La resurrezione dell’arrampicata

La resurrezione dell’arrampicata
di Heinz Grill

Un’atmosfera di vuoto si aggiunge al vuoto che è accanto alle pareti di roccia della Valle del Sarca. Nessuno arrampica, neanche nei giorni di sole si vede uno scalatore. Cosa impedisce il danzare sulla roccia, il freddo dell’inverno o la crisi generale da CoViD-19? La valle intera sembra accompagnata da una depressione, un pesante senso di oppressione, e lo stesso sembra essere anche lo stato d’animo di tante persone nelle città. I contatti sono stati difficili a causa delle limitazioni per via del Coronavirus e in generale la voglia di arrampicare sembra diminuita.

Dopo una malattia lo sviluppo non ritorna automaticamente oppure, espresso con parole diverse, non avviene senza nuovi e coscienti passi. Tutta la vita è uno sviluppo. Il passato, quando gli arrampicatori si trovavano per una birra alla Lanterna e chiacchieravano e ridevano, non ritornerà automaticamente. La riservatezza nei contatti e la paura di aggiungersi ad un gruppo rimangono dentro come residui della crisi. Non possiamo ritornare direttamente a quei sentimenti, a quella nostalgia degli anni passati, senza aver trovato una nuova consapevolezza.

Foto: Gian Paolo Calzà / Arcomountainguide.com

Così come il cosmo con le stelle crea sempre nuove costellazioni anche lo sviluppo dell’umanità richiede continuamente nuove sfide e domande. L’intera economia, la vita sociale, la medicina, la politica assieme a tante professioni non trovano più nessuna prospettiva. Come si potrebbe vedere il ruolo dell’alpinismo? E’ grande il pericolo che l’arrampicata diventi un campo compensatorio per fuggire dalla ristrettezza delle regole. Nell’aria c’è un fantasma, un desiderio, un anelito alla libertà e ad un mondo più vivace, ma mancano le vere prospettive con un tema progressivo. Questo vuole dire che come in tutti gli altri campi anche nell’alpinismo sarà necessario creare nuove prospettive, un nuovo inizio più culturale. Con la crisi da CoViD-19 ci sono domande mai poste finora, sia per la cultura che per l’arrampicata e l’alpinismo.

La crisi del presente è una grande crisi che ha a che fare con il materialismo, anche nell’arrampicata abbiamo spesso tante emozioni che possono legare troppo l’uomo al mondo fisico. Se l’essere umano fosse come un animale, che con il suo istinto vive in equilibrio con la natura, non sarebbe mai esistito il materialismo nel mondo. La natura non ha provocato e non provoca questo materialismo, è piuttosto un risultato della brama dell’umanità. L’aspetto positivo della crisi da CoViD-19 potrebbe essere il rallentamento dell’economia e di tante attività che creano troppo traffico e inquinamento. Se alla fine, dopo quest’inverno freddissimo, arriva la primavera e se tutte i confini aprono dopo il lockdown, possiamo aspettarci una vera “valanga emozionale” con tanta voglia di arrampicare o fare altre scalate. Il materialismo emozionale, che ho già descritto, aumenta nel momento in cui i valori dell’umanità diminuiscono. Si può dire che il pericolo per l’alpinismo è questa emozionalità che si manifesta con sentimenti o emozioni troppo legati alla fisicità e quindi simili agli istinti. Non si tratta di un materialismo con materia ma di un materialismo con emozioni, che sono rivolte al passato. Le emozioni sono state represse e adesso ci si aspetta la grande “fiamma” dell’attività. Tutto l’alpinismo può cadere in un abisso istintivo.

Che cosa accade dopo un lungo periodo di fame e sete? La fame da lupo vuole essere soddisfatta, ma i sensi non vedono più gli alimenti, la gola vuole solamente divorare il cibo. La situazione per la cultura e anche per l’alpinismo può essere più o meno la stessa. Abbiamo perso i sentimenti sensibili all’alpinismo e rimangono solo i bei ricordi. La situazione è un po’ pericolosa, perché con la crisi anche in noi è avvenuto un cambiamento, sono cambiate le forze dell’anima e le relazioni. E’ come uno strappo che rompe la connessione tra passato e futuro, con un trauma nascosto. Dobbiamo veramente ricominciare con l’arrampicata nel senso di approcciarci in modo nuovo alla disciplina. I sensi, i sentimenti, i valori per la compagnia, per la solidarietà, il senso per la natura richiedono un nuovo orientamento. Allo stesso modo come in noi c’è stato un cambiamento, dobbiamo creare nell’alpinismo anche un nuovo significato, una resurrezione dell’attività.

Il sistema nervoso si è indebolito durante il lungo periodo della crisi, perché i rapporti naturali e vitali sono stati sostituiti da conferenze online su internet. Per arrampicare abbiamo bisogno di buoni nervi, sensi aperti e una presenza totale. Con i vecchi ricordi o con emozioni conosciute dal passato non possiamo sostituire questo confronto e incontro con la natura, con la parete e con i passaggi della via.  L’arrampicata deve risorgere con nuovi sviluppi e valori di consapevolezza.

Come si possono sviluppare nuove sinapsi nella corteccia cerebrale per rinforzare il sistema nervoso?
Ogni passo di apprendimento, ogni acquisizione di nuove conoscenze, crea dei nuovi nessi nel cervello o detto più nello specifico, nuove sinapsi nella corteccia cerebrale. Questo sviluppo di sinapsi richiede una buona attenzione dei sensi e anche una forza empatica verso gli oggetti di osservazione o di studio. Dopo un certo tempo d’osservazione l’uomo riesce a sentire una relazione profonda e si sente più unito con l’oggetto osservato. Il processo d’attenzione empatica ha come risultato la creazione di nuove sinapsi nella corteccia del cervello. Con i soli ricordi del passato o con la sola ripetizione di emozioni vissute nel passato il sistema nervoso non rinvigorisce le sue forze e anche il sistema immunitario indebolisce lentamente.

Il lobo frontale della corteccia cerebrale è la zona dove sono ancorate le nostre metacompetenze[1], il nostro atteggiamento interiore, le convinzioni e le posizioni che esprimiamo. I reticoli neuronali che si formano in questa zona non si sviluppano con insegnamenti, lezioni o consigli che altri ci impartiscono. Ci vogliono invece esperienze personali intense, vissute sia con il corpo che con l’anima intera, quindi penetrate nella mente nel migliore dei modi. Sia la componente cognitiva dell’esperienza che anche l’assimilazione emotiva sono importanti per lo sviluppo di connessioni neuronali nella corteccia cerebrale.[2]

Ritornando al tema della malattia, possiamo osservare che la maggioranza della popolazione non ha superato il virus. Grazie al lockdown tante persone hanno potuto evitare il contagio, però adesso siamo tutti nella situazione nella quale la vaccinazione non può sostituire la necessità di rinforzare il sistema immunitario. Indipendentemente dalla quantità di malati e dalla discussione sulla pericolosità del virus, tutta l’umanità è immersa in una crisi ed essa non ci lascia più vedere le prospettive per il futuro e crea un grande desiderio di ritornare alla nostalgia delle emozioni conosciute in passato. Dopo questo periodo, nel quale siamo stati come  “imprigionati” nel paese o in casa, dobbiamo entrare nel campo dell’alpinismo con nuovi occhi e nuovi ideali.

Secondo la visione spirituale ogni crisi e quindi anche ogni malattia può aprire nuove prospettive, progressi e una visione per nuovi ideali. Una malattia non è solo una cattiva apparizione[3], bensì concede un periodo di sviluppo. Forse il tempo del grave materialismo è passato e sono in attesa l’alba di una cultura umana e un’estetica più ampia. Anche l’alpinismo si sta muovendo tra un materialismo egocentrico e una cultura con grandi valori. Il segreto per la visione del futuro sembra risiedere nel coraggio dell’uomo stesso. Ogni persona può scegliere se ritornare alle emozioni del passato oppure, al contrario, sviluppare valori più creativi per ogni campo della sua vita. Il periodo futuro richiede una grande creatività e fantasia per questi passi progressivi, perché se si rimane solo nei valori del passato l’anima viene rigettata in un legame negativo con il corpo fisico.

L’alpinismo cerca una resurrezione. Anche se abbiamo già fatto tante vie sulla roccia e siamo esperti, dobbiamo cominciare di nuovo con un’osservazione e uno studio delle pareti ben conosciute. I nostri movimenti imparati appartengono al passato e devono sperimentare una nuova rinascita. E’ proprio da imparare un nuovo equilibrio del corpo sulla roccia e questo con un atteggiamento che si potrebbe descrivere cosi: immersione in una resurrezione, con occhi che vedono in modo totalmente diverso la natura e con una nuova forma di compagnia, che possiamo rinforzare con nuovi valori. Questo crea nuove sinapsi. Nessuna delle vecchie esperienze rimane allo stesso posto. Il nostro sistema nervoso ha bisogno di un nuovo elisir e vuole partecipare alla luce più ampia.

Valori per il futuro
Un senso morale e una vera e propria forza primordiale si possono sviluppare con l’esempio seguente: toccare roccia con le mani rivela un mistero nascosto. Ogni volta che tocchiamo la roccia con le mani questa suscita nell’anima umana una piccola fiamma calda. In quel momento siamo più collegati con il regno minerale. La montagna o il calcare della parete sono molto più vecchi di noi. C’è da notare anche la differenza tra calcare e granito. I monumenti di pietra sono un grande specchio che riflette la storia dell’evoluzione. Dopo un’arrampicata si riscaldano sia il corpo che l’anima e ci si sente caldi. Perché? E’ solo per l’attività fisica, lo sport, i giochi del movimento? Non è solo a causa di questo.

Tutti i movimenti sulla roccia sono sempre multi-variabili, comparati con i movimenti del ciclista, che fa sulla bici movimenti relativamente monotoni. La roccia fa emergere la fantasia umana e possiamo creare sempre nuove relazioni estetiche. Una volta il corpo supera un diedro a fianco, un’altra volta in spaccata. In una fessura possiamo entrare in profondità o possiamo farla alla Dülfer, rimanendo al lato. L’arrampicatore dispone di una scelta di movimenti. La fantasia si accende intuitivamente nell’anima durante una via di roccia e ancora di più sulle vie alpinistiche. Per il futuro possiamo rendere più consapevole ed estetico questo toccare la roccia, con movimenti ben coordinati.

Il rocciatore studia gli appigli, le liste, le fessure e la qualità della roccia; la roccia aspetta silenziosamente la risposta adeguata di chi la visita. L’arrampicatore si immedesima nelle diverse condizioni della parete, mentre la pietra rimane in una tranquilla attesa. Sentendo e percependo veramente la roccia, per raggiungere un’ottima creatività del movimento, si accende nell’anima dell’arrampicatore questa piccola fiamma. E’ la fiamma dell’individualità e l’individualità può essere considerata il centro dell’uomo.

L’ incontro tra la montagna rocciosa e un essere umano è veramente un bell’incontro tra il regno minerale e le forze creatrici dell’uomo. La relazione descritta è tutta diversa da una relazione materialistica, non può essere di consumo. Sono presenti emozioni ma pure sensazioni profonde accompagnano ogni salita di una via su roccia. Il fuoco si accende nell’anima anche con una buona conoscenza della montagna. Noi siamo esseri umani con il dono dello spirito, con la capacità di creare idee, forme e nuovi interventi. Nell’incontro con la montagna sentiamo anche il nostro passato, la storia dell’evoluzione. Quando arrampichiamo non siamo solo individui chiusi nelle propriee imprese egocentriche, lontani dalla civiltà, piuttosto diventiamo individui in un senso più universale, con sentimenti e pensieri che derivano da un incontro profondo con la roccia. 

Altri valori sono l’unità della cordata o la solidarietà in un gruppo di alpinisti. Anche questi valori hanno sempre bisogno di una nuova attenzione. Le amicizie vecchie passano velocemente o perdono di interesse. La prima attività necessaria per un amicizia è la percezione. Durante un tempo di depressione e isolamento i contatti perdono la loro dinamica e tensione positiva. La corda tra i compagni diventa si dilegua. Non basta ricordare solo le emozioni del passato, perché quelle appartengono veramente a un periodo precedente. Sarebbe importante ricreare passo per passo le esistenti amicizie con nuove e sensibili percezioni, di formare nuove relazioni e di trasformare le vecchie emozioni in nuove prospettive, condivise insieme. Gli alpinisti vanno in contatto nel momento di iniziare un’impresa. Risorti dalla tomba, creano un’esperienza totalmente nuova.

Il primo passo per questa resurrezione è l’attenzione, con una buona perseveranza nell’osservazione: dopo segue una vera percezione con l’interesse. Le emozioni tacciono per un momento e con questa vera attenzione oggettiva si alza una sensibilità luminosa. Con la buona sensibilità una nuova luce metafisica entra nelle anime. Alla fine la relazione sarà quasi come una rinascita e potremmo creare con la nostra fantasia le giuste condizioni di sicurezza per una via su roccia.

Se l’arrampicatore esce dall’auto e guarda alla parete deve prima osservare le strutture che gli si offrono e immergersi per un momento in una fase di concentrazione consapevole.

E’ importante in questa crisi attuale raggiungere una trasformazione per superare le emozioni che si sono accumulate, per comunicare in modo costruttivo, per fare progressi nello sviluppo con un rinforzamento della personalità. Sono necessari processi di percezione tramite i sensi e la mente, processi che si sviluppano quando si riesce ad entrare in contatto con altri e con il mondo in un modo abbastanza indipendente, autonomo, con la propria individualità e presenza. Il contrario sarebbe l’attaccamento a vecchie esperienze emozionali e ricordi o un abbandonarsi in modo passivo alle onde di informazioni, che ci mettono a disposizione i mass-media.

Questa canzone è stata scritta quindici anni fa dall’autore ed esprime il segreto della relazione tra roccia e arrampicatore. Questo è lo spartito.


Note
[1] Metacompetenze sono le facoltà sopra-personali e anche personali, sono le facoltà morali e estetiche, sono di più di quello che uno studente riceve come conoscenze a scuola.

[2]Vedi Gerald Hüther, Germania e Centro di ricerca di medicina, Tenno (TN).

[3]Se si considera un’infezione solo dal punto di vista fisico, provoca automaticamente delle paure. Secondo questo punto di vista la malattia non ha inizio nel corpo fisico bensì piuttosto nelle particolari condizioni di un essere umano che cerca uno sviluppo per il futuro ma non trova le giuste relazioni. Se una persona ha una visione per lo sviluppo le sue paure diminuiscono, perché allora può dirigere la sua situazione e non è solo dipendente dal corpo fisico.

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La resurrezione dell’arrampicata ultima modifica: 2021-03-01T05:13:00+01:00 da GognaBlog

59 pensieri su “La resurrezione dell’arrampicata”

  1. 59
    Carlo Crovella says:

    Per Dino: il CAI è uno, ma le interpretazioni del ruolo di istruttore sono infinite. Intervengono molte variabili, dalla zona geografica di provenienza all’estrazione socio-culturale, dal gruppo di appartenenza alla filosofia complessiva della scuola dove si agisce. Inoltre c’è poi una profonda differenza filosofica fra scuole di alpinismo e scuole di scialpinismo, è differenza oggettiva, che incide molto sul tema ma non sto qui a dilungarmi (se vuoi, con piacere, te ne parlo in separata sede). Infine, ma solo infine, arriva la propensione personale. A me piace svolgere il ruolo da istruttore (e, quando l’ho fattoi, da Direttore) come l’ho descritto, ma non è un’eccezione nella mia vita, è invece l’applicazione al tema di un mio modus operandi che seguo in tutta l’esistenza. Per esempio nella mia attività professionale più che 35ennale ho “tirato su” circa una ventina di junior professionali, non c’entravano nulla con la montagna, e anche nei loro confronti la mia funzione di tutor ha seguito gli stessi parametri formativi (e i feedback positivi e di gratitudine ci sono anche lì, eccome…). Lo stesso verso i miei figli, come educazione generale, nonché verso i giovani ai quali in passato ho fatto da animatore (attività estiva della circoscrizione) oppure da istruttore sportivo in città ecc. Il tema è però rilevante (almeno secondo la mia filosofia) in tema di montagna, perché se non codifichi a priori ogni singolo allievo (per schematizzare: il quartogradista, il quintogradista…..) rischi di fargli dei discorsi sbagliati. “Cissare” un allievo “tranquillo” e spingerlo a “strappare”… ebbene è lì che si può creare il cortocircuito… Io sono profondamente convinto di ciò e seguo tale filosofia da decenni. Chi preferisce altri approcci è liberissimo di seguirli, per carità, ma la mia testimonianza ha la finalità di confermare anche qui che non esiste “solo” il modo di andare in montagna “da ribelli” come molti di voi credono. Anzi, almeno dalle mie parti, l’esercito dei tradizionalisti è davvero molto numeroso…ma si sa il CAI fu fondato da Quintino Sella, Ministro delle Finanze del Regno d’Italia,… e questa “mentalità” alpinistica una traccia l’avrà ben lasciata, almeno in una parte dei subalpini… Buona giornata a tutti!

  2. 58

    1^ Compagnia. 104 esimo corso. Una banda di 120 picari irresponsabili. Già. 

  3. 57
    DinoM says:

    Evidentemente Cominetti tu ad Aosta eri nella prima Compagnia! Noi della seconda eravamo assolutamente sulla retta via. A parte scherzi ammiro il Dott.Crovella perché spende tanto tempo per questo blog e non si può certo dire che tutti noi che leggiamo non abbiamo chiaro come la pensi. Ho più o meno la stessa età di Crovella e forse qualche anno di più come istruttore ma devo dire che complessivamente non mi ritrovo per nulla in ciò che dice. Ognuno nell’approccio alla vita (carriera, famiglia etc) ha un a sua linea che deve essere rispettata perché nessuno ha in mano la verità. Nei corsi ho ricevuto più che dato. Io cerco di dare  le nozioni tecniche di base  e di trasferire la passione per la nostra attività; loro mi rigenerano costantemente con la loro freschezza, il loro entusiasmo la loro giovinezza che sono valori assoluti. Devono essere loro a trovare il loro equilibrio e io ritengo costituisca una prepotenza anche solo tentare di modificarlo. A me i prepotenti non piacciono acculturati o meno, persone importanti o meno. Cercando di restare in tema devo dire che il periodo COVID per chi scala è stato vissuto in modi molto diversi a seconda della zona di residenza. Dino Marini

  4. 56

    Dannazione! Avevo preso il commento 53 come risposta al mio e già mi gongolavo. Oltretutto si adattava benissimo se uno prova a leggerlo. E invece, come una mannaia, è arrivato puntuale il commento giusto, nel quale, devo dire mi riconosco di più. 
    Dimenticavo di citare la pausa del servizio militare come ufficiale negli alpini dove addestravo (era la parola che li si  usava) kamikaze anche di altri eserciti, ovviamente tutti periti in Somalia e poi in Kuwait. Picaresco neppure troppo…. ma va là e stai attento che non ti bruci nella stufa assieme ai libri di letteratura alpinistica che mi scaldano (bruciando nella stufa ogni sera, ovviamente) mentre picchio moglie e figli a turno dopo essermi ubriacato. Delle banalità che scrivi. Cosa credevi? Baci.

  5. 55
    Simone Di Natale says:

    Unò duè..unò duè…passoo!!!!
    Caro marcello perchè continui ad esprimere la tua opinione? L’abbiamo capita…per favore non ripeterti, diventi fastidioso. Qui le cose le capiamo alla prima…veramente..non c’è bisogno. Te lo abbiamo già detto!!

  6. 54
    Carlo Crovella says:

    @51 sono almeno due anni, forse anche di più, che ti dico esplicitamente che noi due apparteniamo a due mondi opposti, addirittura conflittuali. Per questo non arriveremo mai a comprenderci reciprocamente. Non è cosa che a me manchi particolarmente, vivo benissimo senza. Io sono ben felice di essere l’opposto del “tu” che hai descritto picarescamente (ma forse non troppo). Fai pure la montagna che ti piace, lungi da me convertiti, ci manchetebbe. Quello che non ti va giù è che ci sia gente (molta gente) he ha un approccio alla montagna “tradizionale e tradizionalista”. Si può essere felici in montagna anche senza esser per forza dei “ribelli”. Io insegno agli allievi un approccio “equilibrato”, senza spingerli a fare cose fuori dalle loro corde. Il quartogradista è felice sul IV grado, il quintogradista sul V grado e così via. Ma i miei allievi li riconosco da distante: come si muovono, come poggiano le pelli  sulla neve, come fanno dietrofront in salita, come sono vestiti, come hanno fatto lo zaino, come scendono, come arrampicano, omnno le soste, come si acculturano sui libi (di montagna) , come ragionano ecc ecc ecc. A me piace impostarli così e i feedback di decine e decine di anni sono tutti positivi. Sono felice io e sono felici loro. Per cui non vedo motivo per dover cambiare. Buona serata!
     

  7. 53
    Carlo Crovella says:

    @50 sicuramente c’è molto di vero in quello che hai scritto. Molto dipende se i ragionamenti si fanno a un alpinista “fatto” e maturo come te, oppure a un giovane allievo  magari anche anagraficamente molto giovane e quindi ancora plasmabile. Plasmabile nel bene o nel male a seconda di chi incontra. Nella mia propensione pedagogica io mi trovo a insegnare a personalità in formazione e indico loro i pericoli da cui stare distanti. Ciò mi porta a estremizzare i concetti fermo restando che tali concetti mi appartengono sul piano ideologico. Piacevole dialogare con te. Buona serata!

  8. 52
    lorenzo merlo says:

    Respiro bukowskiano.

  9. 51

    A 16 anni avevo iniziato a scrivere un libro sugli squali. Ho ancora le bozze. La montagna però mi ha portato a fare altro lasciandomi poco tempo e energie per cose diverse. Ho ingravidato un po’ di donne promettendo amore eterno. Ho fatto il pessimo padre e sicuramente ho dei figli per il mondo che non so di avere. Ho sempre vissuto di espedienti, facendo anche l’elemosina suonando la chitarra per la strada. Ho fatto disperare i miei genitori cercando fin da giovane di non lavorare né dimostrare interesse per il lavoro in generale. Sono stato istruttore del Cai, che sarebbe il club alpino italiano. Penso che l’alpinismo e l’arrampicata non siano influenzati dal corona virus più di quanto possa farlo il raffreddore o una gamba rotta. Insomma,  un disastro dal paradigma inconsistente. Ho insegnato ad andare in montagna a qualche malcapitato e ho persino istruito qualche decina di future guide alpine, ovviamente tutti morti precipitando nell’abisso o sotto le valanghe. Ora scopro che sono uno squalo, secondo un paradigma che sapevo esistere ma sinceramente speravo non incontrare mai. Potrò finire il mio libro di gioventù completandolo con il tipo “di montagna” e festeggiarne la pubblicazione in una bella Taverna da zozzoni bevendo sangue di toro. Come ogni sera.
     

  10. 50
    Giovanni Massari says:

    L’ho letto, è molto interessante ma non credo che “lo squalo” sia sempre un atteggiamento deteriore e penso che moltissimi alpinisti siano stati almeno in un periodo della loro vita un po’ “squali” nel senso di trascinatori positivi o un po’ fissati.Non credo che in realtà in ciò ci sia solo della negatività a patto naturalmente che non sia un’ossessione patologica ma allora non parlerei più di “squalo” ma di malato.L’uomo ha diverse nature a differenza dello “squalo” e per fortuna può essere “squalo a periodi” e credo possa essere una bella esperienza su cui fondare le basi per poi tornare uomo e direi un uomo migliore.

  11. 49
    Matteo says:

    “No, nessuna camicia di forza a chi la pensa in modo opposto al mio”  però contingentare gli interventi a, chessò, 200 righe o 20 interventi al giorno potrebbe essere un’ottima soluzione, rispettosa della pluralità delle opinioni e dell’apparato riproduttivo di tutti.
    Dovrebbe essere evidente a tutti che monopolizzare i commenti è alquanto fastidioso, ma purtroppo pare che qualcuno sia come ossessionato dalla passione falsamente positiva, ma in realtà patologica, di diffondere (pacatamente, beninteso) la propria visione, pretendendo da tutti gli altri approvazione ed adesione.

  12. 48
    Carlo Crovella says:

    @44, (innanzi tutto ti ringrazio per la pacatezza del tuo approccio dialettico, a dimostrazione che si piò confrontarsi senza subito partire con insulti, frecciate, attacchi personali, battute stupide e da taverna. Molti lettori dovrebbero imparare da te). No, nessuna camicia di forza a chi la pensa in modo opposto al mio… Però io indico agli allievi dei comportamenti da NON seguire, questo sì. Ovviamente sempre secondo il mio paradigma etico-morale, ma io insegno i “miei” valori, non i valori degli altri.
    L’alternativa non è fra fare frazioni e stravaccarsi sul divano, ma fra diventare ossessionati di una passione falsamente positiva ma il realtà patologica (simil droga, almeno a livello piscologico) e, dall’altra, dedicarsi alle cose importanti della vita: famiglia, moglie, figli, educarli amorevolmente, trascorrere molto tempo con loro, fare gitine con figli piccoli anziché trazioni in garage, dedicarsi al lavoro in modo serio e sano, badare a mamma, nonna, cane della zia, coltivare impegni politici e civile e… e infine andare in montagna, in modo equilibrato e consapevole…..
    Questo è il paradigma in cui io credo, sia per educazione ricevuta nella famiglia di origine, sia per convinzione personale, sia per il sentiment medio dell’ambiente socio-culturale in cui vivo… e quindi questo tipo di messaggio io diffondo, non posso diffondere altri messaggi. Lo diffondo agli allievi, lo diffondo nei mie articoli, nei libri, nelle conferenze, anche in questi interventi (finalizzati a testimoniare che NON esiste solo la montagna vissuta come passione bruciante).
    Chiaro: se uno ha un paradigma completamente diverso dal mio, trova i miei insegnamenti “castranti” (ma allora non si iscrive neppure alla scuola, la fama della stessa è nota e precede la valutazione se iscriversi o meno..).
     
    Pacatamente io questa visione diffondo, è quella in cui credo e non potrei essere portatore di valori antagonisti ai miei. Il mio obiettivo qui non è far venire la pellagra a certi lettori, ma testimoniare che esiste anche un modo di vivere la montagna in cui, pur facendo “tanto” anche in montagna, non si è dominati dalla passione bruciante, ma la si domina. Questo è il succo del discorso (e, per collegarmi all’articolo principale, io spero che nella ri-nascita dell’alpinismo post CoVid trovi più spazio questa impostazione “morale” rispetto agli ultimi decenni, dominati dal materialismo e dal consumismo…). Un webinar economico mi chiama… Ciao!

  13. 47
    Carlo Crovella says:

    Chiaro, ciascuno ha le sue valvole di sfogo… è la modalità di viverle che ne determina la positività morale o meno (oltre che la soggettività dell’osservatore). Diciamo che (sempre secondo il mio paradigma personale) dedicarsi agli allievi ha un che di “nobile” che, ai mie occhi, lo pone sopra alla propria attività personale diretta vissuta in modo morboso.
     
    I numeri degli allievi sono quelli totali di una scuola di scialpinismo, istituzione che è strutturalmente diversa dalla scuola di alpinismo. Inoltre la nostra è storicamente molto grande. A 100 allievi/anno per 40 anni il conto spannometrico è presto fatto. In certi periodi storici gli allievi erano di più, tipo 150 anche 170 all’anno. Di questo immenso oceano di allievi, però, più o meno in quasi tutti ci ho messo le mani, alcuni formandoli da zero alla maturità completa (sia scialpinmistica che alpinisticva), in altri ho “lavorato” in collaborazione con l’intero organico istruttori…ma tutti più o meno, specie quelli che hanno frequentato in determinanti decenni in cui sono stato più sistematico sul terreno, hanno avuto a che fare con me.
     
    Il concetto di squalo di montagna è un archetipo che ha risvolti patologici sul piano morale, a differenza dell’istruttore che si “dona” agli allievi. Ma non è solo una questione di quanto tempo si dedica alla montagna, ma di “come” si vive la montagna… Quindi non è solo una questione di ore o giorni (tanti/pochi) dedicati alla montagna, ma del modo più o meno “morboso” di dedicsrsi alla montagna. Si tratta naturalmente di valutazioni che risentono del mio specifico paradigma etico. Se, per curiosità, ti interessa conoscere più profondamente che cosa  intendo per squali di montagna (e perché li chiamo così), ti ripropongo il link ad un mio recente articolo sul tema specifico:
    https://www.caiuget.it/cai/squali-di-mare-e-di-montagna/
     
    Ciao!

  14. 46
    Giovanni Massari says:

    Credo che spesso si parli della stessa cosa in modo diverso
    Se io penso alla mia arrampicata come una droga non è certo in senso deteriore e quelle due/tre ore al giorno che spesso posso dedicarle non mi allontano certo dai miei doveri di insegnante, padre e marito ma invece ne migliorano sicuramente la funzione perché li assolvo con maggiore serenità proprio grazie al fatto che sono realizzato anche in un campo più intimo e personale e raggiungo così maggior serenità d’animo.
    Crovella mi sembra che al di là del legittimo metodo di insegnamento sia anche lui positivamente e molto “drogato” di montagna se ha trovato nella sua vita lavorativa e personale tutto questo tempo da dedicare alla montagna (intensa ed incessante attività, pregevoli articoli vari e 4000/6000 allievi seguiti)
    Mi sembra un po’ “squalo” pure lui e se non ossessionato certamente un enorme appassionato(che poi più o meno…)

  15. 45
    Enri says:

    Commento 41
    Concordo sul fatto che l’incipit del messaggio “tu sbagli” non fosse consono ad un sereno scambio di vedute e accetto la critica. Detto questo, quando tu dai del patologico a chi vive una passione diciamo molto forte e la mette in pratica in modi a volte un po’ sopra le righe, ecco li mi verrebbe proprio da dire che tu diciamo hai un’opinione ben strana ( ed in tal modo evito di scrivere che sbagli). Magari uno che fa trazioni di notte e’ perche’ lavora 12 ore al giorno e preferisce trascorrere quell’unica ora che ha non alla tv ma in garage. E’ patologico lui o chi si stravacca sul divano? Tutto questo per dire che ognuno la vive come vuole senza essere etichettato come patologico. Poi tu puoi dire ai tuoi allievi che, fra i 100 modi per vivere la passione della montagna, quello che ti senti piu’ vicino e’ quello xyz, ma non e’ che gli altri per forza sono da camicia di forza.
    mia opinione personale. Saluti

  16. 44
    Carlo Crovella says:

    @32 e altri (compreso 43): a chi soffre di pellagra suggerisco il sottostante rimedio:
    La terapia consiste nella somministrazione di nicotinamide, che è correlato chimicamente alla niacina, sotto forma di vitamina PP. Ovviamente una dieta alimentare equilibrata porta alla completa remissione della malattia, se causata semplicemente da alimentazione carente.
    Più banalmente basta saltare a piè pari e si evita la pellagra. Ciao!
     

  17. 43
    Simone Di Natale says:

    Corrente di pensiero opposta la esprimeva il buon Novello Novelli in “A Ovest si Paperino” (Grande film!!):
    – 40 anni di silenzio…..40!!

  18. 42
    Carlo Crovella says:

    Stiamo parlando di scelte valoriali. Gli psicologi professionisti sintetizzano nel concetto di paradigma: cioè elenco e gerarchia dei propri valori esistenziali. Secondo il mio paradigma, soggettivo per carità (ma per me è la mia bussola esistenziale, quindi è come se fosse assoluto e oggettivo) una passione che diventa una droga è da condannare, a prescindere che abbia a che fare con la montagna. Che si tratti di passione per la montagna, o per le donne o per il gioco o per un qualsiasi altro sport, o addirittura per il lavoro (avete presente gli Yuppies anni ’80?), io ho una posizione ideologica di condanna di tutto ciò sul piano etico-morale.
     
    Non intervengo nelle vostre vite, ma a titolo personale applico (da 55 anni…) questo determinato approccio alla montagna (ma direi all’intera vita in ogni risvolto)  e questo particolare approccio insegno da 40 anni. Io credo in questi valori e quindi questi valori diffondo. Non potrei diffondere “altri” valori.
     
    Una precisazione (che poi è una ripetizione perché l’ho già scritta nei giorni scorsi): gli allievi NON sono tutti uguali, parlo proprio come personalità e come carattere, a prescindere dalle capacità tecniche alpinistiche. L’intelligenza dell’istruttore è quella che gli permette di identificare la tipologia di ciascun allievo a quindi fare lavori pedagogici personalizzati, diversi da allievo ad allievo.
    Fare invece un discorso standard a tutti gli allievi rischia di produrre effetti dannosi: se l’allievo di carattere e per altre sue scelte di vita è un “quartogradista” di natura, è pericoloso fargli discorsi da “ottavogradista”, sventolargli esempi di nomi che hanno spinto il limite un po’ più in là e anche solo invogliarlo a cercare l’ignoto in montagna… A un quartogradista occorre invece impostarlo come quartogradista serio e maturo e sicuro sul IV grado.
     
    Non esistono solo i dei estremi della lista, cioè i quartogradisti e gli ottavogradisti: esistono infinite sfumature intermedie, per questo occorre capire la natura di ciascun allievo e a lui fargli i discorsi personalizzati tarati su di lui. Questo è molto difficile, ma è lì il “bello” della vera attività didattica e pedagogica. A insegnar nodi sono capaci tutti… anzi basta aprire You Tube e un tutorial su questione tecniche lo trovi sempre, non è necessario un istruttore pensante per quello. Viceversa creare la forma mentis adatta alla personalità di ciascun allievo è cosa molto complicata, ma elettrizzante proprio per questo motivo
     
    Almeno, io ho questo approccio e a me piace svolgere l’attività didattica e pedagogica in questo modo e, come ho già accennato, ho un complessivo feedback di riconoscenza e gratitudine per questa impostazione. Per cui non vedo proprio le condizioni per modificare la mia attività pedagogica. Più o meno nel nostro ambienti siamo tutti così, certo io occupo una posizione radicale sul tema, ma anche i più moderati di me non sono tanto distanti da me, altrimenti non riusciremmo a condividere le gite e l’attività didattica nel suo complesso.
    Al di fuori del nostro ambiante, è chiaro che ognuno fa l’istruttore come gli piace di più, ma io racconto la mia esperienza personale, non posso raccontare quella degli altri… Ciao a tutti!

  19. 41
    Carlo Crovella says:

    @6 Enri: non escludo in assoluto di sbagliare (anche se realisticamente sono convinto della fondatezza di quello che dico), però quelli che espongo sono i mie valori, quello è il mio “paradigma” di vita, prima ancora che di montagna.
     
    E questi valori sono quelli che insegno ai mie allievi, tra l’altro da 40 anni consecutivamente. Come potrei insegnare valori alternativi a quelli in cui credo? Faccio l’istruttore (come tutti gli istruttori) per volontariato, per cui il “divertimento” che ne traggo è solo la diffusione dei valori in cui credo. Non potrei diffondere valori in cui non credo. E quelli che piacciono a molti di voi sono valori in cui io NON credo, per cui non li diffondo.
     
    Tralascio ciò che ho già ripetuto all’infinito, ovvero che in 40 anni, avendo messo le mani su un numero complessivo di allievi che varia da 4000 – quattromila – a 6000 – seimila -, NON ho mai ricevuto un lamento della serie “disgraziato, mi hai fatto il lavaggio del cervello e per colpa tua non sono diventato un ottavogradita, ma sono stato un semplice quartogradista!”. Viceversa, non faccio altro che incontrare allievi anche di 20 o 30 anni fa che mi esprimono sempre e solo gratitudine e apprezzamento proprio per la forma mentis che ho contribuito a creare nella loro testa… 
     
    Quest’ultimo elemento è determinante: se i feedback del mio “ambiente” sono positivi circa il mio modo di fare didattica e pedagogia, a maggior ragione perché dovrei cambiare? Dovrei forse cambiare perché  la pensa diversamente da me un certo Enri, persona che rispetto ma che per me è un illustre sconosciuto, del tutto irrilevante sia sulla mia attività personale che su quella didattica??? Sono allibito: è impreciso che tu dica “Carlo sbagli”, devi  invece dire “Carlo non la penso come te”, sono due concetti differenti, è bello che ci confrontiamo (spero sempre serenamente), ma poi all’atto pratico ognuno fa quello in cui crede. A te piacer (o piaceva, non è chiaro anche se non importa)  fare trazioni di notte? Per carità falle pure, ci mancherebbe. Però io ai mie allievo dico che quella è una cosa “patologica” (vedi concetto “squali”) e insegno un modo significativamente diverso di approcciare l’andar in montagna. Perché io, ai mie allievi, dovrei insegnare quello che piace a te??? Non sta in piedi questa tesi, dai. immagino che anche tu convenga proprio sul piano dialettico…
     
    Per quanto riguarda la generalizzazione, si tratta di archetipi, ma esistono eccome. Esistono i cannibali ed esistono gli squali di montagna: di questi ultimi ti potrei fare nomi e cognomi, ma per eleganza e discrezione non li faccio (tanto sarebbe irrilevante, ciò che importa è il concetto, non i singoli). Io mi permetto di criticare questi modi di andare in montagna, ma non vieto ai singoli di fare così se a loro piace così. Tuttavia ai mie allievi insegno a NON essere così. Rivendico la mia assoluta libertà di scegliere cosa insegnare ai mie allievi: mi pare che sia un principio al di sopra di ogni valutazione, noi?
    Nonostante il mio approccio che a molti può apparire conservativo, timoroso, col freno a mano tirato… di cose in montagna ne ho fatte da togliermi la voglia, sia in termini qualitativi che quantitativi. E ne ho fatte fare, non nel senso che mi sono tirato dietro palle al piede, ma nel senso più nobile che ho portato molte (moltissime, si parla di centinaia sulle migliaia di allievi) persone ad elaborare una capacità “matura” di sapersi muove in montagna. Questa soddisfazione è ciò che giustifica gli sforzi didattici e padagogici che sostengo da 40 anni in qua. Buona giornata!

  20. 40
    Alberto Benassi says:

    da istruttore, oltre ad insegnare le basilari tecniche da manuale,  ho sempre cercato di trasmettere passione, curiosità per l’ignoto, gusto dell’avventura, senso del limite ma allo stesso tempo voglia di spostarlo. Ho sempre detto, ascoltate chi ha più esperienza, perchè non siamo nati imparati,  ma poi fate la vostra strada, seguite il vostro istinto, costruite la vostra dimensione, una vostra visione.
    Prendedo spunto dalle belle, oneste e profonde parole di Giovannino Massari, per me l’arrampicata, l’alpinismo è stato ed è un mezzo per inseguire l’avventura, un modo per interpretare la montagna, per mettermi in gioco, per spostare dei limiti che mi si paravano davanti. Massari parla di droga. Si è una droga, che se ti manca stai male. E’ sbagliato questo?  Può  darsi, ma credo che se hai una grande passione , questo è il risultato. Sabato scorso dopo tanto tempo ho rimesso i ramponi andando a fare una via di misto in Apuane. Mi sono obbligato, ho faticato, sono tornato stanco ma  sono stato bene. Ci voleva!!

  21. 39
    Matteo says:

    Enri, sei matto?
    “possiamo immaginare che ognuno la vive un po’ come gli pare” questa è la teorizzazione del male assoluto!

  22. 38
    Giovanni Massari says:

    Mi ritrovo molto bene nelle esperienze sensoriali e di carattere introspettivo descritte da Heinz Grill e sinceramente questo già da prima della pandemia 
    Per me arrampicare è un esercizio quasi quotidiano che ha diverse valenze;
    tenermi in forma fisica e quindi una forma di igiene di vita, praticare con dedizione una disciplina, che a volte è anche sport, che amo all’aria aperta ma ancora di più una pratica che attraverso la concentrazione e l’esposizione relativa al pericolo mi fa tornare alla vita quotidiana come rigenerato perché ogni volta il movimento stesso dell’arrampicata mette in moto dentro di me qualcosa di profondo, probabilmente producendo endorfine, che mi porta a riconsiderare in modo positivo qualunque problematica debba poi affrontare nella vita quotidiana.
    La pandemia ha rallentato questo processo?
    Da una parte senz’altro per quello che riguarda il contatto con la natura ma l’ho ritrovato attraverso la pratica dello stesso movimento sulla parete artificiale di casa che mi sono attrezzato negli anni.
    In arrampicata, per me, è il movimento intrinseco della scalata, quel fluire del corpo che lavora, quel sentirsi senza peso e senza spazio che mi dona il suo reale beneficio.
    È una droga di cui non posso fare a meno?
    Forse…
    Ma per quello che riguarda tendo però più ad associarlo ad una preghiera per il senso di pace e di rilassamento che ne consegue.
    Poi naturalmente sono stati da orpello nel corso della mia attività le salite difficili, le amicizie che si sono costruite e le esperienze fatte ma il nocciolo resta in quell’esperienza sensoriale, individuale e profonda(non oso chiamarla spirituale ma sicuramente interiore) che mi sa ancora dare l’arrampicata per me, fortunatamente, solo scalfita dalla pandemia.

  23. 37

    Stando sugli spalti, l’arena sembra un pollaio. Sempre più incompetenti parlano di ciò che conoscono solo per sentito dire o poco più. Non c’è più dibattito costruttivo ma tanta,   troppa superficialità spacciata per roba profonda. La storia della volpe e l’uva ha stufato.

  24. 36
    Enri says:

    Per il commento 31. Carlo tu sbagli mi spiace. Spesso condivido parte delle cose che scrivi ma in questo commento sbagli.Sbagli nel catalogare gli altri senza sapere bene cosa fanno e sbagli ad insegnare ai tuoi allievi il tuo modo di andare in montagna. Rilevo che oltre ai cannibali ci sono gli squali. E come fai a sapere cosa fanno, cosa sentono, cosa provano? Mi sembri tanti miei conoscenti di anni fa quando mi allenavo come un matto per scalare in falesia e mi dicevano “chissa cosa ci provi ad allenarti, noi vogliano divertirci non stressarci”. Ecco le tue parole mi fanno lo stesso effetto. Peccato che grazie a decenni di allenamento ho potuto vedere posti appigli panorami e provare sensazioni che forse a quei miei conoscenti sono rimaste almeno in parte non note. Ma a parte decidere chi ha ragione o chi torto possiamo immaginare che ognuno la vive un po’ come gli pare ( nel rispetto reciproco)? Io ho sempre patito a rispettare giorni di riposo negli allenamenti perche’ ad allenarmi mi sono sempre divertito come un matto. Un vero squali mi definiresti. E questo pero’ non mi ha impedito di avere una vita normale, nella quale la passione per la scalata ha avuto e ha un posto fondamentale, non collaterale. Ripeto, ognuno la viva come vuole ma nessuna catalogazione semplicistica. Seconda questione: se sei un bravo insegnante devi tirar fuori il meglio dai tuoi allievi che, in qualche modo, e’ gia’ dentro di loro. Non insegnare loro il tuo modo di andare in montagna. Puoi dare consigli, indicazioni ma non per imporre il tuo modo ma per far si che ognuno sia dotato di quanto serve per decidere come vivere la sua passione. Sia essa il passatempo della domenica come l’obiettivo primo di una vita.

  25. 35
    Alberto Benassi says:

    Dimenticavo.
    Grazie di preoccuparti dei miei problemi.
    Non è facile oggi trovare persone che si preoccupano degli altri.

  26. 34
    Alberto Benassi says:

    Mi sa che sei te che non sai leggere SO-RAGLIA
    da:   RAGLIARE

  27. 33
    MS says:

    @28 e 30, visto che non sai leggere neanche i nomi, una sigla potrebbe essere più facile. Mi rendo conto che non capisci molto di quanto leggi, magari sei più bravo con gli appigli  ben evidenziati. Spero proprio che tu riesca a risolvere i tuoi problemi che non sono certo piccoli. Comunque, divertiti pure, non  credo proprio che meriti ulteriori risposte

  28. 32
    MG says:

    @14 sembri proprio Ginesi
    ti sbagli non sono io. Quindi evita di citarmi a sproposito.
    magari invece chiediti perche fai venire la pellagra ai 5/6 di coloro che ti “leggono”

  29. 31
    Carlo Crovella says:

    Ognuno è libero di approcciare la montagna come ritiene opportuno, tuttavia è altrettanto legittimo per chiunque poter coltivare le proprie idee ed esprimere le conseguenti critiche.si tratta di critiche ideologiche, no  di accuse personalizzate su singole persone.
     
    Sono decenni e decenni che critico gli alpinisti succubi della loro passione “bruciante”, che diventa una droga e, anche se non li porta letteralmente a schiantarsi, li consuma dall’interno, li uccide sul piano etico ed esistenziale. Tipi così io li chiamo “squali di montagna”. Di recente sul tema è uscito questo mio articolo, se a qualcuno interessa approfondire:
    https://altrispazi.sherpa-gate.com/altrilibri/saggi-racconti/squali-di-mare-e-di-montagna/
     
    Non mando i carabinieri a casa degli “squali” per farli desistere. Fatti loro. Tuttavia, nella mia funzione didattica, da sempre io insegno agli allievi a non essere preda della passione per la montagna. La montagna deve essere un importantissimo interesse, un “driver” come si dice oggi, ma va tenuta in posizione collaterale e sempre con la museruola. Ciò nonostante, pur tenendo un giusto distacco dalla passione travolgente, di cose in montagna se ne possono fare a tonnellate, sia in termini quantitativi che qualitativi. Sempre divertendosi e conservando il controllo del rischio.
     
    A ben vedere non sono temi di riflessione nuovi di zecca. Un sacco di intellettuale della montagna ci ha riflettuto sopra da tempo immemore. L’ articolo I Falliti di Motti già analizzava il tema nel suo complesso. Quindi non vedo cosa ci sia da stupirsi.
     
    La mia speranza, ribadisco, e che la ri-nascita post CoVid possa riproporre come modello base dell’approccio alla montagna il modello sano, che punti a divertirsi tenendo sempre le briglie in mano e che si svuota dalla pressione insane e prestazionali della società del No Limits. Buona serata a tutti!

  30. 30
    Alberto Benassi says:

    Matteo
    si offendono per poco.
    Anche se…

    il vero spirito della montagna e dell’alpinismo l’ha nel sangue

    di presunzione ce n’è in abbondanza.

  31. 29
    Matteo says:

    Anche perché, francamente, scrivere a qualcuno “ma sai una sega te!!” mi pare maleducazione decisamente veniale e offesa ben poco sanguinosa

  32. 28
    Alberto Benassi says:

    . Con ciò permettimi di sottolinearti che la “scuola della montagna” insegna altre cose. Il rispetto per se stessi (e ti prego di pesare bene questa frase), quindi il rispetto per gli altri e per l’ambiente

    egregio Sig. Soraglia.
    mi dispiace ma non peso proprio nulla e non te lo permetto di farmi la morale.
    Tanto meno sul rispetto altrui e dell’ambiente.
    Quindi non fare il professorino perchè non ho bisogno che me lo dica te cosa insegna la montagna.
    Quanto alla mancanza di educazione si può esprimere in tanti modi. Pensa al tuo…
     

  33. 27
    Marco Saroglia says:

    Caro Alberto Benasi (o Benassi, lo vedo scritto in diversi modi) e con questo incipit credo di aver già risposto in parte alla tua imprecisa “esuberanza”. Innanzitutto l’appartenenza geografica non giustifica la mancanza di educazione. E poi non voglio erigermi a difensore di Carlo Crovella che per quanto ne so io, anche se da molti decenni non lo frequento, il vero spirito della montagna e dell’alpinismo l’ha nel sangue (che forse non ribolle, essendo freddamente sabaudo). Con ciò permettimi di sottolinearti che la “scuola della montagna” insegna altre cose. Il rispetto per se stessi (e ti prego di pesare bene questa frase), quindi il rispetto per gli altri e per l’ambiente. E per le risorse che sono di tutti, anche se non sto ad elencarle. Con questo credo di avere detto tutto, anche se non pretendo di essere stato chiaro per tutti.
     

  34. 26
    Giuseppe Penotti says:

    @Roberto Pasini, mi piacerebbe entrare in contatto con te.
    Poichè su FB hai un nome de plume e non posso rintracciarti, hai voglia du  entrare in contatto con me?
    https://www.facebook.com/giuseppe.penotti
    Ciao

  35. 25
    Carlo Crovella says:

    @22 guarda che non hai capito proprio niente…mescoli pere con patate… rileggiti con attenzione i commenti di ieri e vedrai che vertono su tutt’altra i8mpostazione… io ho raccontato come, da 40 anni, imposto gli allievi, quelli su cui ho messo le mani…ma tu mica sei un mio allievo. E allora che protesti a fare?

  36. 24
    Alberto Benassi says:

    Vero Luciano sono un biscaro.
    Ma io per carattere sono portato a dare fiducia.

  37. 23
    Luciano Regattin says:

    (modalità ignore cc on).
    Non so se si tratta di un problema generalizzato, o se colpisce più di altri località come Arco, cioè uno dei tipici centri di arrampicata “turistici” europei. Ma il covid ha bloccato i confini, e questo credo sia il vero motivo della scarsità di climbers in zona, dato che la maggior parte dei frequentatori della  valle del Sarca proviene da fuori regione o in larga parte da altri stati. Nella mia regione le falesie sono frequentate come sempre, e tranne che durante il lockdown dello scorso anno, differenze non si sono viste rispetto a prima. Da noi non c’è turismo arrampicatorio e i frequentatori sono più o meno sempre i soliti, zona gialla o arancione che sia (non si fa distinzione, ma so che molti arrampicavano anche in zona rossa), dal “vecchio” che non molla mai, ai giovani entusiasti, che probabilmente tra un anno o due si dedicheranno ad altro. Comunque in falesia domenica ho contato una trentina di cordate, non male per una parete che non rappresenta il top del top, alla faccia dei deserti arcensi. Quindi nessun “periodo di fame e sete”, nessuna resurrezione, nessun trauma da privazione, va da sé che tutte le considerazioni a seguire diventano un mero esercizio intellettuale, anche un po’ inutile per chi considera l’arrampicata uno sport, privo di valori spirituali e mistici. 
    Sono infine convinto che chi vede nel covid una speranza di ravvedimento dell’umanità, una possibilità di reset per poi ripartire con altre modalità (tutte ancora da elaborare), un prima e un dopo, sia semplicemente un illuso. La Storia ce lo insegna.(modalità ignore cc off).
    (PS: Alberto, un veterano come te che ci casca ancora, dai!)

  38. 22
    Alberto Benasi says:

    Sig. Soraglia
    che devo dire sono toscano e quindi a volte il sangue mi va in ebollizione…soprattutto quando si tende sempre a generalizzare e soprattutto a sentenziare, su chi poi non si conosce.
    Perchè  un conto sono le opinioni, un conto è sentenziare.
    Se spari sentenze non ti rispetto e mi arrabbio.
    Cosa ne sa Crovella dell’altrui concetto di montagna e di alpinismo?
    Cosa ne sa Crovella quale importanza riveste per gli altri  l’alpinismo? quanto ci si dedicano?
    Quindi non mi sta bene che mi si venga a dire come mi devo o non mi devo  comportare, solo perchè non si è canditati alla piolet d’oro.
    Parli della propria esperienza ma non dia sentenze.
    Per avere grande passione e mettere veramente tanto,  in questa attività, fino a diventare uno stile di vita, non occorre essere alpinisti professionisti, patinati.
    C’è gente che non la conosce nessuno, che per avere certi risultati si fa un mazzo della madonna, magari nel poco tempo libero che gli rimane dagli impegni di lavoro . Per questi l’alpinismo, l’arrampicata, la montagna , non è meno importante per chi è professionista.
    Quindi rispetto.

  39. 21
    Marco Saroglia says:

    Non è molto che visito il blog e leggevo anche con qualche perplessità alcune affermazioni. Mettendole anche a confronto col numero di morti alla base di alcune tendenze degli ultimi anni. La cosa che disturba però è la mentalità ristretta di qualcuno che non riesce a considerare la libertà di pensiero di altri, quindi tenta di zittirli con la mancanza di rispetto o l’insulto addirittura. Se qualcuno ha dei dubbi, mi riferisco alla risposta #6

  40. 20
    Roberto Pasini says:

    Matteo.Guarda che su FB o su altro puoi entrare quando vuoi magari con un nome d’arte. Io uso un nome d’arte. I blog si stanno evolvendo verso nuove forme e la rete sta passando dal liberi tutti ad una fase più selettiva in entrata e non solo a posteriori, dove ognuno può decidere dove mettere la sua attenzione. È  una libera scelta. Basta un po’ di iniziativa. Aurevoir. 

  41. 19
    Carlo Crovella says:

    Apprezzo il commento 16 per il fatto che l’autore si è concentrato sul…tema dell’articolo, senza stare a polemizzare sulla piccineria o meno, sulla stupidità o meno di Crovella (che non è neppure l’autore dell’articolo principale).
    I precedenti commenti (come moltissimi interventi nel passato su altri articoli) sono invece in termini di scambio di battute fra appartenenti ad una comunità oppure incentrati nel criticare e polemizzare su commenti (nella fattispecie i miei) non graditi. Tutta roba che non c’entra: che io sia egocentrico, coglione, vecchio, stupido, sono anche un po’ cieco e sordo… lo sanno anche i muri. Che cambia con l’articolo del giorno?
     
    Possibile che un articolo così profondo e “pensato” come quello di Grill non vi instilli altro desiderio se non quello di vivisezionare cosa scrive Crovella a latere???
     
    E’ questo che non sta in piedi nei vostri modi di fare: sembra quasi che non leggiate neppure più l’articolo principale del giorno, ma morbosamente andate a leggere solo i commenti di Crovella per mettervi voi a fare battute stupide e immature. Cambiate registro.
     
    NB: preciso che i miei commenti 7 e 8 sono risposte a interrogativi che, legittimamente e (specie nel caso di Enri) pacatamente, mi hanno posto i commenti 4 e 5: così l’interazione serve per ragionare sul tema del giorno. I commenti 13 e 14 sono sono zizzania e non portano valore aggiunto al dibattito. Ciao!

  42. 18
    Roberto Pasini says:

    Crovella. Tranquillo caro. Sono tornato questa mattina solo per fare una proposta a chi interessa dialogare a due vie, dopo aver fatto ieri una bella esperienza di dialogo e ascolto su Clubhouse che ho iniziato da poco a usare. Non c’è dubbio la voce ha un enorme valore aggiunto. Quindi rilassati, hai campo libero. Io sono fuori.

  43. 17
    Matteo says:

    “L’errore di fondo che commetti anche tu è vedere questo spazio di commenti come una chat, cioè come un meccanismo di comunicazione fra persone “
    e invece cos’è?
    Eliminando il termine comunità, ovviamente, che non c’entra, né credo appartenga al Pasini…comunque io non ho FB e risulto tagliato fuori

  44. 16
    Antonio Arioti says:

    Per quanto belle trovo le riflessioni di Heinz Grill poco appetibili ai più.
    Qualche settimana fa è apparso su questo blog un articolo di Ivo Rabanser che offre una visione meno filosofica, più tradizionale ma comunque sempre attuale, che ritengo più in linea con i canoni occidentali.
    Con questo non vorrei si pensasse che stia mettendo in contrapposizione Grill e Rabanser ma siccome non sono di primo pelo so bene che quando si vuole riempire di psicologia e misticismo un’attività in cui l’aspetto fisico è rilevante, la massa dei praticanti fa gli occhi da pesce lesso, soprattutto se giovani e gagliardi.
    Per uno come me, per il quale la difficoltà non è mai stata né il suo forte né il suo obiettivo, le parole di Grill costituiscono invece una conferma della bontà di un certo tipo di approccio.

  45. 15
    Carlo Crovella says:

    @14 sembri proprio Ginesi. A prescinder ti dico: segui i saggi consigli di Pasini (13).
    @13 Pasini, se ti infastidisce non leggere neppure, non invado volontariamente la tua vita. Sono ormai tre volte che hai detto che non scriverai più qui e poi eccoti qui. Niente di male, anzi sei il benvenuto se desideri controbuire con un tuo pensiero. L’errore di fondo che commetti anche tu è vedere questo spazio di commenti come una chat, cioè come un meccanismo di comunicazione fra persone che si considerano una comunità. Se questo è il tuo spirito, fai benissimo, ma non estenderlo obbligatoriamente a tutti. Io sono abituato, per deformazione professionale, a scrivere articoli che vengono letti da lettori che, a prescindere dal fatto che ne approvino o meno il contenuto, non danno per scontato che facciamo reciprocamente parte della stessa comunità. Se Fb o roba del genere ti garantisce quella serenità, è coerente che tui “stia” là, ma allora perché torni qui???

  46. 14
    Felice says:

    #7
    “è diventato addirittura più forte di me”
    “e su di lui ho fatto un lavoro ideologico molto particolare. Lui ci ha messo del suo”
    “se io avessi applicato a tutti gli allievi il “lavoro” che ho fatto su costui”Insomma, è diventato così forte grazie a CC (in realtà, qualcosina ci ha messo anche l’allievo, ma tale componente è trascurabile…senza l’illuminata guida del vate non si sarebbe staccato da terra).Che misto di tristezza e divertimento quando l’ego ammanta la persona fino a renderla cieca.Buon super-IOPrevengo le critiche: mio fratello è laureato in psicologia, ed ho guardato tutta la serie tv “The Mentalist”, quindi sono di fatto psicologo per osmosi ergo quello che scrivo è giusto. 🙂

  47. 13
    Roberto Pasini says:

    commento apparso sulla pagina Facebook di Gogna Blog a firma Alex  Jung.
    “Vorrei provare anche io la roba che si fuma Heinz Grill”
    ps. Suggerimento: usare di più la pagina FB di Gogna Blog. Dopo aver effettuato un intervento rimangono i rimandi alle pagine FB individuali. Se uno è interessato la rete consente di comunicare in modo diretto, filtrare  ed eliminare i disturbi di fondo. Con la diffusione di Clubhouse si possono anche fare dei gruppi veri e propri di conversazione, anche qui filtrando. Esiste il diritto di parola ma anche il diritto all’ascolto selettivo. Parlare  è una liberta’ assoluta ma essere ascoltati è una conquista e non un diritto scontato. Arrivederci. 

  48. 12
    Carlo Crovella says:

    @11 tema dibattuto anche in questo blog. 
    Vedi:
    https://gognablog.sherpa-gate.com/caiano-sara-lei/
     
    Ciao!

  49. 11
    Christian.T says:

    Io vado in montagna solo da dieci-quindici anni, forse per questo non capisco tutti questi acronimi che usate voi veterani…. qualcuno potrebbe indicarmi di preciso cosa sta ad indicare la parola cai? Grazie

  50. 10
    Simone Di Natale says:

    La logorrea è fra i sintomi del Covid?

  51. 9
    Matteo says:

    Ossignùr!

  52. 8
    Carlo Crovella says:

    @5 quanto alle scelte personali occorre che sia il singolo a prendere le decisioni e assumersene le conseguenze. Se uno vuole vivere così, cioè con la passione bruciante, deve poterselo permettere ovvero deve avere due cose di base. 1) le capacità tecniche e la personalità conseguente (doti non così diffusez). 2) uno stile di vita complessivo Che permetta una passione del genere. Se uno vive da solo e dispone unilateralmente del suo tempo, può vivere liberamente così. Se uno ha delle responsabilità (es figli o anche dipendenti…) qualche auto-limite dovrebbe imporselo. La passione bruciante che ti allontana dai figli io la trovo disdicevole. Diventa una droga e si può morire, sul piano morale, anche senza morire in senso stretto.
     
    Ma tutti Questi ragionamenti sono gia’ sul terreno strettamente individuale. Io ragiono tendenzialmente comd istruttor e come tale mai spingero’ un allievo a preferite la passione bruciante a scapito, per esempio, del tempo dedicato ai figli. Ciao!

  53. 7
    Carlo Crovella says:

    Chr c’entra qui la capacita’personale? In ogni caso non ho mai detto di esser un accademico, anche se di “cose” in montagna ne ho fatte e non poche (tra l’altro vado in montagna da 55 anni. I 40 anni sono quelli di attività didattica come istruttore).
    L’equivoco di fondo di alcuni di voi è che concepite il grande popolo della montagna come se fosse costituito solo di “accademici” o simil-accademici. Non è cosi  anzi… Gli Aste, i Manera, i Mellano ecc ecc sono “amatori”, ma fanno parte di una elite numericamente ristrettisdima e non rappresentativa del popolo della montagna. Faccio un riferimento numerico per farmi capire meglio: gli iscritti al CAAI, cioè gli accademici ufficiali, sono 300 circa. Gli iscritti al CAI sono 350.000. La percentuale degli accademici sugli iscritti CAI non raggiunge l’1%. Anche aggiungendo tutti i simil-accademici (cioè tutti quelli che hanno capacità analoghe, ma non sono ufficialmente iscritti al CAAI), saliamo un po’, ma sicuramente non andiamo oltre il 5% rispetto al totale soci CAI. Quindi pensare agli Aste, ai Manera, ai Mellano ecc come rappresentativi degli alpinisti della domenica è molto fuorviante.
     
    Quando io parlo di obiettivi dell’attività didattica, mi riferisco all’attività verso i soci che sono, alpinisticamente parlando, degli alpinisti “medi”. Questi ultimi è opportuno formarli con la mentalità da alpinisti medi e non cissarli a esser quello che non sono. Sventolare l’esempio di Aste, di Manera, di Mellano ecc ecc davanti agli occhi di allievi che NON hanno le capacità degli alpinisti “impegnati” è molto pericoloso e, spesso, costituisce il prerequisito del cortocircuito cui accennavo.
     
    La scorsa settimana ho fatto due conti spannometrici di quanti allievi mi sono passati fra le mani in 40 anni di attività didattica: si va da 4.000 (quattromila) fino a 6.000 (seimila). Restiamo per prudenza statistica sul minimo (4000). Di tutti questi, gli allievi veramente forti saranno stati 50 circa. Non che siano mancati, anzi. Io cito sempre l’esempio di un “mio” allievo che ha fatto la sua prima gita in assoluto in gruppo con me, senza che ci conoscessimo in precedenza. Nel giro di due massimo tre uscite, io avevo capito che costui aveva i “numeri” e su di lui ho fatto un lavoro ideologico molto particolare. Lui ci ha messo del suo, è diventato addirittura più forte di me, è stato successivamente un ottimo istruttore, è diventato Direttore della Scuola 12 anni dopo di me e, nella sua attività personale (sia con gli sci che d’estate), ha realizzato performance di rilievo, fra cui cito il Pilone Centrale al Bianco.
    Ora, se io avessi applicato a tutti gli allievi il “lavoro” che ho fatto su costui, avrei commesso un errore strategico. Errore che io ritengo sia l’errore per antonomasia della società del No Limits.
    L’intelligenza dell’istruttore consiste nel capire le caratteristiche di OGNI allievo e costruire nella sua testa la mentalità giusta per lui. Se io avessi replicato in modo standard la stessa formazione ideologica sulla moltitudine di allievi “medi” non avrei fatto un favore a questi ultimi, ma probabilmente avrei prodotto un danno. Li avrei sottoposti a quel materialismo emotivo citato dall’articolo, portandoli a fare una montagna discordante con le loro capacità e il loro stile di vita.
     
    Sia chiaro, questo lavoro di formazione ideologica (lavoro che va personalizzato allievo per allievo) è una cosa molto diversa rispetto all’insegnamento delle nozioni tecniche. Queste ultime (il nodo, la manovre, come legarsi ecc) vanno insegnate in modo standard a tutti. Insegnamento delle nozioni e lavoro ideologico dell’allievo sono quindi due attività parallele d complementari. L’istruttore che si limita solo alle nozioni non è un istruttore completo
     
     
    La personalizzazione ideologica punta a formare la mentalità nella testa dell’allievo in modo tale che tale mentalità sia adeguata alle sue capacità e al suo stile di vita generale. Inutile parlare di Aste ad un allievo che di natura è un quartogradista: l’obiettivo deve essere invece quello di formarlo  come quartogradista equilibrato, cioè far sì che sia un quartogradista autonomo, maturo e sicuro sul IV grado. Spingerlo a fare di più è sbagliato.
     
    Data la composizione generale dell’immenso popolo CAI, l’obiettivo statisticamente più diffuso e’ “produrre” infinite schiere di quartogradisti sicuri piuttosto che produrre nuovi Aste. Poche,  pochissime scuole CAI possono permettersi di ragionare nell’ultimo modo, ma la maggior parte delle Scuole CAI deve interfacciarsi con la grande massa dei soci CAI, che sono alpinisti medi e non di punta.
     
    In ogni caso sta all’intelligenza dell’istruttore focalizzare alla perfezione le caratteristiche di ogni singolo allievo e applicare metodi di lavoro ideologico adeguati alle caratteristiche di ciascun allievo.
     
    Spero di aver esplicitato adeguatamente il concetto. Alla fine il succo e’: io spero che la ri-nascita post CoVid porti chiarezza nel mondo didattico, alleggerendo le spinte a imitare i forti, perché queste spinte (se applicate ai “medi”) rischiano di provocare danni più che far evolvere il mondo degli alpinisti. Ciao!

  54. 6
    Alberto Benassi says:

    caro Crovella sarà anche 40 anni che vai in montagna ma sai una sega te!!
    Il tuo problema  è che continui a generalizzare!!!
     

  55. 5
    Enri says:

    Carlo,
    cerchiamo di capirci per evitare di dare seguito ad un viavai di commenti gia’ visti. Cosa intendi nel tuo messaggio 4? Io ho fatto le mie vie piu’ dure in falesia quando ero pendolare giornaliero tra le 5 del mattino e le 9 di sera ( ed alle 9 di sera anziche cenare mi rinchiudevo in garage) per 4 anni di fila, tutti i giorni. Passione bruciante. Anzi, un vero incendio. Guarda che non siamo in tanti ma nemmeno in pochi. Non e’ che stai generalizzando un po’ troppo? Per il resto spero che il covid abbia insegnato a tutti l’importanza delle cose cosidette semplici della vita. Ma d’altra parte, se uno arde di passione, e’ giusto che bruci e che trovi il suo modo di realizzare i suoi sogni. Il covid deve spingerci a diminuire i nostri egoismi, non la nostra determinazione a realizzare i nostri sogni ne’ tanto meno la nostra passione.

  56. 4
    Carlo Crovella says:

    Ma quanti Aste ci sono? Certo che ci sono ma numericamente sono una minoranza, anche se esistono. Il discorso riguarda la grande platea dei frequentatori della domenica: il 99% degli “amatori” non ha il talento adatto a sostenere una passione bruciante. E’ assurdo cissarli in tal senso, come fa la società del No Limits. E’ proprio lì che si crea il cortocircuito, ed è lì che occorre insegnare a tenere sotto controllo le passioni: sennò deragliano.

  57. 3
    Alberto Benassi says:

    Ebbene proprio quello è il cancro dell’andar in montagna e quindi del mondo degli appassionati della montagna. Naturalmente sto facendo riferimento agli alpinisti amatoriali della domenica, quelli che si dedicano alla montagna come “hobby” (i professionisti e gli alpinisti impegnati appartengono ad un altro mondo, ma l’equivoco è illudere gli amatori che possano ragionare e agire come i professioinisti).

    anche Armando Aste non era un professionista della montagna, lavorava tutta la settimana. Le sue più belle imprese l’ha fatte durante le ferie.
    Quindi è un fatto di passione. Se ne hai tanta, anche se non sei un professionista, puoi raggiungere alti livelli.

  58. 2
    Carlo Crovella says:

    Io sono sempre stato controcorrente, rispetto all’approccio (alla montagna) dominate, specie negli ultimi 2-3 decenni. Cioè sono sempre stato contro l’approccio del “No Limits” (a qualsiasi livello tecnico, a qualsiasi grado di difficoltà), dell’abbuffarsi di montagna in modo viscerale, della passione cosiddetta “bruciante”. Sia a livello di mio attività personale che a livello di “cosa” ho insegnato agli allievi da 40 anni in qua, la montagna che piace a me è esattamente l’opposto.
    Orbene, se è fondato l’auspicio dell’autore di questo bellissimo articolo (che fa riflettere a fondo), io personalmente spero che la “ri-nascita” post CoVid dell’andar in montagna sia improntata su un paradigma diametralmente opposto al “materialismo emotivo” che mi pare ben descritto dall’autore.
     
    A qualsiasi livello, intendo: è un concetto che può riguardare anche il semplice escursionista su sentiero. Vi ricordate una frase che citai molto tempo fa come esempio del “No Limits”? Era “Basta che ti guardi intorno e tutto quello che vedi lo PUOI fare”. Non riferisco, per discrezione, il nome della rivista dove l’ho letta.
     
    Ebbene proprio quello è il cancro dell’andar in montagna e quindi del mondo degli appassionati della montagna. Naturalmente sto facendo riferimento agli alpinisti amatoriali della domenica, quelli che si dedicano alla montagna come “hobby” (i professionisti e gli alpinisti impegnati appartengono ad un altro mondo, ma l’equivoco è illudere gli amatori che possano ragionare e agire come i professioinisti).
     
    Se ci sarà una ri-nascita post CoVid nel modo di andar in montagna, io esprimo l’auspicio che tale ri-nascita sia in direzione opposta al materialismo emotivo. Purtroppo temo che non sarà così e che anzi assisteremo ad un abbuffarsi incontrollato ed esasperato, proprio come reazione alle restrizioni di questi anni. Nella prossima fase, quella della ri-nascita, ancor più importanti, paradossalmente, saranno i veri maestri di montagna, quelli che insegneranno a frenare e dominare le passioni, anche quelle in sè positive, perché una passione “bruciante” alla fine… “brucia”. Se anche non conduce all’incontro fatale, brucia l’individuo rendendolo schiavo del materialismo emotivo. Buona giornata a tutti!

  59. 1
    albert says:

    Validissime considerazioni anche per semplici anziani  escursionisti estivi ed invernali.
    Lo intui’anche  Dino Buzzati in:
    https://digilander.libero.it/paroleepensieri/p&p/mseridon.htm
    contenuto tra l’altro in “Le montagne di vetro” ed.Vivalda.
    Intato dateci il vaccino e il POI lo capira’ la STORIA  come evolveranno tutte le attivitàe non la cronaca con cui veniamo martellati.Tutti virologi, statistici , farmacologi ma anche tanti menefreghisti…se  cifosse una fiala per ogni parola spesa , tutta l’umanita’ sarebbe gia’vaccinata.
    Attualmente c’e’ sempre stato stato chi in zona  rosso-arancio nel raggio dei 30 chilometri dal centro ( dove si troverebbe poi?  Municipio o  Chiesa parrocchiale  ) si e’ trovato a disposizione :piste di sci fondo, discesa , sci alpinismo…roccia e ghiaccio).Mi raccontano amici  residenti in valle Dolomitica  trentina, che alla sottile linea di confine col Veneto, certificata da antichi cippi di marmo, si incappava in pattuglia e relativa burocrazia.
    Sara’ tutto come prima o mai piu’come prima?In famiglia ci siamo presi un impegno:mai piu’remore  e tergiversazioni e procrastinazioni e inscatolamenti in casa unica di proprietà , si vede e si affitta inzone Dolomiche vecchie e nuove.
    Oggi 1 marzo sarebbe da partenza ore 6.30 e eventuale ritorno a 18.30, salvo decisione  lampo  di affittare e starci 7 giorni.
    Nella scuola , ad esempio, con la DAD, forse molti studenti avrranno rimpianto docenti e compagni, ma altri avranno capito che certe lezioni sono meglio in web elargite da veri esperti pure in didattica piuttosto  che su lavagne polverose e voci basse e rifiutanti ulteriori chiarimenti  e neganti uscite al wc.  Salutare pure  distanza da compagni bulli o persecutori, o maleodoranti  o gia’ fatti all’ingresso ore 8.

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