La resilienza del capitalismo

La resilienza del capitalismo
di Sonia Savioli
(pubblicato su ariannaeditrice.it il 12 dicembre 2022)

Tutto come prima. Nonostante i disastri ambientali, gli allarmi ormai universali sullo stato dell’ambiente e sul rapido e perciò catastrofico cambiamento climatico; nonostante l’acidificazione degli oceani, lo sciogliersi dei ghiacci e l’alzarsi del livello degli oceani, nonostante la minaccia alla salute umana fatta dai prodotti della grande industria, dai farmaci ai pesticidi, il capitalismo, come un ottenebrato pachiderma morente, prosegue sul suo catastrofico cammino.

Fonte: Sonia Savioli

Si fanno i campionati mondiali di calcio, e già questo è uno spreco insensato e inutile, con centinaia di migliaia di esseri purtroppo umani che volano in aereo da una parte all’altra del globo per “vedere la partita”. Ma, per cercare di arrivare al limite estremo dello scempio e dell’irresponsabilità, i campionati mondiali si fanno in Qatar, con stadi che richiedono ognuno diecimila litri di acqua al giorno solo per annaffiare e mantenere l’erbetta verde,  e si tratta di acqua di mare desalinizzata da impianti che consumano tonnellate di petrolio ogni giorno per il loro funzionamento. Negli stadi ci sono poi impianti di raffreddamento dell’aria (all’aria aperta), perché, dato che si è deciso di giocare a pallone nel deserto del Sahara, occorre impedire che giocatori e spettatori vengano cotti in gratella. Per costruire ognuno di tali stadi “climatizzati” si sono prodotte 1.600.000 (un milione e seicentomila) tonnellate di anidride carbonica e non sappiamo quanta ne producano gli impianti di climatizzazione (1) (2) (3).
Intanto che i mondiali di calcio rallegrano il mondo umano, distraendolo dai guai a cui dovrebbe porre urgentemente rimedio, è stata costruita la nave da crociera più grande del mondo, o forse più capiente: potrebbe ospitare 9.000 persone. La notizia era accolta con giubilo dai mediaservi, come fosse un beneficio per l’umanità intera. Evidentemente dimentichi del cambiamento climatico, di cui parlavano in un’altra pagina, se giornali, o in un altro programma, se radio o tivù. Forse ignari e ignoranti del fatto che una nave da crociera di grandi dimensioni consuma circa 250.000 tonnellate di carburante al giorno. Senza contare il resto di sprechi e rifiuti prodotti da queste orge di consumismo galleggianti (4).
Infine, per non limitarci a questi due soli esempi di idiozia universale, ci viene annunciato che “aprono gli impianti sciistici”, che bello che bello! però irrorati da neve artificiale. Per realizzare la quale nel nostro paese si consumano mediamente 95 milioni di metri cubi d’acqua e 600 gigawatt all’anno (un gigawatt corrisponde a un milione di kilowatt, pensate a quanta pasta dovremmo mangiare cruda per compensare la neve artificiale).
Ma tutti questi sprechi, questi consumi apocalittici, nutrono l’economia dei nostri tempi insani. La resilienza del capitalismo!
Però… però la grande impresa croceristica che stava realizzando la nave da 9.000 passeggeri e dal costo di un miliardo e duecentomila dollari, lunga 342 metri e alta non so quanto, è fallita! E la nave, assieme a un’altra simile in via di costruzione per la stessa multinazionale delle crociere, sarà venduta come rottame.
Dobbiamo rallegrarci di questo? Io mi rallegro, nonostante una certa preoccupazione nel pensare che il capitalismo è in agonia ma non si vede all’orizzonte l’embrione di una società diversa. Radicalmente diversa.
Mi rallegro davanti alle avvisaglie che la sua “resilienza” è agli sgoccioli, nonostante le sovvenzioni degli Stati, la rapina di risorse e beni comuni, e che dunque forse il pianeta si salverà; si salverà anche la specie umana, che gli apprendisti stregoni al servizio della follia globalcapitalista non riusciranno a modificare con inserti genetici artificiali e microchip nei cervelli: stanno per finire i soldi per le loro sperimentazioni infinite e criminali.

Ma a che punto siamo?
La liberalizzazione del commercio internazionale, avvenuta negli anni Novanta, ha segnato l’apice del capitalismo; quell’apice oltre il quale comincia il declino e, infine, la rovina.
L’eliminazione delle cosiddette “barriere tariffarie”, che altro non sono che le tasse sulle importazioni messe in atto dagli Stati per difendere la propria economia e i propri produttori, ha dato il via alla corsa sfrenata alla delocalizzazione e allo sfruttamento senza più limiti dei paesi del terzo mondo.
All’uopo fu creato un apposito organismo, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).
Il blocco dei paesi socialisti dell’Europa orientale era finito a gambe all’aria, e quindi non c’erano più nemmeno barriere politiche al dilagare di rapina e sfruttamento nei paesi di Africa, Asia, America Latina, che non avevano più santi a cui votarsi. Nessun  aiuto economico, nessun accordo commerciale, nessuna alternativa poteva più venire da quella parte. Anzi, il saccheggio era cominciato anche lì, agevolato dai governi fantoccio subentrati ai regimi socialisti, ed era altrettanto proficuo perché permetteva  di colonizzare paesi dove l’industria, l’agricoltura, il commercio e le infrastrutture necessarie per il loro funzionamento erano avanzati ed efficienti, e dove la manodopera era già addestrata e competente.
D’altra parte, un socialismo industrialista non poteva competere a lungo con il capitalismo. Redistribuire il reddito e programmare la produzione, limitando così i consumi, non sono gli strumenti adatti per la competizione economica. Gli strumenti adatti sono la diminuzione del costo del lavoro e delle materie prime, che si ottengono con lo sfruttamento e il saccheggio, l’ampliamento dei mercati e la concorrenza spietata (che implica sfruttamento e saccheggio). Era facile capire chi avrebbe vinto.
La cultura negli Stati socialisti differiva da quelli capitalisti per quel che riguardava i beni comuni, cioè i mezzi di produzione, i servizi indispensabili, le infrastrutture e le risorse naturali, che in uno Stato socialista dovevano essere pubblici; e per quel che riguardava l’uguaglianza economica, che doveva essere l’obiettivo da perseguire. Differenze importanti ma non sufficienti. La cultura del socialismo industrialista aveva in comune col capitalismo il mito del progresso, e cioè del bene come continuo aumento dei mezzi materiali e del dominio sulla natura. E in questo, ovviamente, il capitalismo era molto più esperto ed efficiente.
Eliminato dunque ogni ostacolo, produrre in Africa, Asia, America Latina, potendo colà dare ai lavoratori una paga da schiavi e ottenendo in concessione terre e sottosuolo per una miseria, è stato l’Eldorado del capitalismo.
Le produzioni manifatturiere dell’Occidente sono finite tutte al sud e in oriente; così buona parte della produzione agricola. Questo ha richiesto, all’inizio, un certo dispendio di energia e denaro per organizzare una quantità non indifferente di: colpi di stato, guerre civili, assassinii mirati e invasioni a suon di bombe. Non essendo tutti gli Stati da ricolonizzare propensi a permetterlo. Però il gioco valeva la candela e poi, per quanto riguarda le guerre dei tempi moderni, dato che sono gli Stati a farle e i capitalisti a vendere loro le armi e gli annessi e connessi, finiscono per contribuire  allo sviluppo dei mercati.
La globalizzazione neoliberista e neocolonialista, come sempre fanno il dominio e i dominatori, usava e usa una propaganda culturale che afferma esattamente il contrario della realtà. L’impoverimento e la schiavizzazione diventavano “sviluppo” e “aiuti allo sviluppo”, la rapina di terre e materie prime diventava “progresso tecnologico”.
All’inizio furono esportate nel terzo mondo produzione agricola e manifatturiera. In Occidente chiudevano fabbriche grandi e piccole; sussidi e cassa integrazione mantenevano la pace sociale; il capitalismo nazionale veniva eroso, le multinazionali aumentavano i profitti; nel terzo mondo i contadini venivano cacciati dalle loro terre e andavano a formare o aumentare il sottoproletariato urbano, si aprivano milioni di piccoli laboratori nei sottoscala e nelle baracche, dove operai con paghe da fame, in molti casi bambini, lavoravano a produrre le merci che le multinazionali avrebbero venduto col proprio marchio. Si sviluppava un capitalismo parassita, che non produceva ma vendeva e si arricchiva e dettava le leggi.
Ma veniva distrutto il lavoro produttivo in Occidente. Tuttavia, dati gli ammortizzatori sociali e dato che tutte quelle merci prodotte dagli schiavi costavano uno sputo, i popoli occidentali se la scialavano. Compravano, spendevano, e ingrassavano i portafogli dei globalcapitalisti aumentando così, assieme ai loro profitti, il loro potere.
Ma in una società di competizione chi si ferma è perduto, e la globalizzazione non si è mai fermata. Dopo quella manifatturiera, ha trasferito anche l’attività di servizi alle imprese, le attività tecnica e impiegatizia, nei paesi dove il costo del lavoro era più basso. In Occidente non si produce più niente o quasi; di conseguenza, niente più lavoro nelle fabbriche, negli uffici, nei laboratori; tantomeno nelle botteghe artigiane e nel piccolo commercio, che subiscono la concorrenza delle merci fatte dagli schiavi e di leggi sempre più persecutorie; lo stesso avviene alla piccola e media impresa agricola. Sembrava che il globalcapitalismo si stesse mangiando le sue vacche da latte: i consumatori.
La soluzione fu trovata: il debito allegro. La nave aveva una grossa falla ma le pompe funzionavano. Le banche centrali o superbanche, come quella europea o la banca federale americana, incentivarono una politica di credito senza quasi condizioni e con bassi tassi di interesse. Così, facendo il mutuo, si comperava la casa, si apriva il bar, la pizzeria, il ristorante, si ingrandiva l’azienda, si ristrutturavano borghi per trasformarli in alberghi, si facevano nuovi impianti vitivinicoli, si comperava l’auto di lusso, si andava in crociera. Si spendeva, si facevano lavorare imprese edili, cementifici, agenzie di design, imprese immobiliari, l’Ikea, l’architetto e il geometra che poi andavano in crociera o a sciare sulla neve artificiale; si assumevano pizzaioli e cuochi, enologi e camerieri, che facevano il mutuo per andare in crociera anche loro. L’economia si sviluppava e i debiti crescevano e, per aiutarli a crescere, c’erano poi le spese degli Stati: autostrade, ferrovie ad alta velocità, aeroporti spuntavano come le muffe nell’umidità.
Il bengodi continuava, aumentava: un’orgia di consumismo a cui, a quel punto, cercavano di partecipare anche i diseredati dei paesi economicamente occupati, che cominciarono a riversarsi in Europa e Stati Uniti come stormi di migratori in cerca di cibo. Anche loro, in molti casi, indebitandosi, e facendo anche loro crescere l’economia.
Il capitalismo incentivò l’immigrazione e diede loro il benvenuto: secondo l’inderogabile legge economica della domanda e dell’offerta, aumentando l’offerta di manodopera, diminuiva anche in Occidente il costo del lavoro.
Poi, nel 2008, il primo scossone. I debiti troppo spensierati non venivano pagati, le banche fallivano. Recessione, diminuzione dei consumi: il globalcapitalismo se la vide brutta e decise  che non avrebbe più corso quel rischio.
Cosa pensate? Che si convertisse al socialismo e alla programmazione economica? Che rimettesse le barriere doganali? Che tornasse sui suoi passi e redistribuisse una parte dei redditi per aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori?
No, non l’avete pensato, perché sapete che il capitalista che si ferma è perduto. Infatti, molti furono perduti, e probabilmente erano i meno peggio, dato che le loro merci non erano “concorrenziali”, il che significa che sfruttavano di meno e/o facevano prodotti di qualità migliore.
Se aumenti il salario dei tuoi dipendenti, le tue merci non saranno più competitive: costeranno più di quelle che commercia chi sfrutta i bambini del terzo mondo. E le mandrie consumatrici non le compreranno. Perché, più il capitalismo avanza, più arretrano la consapevolezza, la responsabilità, l’altruismo.
Staccati dalla natura, senza più una comunità, senza tradizioni e cultura, siamo bestie d’allevamento intensivo. Non abbiamo più una visione della vita legata alla realtà, ai fenomeni naturali, alla storia umana; i principi morali diventano elusivi, seguono le mode imposte dal potere per i suoi fini; fini che rimangono nascosti dietro un sipario di menzogne. Non vediamo più le cause né le conseguenze di ciò che facciamo, non abbiamo più scopi né la naturale gioia di vivere che è la caratteristica innata di ogni essere umano. Solo ansia, insoddisfazione, avidità. Ci spinge la competizione sociale, e diventa il motore e il fine di ogni azione.
Per questo, anche dopo il 2008 e spingendo sullo stesso acceleratore, il globalcapitalismo ha continuato a svilupparsi.
Il debito globale nel 2008 ammontava a circa 145.000 miliardi di dollari, nel 2019 era arrivato a più di 200.000 miliardi.
Nel 2018 le multinazionali della finanza lanciavano l’allarme: la prossima crisi finanziaria scoppierà nel 2020.
Ma lo “scenario futuro” era già scelto. La scialuppa di salvataggio, che doveva portare il globalcapitalismo in salvo, facendolo approdare a nuovi e promettenti lidi mentre la nave affondava, era la pandemia. Un colpo di stato globale, da realizzare senza armi, con l’unica arma della menzogna e con la complicità di politici-marionette, i cui fili sono ormai tutti saldamente nelle mani del potere economico dominante.
Il terrorismo, la guerra terrorizzante l’avrebbe fatta l’esercito dei mezzi di comunicazione alla massa.
I media erano sotto controllo, la medicina era ormai stata assorbita dal globalcapitalismo, era suo strumento e mercato.
Quanto ai popoli, col disprezzo tipico delle élite, consideravano di poterli manipolare e plasmare a piacimento.
Ma non avevano fatto i conti con… l’Africa, il Vietnam, il Nicaragua, il Pakistan, la Russia, la Bielorussia, e i popoli di Romania, Bulgaria, Germania, Belgio, Canada, Stati Uniti, eccetera eccetera eccetera. Non avevano fatto i conti con gli esseri umani e le loro anime.
Non avevano fatto i conti con ciò che non conoscono: l’animo umano, i meccanismi sociali ed economici. Non volevano vedere che il loro progetto era demente. La competizione e il conflitto selezionano al vertice i più ambiziosi, frustrati, aggressivi, che sono anche quasi sempre degli psicopatici di limitata intelligenza e illimitata ottusità.
Lo scenario si è rivelato imprevisto per il globalcapitalismo, tuttavia le multinazionali farmaco-sanitarie sviluppano il loro mercato. I governi occidentali comperano vagonate di vaccini di “nuova generazione”, quelli che si possono produrre in una settimana, come gioiosamente proclamava il MIT, e poi antivirali, anticorpi monoclonali, antinfiammatori non steroidei, mascherine, tamponi per i test, antibatterici, immunosoppressori, e tute e scafandri per gli ospedali, ventilatori polmonari… Alleluia!
Visto che il progetto di globaldittatura si sta sfaldando, i globalcapitalisti si dedicano a ciò che gli riesce meglio: il saccheggio.
Intanto il debito globale, di famiglie, imprese, Stati, è arrivato a 303.000 miliardi di dollari, mentre l’inflazione galoppa grazie agli stanziamenti di centinaia e addirittura migliaia di miliardi da parte di Unione Europea e Stati vari. Migliaia di miliardi “inventati” che non corrispondono a nessuna ricchezza, ché, al contrario, le ricchezze degli Stati vengono regalate alle multinazionali, tutto viene privatizzato.
La crisi ci sarà, è già in corso, e non solo quella ambientale. Quella crisi economica che la dittatura pandemica voleva sventare a favore delle oligarchie globalcapitaliste e a rovina di noi tutti, rendendo i popoli schiavi, impadronendosi di ogni settore dell’economia fino all’ultima briciola, è inevitabile. Lo stanziamento di centinaia, migliaia di miliardi a favore delle multinazionali, da parte dei governi, oltre ad aumentare il debito, sta creando un’inflazione mostruosa che la accelera e approfondisce ulteriormente.
Forse avete voglia di illudervi che si tratti solo di speculazioni finanziarie, ma vi sbagliate.  
Inevitabile che un’economia che si basa sulla rapina illimitata e scriteriata delle risorse, sullo sfruttamento illimitato dei lavoratori, tenuta in piedi ormai soltanto dai debiti, si sgonfi di colpo, o esploda, se vogliamo mantenere la similitudine col pallone troppo gonfiato.
Per costruire gli stadi dei mondiali in Qatar sono morti 6.500 lavoratori: quei lavoratori che, nelle opulente dittature del Golfo, ogni sera vengono rinchiusi in campi di concentramento fatti appositamente per loro e costruiti da lavoratori come loro. Ma i sensibili governi occidentali non si sono preoccupati dei loro diritti. Forse non sono umani. Però, quando si parla di “diritti umani” ormai vengono sempre in mente i migranti e gli omosessuali che, fortunatamente, sono considerati umani anche dai politici e dai media occidentali. Tranne quelli del Qatar (o dell’Arabia Saudita, o degli Emirati), dove gli omosessuali vengono messi in galera, nel migliore dei casi, e i migranti in campo di concentramento. Però si sono spesi, per i campionati mondiali di calcio, 200 miliardi, il che vuol dire che si sono guadagnati 200 miliardi. Il Qatar ha speso 200 miliardi, le multinazionali varie li hanno guadagnati. Questo assolve il Qatar da qualsiasi colpa. Questa è la “resilienza” del capitalismo ormai agli sgoccioli, che comincia a rendersene conto (5)(6)(7)(8).
Siamo alla fine di un’epoca, alla fine di un colossale, ipertrofico impero. Con gli imperi, purtroppo, l’eutanasia non si può applicare, e non sono propensi al suicidio assistito. Anche mentre stanno tirando le cuoia, scalciano come forsennati. Noi, che siamo persone compassionevoli, dobbiamo dargli una mano a trapassare velocemente, sapendo che, come dicono lorsignori, niente sarà più come prima.
Perché possiamo uscire da questa crisi ambientale, economica, sociale e politica solo con un cambiamento radicale e profondo. Una vera rivoluzione che distrugga il capitalismo dalle fondamenta, e con esso quella società di dominio, guerra, competizione che lo ha creato. Una vera rivoluzione, che ritorni alla collaborazione tra gli umani e a un rapporto di integrazione con quella che chiamiamo “natura” e che non è altro che la vita stessa.
Tutto questo significa recuperare la capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni in tutti i campi; significa saper costruire delle comunità solidali e una vera democrazia, cioè un vero governo del popolo, a livello locale e nazionale. Significa che tutto ciò che costituisce una necessità primaria per le persone deve essere pubblico e sotto il controllo dei cittadini.
Significa uscire da alleanze militari e da spese militari che contribuiscono alla distruzione dell’umanità e dell’ambiente e alla “resilienza” di un capitalismo criminale, che con le guerre, oltre a spartirsi le risorse di interi paesi (e ora tocca all’Ucraina), guadagna soldi che gli Stati spendono per gli armamenti.
Significa che dobbiamo imparare ad organizzarci autonomamente, creare reti di solidarietà e partecipazione sul territorio, impegnarci insieme, studiare insieme, lavorare e decidere insieme.
Significa che dobbiamo eliminare dai nostri consumi e dalla nostra vita tutto ciò che danneggia le basi e le fonti della vita stessa, tutto ciò che inquina, distrugge, dissipa risorse trasformandole in rifiuti tossici, e dobbiamo farlo il più velocemente possibile.
Ci siamo affidati acriticamente ai media per sapere, ai politici per decidere, alla scienza medica per curarci, alla scuola e alla televisione per educare e formare i nostri figli.
La resistenza a questa dittatura pandemica ci ha insegnato forse qualcosa. Ci ha insegnato che la deresponsabilizzazione dell’individuo sulla propria salute ha preceduto la deresponsabilizzazione del medico. Egli un tempo visitava, faceva le diagnosi, compilava una ricetta adatta a quel paziente e a quella malattia, che il farmacista preparava secondo le sue indicazioni; oggi si affida a un farmaco che non conosce, seguendo un protocollo deciso da altri.
La nostra deresponsabilizzazione è stata la condizione per la crescita dell’autorità e del potere dei “tecnici”.  Tecnici della politica, e non politici; tecnici dei media, e non giornalisti; tecnici della sanità, e non medici. Tutti al servizio del globalcapitalismo.
Qualcuno diceva, in un tempo non lontano: “Libertà è partecipazione”. Partiamo da qui. Il tempo stringe ma abbiamo costruito qualcosa di nuovo, “grazie” alla dittatura pandemica. Abbiamo cominciato a capire la vera natura e gli scopi del capitalismo globale; abbiamo compreso quali sono le cose fondamentali per la vita e la felicità di una comunità umana, e abbiamo compreso che siamo una comunità.
E’ solo l’inizio ma promette qualcosa e… niente dovrà più essere come prima.

1) https://www.informazioneambiente.it/mondiali-in-qatar-quanto-influiscono-sulla-crisi-climatica/
2) https://www.theguardian.com/environment/2022/oct/07/10000-litres-day-pitch-qatar-world-cup-huge-impact-gulf-waters
3) https://www.france24.com/en/live-news/20221019-host-qatar-s-world-cup-carbon-neutral-claims-under-fire
4) https://www.marineinsight.com/know-more/how-much-fuel-does-a-cruise-ship-use/
https://family.lovetoknow.com/family-travel-camping/how-much-fuel-does-a-cruise-ship-use#:~:text=On%20average%2C%20a%20large%20cruise,50%20gallons%20per%20mile%20travelled.

5) https://www.opendemocracy.net/en/oureconomy/global-debt-interest-rate-hikes-capitalist-supernova/
6) https://www.amnesty.org/en/latest/campaigns/2016/03/qatar-world-cup-of-shame/
7) https://www.bbc.com/news/world-middle-east-26482775
8) https://theathletic.com/3903249/2022/11/20/qatar-world-cup-workers-lives/

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La resilienza del capitalismo ultima modifica: 2023-02-07T04:41:00+01:00 da GognaBlog

11 pensieri su “La resilienza del capitalismo”

  1. Soliti slogan da centri sociali
    Vi è un concetto che non si capisce. Il capitalismo è la crescita economica basata sul capitale, se poi sorge la corruzione, etc. sono fenomeni esterni alla sfera economica, ma sono fenomeni sociali o antropologici che trovi ovunque.
    L’autrice dovrebbe capire che per non avere un minimo impatto ambientale occorre che la gente SPARISCA. E’ come chi dice… target della societa’ co2 Zero. Solo un idiota puo’ crederci. Co2 zero uguale zero vita. Vita umana, vita anche degli altri esseri che emettono co2.
    Ovviamente non poteva mancare la gioia per chi fallisce (e quindi lavoratori tutti a casa a mangiare brodo e pastina se gli va bene).
    Solita menata che delocalizzando hai sfruttato la gente, peccato che quelli senza lavoro anche a 1 dollaro al mese non avevano nemmeno quello… .E’ auspicabile condizioni dignitose lavorative? SI. Ma anche questo è un problema delle autorita’ che hanno accettato le multinazionali e non del capitalismo.
    Il differenziale è talmente alto rispetto all’occidente che potevano pretendere maggiori tutele senza togliere l’incentivo a delocalizzare. Semmai è un problema di teoria dei giochi. Se io chiedo tutele lavorative, l’azienda si sposta dove non ce ne sono, ma se siamo tutti d’accordo di avere un minimo di tutele l’azienda non si sposta piu’.
    Capitalismo è delocalizzare? SI. Lavorare in condizioni penose anche? NO è una scelta normativa delle autorita’ del luogo che le avresti anche in un cd Stato sociale…
    Ovunque vi sono autorita’ in qsi forma di economia, a meno che non si pensi all’idea utopica di piccole collettivita’ paritetiche.
    Poi parla di socialismo industrialista… si insomma comunismo… dai senza tanti rigiri.
    Il comunismo è il fallimento umano nel pianificare e nel livellare la vita di ognuno.
    Mancano gli incentivi al progresso. Se tutti hanno la stessa cosa perché devo darmi da fare, perché devo ingegnarmi per fare di piu’, tanto non ottengo niente di piu’.
    Poi ovviamente. Lo stato di comunismo marxista non è mai esistito perché ci siamo fermati sempre alla fase precedente perché è utopico arrivare alla fase finale. Chi dirige ovviamente non si priva del potere. E’ un’assioma ovunque.
    Poi non sa una cosa fondamentale. La generazione del debito. E’ iniziata nel 1980 circa ed è connessa allo svincolo dell’oro rispetto alle monete fiat ed è stata la molla per la cessazione del consolidamento pluridecennale delle borse. Ed è quindi fenomeno precedente, se non di tanto, alla globalizzazione che avvenne negli anni 90 e 2000.
    Poi se guardiamo la crisi finanziari a cui andiamo in contro è iniziata nel 2012 con i tassi negativi.
    Questa poi crede che ci siano degli Stati che remino contro quando non ha ancora capito che tutti sono d’accordo basti pensare il plebiscito che c’è all’Oms, all’Onu, etc.
    Approvo invece l’affermazione che le elite globali vogliano impoverire la gente. Assolutamente giusto.
    Parla di distruggere il capitalismo… Esso puo’ fare ancora tanto nell’Est, in Africa e in Sud America.
    Occorre un reset delle classi dirigenziali che oramai non fanno piu’ gli interessi della gente ma delle elite globaliste (Legge ferrea dell’oligarchia di Michels).

  2. Troppo ottimistica la conclusione, fuori dalla realtà. I fatti stanno dimostrando che non abbiamo capito nulla, infatti siamo messi molto peggio che nel pre-pandemia. E nell’improbabile circostanza di una protesta contro lo sgretolamento di sanità pubblica, istruzione e la demolizione dei diritti dei lavoratori, hanno già pronto il rimedio: 20 centesimi di ribasso sulla benzina e tutti felici e contenti. Grandi bastonate e poche carotine, ma funziona, eccome se funziona. Il trucco è procedere poco per volta e su tutti i fronti. Un po’ come gli attentati al territorio montano: partono con mille progetti faraonici, sapendo già che dovranno concedere qualcosa al nemico ambientalista, alla fine ne portano a casa 100 con qualche misero ritocco, e alla fine ottengono  quanto desiderato nella realtà in partenza.

  3. Articolo delirante. Fa pensare all’opportunità di un suicidio di massa di una specie infestante come unico modo per risolvere l’irrisolvibile. I pochi che si salveranno potranno ricominciare a crescere e moltiplicarsi. Poi, con il tempo, a delirare nuovamente.
     

  4. Grazie, Alessandro, per il prezioso articolo che approfondisce mirabilmente e con passione le tematiche che a cui mi riferivo a commento dell’articolo sul lavoro di Elena.
     
    Cercherò notizie sull’autrice. 

  5. Non vedo probabile un crollo completo, quanto, piuttosto, un (lento) adattamento a mutate condizioni e consapevolezze.
    Resilienza, appunto.
    La dolorosità del transitorio sarà inversamente proporzionale alla sua durata, ovvero da quanto verrà (ancora) procrastinato l’inevitabile.
     
    L’articolo, sorvolando sui acuni deliri (pandemia e altro), è interessante.
    Tuttavia la linea editoriale di AE mi spiazza un pò.
    All’osservazione dell’autrice “nonostante i disastri ambientali, gli allarmi ormai universali sullo stato dell’ambiente e sul rapido e perciò catastrofico cambiamento climatico“, si potrebbe rispondere citando un altro recente articolo dalla medesima testata: “la maggior parte dei climatologi è concorde nell’affermare che i mutamenti climatici siano dovuti solo in minima parte all’inquinamento prodotto dall’uomo, mentre per il 95% sarebbero riconducibili direttamente alle fasi dell’attività solare“.
    Quindi tranquilla, possiamo continuare a inquinare senza problemi. Basta qualche “intervento di bonifica e di messa in sicurezza dei territori“.
    A meno che l’articolo in questione non racconti una palese balla, strumentale solo per attaccare una UE oggettivamente contro l’Italia. 🙂

  6. – articolo spietato e assolutamente realistico, peccato abbia suscitato una manciata di commenti banali e pro società dei consumi. Colgo l’occasione per congratularmi con l’autrice e per abbandonare il blog (non leggerò gli eventuali commenti a questa mia. Buon proseguimento a tutti e buoni consumi.

  7. L’unica speranza è il crollo completo di tutta la civiltà industriale, quel modello nato due-tre secoli fa nella cultura occidentale e diffuso in tutto il mondo, spesso con la violenza. E’ fondato su due presupposti di pensiero: l’antropocentrismo e il materialismo. Il modo di funzionare della civiltà industriale è incompatibile con il modo di funzionare del più grande Sistema Terrestre, al quale comunque appartiene come sottosistema; quindi ne ha per poco, ma il transitorio non potrà essere indolore. 

  8. Il capitalismo è come la democrazia, non è il sistema migliore, ma tutti gli altri sono peggio

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