La storia e lo sviluppo dell’arrampicata su ghiaccio alpino

Una breve rassegna della storia generale, delle tecniche, delle motivazioni e delle personalità che hanno contribuito allo sviluppo dell’arrampicata su ghiaccio alpino.

La storia e lo sviluppo dell’arrampicata su ghiaccio alpino
di Rob Collister
(pubblicato su Mountain n. 27, maggio 1973)

Il 15 luglio 1865 è una data significativa nella storia dell’alpinismo. Per una straordinaria coincidenza, le due vie più importanti dell’Ottocento venivano scalate praticamente nello stesso giorno. Perché, mentre Edward Whymper scendeva dal Cervino, Adolfus Warburton Moore, George Spencer Mathews, Francis e Horace Walker (padre e figlio), con le guide Jakob e Melchior Anderegg, stavano salendo lo Sperone della Brenva sul Monte Bianco. Questo è stato un risultato altrettanto grande, anche se, mancando di tragedia, ha sempre ricevuto meno pubblicità. Lo Sperone della Brenva era per l’arrampicata su ghiaccio quello che il Cervino era per l’arrampicata su roccia, entrambe le salite rappresentano un passo avanti psicologico piuttosto che tecnico.

La parte superiore dei pendii della parete nord di Les Courtes. Foto: Jürgen Winkler.

Come il Cervino, la parete sud del Monte Bianco era sempre stata considerata inespugnabile e ci vollero menti avventurose per sfidare questa ipotesi. Melchior Anderegg non ha mai approvato il piano dei suoi datori di lavoro e sembra che abbia borbottato sotto la sua barba per la maggior parte del tempo. Fortunatamente era in fondo alla cordata quando il gruppo raggiunse la cresta, di ghiaccio azzurro e durissimo sulla “cresta più affilata e formidabile che io abbia mai visto”. Al cugino Jakob, meno fantasioso, non era neppure passato per la mente di tornare indietro, e prima che il coraggio del gruppo avesse il tempo di scemare, stava già salendo la cresta in equilibrio, anche a cavalcioni quando necessario. Dopodiché fu Melchior a prendere il comando, facendo sfoggio del suo intuito per la ricerca del percorso nei seracchi e superando anche un verticale muro di ghiaccio di 5 metri. Ma questo dopo parecchie crestine difficili e ripide colate di ghiaccio. L’importanza della salita risiedeva nella quota e nella lontananza di quello sperone tanto quanto nella sua difficoltà, e nella necessità di affrontare il punto chiave tecnico sui seracchi vicino alla cima della montagna. Melchior, una volta superato lo sperone, era esageratamente consapevole della gravità della loro posizione, “essendo stata la sua risposta alla nostra ansiosa domanda se pensava che potessimo proseguire ‘Sì, perché non possiamo tornare indietro'”.

Parete nord dell’Aiguille du Plan. Foto: Doug Scott.

Lo sviluppo dell’arrampicata su ghiaccio prima del 1914
Come la maggior parte degli eventi storicamente significativi, l’ascensione della Brenva è stata sia sintomo che catalizzatore di una tendenza esistente. Solo quindici giorni prima Whymper aveva effettuato la prima salita dell’Aiguille Verte, salendo in parte (ma non del tutto) il ripido e pericoloso canale che porta il suo nome. La sua discesa, nello stesso anno, del versante Chamonix del Col Dolent, 350 metri di ghiaccio a 50°, con le guide Michel Croz, Christian Almer e Franz Biner, è stata sicuramente più sostenuta di qualunque difficoltà sulla Brenva. E fu anche nel 1865 che un’altra cordata inglese affrontò i complessi sistemi di seracchi sulla parete nord-ovest dell’Aiguille de Bionnassay. Tuttavia, la Brenva fu riconosciuta dai contemporanei come un punto di riferimento, e preparò psicologicamente la strada per percorsi sempre più ambiziosi altrove: la forte guida di Ferdinand Imseng sulle vie Brioschi e Marinelli sl Monte Rosa, la via Guggi sulla Jungfrau, la via Nollen sul Mönch, il Naso di Ghiaccio dello Scerscen, la via Cordier ai Les Courtes, il canale Minnegerode sull’Ortles, il canale Pallavicini al Gross Glockner. Negli anni Ottanta dell’Ottocento furono tentati i ripidi pendii ghiacciati di montagne come l’Aletschhorn, la Tour Ronde, l’Hochfeiler e il Gran Zebrù. E nel 1890 Ludwig Norman-Neruda, inglese naturalizzato di origine svedese, con la guida Christian Klucker, scalò le pareti nord del Piz Roseg e del Lyskamm per vie tuttora impegnative. il Canale Pallavicini sul Gross Glockner. Negli anni Ottanta dell’Ottocento furono tentati i ripidi pendii ghiacciati di montagne come l’Aletschorn, la Tour Ronde, il Gran Pilastro (Hochfeiler) e il Konigsspitze. E nel 1890 Ludwig Norman-Neruda, inglese naturalizzato di origine svedese, con la guida Christian Klucker, scalò le pareti nord del Piz Roseg e del Lyskamm per vie tuttora impegnative.

Ludwig Steinauer in apertura sulla parete nord del Mont Blanc de Cheilon. Foto: Wolfgang Gorter.

Klucker è stato il personaggio di spicco del periodo, fornendo l’ispirazione e la forza muscolare per molte vie che ha intrapreso con i clienti. In uno dei pochi libri scritti da una guida del diciannovesimo secolo, racconta come ha concepito per la prima volta le vie del Lyskamm e del Roseg molto prima di avere un cliente abbastanza in grado di accompagnarlo su di esse. Nel caso del Roseg ha dovuto aspettare diciassette anni. Neruda era in forma, entusiasta e capace, ma era più interessato al processo fisico di una salita che alla pianificazione. Klucker scrive del Lyskamm: “Nello studio di una possibile risalita sopra la costola… il mio Herr si è preoccupato poco, lasciando questo e altri argomenti interamente a me. L’ho convinto che questa costola era fattibile e libera da ogni particolare pericolo di valanghe. E lui mi ha creduto”. Tra le altre belle salite di Klucker c’erano le prime salite dei canaloni del Badile e del Cengalo e della cresta di Peutérey. Questa la scalò nel 1893 con Émile Rey, la guida del dottor Paul Güssfeldt, noto alpinista che aveva già al suo attivo le prime salite della Biancograt al Bernina e sul Naso di Ghiaccio dello Scerscen, anche se né la sua forma fisica né la sua abilità avevano impressionato Klucker. La Peutérey è una delle grandi salite delle Alpi. Anche senza il resto della cresta integrale (Aiguille Noire ed Aiguille Blanche), è eccezionalmente lunga e seria, con roccia, ghiaccio e difficoltà miste, pericolosa per il possibile maltempo e con grandi difficoltà di ritirata. Eppure Klucker sembra non averla considerata una scalata particolarmente memorabile. La spiegazione più probabile sembra essere semplicemente che l’ispirazione per la scalata non fosse la sua, e che anche nell’arrampicata sia stato costretto a suonare il secondo violino a Rey, che era stato impiegato come guida principale. Per Klucker, l’arrampicata era una passione, non solo una professione, un’attitudine non così diffusa tra le guide dell’epoca. Se una via aveva un significato, la guida doveva essere responsabile sia della pianificazione che dell’esecuzione.

Ludwig Steinauer in apertura sulla parete nord del Mont Blanc de Cheilon. Foto: Wolfgang Gorter.

Nello stesso periodo Albert Frederick Mummery, audace e brillante dilettante, salì il difficile e pericoloso Colle del Leone del Cervino con la guida Alexander Burgener e condusse la prima salita senza guida dello Sperone della Brenva. Mummery aveva una mente tutta sua. Non disdegnava di usare un chiodo da roccia se ne aveva bisogno in sosta, aveva progettato lunghi chiodi a vite per i suoi scarponi (non c’erano ancora i ramponi) e si era costruito una tenda da bivacco in seta del peso di neppure 1,5 kg. Con Ellis Carr e Cecil Slingsby, ha fatto un tentativo sulla parete nord dell’Aiguille du Plan, cosa che quasi sicuramente sarebbe riuscita se nessuno dei presenti avesse avuto inizi di congelamento dopo un bivacco. Il racconto di Carr sull’Alpine Journal descrive ciò che è chiaramente un’arrampicata su ghiaccio tecnica di alto livello:

Per almeno 25-30 metri il ghiaccio si rizzava a una pendenza tra i 60° e i 70°, interrompendo tutta la visuale della parete al di sopra… Non sono a conoscenza di nessuna autorità che abbia fissato il grado esatto di pendenza sul quale diventa impossibile usare la piccozza con entrambe le mani, ma, qualunque sia questo limite, Mummery lo raggiunse molto presto e iniziò a scavare con la mano destra delle buche nel ghiaccio, ciascuna con una rientranza laterale interna per sostenere il suo peso con la sinistra… La sommità del muro era coronata da un’unica pietra sporgente, alla quale il capocordata puntava, che, raggiuntala, offriva appena sufficiente spazio in piedi per entrambi i piedi. Il ghiaccio immediatamente sotto questa pietra per un’altezza di 4 o 5 metri era praticamente perpendicolare e la definizione di Slingsby di “cascata ghiacciata” è la più appropriata che posso trovare“.

Gli anni successivi videro le ascensioni del Pilastro di destra del Piz Palù e delle pareti della Ebnefluh e del Ciarforon. Ma, curiosamente, visto il numero di pareti e canali relativamente semplici che ancora erano inaccessi negli anni ’30, possiamo dire che l’esplorazione dell’arrampicata su ghiaccio nelle Alpi occidentali sembrò prosciugarsi nei dieci anni precedenti alla prima guerra mondiale, l’unica nuova scalata di nota essendo la parete nord della Lenzspitze. Nelle Alpi orientali, invece, gli alpinisti di lingua tedesca avevano imparato a usare strumenti nuovi, noti come ‘steigeisen’ o ramponi, e continuavano pareti brevi ma ripide come Presanella, Cima di Cantone, Similaun e Hochgall.

Michel Croz – la famosa guida di Whymper – le cui migliori realizzazioni sul ghiaccio includono le traversate del Moming Pass e del Col Dolent, quest’ultimo con una ripida discesa su un pendio di ghiaccio duro.

Tra le due guerre
Poca scalata era possibile durante e subito dopo la Grande Guerra. La fine degli anni Venti e gli anni Trenta, tuttavia, furono senza dubbio l’età d’oro dell’arrampicata su ghiaccio alpino. Nel 1939, non solo le tre più grandi pareti delle Alpi – Eiger, Cervino e Grandes Jorasses – erano state scalate, e la sfida lanciata dalle enormi pareti delle valli di Lauterbrunnen e Argentière era stata accettata, ma quasi tutte le altre pareti prominenti delle Alpi avevano ricevuto una salita. Invertendo la tendenza prebellica, la maggior parte delle nuove scalate sono state fatte da dilettanti o da guide che andavano assieme ai dilettanti. Tedeschi, austriaci, italiani, francesi e svizzeri erano tutti attivi, ma, a parte gli exploit di Graham Brown, gli inglesi scomparvero dal quadro per quanto riguarda le nuove vie. La salita di Dimitri Platonov della parete di Nant Blanc dell’Aiguille Verte con Armand Charlet e la salita di Ichiro e Jiro Taguchi della parete nord dello Schreckhorn con le guide Samuel Brawand e Christian Kaufmann furono i soli successi notevoli conseguiti da alpinisti di paesi non alpini.

Lo Sperone della Brenva con il secondo piano la parete della Brenva. Foto: Jürgen Winkler.

Due cambiamenti fondamentali erano avvenuti per rendere possibile questa esplosione di attività, uno nell’attrezzatura, l’altro nella mentalità alpinistica.

Melchior Anderegg

Attrezzature
È preoccupante riflettere su quante delle salite precedenti al 1914 fossero state fatte senza ramponi o qualsiasi forma di protezione. Siamo così abituati alle suole Vibram che rischiamo di dimenticare i vantaggi degli stivali inchiodati sul ghiaccio; ma ciò non riduce in alcun modo l’audacia di quelle prime ascensioni, quando una scivolata significava la morte per tutti gli interessati. La velocità e la sicurezza di un gruppo dipendevano dall’abilità nel tagliare i gradini della sua guida e, con l’eccezione di Mummery e di alcuni spiriti affini, era inaudito che il cliente desse una mano, figuriamoci salire un percorso serio senza una guida, di solito perché gli sarebbe mancata la forza fisica. Nel canalone del Badile, Klucker e il suo collega hanno effettivamente tagliato dei gradini per tutta la salita in preparazione della salita (che non si è mai concretizzata) del russo Rydzewski il giorno successivo. Neruda descrive Klucker che intaglia 300 metri in 1,5 ore; poi, stanco di essere bombardato dall’alto dai frammenti di ghiaccio, segue le orme di Klucker e quindi scrive in tono di scusa: “C’è da dire che i gradini erano così buoni che una scivolata sembrava, se non addirittura era, impossibile”. D’altra parte, in un tratto di ghiaccio molto duro sul Roseg, “Klucker ha tagliato orizzontalmente quattordici gradini di dimensioni tali che, contando i suoi colpi di piccozza, ho scoperto che in media ciascuno ne richiedeva settanta“. In quel tipo di lavoro, non molti dilettanti del diciannovesimo secolo delle classi accademiche o professionali potevano eguagliare un uomo che, fin dall’infanzia, aveva passato i suoi inverni a tagliare la legna.

Adolfus Warburton Moore

I ramponi furono inventati molto prima del 1914, ma il loro utilizzo sembra essere rimasto limitato. Già nel 1892, Clinton Dent, nel volume della Badminton Library sull’alpinismo, commentava: “Ramponi o ferri da arrampicata non trovano molto favore tra gli alpinisti inglesi e se ne è parlato, con disprezzo, in molte occasioni. A volte sono etichettati come aiuti artificiali, un termine vago, ma che implica una grande mancanza di rispetto. Tra gli alpinisti tedeschi e austriaci, invece, trovano molto favore“. Tre anni dopo, sull’Alpine Journal, un signor R. C. Gilson ha fatto riferimento al “loro impiego universale da parte dei tirolesi e all’incuria da parte degli svizzeri“. E in un articolo sull’Alpine Journal del 1905, William J. Kirkpatrick, un alpinista noto per le sue scalate senza guida, scrisse: “Troviamo i ramponi monopezzo, a quattro punte, del peso di 312 grammi al paio, molto utili e di peso accettabile, al contrario dei ramponi a grandezza naturale che, a mio parere, hanno un peso proibitivo“.

Ludwig Norman-Neruda e la famosa guida della Bregaglia Christian Klucker (sotto); una proficua collaborazione cliente-guida che ha portato alle salite delle pareti nord del Piz Roseg e del Lyskamm, due delle salite di ghiaccio più avanzate a quel tempo.

Negli anni ’20 il peso e il design dei ramponi erano stati migliorati e il loro uso divenne universale. Il loro valore principale era sui pendii facili. Su qualsiasi cosa ripida, i gradini dovevano ancora essere tagliati. Durante la prima salita della parete nord del Grosshorn nel 1932, la cordata di Welzenbach dovette tagliare 3.000 gradini nel duro “ghiaccio nero”, bivaccando a disagio sulla parete come conseguenza. Fu solo a metà degli anni Trenta che alcuni dei principali alpinisti tedeschi iniziarono a sperimentare con le “chele di aragosta”. La tecnica di punte frontali di Anderl Heckmair e Lüdwig Vorg sull’Eiger è diventata famosa. Precedente e meno nota è la descrizione di Rudolf Peters del secondo grande pendio di ghiaccio sullo Sperone Croz delle Grandes Jorasses nel 1935, che suona come molto moderna: “Senza tagliare un solo gradino, sono salito direttamente sul ghiaccio ripido, facendo passi brevi e utilizzando le due punte anteriori dei miei speciali ramponi. Ogni volta che la corda finiva tagliavo un gradino per un piede, piantavo un lungo chiodo nel ghiaccio, e poi il mio amico mi seguiva, tirandosi su, per guadagnare velocità, con l’aiuto della corda”.

Christian Klucker

Più che la tecnica dei ramponi, l’uso di chiodi da roccia e da ghiaccio da parte di austriaci e tedeschi è stata la ragione principale del loro successo sulle grandi pareti miste. Un primo esempio dell’uso dei picchetti da ghiaccio, sia per la protezione che, nel rigonfiamento del ghiaccio, per la salita artificiale, fu sulla parete nord del Wiesbachhorn, di Willo Welzenbach e Fritz Rigele nel 1924. L’Alpine Journal osserva che Welzenbach ha usato tre “ice-spins” nei seracchi della Dent d’Hérens l’anno successivo. Da allora in poi, il loro uso si diffuse rapidamente tra gli alpinisti di lingua tedesca (compresa la cordata svizzera di Walter von Allmen ed Ernst Feuz) e fu presto adottato anche dagli italiani. Ancora una volta, tuttavia, gli alpinisti di altri paesi sono stati lenti a seguire l’esempio, e le prime ascensioni di salite così impegnative come la parete nord dell’Aiguille de Triolet e la via Lauper sull’Eiger sono state effettuate senza alcuna protezione. Thomas Graham Brown rifletteva il punto di vista dell’establishment quando scrisse in segno di approvazione alla guida svizzera Alexander Graven: “Anche a lui, come a me, non piacevano… i mezzi di salita “illegittimi” (come la ferramenta teutonica di chiodi e quant’altro)“.

Un’altra cordata di successo è stata quella di Paul Güssfeldt ed Émile Rey (sotto). Il loro miglior risultato sul ghiaccio è stato la loro ascensione (assistita da Klucker) della cresta di Peutérey del Monte Bianco con partenza dal ghiacciaio della Brenva.

Pericolo oggettivo
Altrettanto importante dei miglioramenti nelle attrezzature era un’interpretazione più flessibile di ciò che costituiva un rischio giustificabile e una maggiore disponibilità ad accettare il pericolo oggettivo, di solito basato su uno studio attento dei rischi coinvolti. L’esame approfondito di Graham Brown del versante della Brenva ne è un classico esempio. Poiché un enorme seracco cadeva abbastanza regolarmente e ruggendo lungo la parete, era stato definito come impossibile. Graham Brown ha scoperto che c’erano alcune costole che, una volta raggiunte, erano fuori dalla linea di tiro. Studiando le cadute del seracco spassionatamente, si rese conto che si verificavano solo di giorno, o di notte in un clima insolitamente caldo; di modo che in una notte fredda le linee che aveva individuato potevano essere raggiunte e percorse in sicurezza. Da questa intuizione nacque quello che Graham Brown amava chiamare il Trittico, la via della Poire, la via Major e la Sentinella Rossa, vie ritenute impensabili in epoca precedente, quando ancora c’erano da salire cime o creste inviolate.

Émile Rey

La via Klucker-Neruda sul Lyskamm era stata un primo esempio di questo tipo di audacia calcolata, ma Klucker la salì solo quando si convinse che fosse in realtà abbastanza esente da quei pericoli, cosa che non appariva da una sola e frettolosa ricognizione. Inoltre, era rimasto un esempio isolato, e per anni la via era conosciuta localmente come “la via del folle inglese”. Negli anni ’30 la ricerca di nuove vie fece sì che un simile attento esame fosse applicato ovunque alle pareti, con la differenza che ora gli alpinisti arrivavano ad accettare le cadute del seracco come un pericolo professionale, facendo affidamento sul freddo e, in misura maggiore o minore, sulla fortuna. Kurt Diemberger, sotto l’enorme cornice del Gran Zebrù, articola alcune delle riflessioni da ghiacciatore:

In quel momento apparve la ‘meringa’ – molto sopra di noi, 500 metri più in alto di noi, o forse più, un grande balcine sospeso in modo repulsivo nel nulla, tonnellate di ghiaccio in equilibrio nell’azzurro del cielo, così semplice, così immobile – e cazzo, se sporgeva! Sembrava abbastanza assurdo che potesse reggere, che non ne cadesse almeno un pezzo; ma poi, era autunno.

Un giorno d’estate due alpinisti sono stati travolti e sono morti sotto lo sguardo impotente di chi li seguiva. Oggi, solo pochi minuscoli cristalli di neve sono scesi danzando lungo il pendio. Oggi c’era magia nell’aria – e quel gigantesco rigonfiamento era appeso lassù, come sotto un incantesimo.

Gli alpinisti sono fatalisti? Suppongo che, in certe situazioni, a volte ci arriviamo abbastanza vicini…

Nel frattempo, a 500 metri sopra le nostre teste, la “cosa” era ancora sospesa silenziosamente nel nulla“.

Spesso gli alpinisti che vivono a una certa distanza dalle Alpi dimenticano che l’autunno è probabilmente il periodo migliore dell’anno per l’arrampicata su ghiaccio. Lastre di ghiaccio nero a metà agosto, le pareti possono facilmente tornare in condizioni dopo un’abbondante nevicata e qualche giorno di gelo e disgelo; e anno dopo anno si verificano periodi prolungati di freddo e sereno a settembre e ottobre.

Tuttavia, Diemberger stava correndo un rischio. Chi scala la parete nord del Gran Zebrù sta correndo un rischio. Ma di solito è calcolato. Nessuno può accusare Diemberger di mancare di immaginazione, ma essendo giunto a una decisione razionale si fida del giudizio piuttosto che dell’emozione. Sarebbe stato così facile “uscire dalla psiche”. Allo stesso modo, sotto i seracchi dell’Aiguille Blanche o sull’orlo del Gran Canale della parete della Brenva, occorre uno sforzo di volontà per scommettere la propria vita sul fatto che la neve è gelata. Tuttavia, fintanto che la temperatura è rigida e si è sotto i seracchi o nell’attraversamento del canalone all’alba, il rischio, sebbene non del tutto eliminato, è abbastanza remoto da essere abbastanza giustificabile per la maggior parte delle persone. È stata la disponibilità a farsi questa violenza che ha reso possibili le grandi salite degli anni Trenta.

Due guide che hanno effettuato importanti prime ascensioni su ghiaccio durante il XIX secolo sono state Ferdinand Imseng e Christian Jossi (sotto). Le salite di Imseng delle vie Marinelli e Brioschi sul Monte Rosa sono state grandi imprese. Le più importanti salite di ghiaccio di Jossi sono state la parete nord dell’Ebnefluh e la parete nord-est del Mönch, ma ha anche realizzato una serie di importanti ascensioni invernali di vie esistenti.

Inevitabilmente, tuttavia, alcune vie erano più rischiose di altre, e l’opinione variava ampiamente, come ancora accade, su cosa costituisse esattamente un rischio giustificabile. La via Major è pericolosamente esposta ai seracchi per un traverso di circa 35 metri, la Via della Poire ancor più, per un tratto di almeno 600 metri. La via originale Blanchet-Mooser sul Fletschhorn è resa così pericolosa sia dai seracchi che dai sassi che sembra essere stata ripetuta solo una volta, le cordate preferiscono prendere la via Vanis, che è più sicura anche se meno diretta. Per ragioni simili la Fiescherwand, la via Welzenbach sul Lauterbrunnen Breithorn e la via Steinauer sull’Aletschhorn hanno avuto poche ascensioni. L’Eigerwand è un caso speciale. Probabilmente la più pericolosa di tutte, si è vista protagonista di oltre cento salite. I suoi rischi non possono essere calcolati. Il pericolo di caduta sassi può essere ridotto trovandosi nei posti giusti al momento giusto; i pericoli del maltempo e della ritirata forzata possono essere ridotti al minimo se si scala in velocità. Ma nessuno dei due può essere completamente evitato e lo scalatore è a rischio dappertutto. Di quelli che l’hanno scalata, pochi hanno avuto voglia di ripeterla, eppure la maggior parte l’ha trovata una via magnifica. Gran parte della sua popolarità deriva dal prestigio conferito dalla notorietà. Ma la pubblicazione de Il Ragno bianco di Heinrich Harrer ha avuto un ruolo altrettanto importante. Per molti, la frase “Il ragno bianco sull’Eiger è la prova estrema non solo delle capacità tecniche di uno scalatore, ma anche del suo carattere” è stata una sfida irresistibile. In quale proporzione questi motivi sono mescolati varia da scalatore a scalatore.

Christian Jossi

Ma guardando alla grande era dell’arrampicata su ghiaccio nel suo insieme, anche se bisognava correre dei rischi e in alcune occasioni l’ambizione e lo slancio della competizione si sono dimostrati più forti del giudizio, di solito il pericolo è stato mantenuto entro limiti ragionevoli. Per ogni salita che i posteri hanno ritenuto eccessivamente pericolosa, ce ne sono molte che invece sono diventate delle classiche, molto frequentate.

Le vie di misto
Tra le due guerre l’arrampicata davvero dura su ghiaccio tendeva ad essere su pareti di misto dove c’era maggior ripidezza che su una via di ghiaccio puro e protezione meno certa che su una via su roccia. Le salite miste possono essere suddivise in due tipologie. Ci sono quelle come l’Eiger, il Cervino e le Grandes Jorasses dove le difficoltà sono fondamentalmente rocciose, rese più difficili da fessure ghiacciate e dal verglas, molto diverse dalla vasta lastra ghiacciata di pareti tipo la Nord della Lenzspitze, ma innegabilmente legate alla necessità di usare i ramponi. E ci sono quelle come il Nesthorn, il Fiescherhorn, la Dent Blanche e il Mont Blanc de Cheilon che sono salite di ghiaccio rese scomode dalla presenza di roccia. Il primo tipo è ben riscontrabile nel racconto di Toni Gobbi di una moderna via di misto, cioè la via originale sul Pilier d’Angle, che Bonatti giudica così:

Che cos’è ‘misto’? È il terreno tipico delle pareti a nord. Non è tutto roccia, non è tutto ghiaccio. Non ci sono passaggi di sesto grado, ma ad ogni passo si vorrebbe avere un chiodo su cui fare assicurazione, perché i buoni appigli sono pochi, gli appoggi sono poco affidabili e non c’è possibilità di assicurare il proprio compagno. Il ghiaccio fa brillare il granito, livella le asperità, lo brunisce, e ovunque non sia riuscito a terminare la sua lavorazione stende una patina liscia sulle rocce; riempie ogni minuscolo canale, ogni piega, ogni fessura di ghiaccio verde traslucido. Ci si ritrova aggrappati a una scivolosità uniforme, sopra la testa e sotto i piedi, esanime, ostile e repellente, in ombre gelide e luce filtrata. Si vorrebbe salire veloci per allontanarsi da questo incubo intorno a sé, eppure si deve misurare ogni passo in modo estenuante”.

La scalata del Cervino di Franz e Toni Schmid è stata un’avventura pionieristica in tale stile. Tesa alla disapprovazione, la nota che lo registra sull’Alpine Journal del 1931 è graficamente concisa:

Con i ramponi hanno scalato il pendio, senza tagliare gradini – per quanto desiderabili potessero sembrare – perché volevano risparmiare energie. Il capocordata piantava un chiodo ad ogni sosta per assicurare il secondo. Al termine della prima parete di ghiaccio si trovava una specie di grande diedro appoggiato, obliquo e poco profondo, osservato in precedenza dal bivacco. Questo diedro, percorso da rigagnoli d’acqua e battuto da sassi e ghiaccioli, conduce diagonalmente verso l’alto a destra, terminando alla base dei 500 metri finali di parete. Proprio nel punto in cui il diedro va a morire alla base della ripida parete che sostiene il pendio terminale ci fu il massimo di difficoltà, per vie delle rocce del tutto vetrate. Non è stato possibile trovare alcun mezzo per proteggersi. Salendo verso l’alto, la cordata ha trovato un pulpito circa 100 metri più alto. Lì hanno potuto riposarsi un po’“.

Scalinatura sulla parete nord del Gross Wiesbachhorn. Foto: Jürgen Winkler.

Heckmair e Vorg sono stati i primi ad avvicinarsi all’Eiger intesa sia come scalata su ghiaccio che come arrampicata su roccia e il successo dell’impresa è dovuto molto ai loro ramponi a dodici punte. Oltre ai nevai ghiacciati e ad alcuni tiri di ghiaccio tecnico sopra alla Rampa e nelle Fessure terminali, come per la maggior parte delle salite dell’Eiger c’era molta arrampicata su roccia difficile con i ramponi ai piedi. Descrivendo Heckmair in azione a un certo punto Harrer scrive: “Era per metà una superba dimostrazione di tecnica di roccia e per metà una danza sul ghiaccio“.

Vie con pericoli oggettivi. La parete nord dello Zermatt Breithorn, sebbene non di elevata difficoltà tecnica, è minacciata per tutta la sua lunghezza da scariche di sassi e di seracchi. Foto: Jürgen Winkler.

Il racconto di Robin Smith del Fiescherwand, “neve, ghiaccio e pezzi di roccia, lungo i mille metri di scalata“, è la migliore descrizione del secondo tipo di salita mista:

Eravamo persi nelle gobbe rugose di speroni, costole accennate, solchi e ripiani, grandi rigonfiamenti lisci e problematici, con scappatoie sui lati ma anche neve crostosa, ghiaccio gommoso e pile di sassi di roccia sgretolata, piccozze piantate a ogni passo o appena appoggiate… E soprattutto, quei pendii di ghiaccio troppo duri e ripidi per potervisi arrampicare senza appigli, cosparsi di sassi incastonati, più grandi di noi o piccoli come i nostri pollici; e risparmiando ore di taglio dei gradini, devi solo tracciare un percorso da un sasso all’altro, in punta di piedi sull’uno per saltare sull’altro, dalla placca liscia alla tacca piccolissima, a volte facendo volare nel vuoto qualche sasso instabile, col cuore in gole e cercando sempre di spingere e mai di tirare“.

Vie con pericoli oggettivi. La via Bonatti-Zappelli sulla parete nord del Pilier d’Angle coniuga un’elevata difficoltà tecnica con l’estremo pericolo di valanghe da seracco, in caduta sia dalla parete stessa che dalla contigua parete della Brenva. Gli alpinisti sono costretti a negoziare in lentezza tiri tecnici come questo, sotto costante minaccia di imminente disastro. Foto: Walter Bonatti.

Un risultato importante di questo tipo fu la salita della parete nord della Dent Blanche nel 1932 da parte di Karl Schneider e Franz Singer. Ma Willo Welzenbach ne è stato l’esponente per eccellenza. Superbamente fiducioso sui pendii di ghiaccio ripidi, come testimonia la sua serie di prime ascensioni nelle Alpi Orientali e Pennine negli anni Venti, era bravo anche su roccia nonostante le braccia indebolite dalla tubercolosi (la Punta Welzenbach sulla cresta sud dell’Aiguille Noire ricorda il suo tentativo su uno dei grandi problemi del suo tempo). All’inizio degli anni Trenta sembrava trovare una sfida sufficiente solo sulle pareti nord dell’Oberland, lunghe vie di misto con l’accento sul ghiaccio. Il 1932 è stato il suo annus mirabilis, il Grosshorn, Gletscherhorn, Breithorn e Gspaltenhorn, tutte salite che hanno conservato la loro reputazione, e che gli caddero nel giro di poche settimane. Il maltempo sembra essere stato quasi un’attrazione aggiuntiva; il Gletscherhorn era iniziato a mezzogiorno sotto la pioggia e terminato il giorno successivo con la neve battente. È del tutto possibile che, senza la sua morte in Himalaya nel 1934, l’Eigerwand sarebbe stato scalato prima di quanto non sia stato.

Alan Rouse utilizza le nuove tecniche di martello e rampone per affrontare un ripido tiro di ghiaccio sulla parete nord del Gletscherhorn. Foto: Rab Carrington.

Negli anni Trenta furono tedeschi e austriaci a sembrare particolarmente attratti dall’arrampicata di misto difficile, e spesso pericolosa. I critici da poltrona dell’epoca consideravano con sospetto e persino disprezzo la tecnica dei ramponi e l’uso dei chiodi, assieme alle vie che loro salirono. Eppure, tra gli scalatori attivi, Armand Charlet, per esempio, ha apprezzato e ammirato Welzenbach, e ha dichiarato la sua specifica preferenza per l’arrampicata mista come la più alta prova di abilità alpinistica. Basta guardare le vie di Lauper sull’Eiger e sul Mönch, i risultati delle combinazioni svizzere Blanchet-Mooser e Feuz-von Allmen, la via di Chabod sulla Grivola e le salite dell’Argentière di francesi come Fernand Claret-Tournier e Jacques Lagarde per vedere che i tedeschi non erano soli ad avere le capacità di scalare pareti miste (Questo accenno a Lagarde non è sufficiente. Qui Collister non valuta appieno le grandi capacità e le imprese di questo alpinista francese, vedi ad esempio, https://gognablog.sherpa-gate.com/alle-origini-del-piolet-traction/. NdR). La differenza era di grado più che di finezza. Quasi tutti i seri tentativi sull’Eiger furono tedeschi, ma la gara per la meno pericolosa parete nord delle Grandes Jorasses fu una questione internazionale, con squadre tedesche, italiane, francesi e svizzere tutte in gara. Charlet, ad esempio, ha sempre considerato l’Eigerwand ingiustificabile, eppure tra il 1928 e il 1933 fece ripetuti tentativi sul Sperone Croz. Era solo questione di tempo prima che gli alpinisti di tutte le nazionalità abbracciassero completamente le tecniche e le prospettive degli specialisti tedeschi delle pareti nord. È significativo che la seconda salita dell’Eigerwand nel 1947 sia stata di una cordata francese, Louis Lachenal e Lionel Terray.

Le pareti di ghiaccio puro
Le più dure delle vie di ghiaccio puro erano pareti come la Dent d’Herens, l’Aiguille Blanche, il Wiesbachhorn e la parete di Punta Gnifetti del Monte Rosa, che avevano tratti su seracco da superare. Solitamente venivano scalate con mezzi artificiali, sempre più inaffidabili su ghiaccio che su roccia (Toni Schmid, famoso per il Cervino, ebbe l’incidente mortale durante un tentativo invernale sul Wiesbachhorn, quando gli uscì un chiodo di ghiaccio). Il problema principale è che il ghiaccio dei muri dei seracchi è raramente buono e spesso è meglio martellarci su la piccozza piuttosto che un chiodo.

Heinz Pokorski utilizza un traverso alla corda per superare un tratto difficile della parete nord del Lyskamm. Foto: Toni Hiebeler.

A parte questo tipo di salite, le pareti di ghiaccio richiedevano audacia e forma fisica piuttosto che tecnica. Dopotutto, un pendio di ghiaccio puro, al contrario di un ghiacciaio sospeso, raramente supererà i 55°. Molte delle vie più recenti, come ad esempio quelle sull’Obergabelhorn, sulla Cima di Rosso e sul Gran Paradiso, o le vie del canale sul Mont Blanc du Tacul e sul Pic Sans Nom (Delfinato) non sono altro che lunghi pendii ripidi di neve o ghiaccio, tecnicamente non più difficile delle vie che erano state raggiunte negli anni ’80 e ’90 del secolo XIX. Anche gli itinerari meno diretti, come il Triolet, il Doldenhorn, il Grosshorn o lo Schreckhorn, non hanno nulla di più ripido di 60°. Certo, 50° su ghiaccio duro sembrano ripidi e 60° estremamente ripidi. Güssfeldt, descrivendo la parete nord del Piz Roseg, l’ha detto molto bene: “Se si vuole esprimere la propria prima impressione si direbbe che questo precipizio cade quasi perpendicolarmente in un abisso incommensurabile. Le misurazioni esatte dimostrano che il precipizio è alto circa 500 metri di dislivello e ha un’inclinazione di circa 60° (in realtà è più vicino a 45°). Sulla carta questo non sembra niente e non è affatto allarmante. Ma in realtà è orribile“. Tuttavia nessuno è del tutto incapace di scalare un simile pendio, perché potrebbe essere un tiro di roccia. André Roch, discutendo se tentare la Dent du Crocodile o la parete nord-est del Pain de Sucre, ha detto in poche parole: “Su un pendio di neve e ghiaccio ci si può sempre alzare, mentre su una cresta di rocce innevate si corre il rischio di essere frenati da cattive condizioni o da difficoltà eccessive“. In perfette condizioni di neve, certamente non comuni, anche la più dura delle salite di ghiaccio vecchio stile può essere poco più di un esercizio di calci per fare i gradini. Se lo scalatore si trova su ghiaccio autentico, tutto ciò che serve sono braccia e polsi forti o, più comunemente al giorno d’oggi, muscoli del polpaccio forti e, naturalmente, nervi. Su tali salite l’unica vera distinzione tra un bravo ice climber e uno cattivo è la velocità o, in altre parole, la fiducia. È per la loro serietà in termini di pericolo oggettivo e mancanza di protezione, piuttosto che per qualsiasi difficoltà intrinseca, che la maggior parte delle arrampicate su ghiaccio riceve ancora un punteggio di TD nelle guide francesi e inglesi. Tuttavia, questa serietà è reale. Salire con le punte frontali è precario; i sassi sono sempre una minaccia ed è possibile che blocchi di ghiaccio staccati dalla piccozza facciano cadere uno o entrambi i piedi. In teoria è più difficile cadere quando si tagliano i gradini, ma l’imprevisto è sempre in agguato. Robert Greloz, vicino alla sommità della Verte, fu strappato dai suoi appoggi da una scarica apparentemente innocua di spindrift che aveva lasciato accumulare tra lui e il pendio; balzando con il suo compagno, è scivolato per tutti i 700 metri fino al fondo della parete. Chiodi e chiodi da ghiaccio possono ridurre questa insicurezza di base, ma il ghiaccio è un mezzo fragile e sempre soggetto a fratture. Anche il chiodo da ghiaccio tubolare di Salewa non è affidabile come un buon chiodo da roccia, e comunque è arrivato sul mercato solo a metà degli anni Sessanta. Su una scalata di ghiaccio il leader non può ancora permettersi di cadere. Inoltre, velocità sulle Alpi significa sicurezza e, tranne sul ghiaccio peggiore, gli alpinisti competenti preferiscono di solito muoversi insieme, magari con un rinvio tra di loro. È una pratica che richiede completa fiducia reciproca. Come ha detto Terray: “Che strano sembrava tutto – eravamo sospesi tra cielo e terra su due piccoli ramponi. Il minimo errore da parte del mio compagno e io saremmo morti, eppure ero più preoccupato dalla mia possibile goffaggine che dalla sua. La fiducia è una cosa meravigliosa“.

Bob Shaw lavora in modo precario su un tiro di misto (ghiaccio sottile su roccia) durante una salita invernale della parete nord di Les Courtes. Foto: Adrian Burgess.

L’arrampicata su ghiaccio nel dopoguerra
Dal secondo dopoguerra le arrampicate su terreni veramente nuovi sono state limitate, per il semplice motivo che sono rimaste pochissime pareti vergini. La via Terray-Rebuffat sul Col du Caiman è stata una di queste, un’ascensione memorabile per aver ispirato Terray a produrre probabilmente il miglior resoconto di una scalata di ghiaccio che sia stato scritto. Le vie Cornuau-Davaille Diretta e Couzy su Les Droites sono state nuove eccezionali vie di scalata su una parete fino ad allora inviolata; la salita Bonatti-Gobbi del Pilier d’Angle è stata la prima via su una delle più formidabili pareti di misto delle Alpi; e quando René Desmaison e Robert Flematty scalarono il Linceul nel 1968, si sbarazzarono dell’ultima via di ghiaccio rimasta di qualsiasi dimensione, anche se una delle più ripide.

Jacques Lagarde alla capanna Regina Margherita in vetta alla Punta Gnifetti del Monte Rosa dopo la prima ascensione della parete nord-est. Foto: Lucien Devies.

A parte queste, la maggior parte delle nuove salite di ghiaccio sono state varianti o direttissime. Quasi ogni parete ora possiede almeno una via diretta, che può essere una semplice miglioria dell’originale o può essere una linea completamente nuova, ma è quasi sempre più difficile. Negli anni Cinquanta e primi Sessanta alpinisti di lingua tedesca come Erich Vanis, Toni Hiebeler, Werner Gross, Ernst Reiss e il team di Kurt Diemberger e Wolfgang Stefan, dopo aver ripetuto le vie più dure degli anni Trenta, si sono specializzati nel raddrizzare le linee esistenti su pareti di ghiaccio come il Lyskamm, il Piz Roseg, il Grand Combin e l’Ebnefluh. La maggior parte di queste varianti sono tecnicamente difficili. Sulla Diretta al Gran Zebrù, quando ancora esisteva, si arrampicava direttamente su un enorme cornicione strapiombante – Diemberger lo chiamava Grado 6 su ghiaccio. Ma di solito le difficoltà sono di breve durata. Più sostenute sono state le nuove vie di misto come le vie Messner o la via dei Polacchi sulla parete nord-est dell’Eiger, la via Vaucher sulla Dent Blanche (una parete più dura e seria dell’Eiger, secondo Vaucher), e la Bonatti-Zappelli e Nominé-Cecchinel sulla Nord del Pilier d’Angle. Oltre al ghiaccio ripido, la via di Bonatti e Zappelli combina in modo eccezionale tutti i soliti ingredienti della parete nord: pericolo di seracco, caduta di sassi e roccia ghiacciata. Per gran parte della sua lunghezza è minacciata sia dal ghiacciaio sospeso sul Pilier d’Angle sia dai seracchi in cima al contrafforte della via della Poire, che non sono così lontani e possono risucchiare. Una traversata sotto il ghiacciaio sospeso che Bonatti descrive nel suo ultimo libro come il tiro più avvincente della sua vita. La linea più recente di Georges Nominé e Walter Cecchinel appare più sicura ma più sostenuta, con V e V sup., difficoltà su roccia ghiacciata, alcuni tratti in artificiale, e un tiro di 20 metri di ghiaccio a 70°.

Willo Welzenbach

Poiché le ovvie possibilità di nuove vie hanno iniziato a esaurirsi, gli alpinisti hanno cercato di rendere più difficili le vie di misto e anche di roccia pura scalandole in condizioni ancora più ghiacciate in inverno. Sebbene non sia affatto un fenomeno nuovo, è diventato sempre più popolare dopo la guerra e negli ultimi otto anni è diventato una sorta di moda tra i migliori alpinisti continentali.

Hans Lauper

Già nel 1938 Fritz Kasparek fece una salita invernale della via Comici sulla Cima Grande di Lavaredo in allenamento per l’Eiger, e tra le due guerre si stavano facendo molte salite invernali più facili. Negli anni Cinquanta Bonatti fece un’invernale epica sullo Sperone della Brenva, e salì con Carlo Mauri la via Cassin sulla Cima Ovest. La scalata invernale di sette giorni dell’Eigerwand nel 1961 di Toni Hiebeler, Toni Kinshofer, Walter Almberger e Anderl Mannhardt è stato un risultato importante, pianificato meticolosamente e realizzato in modo eccellente. Il racconto di Hiebeler chiarisce che l’arrampicata su ghiaccio di alto livello era richiesta per tutto il percorso: “Queste cose si chiamano Fessure Terminali. Ma in quel momento non c’era traccia di fessure, camini o canaloni: al loro posto troneggiavano enormi cascate di ghiaccio“. Tre anni dopo Hiebeler, con gli italiani Ignazio Piussi e Giorgio Raedelli, ha scalato d’inverno il Civetta, semmai anche più duro dell’Eiger. Avendo dimenticato di portare la benzina, dovettero cucinare per otto giorni con una scarsissima scorta di cunei di legno; non molte persone avrebbero continuato la salita con questo handicap. Da allora l’elenco delle salite invernali si è allungato sempre di più.

Thomas Graham Brown

Desmaison è stato molto attivo, con le salite del Pilastro Cassin alla Punta Walker (ma la prima fu di Bonatti e Cosimo Zappelli), del Pilastro Centrale di Frêney e della parete nord dell’Olan, oltre al Linceul e a un disastroso tentativo di una nuova via sulla Walker. I fratelli Gianni e Antonio Rusconi sono diventati specialisti dell’inverno con nuove vie dure sul Badile, Cengalo e Civetta insieme alla recente eccezionale salita invernale della via Philipp-Flamm, un’arrampicata tecnica difficile in estate ma un’impresa estremamente seria su una fredda parete nord, in inverno. Un precedente esempio di arrampicata su ghiaccio invernale duro su una via di roccia dolomitica è stata la salita di Walter Spitzenstätter e Oti Wiedmann di una via Vinatzer soffocata dal ghiaccio sulla Marmolada di Rocca. Alessandro Gogna è stato coinvolto nelle salite invernali della Grivola, del Grand Capucin e della via Cassin al Pizzo Badile. Lo scalatore svizzero Hans Müller era nelle ascensioni invernali sia di Les Droites Direct che della via giapponese sull’Eiger. La Bonatti-Gobbi sul Pilier d’Angle è stata salita due inverni fa dai polacchi Tadeusz Piotrowski, Andrzej Dworak, Janusz Kurczab e Andrzej Mróz. Lo scorso inverno il Pilastro Rosso di Brouillard ha ricevuto una salita dai giapponesi Reizo Ito e Nobu Ogawa, e quest’anno una delle grandi mete rimaste – la Cresta Integrale di Peutérey – è andata a una forte cordata franco-italiana (vedi https://gognablog.sherpa-gate.com/la-lunga-cresta-peuterey/, NdR). Ce ne sono state molte altre, comprese le salite di cordate britanniche delle pareti nord del Cervino e dell’Argentière, il Couloir Gervasutti al Mont Blanc du Tacul ed entrambe la via degli Svizzeri e lo Sperone Centrale della Nord di Les Courtes, insieme a un audace tentativo su una nuova via difficile sulle Grandes Jorasses. Quest’anno è stata aperta una via completamente nuova da una cordata britannica, sulla parete nord-est del Mont Blanc de Cheilon. La combinazione invernale di maggiore difficoltà tecnica, freddo estremo e scarsità di luce diurna ha portato ad alcune epopee multi-bivacco e all’amputazione di molte dita dei piedi. Le valanghe a lastroni rappresentano un pericolo ancora maggiore che in estate. Nel 1964 Erich Friedli, una delle pochissime persone ad aver ripetuto tutte le salite dell’Oberland di Welzenbach, fu spazzato via durante un tentativo invernale sulla parete nord del Gletscherhorn. Più recentemente la morte di Bob Ainley e Pete Brooks sul Cervino ha enfatizzato il rischio. Ma sembrerebbe essere l’arrampicata del futuro, non solo perché gli alpinisti devono sempre cercare nuove difficoltà, ma anche perché la maggior parte delle potenziali nuove linee sono troppo pericolose per essere tentate in estate. Sebbene ci siano poche, se non nessuna, nuove pareti rimaste nelle Alpi, ci sono infiniti canali e canalini che d’estate sono impraticabili ma d’inverno sono scintillanti canaloni di ghiaccio, relativamente sicuri. Già la Direttissima dell’Eiger e il Couloir Centrale sulla Nord delle Grandes Jorasses hanno ricevuto le loro prime ascensioni in inverno proprio per questo motivo.

Armand Charlet

La difficoltà di tali salite e la severità delle condizioni hanno portato all’adozione di tattiche d’assedio. Finora, ad eccezione della via giapponese sull’Eiger, queste sono state utilizzate solo in inverno, e per lo più sono state utilizzate nelle prime ascensioni. Ma è stato stabilito un allettante precedente e nell’immediato futuro, in ogni caso, è probabile che l’assedio diventi pratica comune.

La parete nord-nord-est della Dent Blanche. Foto: Franz Thorbecke.

Poiché i miglioramenti nell’attrezzatura da bivacco, nei chiodi da roccia, nelle viti da ghiaccio e nel design della piccozza rendono le vie tradizionali più sicure e più facili, alcuni alpinisti hanno trovato nella solitaria un’alternativa all’arrampicata invernale come mezzo per affermarsi. Le vie di ghiaccio non sembrano aver attratto tanto i solitari quanto ha fatto la roccia, forse per la maggiore difficoltà nel predisporre le protezioni qualora fosse necessario, ma ci sono state alcune prestazioni notevoli. Ancora una volta Bonatti è entrato presto in campo, salendo la via Major nel 1959 mentre il suo amico Carlo Mauri era sulla via della Poire. Il grande finale della sua straordinaria carriera è stata la salita invernale in solitaria di una nuova via sul Cervino, che ha richiesto cinque bivacchi, con un traverso chiave di tre tiri su placche ghiacciate di grado VI. Nel 1963, tre giorni dopo che Bonatti aveva tentato, Michel Darbelley salì in solitaria sull’Eigerwand. Il 1969 è stato un anno di pregio, con Reinhold Messner in solitaria sulla Diretta de Les Droites, Jacques Sangnier sulla via Lauper sull’Eiger e Alessandro Gogna sulla via Lagarde-Devies della parete nord-est di Punta Gnifetti al Monte Rosa. Accanto e a sinistra di questa, nel 1971, Adriano Gardin, arrampicando da solo, aprì una nuova impressionante via ancora più diretta. Anche il solitario in inverno sembra prendere piede, forse come mezzo per combattere il freddo. Pierre Desailloud ha scalato il Triolet nel 1966 e, più recentemente, Walter Cecchinel ha effettuato le salite invernali della parete nord dell’Aiguille du Midi e del Couloir Jager al Mont Blanc du Tacul. Un’altra salita importante è stata quella invernale in solitaria di Camille Bournissen della via Vaucher sulla Dent Blanche, completa di variante finale. Tuttavia, i rischi di avvicinarsi e scendere da un percorso da soli, in particolare in inverno quando le montagne sono deserte e crepacci sono mascherati dalla neve fresca, sono ben illustrati con le 61 ore di Sangnier in un crepaccio del ghiacciaio del Talèfre, dopo la sua salita dell’Aiguille du Jardin l’anno scorso.

La parete nord dello Studerhorn nell’Oberland Bernese. Foto: Ruedi Homberger.

Mentre gli scalatori più ambiziosi prediligeranno sempre più l’inverno o la solitaria, le classiche salite di ghiaccio sono ora aperte a tutti. Lo sviluppo simultaneo da parte di Yvon Chouinard e Hermann Huber di Salewa di una piccozza a becco ricurvo è stato un evento nella storia della scalata su ghiaccio paragonabile all’introduzione dei ramponi negli anni ’90 del XIX secolo o all’uso di punte frontali e chiodi da ghiaccio negli anni ’30. Potrebbe rivelarsi più rivoluzionario di entrambi. Poiché consente una maggiore velocità e una maggiore sicurezza, incoraggerà coloro che in precedenza erano stati scoraggiati dalla necessità di scegliere tra le due cose. In passato, la scalata su ghiaccio è stata meno popolare dell’arrampicata su roccia e dell’arrampicata artificiale, soprattutto sulle vie più difficili. Ma è improbabile che questo rimanga ancora vero. Sarà triste vedere le tante pareti di ghiaccio appartate che sono nascoste negli angoli meno conosciuti delle Alpi diventare autostrade molto frequentate; ma almeno ci sarà diminuzione di folla sulle famose vie d’arrampicata di Chamonix, Bregaglia e Dolomiti.

Walter Bonatti, che con Cosimo Zappelli ha aperto una dura via di ghiaccio sulla parete nord del Pilier d’Angle, ha fissato nuovi standard valutazione precisa della difficoltà tecnica e dei pericoli oggettivi. Foto: Mario Fantin.

Uno dei motivi della congestione, a parte l’esplosione demografica, è stato il miglioramento delle strutture di trasporto verso e all’interno delle Alpi. Negli ultimi dieci anni gli alpinisti al di fuori dei paesi alpini hanno svolto un ruolo di crescente importanza. Oggi, britannici, americani, australiani, giapponesi, polacchi, cechi, jugoslavi e russi competono con gli assi continentali sulle vie più difficili. I polacchi e i giapponesi sono stati particolarmente protagonisti. Gli inglesi tradizionalmente sono stati più attratti dalla roccia che dal ghiaccio: Robin Smith, Dougal Haston e Ray Colledge sono le eccezioni che hanno confermato la regola. Questo pregiudizio viene rapidamente eroso, ma anche ora ci sono grandi pareti – il Nesthorn, Lauterbrunnen Breithorn, Dent Blanche, Gran Zebrù e Ortler, per esempio – che non hanno ricevuto una salita britannica. In modo significativo, gli scozzesi stanno finalmente assumendo un ruolo nelle Alpi più proporzionato ai loro talenti in patria. Poiché l’arrampicata su ghiaccio alpino si avvicina per carattere all’arrampicata invernale scozzese, lo stoicismo e la tecnica acquisiti sul Ben Nevis o sul Lochnagar dovrebbero cominciare a dare i frutti. Ma solo il tempo lo dirà.

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La storia e lo sviluppo dell’arrampicata su ghiaccio alpino ultima modifica: 2021-01-13T05:08:00+01:00 da GognaBlog

6 pensieri su “La storia e lo sviluppo dell’arrampicata su ghiaccio alpino”

  1. 6
    Paolo Gallese says:

    Alberto! Benvenuto nel mondo dei pendolari della montagna! Per questo io bivacco sempre in quota, gli orari dei trasporti pubblici non sono mai compatibili 😀

  2. 5
    Alberto Benassi says:

    bell’articolo !
    le grandi pareti glaciali e di misto, soprattutto le nord, sono il simbolo della montagna selvaggia e il regno del grande alpinismo, nel senso della sua completezza.
    Leggendolo mi ha fatto rivivere la bella avventura con finale a sorpresa, vissuta un pò di anni fa con mia moglie dopo la salita della via degli Svizzeri sulla nord-est delle Courtes.
    Quando ci ritrovammo appiedati e fummo costretti a fare ritorno a casa, prima in autobus poi in treno da Argentière-Chamonix  a Viareggio.

  3. 4
    tore says:

    BEL ARTICOLO
    mi ha portato negli anni ottanta quando amavo salire le classiche pareti nord delle alpi o altre pareti di ghiaccio
    solitamente con un caro amico, ora scomparso, le salivamo di notte per essere in vetta alle prime luci del giorno e poi rientrare a casa prima di sera
    emozioni e ricordi
    immagini da raccontare

  4. 3
    steiner says:

    Articolo Spaziale, avessi 40 anni di meno, mi ricordo la Rivista della Montagna, relazionare prime vie  per affrontare il piolet traction, praticamente consumata  nel guardarla, poi di corsa a farle, Non  scambierei mai una via di ghiaccio o meglio misto  con una di roccia, seppur calda. Bravi continuare su questa strada, almeno si torna a risognare, ricordare e piacevolmente reimparare.grazie. PS oggi sono cambiati i tempi per affrontare le vie di ghiaccio, causa clima cambiato, e le vie di misto, vanno ancor più analizzate prima di intraprenderle. Decisamente i pericoli oggettivi sono aumentati, in determinati ambiti. E ancor più di prima  padronanza tecnica  e velocità  sono sintomo di garanzia di riuscita e di salute.

  5. 2
    Paolo Gallese says:

    Ho voluto rileggerlo senza fretta, saltellando on line in cerca di approfondimenti qua e la, trascorrendo una bella serata.
    Sotto la coperta ho chiuso gli occhi e, al caldo, mi sono tornati in mente i grandi freddi, il vento gelido, la sete, la stanchezza da mettersi a urlare, le paure provate, i vaffa lanciati, qualche amico che non c’è più. 
    Alla mia piccola Magda ho chiesto “Ti piacerebbe vedere un ghiacciaio da vicino?”
    Per pura sfida, vedendo il mio entusiasmo, ha risposto esprimendo tutto il potere dei suoi otto anni: “Non ci penso proprio!”

  6. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Sarò breve: bello!

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