere a questo blog solo gli alpinisti secondo la sua definizione  in certi giorni ci sarebbe solo lui. La maggioranza degli alpinisti o degli appassionati di montagna è composta da “dilettanti”. Dilettanti di nome ma non necessariamente in termini di competenza, anzi. Ci sono dilettanti molto approssinativi e invece dilettanti molto preparati e ideologicamente strutturati. Non è qu9ndo vero che solo i professionisti “capiscono” di montagna. A me in prima persona (e all’ambiente da cui provengo) piace questa ultima impostazione, cipe’ dilettanti che fanno montagna per hobby ma con estrema competenza e preparazione.  Tenendo sempre la passione come una passione “sotto controllo”, cioè che non prende mai il sopravvento sulla nostra capacità razionale, né sul resto della nostra vita (famiglia  lavoro, impegni politici e civili ecc). Rispettiamo chi ha scelto di vivere di montagna (guide e professionisti vari), ma non spingiamo in quella direzione, pur senza essere in conflitto né in polemica con i professionisti, anzi. Siamo invece (io in prima persona) molto critici verso tutti coloro che vanno in montagna alla carlona o per ignoranza (=non conoscenza delle cose) oppure perché dominati dalla passione che diventa una droga e fa “sragionare”. Questo ultimi sono quelli che io chiamo gli squali di montagna. Noi (io in particolare) mettiamo all’indice entrambe queste due categorie, mentre nei confronti di guide e professionisti vari sprimiano un complessivo rispetto, anche se non condividiamo la scelta di vivere solo di montagna o per la montagna. Sono piani di ragionamento molto diversi gli uni dagli altri: è facile confonderli, occorre saperli tenere concettualmente separati. Buona serata a tutti.

  47. 53
    albert says:

    Sogno e liberta’ devono fare i conti col limite.Il guaio e’ che il “limite “non e’ una linea, una situazione che  si taglia netta come un taglio di rasoio.E’ piuttosto una fascia piu’ o meno”larga…   entro un certo ” X “sei salvo, oltre sei dannato.Oppure , per esempio in campo valanghe, esistono teorie con parecchi parametri fisici e dati matematici , formule, ma poi in situazione concreta, chi ha  i numeri da immettere dentro le formule ed avere un responso? si va ad esperienza e si tenta o ci si ritrae…o ci si fida degli enti  che erogano bollettini.

  48. 52

    Sento di intromettermi, ma lo faccio per mettere chiarezza, perché leggo tra le righe di molti dubbi esplicitati come certezze granitiche e quindi “grandi dubbi”.Lungi da me il volermi erigere a modello o nume tutelare, ma certe affermazioni mi tirano per i capelli.Io sono tra quelli che hanno scelto di vivere di montagna in montagna. Questo non significa che non abbia altri interessi, anzi, il mio problema è quello di non avere mai abbastanza tempo da dedicargliene. Con questo voglio dire che ogni più piccolo dettaglio della mia vita è scandito comunque dalla montagna. Per prendere appuntamento dal dentista, per esempio perché l’ho dovuto fare in questi giorni, considero temperatura della neve, vento, precipitazioni, meteo, ecc. e cerco di dare una disponibilità che però può essere modificata in ogni momento. Il dentista ha un calendario su cui segna gli appuntamenti in maniera precisa, ma io non posso adattarmi a quel sistema perché se quel giorno è bello e ci sono le condizioni, andrò in montagna, a lavorare (visto che faccio la guida e di quello campo) o per il piacere di farlo, che poi significa anche allenarsi e affinare sempre più i sensi, caratteristiche che ritengo imprescindibili se in montagna ci voglio andare il più possibile. Prima di tutto per il mio personale piacere e poi perché tenendo vivo il mio aspetto selvatico mi sento più adatto a quello che faccio, come alpinista e come guida.
    Il dentista impazzisce (per fortuna ci vado raramente) ma ha scelto di di fare quel lavoro assumendosene ogni risvolto, incluso quello di avere un paziente che vive di natura nella natura e non la può cambiare, com’è ovvio, e quindi decide le sue mosse in base a quello che la natura gli concede di fare. Ogni giorno. Cito ad esempio un fatto accadutomi molti anni fa mentre ero nello studio di un notaio per costituire una società con altre persone. I tempi si allungavano perché il notaio (o chi per lui) non aveva preparato tutte le carte necessarie e io dopo un po’ di attesa mi sono alzato e sono andato a Finale a scalare (eravamo nel centro di Genova) perché ero d’accordo con un amico con cui provavamo una via che ci tenevamo a fare e mi sentivo che era la cosa giusta da fare in quel momento. C’era l’aderenza giusta e la temperatura era perfetta. Il notaio (meno i miei soci perché mi conoscevano) restò sbigottito e dovette darci un altro appuntamento, ma io gli dissi chiaramente che dovevo andare a scalare e che non potevo spostare il mio appuntamento con gli appigli, mentre quello con lui si.Chi non fa così ricade in quella moltitudine che Crovella ci mette davanti costantemente che fa milioni di cose nella vita tra cui anche andare in montagna. Nulla da condannare, ci mancherebbe altro, ma l’alpinismo, almeno per come la vedo e sento io, è tutta un’altra cosa. Quando ho usato il termine di “incompetenti in alpinismo” mi riferivo a tutti coloro i quali vanno in montagna la domenica, anche con risultati eccellenti, ma che praticano la montagna a margine di mille altre cose. Ecco, io penso che un alpinista, per come io lo intendo, debba mettere l’alpinismo al primo posto nella vita (salvo emergenze, ovviamente, ma si tratta di cose temporanee) se vuole garantirsi un esistenza il più a lungo possibile, e già così correrà rischi enormi. Diversamente potrà fare il corso del Cai e ritrovarsi con i colleghi-amici la domenica o nelle vacanze per andare in montagna. Va benissimo.Esempi notevoli, purtroppo perché tristi, ce li danno i fatti di questi giorni al K2 dove una schiera di personaggi si sono schierati per fare una cosa difficilissima sia moralmente che fisicamente. Gli Sherpas sono arrivati in punta semplicemente perché erano i più adatti a farlo. Quasi tutti gli altri erano facenti parte di un mucchio che sperava di trovare una traccia già fatta e corde già messe da altri (gli Sherpas, guardacaso), perché in precedenza quello avevano fatto. In definitiva credo che ognuno si sente alpinista a modo suo ed è giusto che sia così, ma ogni modo non va spacciato come l’unico valido, a meno che non ci sia manifesta inattitudine che metta in pericolo delle vite (e di casi ce ne sono, eccome). Ecco, quelli, secondo me, vanno condannati e frenati, semmai.Nel blog pullulano gli articoli a scopo ambientale in cui in molti ci si accalca a dire la propria ma l’ambiente vissuto dalla città non lo si conosce affatto. Bisogna stare scomodi, perché la natura E’ scomoda per eccellenza.Il gatto sa bene che morirà. Gli animali sono quelli a cui guardare di più per imparare a muoversi nella natura, perché hanno ancora sensi ipersviluppati se raffrontati ai nostri. La tecnologia non può sempre aiutare e la monotematicità del dovere andare sempre è una pessima consigliera. 

  49. 51
    Alberto Benassi says:

    Piuttosto che continuare ‘sto teatrino ridicolo, ora concentriamoci a capire se la pletora dei politici consentirà all’uomo “di sistema” di salvare davvero l’Italia, questo è molto più importante.

    “DI SISTEMA”  finaziario dei banchieri.

  50. 50
    Carlo Crovella says:

    Guarda con me caschi ancora peggio: non mi chiamano muro, mi chiamano panzer, cioè carrarmato… In ogni caso se abbiamo elaborato una visione del genere in 70 anni di ininterrotta attività è chiaro che le posizioni sono “granitiche”, non potrebbe essere diversamente… Sicuramente all’interno del ns ambiente ci sono anche persone molto più malleabili di me, ma (come ho già accennato) io da almeno una 20ina d’anni mi sono dedicato prioritariamente al ruolo di “ideologo” circa l’importanza dell’obiettivo finale etico-esistenziale. Per poter perseguire tale obiettivo finale attraverso l’insegnamento della montagna è però necessario che noi mastichiamo a fondo di montagna.: quindi non posso lasciar passare indenne l’insinuazione che non siamo alpinisti. Utilizza meglio il tuo tempo a fare ricerche su cosa hanno realizzato sia la nostra scuola come istituzione che i singoli a titolo personale e verificherai che non è possibile che non siamo degli “alpinisti”. Se poi la mia posizione ideologica non ti piace, perché mi trovi moralista, “di sistema”, snob e perbenista, questo ci può stare,  ma non penso proprio che modificherò le convinzioni ideologiche consolidate in decenni e decenni di attività sia sul terreno che a livello intellettuale e ideologico. Piuttosto che continuare ‘sto teatrino ridicolo, ora concentriamoci a capire se la pletora dei politici consentirà all’uomo “di sistema” di salvare davvero l’Italia, questo è molto più importante.

  51. 49
    Matteo says:

    Non conosco né riconosco “noi” di sorta.
    Mi spiace non poter inserire file, ma forse puoi guardare qui:
    https://64.media.tumblr.com/243d9ee221fac6faa4303d183d5cdaaa/tumblr_muod36hBC41rd5karo1_1280.gifv

  52. 48
    Carlo Crovella says:

    Per “marginalità della montagna” intendo dire che nessuno di noi ha scelto di vivere di montagna e per la montagna. E coerentemente questo insegniamo come impostazione di fondo (mi ricollego ad un dibattito di qualche giorno fa, probabilmente ti è sfuggito). A prescindere da ciò, ritengo tuttavia che mastichiamo a dovere la montagna e stupisce che tu non te ne renda conto da solo: non esisteremmo da 70 anni come istituzione e non avremmo l’attività che abbiamo anche a titolo personale, se non fosse così. E’ quindi completamente sbagliato pensare al nostro ambiente come un gruppo di bagnanti della domenica. Tuttavia, nonostante la consolidata conoscenza di montagna e di montagne che abbiamo, l’obiettivo della nostra attività didattica non è quello di insegnare a mettere la montagna al centro delle proprie esistenze: la insegnamo con precisione e grande capacità, però sempre sul presupposto che la montagna deve restare un hobby, importante e coltivato con serietà e dedizione, ma senza quell’approccio spasmodico che lo rende simile a una droga. Questa la sintesi della posizione storica, in cui peraltro io mi riconosco pienamente e che vado diffondendo da decenni. Spero di aver chiarito definitivamente il concetto. Se ti piace un approccio diverso, addirittura opposto, è tuo diritto perseguirlo. Dal canto mio, schierandomi esplicitamente su certe posizioni molto definite, inevitabilmente stigmatizzo quelle opposte, specie quelle che tendo a segnalare ai mie allievi come “errori ideologici di fondo”. Dico queste cose da almeno 30 o forse addirittura 40 anni, non penso che sia realistico aspettarsi modifiche in base a un dibattito su internet, non credi? Penso anzi che il tema puntuale sia stato sufficientemente sviscerato e che il tuo incaponirti sia più sbagliato delle mie (presunte) posizioni di rigido moralismo etico-comportamentale. Alla prossima. Ciao!

  53. 47
    Matteo says:

    Carlo, non so se tu ti leggi e ti capisci, ma affermare la “marginalità della montagna nella propria esistenza” non c’entra nulla ed anzi è quasi antitetico con “l’insegnare i valori etico-esistenziali dell’andare in montagna”
    Io non ho sparato su nessun torinese, su nessun sucaino, su nessuna scuola in quanto tali, ma ho scritto che chi ritiene la montagna marginale non è e non sarà mai un alpinista. Cosa che mi pare ovvia: io ritengo la lirica assolutamente marginale nella mia vita e non mi pretendo di definirmi melomane.
    Anzi, per la precisione, io non ho mai usato la parola “voi” a te tanto cara per poter dare consistenza a un “noi” che ti definisce e in base al quale pretendi di giudicare gli “altri”, quelli affetti da “esaltazione aprioristica della “libertà”” e incarnanti  “la spasmodica espressione di libertà individuale dell’andare in montagna”
    Evidentemente io devo conoscere approfonditamente, mentre tu non ne hai bisogno.

  54. 46
    Carlo Crovella says:

    Ognuno la fa a suo modo, la divulgazione dell’alpinismo (inteso come andare in montagna). A te piace il modo che hai descritto ed è giusto che tu lo faccia così. Ma sbagli a ipotizzare che “alpimnismo” sia solo quello. In particolare sbagli non sparare sugli altri definendoli dei bagnanti della domenica, senza averli conosciuti approfonditamente. E’ antipatico (specie per noi torinesi, molto riservati) fare dei nomi e quindi non li faccio, ma se li facessi ti accorgeresti che molto nomi di rilievo anche dell’arrampicata (e non solo dello scialpinismo) sono usciti o quanto meno sono transitati nel nostro ambiente. Non parliamo poi dell’alpinismo inteso come via in quota. Abbiamo un’attività di tutto rispetto. Un paio di noi hanno addirittura fatto il Pilone Centrale, ovviamente in uscite privata e non in gita con i 200 della Scuola. Quindi prima di darci dei bagnanti “incompetenti di alpinismo” state tutti molto accorti, rischiate figure ridicole. Nonostante questa nostra attività molto intesta a 360 gradi (uscite istituzionali e private, con sci e senza sci, in quota e in falesia…) l’impostazione che a noi piace è quella di utilizzare l’insegnamento alla montagna come il vettore per insegnare valori etico-esistenziali che vanno oltre l’andar in montagna in senso stretto. Ciao!

  55. 45
    Matteo says:

    Non parlo di me né, tantomeno, delle  mie imprese di spessore o meno (spessore molto sottile, d’altronde), né pongo me o le mie convinzioni come metro dell’universo mondo. Anche perché facendolo si prende regolarmente la vacca per le balle.
    “Lo racconto per sottolineare che apparteniamo a mondi diversi, ecco perché non ci capiamo: provate a immedesimarvi nel ricevere un suggerimento del genere, vi verrebbe l’orticaria…”
    Non so a che mondo appartenga tu e nemmeno a quale tu pensi io appartenga, ma la convinzione espressa nell’ultima frase è assolutamente campata in aria, per quel che mi riguarda. 
    Oltre ad avere un curriculum personale di rinunce e ritirate imbattibile, io non ho mai avuto bisogno di rinunciare ad andare per stare con le figlie: semplicemente me le sono portate dietro.
    Adesso iniziano ad andare da sole (e io spero che domani saranno loro a portare me!)
    Senza giudizi, dichiarazioni di superiorità morale, autoincensamenti  o  autoglorificazioni (ma nemmeno autoindulgenze o autoassoluzioni) camminando, arrampicando, scoprendo e vivendo  la montagna.
    Credo di aver fatto e divulgato alpinismo.

  56. 44

    Bisogna sapere quando e come andarci, non andarci e basta.
    Approvo al 200%. (alla faccia di chi spesso mi contrappone a Crovella incluso lui stesso). Anzi, quando sono le condizioni della montagna a farti capire che è meglio non andare, bisogna approfittarne per fare dell’altro. 
    Il problema si pone a chi non ha altri interessi (ne conosco tanti) che la montagna, situazione in fondo triste e arida ma purtroppo assai frequente.

  57. 43
    Alberto Benassi says:

    Per Pasini al commento 25, per citare un detto in uso nello spezzino si indica una situazione precaria con: “dura come un gatto sull’Aurelia “.

    non si dice solo nello spezzino.
    un gatto sull’ Aurelia fa la fine di “una lumaa treppia”

  58. 42
    Carlo Crovella says:

    @39 credo tu dica così perché non hai conoscenza diretta delle mia persona né del nostro ambiente (potresti però leggere l’articolo di lunedì scorso). Ti assicuro che portare 200 persona in gita su terreno innevato (e quindi potenzialmente valangoso ad ogni metro) non è roba da “bagnanti della domenica”, ma consente di costruirsi una capacità di saper andare in montagna molto accentuata. E di roba impegnativa ne abbiamo fatta a bizzeffe, anche itinerari mai percorsi in precedenza (sempre con numeri di rilievo). L’esperienza collettiva si è trasfusa in un libro di itinerari (Dalle Marittime al Vallese) che resta a tutt’oggi una delle pietre miliari (non l’unica, ma una delle di quelle di rilievo). Stame bin!

  59. 41

    Per Pasini al commento 25, per citare un detto in uso nello spezzino si indica una situazione precaria con: “dura come un gatto sull’Aurelia “.

  60. 40
    Carlo Crovella says:

    Rubo qualche riga per raccontare un piccolo aneddoto, molto significativo.
     
    Normalmente al saboto pomeriggio/sera ricevo 2-3 di telefonate, da parte di gente del nostro giro (ex allievi, istruttori più giovani, ecc) per sondare la mia opinione sulle gite (private) fattibili l’indomani. E’ tutta gente che sa muoversi da bene a molto bene in montagna, anzi alcuni di loro, non fosse altro che per ragioni anagrafiche, vanno decisamente più forte di me in questo periodo. Però, a rotazione (quindi non sono sempre gli stessi che mi interpellano) mi chiedono il parere perché sanno che io conosco l’arco alpino nordoccidentale palmo a palmo (compresi lati francesi e svizzeri) e spesso suggerisco delle “chicche”, cioè delle gite un po’ inconsuete e normalmente in condizione in quel momento.
     
    Tutto ciò premesso, anche sabato scorso ho ricevuto un paio di queste telefonate e ho suggerito di stare a casa, che non ne valeva la pena (meteo problematico, gran vento, neve complessivamente bruttina e rischi diffusi). In particolare a un conoscente, di cui so che la moglie non ama le sue uscite in montagna lasciandola sola a casa con tre marmocchi indemoniati, ho detto: “ascolta me, domani stai con la famiglia e tienti la libera uscita per quando merita.” Non so cosa abbia deciso il giorno dopo, ma non è questo il motivo per cui racconto l’aneddoto. Lo racconto per sottolineare che apparteniamo a mondi diversi, ecco perché non ci capiamo: provate a immedesimarvi nel ricevere un suggerimento del genere, vi verrebbe l’orticaria…
    Perché ne parlo qui in questo specifico dibattito? Perché è un corollario diretto della mia convinzione che la montagna sia spietata (o insensibile o antidemocratica, come piace a voi). Bisogna sapere quando e come andarci, non andarci e basta. E spesso nella scelta a tavolino entrano valori esistenziali che poco hanno a che fare con la montagna in senso stretto.
     
    Sono decenni che, fra i tanti risvolti del tema “montagna”, porto avanti una campagna di sensibilizzazione sul saper andarci quando ha senso e non a manetta purché si vada… (ciò nonostante di “cose” in montagna ne ho fatte e anche di spessore…). Sul piano ideologico stigmatizzo, quindi, tutti quelli che sono rosi dalla “passione bruciante”, come se fossero dei drogati. Si tratterà di posizioni “estreme” (statisticamente estreme), come precisa Pasini, ma nella mia funzione didattica ritengo che debba rientrare anche l’insegnamento ideologico ed etico. Anzi l’ho messo in prima fila. Sono sempre stato impostato così (anche a 25-30 anni), ma in questa fase della mia vita mi interessa di più svolgere questo ruolo didascalico (sul piano etico-morale) che insegnare la singola manovrina, come legarsi, come usare l’ARTVA, come fare il dietro-front ecc ecc ecc. Queste cose le lascio con piacere agli istruttori giovani, volenterosi e a volte più aggiornati di me sull’ultimo nodino diffuso dalla Commissione Centrale.
     
    Di recente ho pubblicato (sul sito di un Cai torinese) un articolo sul tema dei personaggi  “rosi” dalla passione che diventa una droga. Non è un caso che nel giro torinese abbia riscosso un certo apprezzamento. Probabilmente a Torino siamo molto “di sistema”. Non ci sono esclusivamente individui di sistema (anzi Torinop è un laboratorio, non solo sui temi di montagna…), ma sono molto diffusi quelli di sistema. Però, tanto per fare un collegamento con la realtà politica di questi giorni, se è necessario chiamare un uomo “di sistema” per salvare il Paese, significa che essere di sistema è un valore, non una cosa di cui vergognarsi. Nel mio ruolo didattico insegno valori “di sistema”: significa che lavoro per evitare che gli allievi finiscano sugli estremi delle curve statistiche, come osserva Pasini. Occorre intervenire quando le personalità sono giovani, quindi ancora malleabili (difficile correggere un 35 enne su questi temi): ecco perché mi piace moltissimo lavorare sui giovani/giovanissimi.
    Sono decenni che lavoro in tal senso e, come ho raccontato ieri, non ho mai ricevuto rimproveri, ma anzi gratitudine e ringraziamenti. Significa che è una funzione didattica che ha un valore “etico”. Buona giornata a tutti (io mi ributto a seguire l’evoluzione politica…)

  61. 39
    Matteo says:

    Singolare e sintomatica l’avversione di Crovella per le “sfrenate libertà individuali” da contrapporre a “maturità”, “ampia capacità di autocontenersi” e “prudenza portata all’eccesso”.
    A me pare che chi parla di “marginalità della montagna nella propria esistenza” è indistinguibile da quel 90% di bagnanti per cui il mare è tutto e si immergono non più di un paio di volte al giorno al massimo fino alla vita (e pretendono l’hotel con la piscina).
    Quanto di più distante dall’alpinismo o da un marinaio

  62. 38
    piero_po says:

    Per ritornare alla natura  e alla sua scarsa attitudine  al dibattito  riguardo la democrazia, e  non solo informarsi cosa  sta succedendo in questi giorni a Perarolo di Cadore e cosa   potrebbe  succedere  alla  sottostante Belluno

  63. 37
    Alberto says:

    Solo un pensiero vorrei condividere con voi.
    Ho avuto modo di conoscere personalmente e di frequentare Cala Cimenti, nella sua Pragelato.
    Una persona sempre sorridente, disponibile ed estroversa, che lo scorso anno ha combattuto con pazienza, ma determinazione, l’attacco del virus che ancora oggi attanaglia menti e corpi dei popoli del mondo. 
    Ha resistito alla frustrazione di continui tamponi positivi, anche dopo che i sintomi gravi lo avevano abbandonato, e superata quella fatalità, si è inchinato di fronte alla grande passione della sua vita: la sfida con i monti e lì ha ceduto al suo destino.  Ma ora è pienamente libero, come non è possibile ormai vivere qui tra i mortali.
    Ora ha raggiunto altri arditi, che hanno consegnato le proprie salite alla montagna, come l’avo mai rinvenuto, Toni di Tuni, Antonio Castagneri.  
    A lui va il mio pensiero e il mio commosso ricordo.
    A Cala.
    Alberto Castagneri

  64. 36
    Roberto Pasini says:

    Crovella. È un discorso che ritorna sempre allo stesso punto. Perché polarizzi libertà/disciplina e egoismo/responsabilità? Si tratta di una scala (in un questionario sugli orientamenti personali si definirebbe un “differenziale semantico”). Ci sono certamente persone che si collocano ai due estremi, ma sono minoranze. Nella mia esperienza, la maggior parte delle persone oscilla intorno ai valori centrali, in funzione anche delle fasi del ciclo di vita e delle circostanze. Ognuno trova nel tempo un suo equilibrio, ma è un equilibrio dinamico, non statico e definitivo. A volte può anche essere una coesistenza in aree diverse. Conosco ottimi padri e pessimi mariti ad esempio. Perché farne due partiti contrapposti ? È una semplificazione  retorica di una realtà complessa. La ricerca dell’equilibrio è sicuramente faticosa e dura tutta la vita, ma pure il rigido arroccamento  su uno dei due estremi non scherza come prezzo da pagare. Anche perché ciò che si scaccia dalla porta (blindata) poi ritorna dalla finestra, e non è detto che ritorni nelle forme più educate, evolute e gestibili in modo socialmente accettabile. 

  65. 35
    Giuseppe Balsamo says:

    Bianchi o neri, belli o brutti, alti o bassi, istruiti o incolti, esperti o impreparati: tutti trattati allo stesso modo.
     
    Sarà anche non democratica nell’aver stabilito le sue leggi (classiche o quantistiche che si vogliano 🙂 ), ma nell’applicarle la Natura è il giudice più imparziale che si possa pensare.
     
    E non mi pare poco.
     
    P.S. Le medesime leggi vengono egualmente applicate sia agli uomini che agli (altri) animali, ma forse questi ultimi sono più propensi ad accettarle (e a rispettarle) che molti di noi.

  66. 34
    roberto bozzo says:

    Diverse volte ho incontrato maremmani in Appennino ligure di levante, ogni volta rimango incantato dalla loro evidente dedizione alla consegna ricevuta

  67. 33
    Roberto Pasini says:

    Grazie Piero_po dell’indicazione bibliografica. Non conoscevo l’autore e il libro. Lo leggerò. Per ora ho dato un’occhiata ai bigini in rete. Mi piace molto l’idea che forse se guardassimo gli animali non proiettando noi su di loro, ma noi come animali, alias essere viventi, parte della natura, ancorché discretamente evoluti, potremmo comprendere meglio alcune cose, compreso forse ciò che ci spinge in certi luoghi rischiando la vita. Tra un bicchierino e l’altro e un “ Mi sun alpin e me piase il vin” mi permetto di segnalarti (se come me sei curioso degli animali e mi pare tu lo sia) un libro bellissimo di un etologo americano, Carl Safina, “Beyond Words: what animal think and feel”. (2015). C’è un capitolo sugli elefanti e in particolare sugli elefanti e la morte che mi ha fatto molto riflettere. Se fossi bravo a raccontare, ma purtroppo non lo sono, racconterei dei miei incontri con i maremmani antilupo correndo in Appennino e di cosa ho imparato su di me, sulla paura, sulla diffidenza, sui pregiudizi, sulla comunicazione e sull’istinto a Servire e Proteggere (To Serve and Protect come sulle auto della polizia in certi stati USA). Skol (non so come mettere la dieresi).

  68. 32
    Carlo Crovella says:

    Scusate, ma la realtà politica (consultazioni) mi ha preso molto più dei dibattiti. Mi pare che definire spietata o indifferente la natura sia la stessa cosa: non ha sentimenti, non ha quindi particolari riguardi verso tizio o caio, questo è il punto. Attenzione però a non costruite (specie negli interventi altrui) dei collegamenti bidirezionali con incidenti specifici. Le mie riflessioni valgono a prescindere dai singoli episodi di cronaca, quindi in modo trasversale fra valanghe, K2, alpinismo, cascate ecc ecc ecc. Qualcuno mi ha chiesto poi di rispiegare un concetto (che, tra l’altro, a me pare autoesplicativo). Il succo è: a differenza di quello chs si da’ per scontato, sono tantissimi quelli che non approvano la spasmodica espressione di libertà individuale collegata all’andar in montagna. Solo che tali individui non frequentano siti come questo (o, se lo leggono, non amano lasciare traccia del loro pensiero). Ho la sensazione che molti di voi diano per scontato che non ci sono “altri” modi di andare in montagna (se non quello in cui vi riconoscete, appunto di dare la stura alle liberta’ individuali), e, non trovando tracce antitetiche nei commenti, danno per scontato che siano solo due gatti quelli che la pensano come me. Mi affrettano a precisarti chd non è così: sono tantissimi quelli che vedono nella montagna un terreno da affrontare con maturità e ampia capacità di autocontenersi, in nome della prudenza portata all’eccesso e della marginalità della montagna nella loro esistenza. Chi la pensa così trova inconcepibile l’esposizione al rischio della visione alternativa, quella che più vi infiamma. Non sono pochi quelli come me, anzi sono tantissimi, solo che, ad eccezione del sottoscritto, non amano lasciare commenti e quindi tale linea ideologica a voi appare esigua, perché non ne verificate molte tracce oggettive. In sintesi esistono due grandi filoni nell’approccio alla montagna: chi, come me, predilige la prevalenza della ragione su cuore e pancia e chi, come la maggioranza di voi, predilige i secondi alla prima. Sono legittime entrambe, ma hanno codici di ragionamento diversi, anzi opposti. È per questo che non ci comprendiamo, o meglio alcuni di voi mi trovano caratterizzato da “non senso”. Il discorso sarebbe lungo e potrebbe   addirittura riempire un libro,  figuriamoci se lo si può adeguatamente contenete in un commento. Mi limito a riportare questo aneddoto. Sono impegnato da oltre 40 anni in attività didattica e avrò avuto centinaia di allievi. Ovviamente nel nostro ambiente esprimiamo la visione In cui ci riconosciamo (prevalenza ragione su cuore e pancia). Ebbene non è mai capitato che qualche ns allievo ci abbia rinfacciato che, per colpa del lavaggio del cervelli che gli avremmo fatto, non ha potuto concretizzare i suoi potenziali, chiuso nella gabbia del “moralismo” dei valori etici (famiglia, lavoro, doveri civici ecc) che limitano inevitabilmente la più ampia libertà di movimento. Questo non è mai successo. Piuttosto capita abbastanza spesso di incontrare in giro ex allievi (a volte di 30 anni fa  a volte di poco tempo fa) o istruttori di generazioni più giovani che esprimono sempre gratitudine e riconoscenza proprio per gli insegnamenti “moralistici” chea molti di voi farebbero venire l’orticaria. Ecco, le due parti della mela hanno codici diversi, addirittura antitetici. Ciò che è male per i fautori della sfrenata libertà individuale, e invece il massimo ideologico di quelli come me. Ma sono entrambi “alpinismi” e hanno dignità di esistere e di potersi esprimere. Buona notte a tutti!

  69. 31
    piero_po says:

    Esatto a riguardo del gatto e  non solo  leggersi la mente silenziosa di Felice Cimatti……eleviamo il bar

  70. 30
    Roberto Pasini says:

    Per Benassi. Lo dici tu che non ha imparato da nessuno. Ha imparato dal suo compagno umano: irruente, graffiante ma prudente. Questo non lo esenta dai rischi (toccati subito Alberto) ma ne è consapevole e se ha voglia di attraversare attraversa, anche se in teoria non sarebbe necessario per procurarsi i croccantini. Ciao.

  71. 29
    Alberto Benassi says:

    Il mio di gatto cammina a bordo strada e se deve attraversare guarda. Nessuno gli ha insegnato.
    Sarà prudente?

  72. 28

    Caro Roberto, siamo sicuri che non lo sa ? Io ho il dubbio che, come gli alpinisti, si sono passati l’informazione nel corso delle generazioni, almeno da metà ottocento, quando hanno cominciato a divertirsi ad attraversare la strada alle carrozze, aggiungendo questa causa di morte ai rischi “naturali” della loro breve vita, ma gatto è gatto, come noi, un po’ esploratore un po’ colono, in proporzione diversa da gatto e gatto. 

  73. 27
    roberto bozzo says:

    Ok Roberto ma sappiamo che il gatto non sa’ che dovrà morire

  74. 26
    Roberto Pasini says:

    PS. Apprendo ora da persone informate dei fatti, che per prevenire gli incidenti da attraversamento si può castrare o sterilizzare il gatto/gatto. Certo così sono più tranquilli e si controllano meglio, ma si divertono meno loro e si diverte meno anche il loro convivente umano che ha molto da imparare dal gatto vero e non quello di pezza e poi se troppo repressi rischiano di graffiare senza alcuna ragione e senza selezionare persone e circostanze.

  75. 25
    Roberto Pasini says:

    Uela’….non si bada a spese qui al Gogna Bar. La teoria delle catastrofi. Addirittura. Roba fine e impegnativa. Io mi accontento di roba più scadente e meno alcolica da bere. Penso che a chi va in montagna succede quello che succede ai gatti in autostrada. Le luci delle auto esercitano un fascino irresistibile e poi la curiosità, dove lo mettiamo il tarlo che logora ogni serio gatto/gatta, anche se domestico e appesantito dai croccantini, cosa ci sarà dall’altra parte della strada? Ogni tanto qualcuno in questo “endevour” , come dicono a Bergamo alta, ci lascia la pelle. È nella natura gattesca. Solo che, a differenza dei gatti, facciamo fatica ad accettare probabilità e casualità e dobbiamo cercare un perché, un senso, un significato, una visione. Gioie dolori di essere primati evoluti. In ogni caso, oltre, alle conosciute e apprese regolette di prevenzione e sicurezza, mai dimenticarsi il famoso cornetto portafortuna, perché le corna, le altre intendo, quelle spettano di diritto, senza far fatica, soprattutto se si sta troppo in giro alla ricerca della ben nota Araba/o Fenice e si trascura la calda e accogliente tana. Anche qui, di nuovo, come succede ai gatti quando scappano. In alto i cuori e le speranze perché ( ministro Speranza o non Speranza) presto torneremo, senza maschera e con libertà di sputacchio, ad attraversare le autostrade senza vincoli e restrizioni.

  76. 24
    Paolo Gallese says:

    Come sempre, Cominetti è un uomo pratico e Crovella pragmatico. 
    Io e Lorenzo si speculava con piacere. 😀

  77. 23

    Le valanghe sono soggette alla forza di gravità e ciò che le ritarda è materia studiata ma ancora con infiniti interrogativi. Benassi dice bene: ci vuole anche culo. E la valanga non sa che sei esperto, famoso, ecc., ecc.L’unica, detta in parole povere, è non trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Più vai e più alto è il rischio, bravo o scarso che tu sia.
    Se giochi spesso alla roulette russa, prima o poi trovi la pallottola. E la montagna resta sempre là, senza pietà come dice giustamente Crovella, e con il suo perenne nonsenso, aggiungo.

  78. 22
    lorenzo merlo says:

    Esatto, convenzione. Nient’altro.
    Eleggere la narrazione di una convenzione a verità è scientismo. Il metodo scientifico non c’entra.
    La gravità descritta dalla fisica classica non è valida nella relatività.
    I fatti dipendono dall’osservatore come dice la fisica quantica.
    Che i fatti non siano olistici non contiene significato.

  79. 21
    piero_po says:

    Leggersi o rileggersi parabole  e catastrofi di Renè Thom e farsi un idea…

  80. 20
    Paolo Gallese says:

    La dimensione olistica la lascio al singolo. La visione scientifica,  non scientista, è un sistema di riconoscimento, una convenzione degli uomini, per interpretare i fenomeni attraverso un metodo condiviso. E i fenomeni non sono olistici: la gravità è un fatto e la valanga cade.

  81. 19
    daniele piccini says:

    Ci sono persone che inseguono sogni, qualche volta si avverano qualche volta no, quando si avverano pensiamo che oltre alle nostre capacità ha contato la  determinazione, la forza di resistere e non mollare, quando non si avverano paghiamo la nostra incapacità a rinunciare perchè non  conosciamo i nostri limiti senza metterci alla prova, comunque paghiamo con il nostro, anche  con la vita. Qualcuno un tempo ha varcato le colonne d’Ercole,  qualcuno con la sua incrollabile logica naviga ancora nel Mediterraneo.

  82. 18
    lorenzo metlo says:

    Va bene. Ma è solo la narrazione della scienza classica. Eleggerla a verità è scientismo. E non va bene. 
     E anche trascendenza non è che una categoria inventata per quanto necessaria entro il linguaggio logico-analitico. 
    Non c’è trascendenza entro la dimensione olistica della realtà. 

  83. 17
    Paolo Gallese says:

    Lorenzo, non è un oggetto. È un sistema dinamico, c’è un’enorme differenza. Ogni fenomeno fisico e chimico tende all’equilibrio, in un modo o nell’altro. Se fosse statico i rischi sarebbero inferiori nell’averci a che fare. Non è sminuire la Natura, è semplicemente, nella sua enorme complessità, quello che è. I momenti caotici sono anch’essi espressione di un equilibrio che il sistema cerca di raggiungere meccanicamente. 
    Dopo questo si può entrare nel trascendente, ma è un altro discorso.

  84. 16
    lorenzo merlo says:

    Pardon Alberto, mi rivolgevo a Paolo.

  85. 15
    Alberto Benassi says:

    Ho detto che è indifferente, come è giusto che sia, perchè non fa differenza tra i suoi esseri   animali, vegetali o minerali che siano. Tutti sullo stesso piano. Siamo noi uomini che ci sentiamo erroneamente più importanti. In realtà difronte alla natura siamo come tutto il resto. Possiamo essere cacciatori ma anche prede.

  86. 14
    lorenzo merlo says:

    emanuele. A me sembra centrale, non marginale.

  87. 13
    lorenzo merlo says:

    Ma come mantiene il suo equilibrio se ne è priva?
    Dare dell’oggetto alla terra è quello che è servito per farne scempio.

  88. 12
    emanuele says:

    Vorrei approfittare della discussione per porre una domanda a margine dell’articolo; leggendo i commenti sui vari incidenti in montagna, il peso e le accuse rivolte verso le vittime è inversamente proporzionale al loro curriculum, come mai? I giudici in questione spesso sono normali appassionati di montagna e credo che siano tutti schemi mentali per proteggersi e allontanare l’idea che un incidente possa capitare a chiunque.

  89. 11
    Paolo Gallese says:

    Lorenzo, senza coscienza perché è un sistema fisico e chimico. Non è senziente. È un insieme di fenomeni e corpi. Tende all’equilibrio quindi si muove.

  90. 10
    lorenzo merlo says:

    Qualunque risposta contemplata potrebbe non rientrare tra quelle che al mometo giusto adotteremmo.
    Qualunque risposta si dia a chi chiede il perché dell’alpinismo, potrebbe non contenere nulla di utile a pone la domanda.
    L’esperienza non è trasmissibile.

  91. 9
    Alberto Benassi says:

    forse bisognerebbe domandarsi:
    “perchè in un determinato momento si fa quella scelta?”

  92. 8
    lorenzo merlo says:

    Senza coscienza o senza morale?
    Avere una coscienza non è avere una morale.

  93. 7
    Paolo Gallese says:

    Esatto la Natura non è spietata, semplicemente c’è. È una dimensione senza coscienza. È un sistema automatico caotico. Ognuno di noi fa i suoi conti, nel bene nel male.

  94. 6
    Alberto Benassi says:

    la natura e di conseguenza la montagna non è ne buona ne cattiva, è indifferente.
    Siamo noi con le nostre scelte che determiniamo il risultato, gli accadimenti che si riflettono su di noi o su chi ci sta vicino in quel momento.
    Poi come sempre nella vita ci vuole anche culo.

  95. 5
    Matteo says:

    Scusa Carlo, non ho capito cosa intendi “ancora oggi è foltissima la schiera di appassionati di montagna che ha una visione antitetica all’esaltazione aprioristica della “libertà”, in particolare della libertà incondizionata e a tutti i costi, specie in montagna.”, puoi spiegarmelo? Grazie

  96. 4
    Carlo Crovella says:

    Non intendo assolutamente gettare benzina sul fuoco, specie in giornate come queste che lasciano in tutti un’amarezza di fondo. Pacatamente segnalo però due concetti chiave:
     
    1) già 25-30 anni fa (nei tempi del “No limits”) sottolineavo pubblicamente il “Wake-Up Call” che giungeva dalla montagna (anche se non lo chiamavo così). Il fenomeno non è quindi una novità assoluta, diciamo piuttosto che negli ultimi 15-20 anni la situazione si è notevolmente aggravata, anche perché sta concettualmente coinvolgendo una massa crescente di frequentatori della montagna e non solo gli alpinisti di punta.
     
    2) Tuttavia, per quanto possa apparire “strano” a molti lettori, ancora oggi è foltissima la schiera di appassionati di montagna che ha una visione antitetica all’esaltazione aprioristica della “libertà”, in particolare della libertà incondizionata e a tutti i costi, specie in montagna.
     
    La libertà non è quella di andare comunque e ovunque, quanto quella di scegliere l’impostazione più consona alla propria visione e al proprio carattere. Sapendo però che ci sono dei “costi” in ogni scelta. Ognuno persegua pure la sua strada, tuttavia deve essere chiaro a tutti che “non ci sono rose senza spine”. Questo invece si tende a dimenticarlo, anzi lo si demonizza,  lo si mette da parte perché “non fa piacere, è elemento di disturbo ideologico” . Invece, ovunque ci indirizziamo (sia sul piano pratico che ideologico), sarà impossibile NON incontrare dei “costi”, dei “limiti”, dei “doveri”. A seconda della mentalità di ciascuno, si preferirà una strada piuttosto che l’altra. Ma “argini di contenimento” (alla libertà individuale) ci sono ovunque e, dove non li mettiamo noi per i più svariati motivi (famiglia, lavoro, altri interessi, carattere, ideologia, codardia…), alla fine interviene la Natura (la montagna fa parte della Natura).
     
    Più che antidemocratica, io definisco la Natura “spietata”, nel senso di “s” privativa della pietas  (con ciò intendo, semplificando al massimo, un mix di compassione, amore e tenero rispetto). Non critico necessariamente chi esalta la libertà individuale in montagna (anche se non appartengo a questa ideologia). Segnalo il contrasto insanabile fra la propensione alla sfrenata libertà individuale e la pretesa che la Montagna rispetti gli “eroi” che sposano la scelta della libertà incondizionata. La montagna non guarda in faccia a nessuno, per lei non fa differenza se uno è bravo e famoso oppure no, se nella vita ha affetti umani oppure è solo e ramingo, se è bene o male che costui faccia montagna ecc ecc ecc. La montagna è spietata: basta esserne consci. Spesso questo concetto non piace, lo si vive come prevaricazione di alcuni sulla libertà altrui, ma non è così. Le regole del gioco non le stabilisce il singolo individuo, ma le ha stabilite la Natura. E non oggi, ma milioni o miliardi di anni fa. Buona giornata a tutti.

  97. 3
    albert says:

    Cala  Cimenti e Patrik Negro ci  hanno lasciato entrambi , uniti dalla stessa passione, sulle montagne  di casa loro amiche.Ci sono innumerevoli studi e relazioni scientifiche sulle valanghe, che si astraggono da nomi di monti e zone e badano solo a caratteristiche  fisiche , meteo e geologiche. Non c’entra mai  il dolore umano ed un umano che studia e pratica  , ha sempre una miriade di particolari  da controllare soggetti alla probabilita’ insondabile.Succede anche  in una tranquila passeggiata in  paese.

  98. 2
    lorenzo merlo says:

    La sopravvalutazione di sé forse non la sottoscriverebbe nessuno tra coloro che non possono sottoscrivere più.
    Forse qualcuno di questi ha accettato di prendere il rischio di morte. Non quello che prendiamo tutti però. Quello specifico, quello che insorge evidente in certi momenti. Quello in cui la scelta che si compie è pienamente consapevole. La stessa che si fa puntando tutto sulla buona sorte.
    Negli ultimi momenti, forse qualcuno di questi non ha neppure rimpianto di aver fatto la scelta sbagliata. Forse ha considerato la cosa, e forse ha concluso che certamente sarebbe stata sbagliata solo per qualuno di noi.
    Gli uomini sono immensità, ridurle entro il nostro giudizio è un peccato che facciamo tutti e che ci fa vivere entro piccole misure di noi stessi. Entro categorie e ideologie. Un peccato.

  99. 1
    Paolo Gallese says:

    Anche Cala Chimenti ci ha lasciato. E Matteo Bernasconi prima di lui. E tanti altri in questi ultimi tre anni. Nomi grandi e nomi piccoli del nostro immaginario. 
    La roccia, la neve, il ghiaccio non sanno ricordarli come noi.

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