La questione del lupo

Il lupo in pianura, uno scenario possibile?
di Emanuela Celona
(pubblicato su piemonteparchi.it il 13 maggio 2020)

Capita sempre più spesso, viaggiando nella zona Appenninica della nostra Penisola, sulla via Emilia o in autostrada, di notare tra i campi della Bassa o vicino al casello autostradale una presenza curiosa. Qualcuno l’ha visto perfino sulle sponde del Po: il lupo è tornato da tempo in Appennino e sta scendendo verso la Pianura Padana. Non sono poche le segnalazioni che, riportate sulla mappa del territorio emiliano, ne evidenziano la presenza sempre più vicina alle periferie delle città. Nella situazione di lockdown, poi, la fauna selvatica si è sentita meno minacciata dalla presenza dell’uomo e così gli avvistamenti del lupo in pianura e i segni delle sue predazioni sono aumentati, rendendo ancora più attuale la necessità di una riflessione sul tema della convivenza.

Per queste ragioni è stato organizzato, lo scorso 9 maggio, il webinar intitolato Il lupo in pianura: buone pratiche di convivenza, promosso dal Comune di Reggio Emilia e dal WWF Italia.

Lupo in natura. Foto: Dante Alpe

Al dibattito ha partecipato anche Willy Reggioni, responsabile del servizio conservazione della natura del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano e coordinatore del Wolf Apennine Center.

Nel presentare parte dei risultati maturati nell’ambito del progetto LIFE M.I.R.CO-Lupo, co-finanziato dalla Comunità Europea, il ricercatore ha proposto una riflessione ragionata sulla presenza del lupo in Pianura Padana.

Il lupo conquista nuovi territori
«Per ragioni strettamente legate alla loro organizzazione sociale – ha spiegato Reggioni – i lupi si disperdono verso nuovi territori. Questi loro spostamenti possono essere anche di molti chilometri e hanno nel tempo interessato aree di collina e, oggi, di pianura. Nel corso del progetto abbiamo radio-marcato diversi esemplari, il che ci ha permesso di rappresentare fenomeni e comportamenti di grande interesse, tanto che possiamo domandarci se – effettivamente – il ritorno del lupo in Italia sia davvero la storia del più grande successo di conservazione del nostro Paese».

Tutti sappiamo che la ricomparsa del predatore ha generato conflitti nell’ambito zootecnico: quando è tornato, infatti, il lupo ha trovato pastori impreparati a difendersi. Abituati a considerarlo estinto dagli Anni ’50, le greggi venivano lasciate libere di pascolare, senza recinzioni, senza cani da guardiania e senza ricovero obbligato serale nelle stalle.

Dagli Anni ’90 il ritorno del lupo è diventato per gli allevatori un serio problema economico, con un’opinione pubblica che si divideva in due fazioni: chi a favore del lupo, e chi decisamente contrario. Tra questi ultimi, tutto il mondo venatorio che accusava l’animale di sottrarre prede all’attività di caccia programmata.

Nonostante la natura di questo conflitto, è possibile definire il ritorno del lupo come un successo perché – secondo Willy Reggioni – siamo stati comunque preparati ad affrontare la situazione. Recinzioni elettrificate, cani da guardiania addestrati, una nuova pastorizia e una nuova sensibilizzazione rivolta al mondo venatorio hanno incrementato la conoscenza del lupo e delle sue abitudini, anche predatorie.

Il consenso attorno a un ritorno
Il lupo è tornato sulle nostre Alpi e in Appennino in modo naturale. Una modalità che ha aiutato a creare un clima di maggiore consenso attorno al predatore, sebbene abbia continuato a occupare nuovi spazi. Negli Anni ’90 ha colonizzato le montagne, negli anni 2000 la media montagna, e oggi si spinge verso la Pianura Padana. Un dato incontrovertibile basato sui numerosi avvistamenti, sulle predazioni dei cani domestici e su un nuovo tipo di conflitto con l’uomo. Non sono più le solite ‘categorie’ – allevatori e cacciatori – ad avercela con lui, ma più in generale, una popolazione spaventata. L’opinione pubblica si divide, ancora e di nuovo, tra chi ama il lupo e chi lo detesta, ma aumenta la paura nei confronti del predatore. Il conflitto sociale arriva a coinvolgere i cittadini perché il lupo, in Appennino, è sceso verso valle.

Il fattore ‘paura’
Perché si ha paura del lupo? Se abbandoniamo ancestrali ragioni, radicate nella nostra storia da tempi millenari, essenzialmente le motivazioni di oggi sono due: la percezione che il lupo stia ‘invadendo’ sempre di più nuovi spazi e la nota pericolosità della specie.

Oggi è sempre più facile vedere un lupo in natura, e ogni avvistamento subisce un’amplificazione senza precedenti, basta seguire le condivisioni di una foto di avvistamento sui social media. Se ne parla anche di più, perché si recupera un maggior numero di carcasse di lupi, investiti da treni o autovetture. E ci sono più predazioni.

Nel progetto M.I.R.CO-Lupo è stato osservato come il lupo sia diventato un frequentatore ‘abituale’ delle stalle, soprattutto quelle con le concimaie che caratterizzano la Pianura Padana. È proprio qui, infatti, che il predatore trova cibo in modo semplice e abbondante: placente abbandonate, vitelli morti, carcasse che attendono lo smaltimento.

Questa aumentata frequentazione delle stalle avvicina di più il lupo ai cani – ed essendo opportunista, ma non stupido – ha capito che anche il migliore amico dell’uomo può diventare una (facile) preda.

La complicità dell’uomo
In Appennino è presente la percezione che il fenomeno dell’ibridazione sia piuttosto diffuso. Quindi, spesso, l’uomo ha la convinzione che ci si trovi di fronte a un ‘mezzo cane e un mezzo lupo, quindi un animale più confidente. Percezione che si forma in un contesto in cui i media amplificano spesso le occasioni di conflitto e i casi di predazione, generando atti di bracconaggio decisamente aumentati negli ultimi anni, a fronte di un sostanziale silenzio da parte delle Istituzioni.

Di fronte a un tale quadro, non è difficile ammettere che il lupo è sempre un passo avanti all’uomo, ma oggi l’uomo non può più permettersi di aspettare. È il caso di intervenire con strategie gestionali, monitoraggi della presenza della specie in pianura, con interventi che scoraggino quelle cause antropiche che favoriscono comportamenti audaci del lupo (come l’avvicinamento alle case) e di sensibilizzare tutta la società su questo ritorno.

Siamo abituati a inseguire il predatore, nei suoi spostamenti, nelle sue nuove colonizzazioni ma, oggi, con la sua discesa verso la Pianura Padana, occorre invece raggiungerlo, e andare di pari passo.

Attenzione ad alzare l’asticella del rischio
Quando il conflitto tra uomo e lupo ha coinvolto la zootecnica è stato possibile – anche se non risolutivo in tutti i casi – proporre delle soluzioni operative per tutelare le attività economiche che ne avevano risentito.

In Pianura Padana, il nuovo conflitto potrebbe coglierci più impreparati. Perché non basteranno reti o cani da guardiania: serviranno sociologi, psicologi, antropologi.

Negli ultimi 150 anni in Italia, non sono stati registrati attacchi del lupo all’uomo ma l’abituazione – e cioè la familiarità tra uomo e predatore che potrebbe derivare da questa discesa del lupo in pianura – potrebbe comportare un livello più alto dell’asticella di rischio.

Non dimentichiamolo: il lupo, nel nostro Paese, è come il leone in Africa, oppure la tigre in Asia: cioè un predatore selvatico. L’uomo non è una sua preda, ma se creiamo abitudine e familiarità con la specie dobbiamo anche essere consapevoli che il lupo è opportunista e va dove il cibo è sicuro e garantito.

E nel caso di un malaugurato incidente… la colpa sarà quasi certamente e ingiustamente addebitata al lupo ma – almeno noi – ricordiamocelo: sarà solo colpa dell’uomo e di quella confidenza che abbiamo favorito tra uomo e animale selvatico.

Come difendere le pecore dai lupi
di Laura Succi
(pubblicato su piemonteparchi.it il 10 maggio 2020)

Oreste Gentile di Nizza Monferrato non aveva mai sentito parlare di lupi. “L’anno scorso mancavano tre o quattro giorni a Pasqua e una mattina, arrivato sulla collina, vedo otto daini morti: cuccioli e adulti, corpi a terra come stracci. Il peggio è stato che non riuscivo a darmi una spiegazione: ho anche pensato che potevano essere stati dei cani inselvatichiti“. La risposta al signor Gentile arriverà dalla ASL di Asti: si tratta certamente lupi, responso confermato anche dalle analisi del DNA.

Oreste Gentile alleva daini dal 1992: “Cribbio se sono belli, la domenica vengo su, faccio il mio giro, ci sono i piccolini che mi vengono vicino e piacciono anche ai bambini dei dintorni che vengono a vederli. Qualcuno l’ho anche mangiato… per qualche cena in famiglia“.

Cani da guardiania. Foto: Roberto Sobrero

Il fatto è che sono belli anche i lupi e Oreste li ha incontrati più di una volta: “Alcuni giorni dopo la predazione ho visto cinque lupetti – e se ci sono i cuccioli ci sono anche le madri – e quando mi hanno visto sono scappati. Non avevo il telefono altrimenti avrei scattato una fotografia!“.

Dopo due mesi li ho incontrati di nuovo, mi guardavano da lontano. L’uomo non lo attaccano: hanno più paura loro di noi, che noi di loro e perciò dobbiamo solo sapere come comportarci. Se ci capita di incontrarli è sempre meglio fare marcia indietro e andare via. La gente spesso ha paura del lupo, ma non sa bene perché… visto che non li conosce“.

Un recinto elettrico come compromesso
A quel punto, però, occorreva un compromesso tra lupi e daini perché Oreste non voleva mollare tutto. “La soluzione me l’ha trovata Fausto Solito, dirigente veterinario all’ASL di Asti. Ho piazzato un recinto elettrico. I cani da guardiania li ho dovuti escludere perché i daini adulti sono bestie che non si lasciano avvicinare da nessuno, nemmeno dal mio gatto rosso!“.

Nonostante tutto, qualche volta i lupi provano ancora a entrare, ma non ci riescono. “Una mattina ho visto un buco nella terra proprio vicino alla recinzione. Il veterinario mi aveva detto che il lupo avrebbe girato tutto intorno alla rete pur di trovare il modo di entrare. E beica lì (guarda lì) era vero!“. Gentile a questo punto del racconto si infervora: “Loro vedono tutto e sanno tutto, sono come ladri che preparano una rapina in banca: prima fanno i sopralluoghi e poi vanno a colpo sicuro!“.

Così la prevenzione diventa fondamentale in questo gioco di scacchi: “A una predazione ne segue una serie di altre se non si prendono provvedimenti”, dice Roberto Sobrero di DifesAttiva (interessante la presentazione del Convegno tenutosi ad Aosta il 20 febbraio scorso).

Una prevenzione fatta su misura
E per prenderli, i provvedimenti, bisogna esaminare le condizioni particolari di ciascuna azienda per comprendere tutti gli aspetti coinvolti, sia quelli zootecnici che quelli ambientali: cosa che ha ben imparato a fare Sobrero in tanti anni di lavoro. “Intanto bisogna andare a visitarle sul posto le aziende, perché ciascuna è una realtà a se stante“. Non esistono delle misure standard, è un abito che va cucito su misura.

La controparte è un animale sociale che impara a gestire le situazioni. “Per fare un esempio – aggiunge Sobrero – là dove ci sono gestioni approssimative dei residui, come pelli di animali macellati, ossa, interiora… che vengono buttati fuori dall’azienda, succede che i lupi si fanno un giretto tutti i giorni perché capiscono in fretta che c’è cibo disponibile da mangiare“.

Un altro aspetto critico sono i parti. I lupi, come anche i cani, sanno che le placente sono una fonte di proteine meravigliosa e se, oltre a quelle, trovano degli animali mal custoditi iniziano a prendere il vizio e ritornano in continuazione: il supermercato è aperto. Così i parti vanno gestiti, tutte le volte che è possibile, all’interno delle stalle. Così come di notte è necessario ricoverare gli animali: in questo modo ci si libera da gran parte dei problemi legati ai tentativi di intrusione, perché i lupi si muovono prevalentemente di notte. Anche il momento del ‘calore’ è piuttosto critico, quando i lupi sentono gli animali che vanno in estro sanno che sono distratti e quindi facili da attaccare.

Coabitare con il lupo
Io sono ligure e posso dire che in Liguria i lupi ci sono certamente dal 1987, anno in cui ne è stato intrappolato uno in una tagliola“, racconta Sobrero. “Da allora abbiamo imparato che con il lupo si può ‘coabitare’. Io preferisco usare questo verbo perché ‘convivere’ è troppo: dire che un’azienda agricola convive con i predatori è forzare troppo le cose; due persone che convivono, diciamola così, provano sentimenti di affetto l’una verso l’altra, il coabitare invece può anche essere una coabitazione dovuta, in questo caso tra un predatore e un altro essere vivente che cerca di sfruttare in maniera economica il territorio“.

Non bisogna dimenticare che un branco di lupi è una forza della natura: diventano prede anche bestie enormi come i cavalli da tiro pesante rapido (la razza si chiama per esteso cavallo italiano da tiro pesante rapido – TRP), vale a dire otto o nove quintali di animale. “I lupi hanno imparato che attaccare in maniera diretta non dà frutti, se non prendersi qualche calcio e finire all’altro mondo. Hanno capito che quando cominciano a ronzare attorno ai cavalli, quelli se la danno a gambe, e più li inseguono e provano ad attaccarli e più loro si agitano. Così li portano lungo le creste dove ci sono dei dirupi: quelli più paurosi e agitati degli altri finiscono di sotto e quando sono finiti di sotto con le gambe e il bacino rotti, arriva il lupo per finirli“.

Un’altra tecnica di predazione è il surplus killing (predazione in eccesso): in questo caso il lupo uccide tutto ciò che si muove e, secondo la stragrande maggioranza degli esperti, è dovuta a una perdita di capacità difensiva della preda, come quando le pecore si trovano confinate in un recinto, come è successo ai daini di Gentile“, precisa Sobrero.

Quando non si può gestire la situazione con i cani da guardiania o con altri stratagemmi, si deve usare la corrente elettrica perché è l’unica cosa che ferma i lupi. “La recinzione in sé però non ha e non deve mai avere una funzione fisico meccanica di sbarramento: in presenza di blocchi fisici infatti – reti compatte o muri continui – il lupo cerca di passarci sotto oppure di saltarci sopra, evitandoli“, dice Sobrero. “Ci sono verbali di predazioni che chiariscono che sono stati trovati ciuffi di pelo di lupo anche a più di due metri sul filo spinato!“.

Il medico veterinario spiega inoltre che i recinti elettrici devono essere esclusivamente delle strutture a induzione: “Il lupo deve provare a passare attraverso i fili e a quel punto imparare a non farlo più perché facendolo gli arriva una grande sberla. Se la prima botta è forte lui la toccherà una volta sola e poi mai più. Se invece riceve una scarica minima, magari ci proverà altre dieci volte prima di demordere. L’ideale sono quattro o cinque joule, non di più, quelli che servono per garantire che almeno un joule giri nel recinto al netto delle dispersioni. Bisogna infatti tenere presente che la quantità di corrente elettrica adeguata a contenere il lupo è di 700 mini joule, quindi al di sotto del joule. La cosa importante è dunque assicurarsi che non si disperda nella terra e che sia distribuita principalmente nella recinzione. 
Sia chiaro che nessun animale può essere ucciso da impianti a norma, né i lupi né gli altri animali selvatici o domestici. La corrente è semplicemente un deterrente educativo. La legge dà infatti precise disposizioni di sicurezza: sono previsti elettrificatori a scarica diretta e in questo caso la corrente che gira sui fili è di un joule e mezzo, e elettrificatori a potenza maggiore, ma in questa circostanza le scariche sono progressive, e la prima, di avvertimento, non può comunque essere superiore al joule. Dunque non sono un pericolo per nessuno
“, conclude il veterinario.

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La questione del lupo ultima modifica: 2020-06-14T05:49:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “La questione del lupo”

  1. 3
    Paolo Gallese says:

    Onestamente, faccio il tifo per i lupi. Ma temo la loro presenza incompatibile con una antropizzazione strutturata come la nostra. Come al solito è necessario un cambio di paradigma, che non vedo affatto né a breve, né a medio termine. Se il lupo scenderà a valle, l’epilogo non potrà che essere uno solo. Per il momento. 

  2. 2
    Carlo Crovella says:

    Non voglio affatto sminuire o disprezzare i danni economici a carico dei pastori (di cui ammiro l’impegno complessivo, vedi articolo di pochi giorni fa), ma occorre che gli uomini imparino definitivamente a convivere con la natura, di cui il lupo è parte integrante. Nel Nord Ovest i lupi si stanno espandendo da diverso tempo (decenni) e non è affatto infrequente avvistarli anche in collina, bassa collina o pianura. Ogni volta che leggo di un avvistamento mi si scalda il cuore: io faccio il tifo per la Natura. Comprendo però le esigenze dei pastori, che non devono essere ulteriormente ostacolati nel loro duro lavoro, anzi. Occorre trovare un punto di equilibrio  cui dovrebbero puntare gli amministratori realmente interessati al loro territorio: appositi corsi di formazione dei pastori, cani da guardiani capaci e addestrati, recinzioni elettrificate, ricoveri chiusi per la notte e…meno burocrazia e più snellezza per i rimborsi post predazione. Altro che Stati Generali a Villa Pamphili, con tartine e champagne: esempi come questo tema dei lupi, di spicciola vita vissuta, sono i problemi da risolvere il più in fretta possibile. Buona giornata a tutti.

  3. 1
    Davide says:

    Speriamo che una coppia arrivi al più presto sui colli Euganei (e arriverà, ne sono certo) per contribuire a risolvere il problema dei cinghiali che, loro si, tanto danni stanno provocando  all’agricoltura locale.

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