La scoperta del Caporal

Via dei Tempi Moderni (RE 033)
di Ugo Manera
(pubblicato su Pan e Pera, 2003)

La stagione (1972, NdR) continuò con altre scalate. Gian Piero era ritornato insoddisfatto dal viaggio turistico per l’Europa e riprendemmo a scalare insieme con una puntata nelle Dolomiti del Brenta, ove effettuammo la salita della via Graffer al Campanile Basso, conclusa sotto una fitta nevicata.

Quando i prati d’alta quota diventarono rossi e nell’aria si diffuse l’acre odore dell’erba che marcisce, ritornammo a Briançon nel Massif des Cerces, alla Prima Torre della Tête Noire, e con noi c’era Ennio Cristiano; non fu un’ impresa degna di nota, ma la ricordo perché fu l’ultima ascensione difficile di Ennio. Il nostro amico sentiva molto la responsabilità nei confronti della propria famiglia, i suoi scrupoli prevalsero e dopo quella salita troncò con l’alpinismo delle grandi difficoltà; così il compagno forte e paziente di tante avventure si staccò dal nostro gruppo.

Venne l’autunno del Caporal e l’era del “Nuovo Mattino”. Se la nostra attività alpinistica si svolgeva intensa, con pari intensità si sviluppava tra di noi il dibattito tecnico-culturale e l’apporto intellettuale alla discussione veniva da Gian Piero Motti, che leggeva e interpretava con sensibilità e intelligenza tutto quello che proveniva dagli Stati Uniti e dal nuovo alpinismo britannico. Insieme alle notizie delle eccezionali scalate sulle immense pareti granitiche della California, arrivarono i materiali impiegati dagli scalatori americani: chiodi in acciaio trattato, lamette sottili (rurp) per le fessure cieche, bong-bong in lega leggera per le grandi fessure; sconosciuti all’inizio rimasero i blocchetti a incastro (nut) perché di provenienza soprattutto inglese.

Caporal, ottobre 2017

Fummo tra i primi in Italia a interpretare in chiave culturale le notizie che giungevano da oltreoceano; ci interrogammo sulle motivazioni che spingevano gli scalatori americani a trascorrere giorni e giorni su quelle grandi pareti, persi in un deserto verticale, tormentati spesso dalla sete.

Erano avventure che portavano a sfiorare stati d’animo quasi trascendenti, sotto la spinta di una filosofia della scalata diversa da quella romantico-eroica dell’alpinismo europeo, soprattutto di matrice italo-tedesca. Il nostro interesse per quei nuovi orizzonti derivava dal fatto che la concezione drammatica, quasi sempre presente tra gli scalatori che ci avevano preceduto, non ci convinceva più: malgrado i molti rischi insiti nella scalata, ci sembrava più giusto andare in parete per cercare la vita e non per sfidare la morte.

Ugo Manera, primo tentativo sulla via dei Tempi Moderni al Caporal.

L’obiettivo principale si spostava dalla vittoria a ogni costo all’esperienza della vita in parete e in quella nuova ottica acquistava grande valore il gesto dell’arrampicata e il modo in cui venivano affrontate le difficoltà. Ambivamo a un alpinismo senza eroi, rispettoso della propria storia, ma emancipato dalla retorica che spesso lo aveva accompagnato, sospesa appunto tra sofferenza, eroismo e dramma. Immaginammo una nostra dimensione “californiana” che differiva certamente da quella originale, ma che ci sembrava congeniale: dovevamo solo trovare il terreno adatto per sperimentarla.

Dopo alcuni tentativi nei luoghi noti, approdammo in Valle dell’Orco, sui dirupi di Balma Fiorant, posti sopra i tornanti della strada che porta a Ceresole Reale. Varie volte, passando, mi ero fermato ad ammirare i grandi diedri e le immense “pance” di granito; guardavo quelle pareti perché erano belle e mi piacevano, ma non pensavo fosse possibile scalarle; poi la rivelazione, improvvisa ma logica: «Se i californiani hanno tracciato vie sul Capitan, certamente è possibile salire i dirupi di Balma Fiorant».

Venni preso dalla frenesia di provare. Un giovedì mi recai nella sede del CAI di Torino deciso a trovare un compagno per fare un tentativo. Gian Piero era lì e subito gli proposi il mio progetto; quando finii di parlare scoppiò a ridere e mi confessò che gli era venuta la stessa idea tanto che due giorni prima si era recato alla base delle pareti con il binocolo per studiare un itinerario di salita. Decidemmo di buttarci subito nell’impresa e due amici si unirono a noi: Guido Morello e Ilio Pivano.

Il sabato ci avviammo lungo la Valle dell’Orco diretti alla nuova meta.

Con i sacchi colmi dei nostri materiali migliori salimmo la pietraia scrutando la parete sempre più vicina per scoprirne i segreti; illuminata dal sole e coronata dai larici nella loro rossa veste autunnale, era molto bella, con immensi diedri grigi, pancioni gialli e strapiombi rossastri.

Apertura Tempi Moderni al Caporal, 8 ottobre 1972. Foto: Giuse Locana.

La linea di salita individuata da Motti parve anche a me la più logica per un primo tentativo; ci preparammo velocemente e Gian Piero attaccò un diedro umido mentre io lo assicuravo. Quando si fermò in sosta, lo raggiunsi velocemente e ripartii da primo lungo una larga fessura con ciuffi d’erba. Guido intanto, in testa alla seconda cordata, aveva raggiunto Gian Piero e Ilio si avviò a sua volta. Fatti pochi movimenti Pivano si trovò però in difficoltà nel diedro umido, si spazientì e si fece calare imprecando: «Voi siete pazzi, fate quello che volete, io su di lì non salgo».

Si slegò e andò a sedersi vicino ai sacchi. Che fare? Non potevamo abbandonare Guido in quella situazione; recuperò le sue corde sfilandole dai moschettoni rimasti attaccati ai chiodi della prima lunghezza e le lasciò cadere giù a Pivano, si legò a una delle nostre due corde e proseguì con noi.

La scalata riprese difficile e interessante, Gian Piero ed io ci alternavamo ad aprire la via lungo diedri verticali e placche provviste di piccole tacche, trovando sempre le fessure necessarie per piantare i chiodi di assicurazione. Il nostro timore era quello di incontrare qualche tratto di roccia privo di fessure e per non rimanere bloccati da questa eventualità Gian Piero aveva portato tre chiodi a pressione e un punteruolo per praticare i buchi.

Apertura Tempi Moderni al Caporal, 8 ottobre 1972. Foto: Giuse Locana.

Al termine di un diedro una traversata estremamente impegnativa mi portò su un piccolo e aereo ripiano dove riuscii a trovare due fessure che mi consentirono di piazzare gli ancoraggi per la sosta; sopra di me una liscia placca compatta sbarrava l’accesso a una serie di diedri, di sicuro difficili ma percorribili. I miei compagni mi raggiunsero e Gian Piero passò in testa sistemando a portata di mano punteruolo e chiodi a pressione. Si alzò in precario equilibrio con i piedi appoggiati sulle irregolarità della parete, cercò inutilmente qualche fenditura per infiggere una lama sottile, poi decise di ricorrere al perforatore.

L’attrezzo impiegato allora per forare la roccia era il medesimo che veniva utilizzato in casa per applicare i tasselli ai muri; con una mano si teneva il punteruolo appoggiato alla roccia e si picchiava su di esso con il martello, a ogni martellata lo si ruotava di circa un quarto di giro.

In posizione instabile Gian Piero cominciò la delicata operazione; alla seconda martellata il perforatore gli sfuggì dalle mani e cadde rimbalzando con tintinnio metallico lungo la parete. Eravamo in trappola: non avendo un punteruolo di ricambio, avanti non potevamo andare; ci guardammo attorno per vedere se con qualche pendolo fosse possibile raggiungere una zona con fessure, ma non scoprimmo nulla; ci toccò prendere in considerazione la discesa in doppia, impresa complessa, che rischiava di concludersi al buio, data l’ora fattasi ormai tarda.

Mentre eravamo indecisi sul da farsi, una voce ci giunse dall’alto: era Ilio che, nell’attesa, aveva trovato un passaggio per raggiungere la sommità della parete e, con raro intuito, si era portato dietro le sue due corde. Il nostro amico le legò assieme, le fissò a un larice e le fece scendere fino a noi. Uscimmo ingloriosamente con una lunga risalita lungo le corde fisse, a mezzo di nodi autobloccanti. Ilio aveva portato in cima anche una bottiglia di vino barbera che io avevo lasciato nello zaino alla base della parete; e così immeritatamente brindammo, secondo l’usanza instaurata dai nobili nostri predecessori inventori dell’alpinismo.

Malgrado l’insuccesso eravamo felici per la nostra scoperta: la parete era eccezionale, si potevano tracciare molte vie di estrema difficoltà. Era quello che stavamo cercando: la nostra piccola California. Decidemmo di tornare al più presto per completare l’opera.

Caporal, Umberto Villotta sulla placca finale di Tempi Moderni, 6 giugno 1980.

Passate due settimane eravamo di nuovo sul posto, altri due amici sostituirono Morello e Pivano: Vareno Boreatti e Flavio Leone, entrambi della “Gerva”. Fino alla base della parete ci accompagnò la fidanzata di Flavio che, armata di teleobiettivo, ci scattò quelle fotografie che in seguito vennero pubblicate su numerose riviste e guide.

Fummo più accorti rispetto al precedente tentativo e portammo un punteruolo di scorta; noi due veterani ci legammo ognuno a capo di una cordata e tutto filò alla perfezione. Per superare la placca che ci aveva arrestati al primo tentativo fu sufficiente un solo chiodo a pressione e al termine della scalata il nostro entusiasmo salì alle stelle.

Nel corso della discesa scrutammo attentamente tutta la roccia che ci circondava già pensando ad altre vie, e quando fummo nuovamente alla base inventammo i nomi per la nostra scoperta. Gian Piero battezzò l’itinerario via dei Tempi Moderni; io invece chiamai la parete Caporal.

Il mio fu un ragionamento molto semplice: il nostro scoglio granitico non poteva essere meno bello del mitico Capitan, era solo più piccolo, andava perciò collocato anch’esso nella gerarchia militare, ma a un livello più basso: caporale anziché capitano. La scoperta del Caporal scatenò un movimento nell’arrampicata che forse dalle nostre parti non si era mai visto; io stesso vi ritornai dieci volte per aprire dieci nuove vie.

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La scoperta del Caporal ultima modifica: 2020-10-14T05:16:14+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “La scoperta del Caporal”

  1. 9
    Riva Guido says:

    Senza quel chiodo non avrebbero potuto far parlare di loro.

  2. 8
    emanuele menegardi says:

    Quel chiodo a pressione fu parte di un compromesso, si vede che, nonostante il nome, non era ancora il periodo dei “tempi moderni”?

  3. 7
    alessandro gentilini says:

    Davvero ,che tempi.!!
    È un piacere leggere Manera.
    Io,preadolescente frequentavo la Valle d’Aosta ma solo qualche anno più tardi ebbi modo di frequentare quei posti .E furono emozioni
     

  4. 6
    Paolo Gallese says:

    Emozionante leggere Manera…! 

  5. 5
    Alberto Benassi says:

    Ugo la mia era solo una battuta. Ne sono consapevole quale rispetto avevi per i grandi scalatori del passato. Portare avanti nuove mentalità, nuovi stili,  se lo si fa con rispetto di chi ci a preceduto non vuol dire demolire.
    In fondo se oggi siamo qui è anche perchè qualcuno ha aperto una strada da percorrere.

  6. 4
    Ugo Manera says:

    Caro Alberto, gli illustri predecessori cui io mi riferivo sono stati i pionieri inglesi che ebbero una visione del nascente alpinismo più sportiva che eroica ed avevano l’abitudine di festeggiare le vittorie in vetta stappando bottiglie di champagne (trasportate sulla schiena di portatori o guide) anche se si avventurarono spesso in imprese temerarie (vedi Frederik Mummery).
    Lo testimonia anche il titolo del celebre libro di Leslie Stephen: “Il terreno di gioco dell’Europa”.
    Non è affatto mia intenzione “demolire” l’alpinismo eroico degli anni ’30 e ’40, ho una profonda ammirazione per i grandi scalatori di quel periodo, solo mi preme sottolineare che quella non era più la filosofia del nostro alpinismo.

  7. 3
    Alberto Benassi says:

    Ilio aveva portato in cima anche una bottiglia di vino barbera che io avevo lasciato nello zaino alla base della parete; e così immeritatamente brindammo, secondo l’usanza instaurata dai nobili nostri predecessori inventori dell’alpinismo.

    quindi non eravate intenzionati a demolire proprio tutto dell’eroico alpinismo .

  8. 2
    Alberto Benassi says:

    Venne l’autunno del Caporal e l’era del “Nuovo Mattino”.

    Tempi invidiabili, rivoluzionari.

  9. 1

    “Andare in parete per cercare la vita e non per sfidare la morte.”
    Potrebbe sembrare normale oggi, ma nel 1972 era pura rivoluzione.

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