La terra del ghiaccio

Calarsi nel vuoto prima di una scalata, della quale non si sa ancora nulla e con il pensiero in testa che se sei sceso in doppia devi poi risalire scalando, regala sempre una bella dose di adrenalina… (Angelika Rainer)”.

La terra del ghiaccio
di Angelika Rainer
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo, 2022)

Il nome inglese “Iceland”, la terra del ghiaccio, può solo far sognare chi, come noi, è amante di questa materia; di fatto già la vista dell’isola dal finestrino dell’aereo, dipinta di rosa dagli ultimi raggi di sole, era qualcosa di magico. Nessuno di noi tre era mai stato in Islanda, né io, né il mio compagno Marco, e neanche l’amico Maurizio, che ci ha accompagnati in questo viaggio: per questo la curiosità dentro di noi era grande.

Preso il nostro Defender 4×4 e incontrato l’amico e guida locale Matteo, che abita da sette anni proprio in Islanda, ci siamo avviati verso il sud-est dell’isola, direzione Parco Nazionale del Vatnajökull, la più grande calotta di ghiaccio dell’Islanda, dove volevamo trascorrere i successivi giorni. Per i 340 km sono da calcolare circa 5 ore di macchina, su strade che in inverno sono spesso ghiacciate; non abbiamo rinunciato a una breve sosta alla “Black Beach”, con la sua sabbia nera, le sue colonne di basalto e i famosi faraglioni. Il nostro obiettivo per questo viaggio era quello di scalare le grotte di ghiaccio e i cosiddetti ‘mulini’, ovvero dei buchi verticali che si formano nei ghiacciai.

Angelika Rainer sulla grotta Matteo Meucci

Il primo giorno siamo partiti motivatissimi e la prima vista di questa ice cave naturale è stata davvero mozzafiato; un lungo tunnel blu creato dal ruscello che faceva il suo ingresso rumoroso nella lingua del ghiacciaio, con ghiaccio luccicante sui bordi, e sempre più buio verso il suo interno. Affascinati da questa possibilità di scalata su ghiaccio strapiombante, ci siamo subito messi al lavoro per attrezzare una linea con i chiodi da ghiaccio e di seguito abbiamo tentato una prima scalata. Purtroppo, sia i mulini trovati nel pomeriggio che quelli del giorno successivo, in un’altra parte del ghiacciaio, erano chiusi dalla neve e non c’era modo di entrarci per scalarli, ma ci hanno comunque dato la possibilità di ammirare un ghiacciaio fantastico, e di camminare per l’intero giorno attraverso le dune di ghiaccio e di neve che creavano formazioni meravigliose.

Angelika Rainer sulla grotta Matteo Meucci

La successiva idea di Matteo, in alternativa ai mulini, ci ha dato la possibilità di provare il vero off-road islandese; la guida per raggiungere questo posto di arrampicata è stata parecchio avventurosa, lungo una pista di neve battuta e sterrato con buchi profondi e pozze delle quali non si capiva la profondità. Al nostro arrivo la vista di questo particolare muro di ghiaccio compattissimo ci ha lasciato senza fiato! Battere piccozze e ramponi in questo ghiaccio vecchio circa 200 anni sembrava quasi un sacrilegio, per fortuna Matteo ci ha spiegato che i buchi si richiudono velocemente, con la neve fresca ed il sole, e per questo servono solo pochi giorni. Qui abbiamo scelto due linee dove scalare; entrambe avevano l’uscita strapiombante, come se fosse una vela gonfiata dal vento, ed il colore di questo ghiaccio passava dal nero sul fondo, per via della cenere lavica, al blu sulla parte superiore: uno spettacolo unico della natura, una vera e propria perla per noi amanti di questa disciplina.

Il giorno successivo siamo tornati alla grotta di ghiaccio per tentare la libera della nostra via. Sono partita motivatissima, ma a metà via mi si è incastrata una piccozza che non usciva più dal ghiaccio, in quanto l’avevo probabilmente posizionata troppo in profondità. Ho lottato per diversi minuti nel soffitto quasi orizzontale della grotta, prima di riuscire a togliere la piccozza e continuare la scalata fino in catena; ero contentissima di aver potuto scalare per la prima volta in vita mia questo tipo di formazione, bellissima, difficile, con un ghiaccio molto compatto e impossibile da trovare sulle nostre montagne. Anche Maurizio è riuscito a chiudere la via, quindi, diversamente dagli altri giorni, non siamo tornati a casa col buio e abbiamo sfruttato il tempo del tardo pomeriggio per cucinare una buona cena; anche la cucina è un aspetto importante durante un viaggio in un luogo così remoto.

Angelika Rainer

Quando sei in Islanda è indispensabile tenere sotto controllo le previsioni meteo. Da giorni era prevista una giornata con molta neve e quando improvvisamente è arrivata, con l’aggiunta di un vento fortissimo, intorno ai 150 km/h, ci è subito risultato chiaro che quello sarebbe stato un perfetto giorno di riposo. Data la visibilità limitatissima e il pericolo di rottura dei vetri delle macchine a causa del vento violento, la protezione civile locale ha chiuso completamente tutte le strade.

Durante la notte si sentiva il vento fortissimo che soffiava incessantemente, ed al mattino la prima analisi del meteo per i giorni successivi ha svelato quella che sarebbe stata la grande delusione: l’avvicinarsi di un’altra perturbazione, peggiore anche della prima. È risultato subito chiaro che l’unica opzione per essere sicuri di arrivare in aeroporto e dopo tre giorni di poter ritornare a casa, era quella di partire subito verso Reykjavik.

Abbiamo sfruttato al meglio questi nostri ultimi due giorni visitando posti panoramici come Geysir e il centro storico di Reykjavik, scalare nella bufera di neve sarebbe stato impensabile. Abbiamo potuto constatare che in Islanda la bellezza della natura è illimitata, ma lo è anche la forza della natura. Siamo atterrati a inizio marzo del 2020 in un aeroporto di Milano deserto e nei mesi a seguire abbiamo imparato, come tutti, a fare home-office, home-schooling e home-training.

Nel molto tempo che avevamo a disposizione per sognare, una cosa in particolare ci ha fatto pensare più e più volte all’Islanda: non essere riusciti a scalare questi benedetti mulini che sembravano invece cosi affascinanti, e questo ci è proprio rimasto di traverso. Nell’estate 2021 Marco ha iniziato a scambiarsi qualche messaggio con Jeff Mercier, il fuoriclasse francese che eccelle come forse nessun altro al mondo con piccozze e ramponi. Jeff era già stato in Islanda l’autunno precedente al nostro primo viaggio e aveva avuto la possibilità di assaporare la scalata nei mulini e ne era rimasto affascinato, ma anche affamato.

Così abbiamo deciso di fare squadra e di tornarci insieme, questa volta purtroppo senza Maurizio che aveva altri impegni. E’ stato ancora Matteo ad accompagnarci e a farci vedere i posti migliori per scalare. Il primo giorno ha voluto mostrarci la nuova falesia di drytooling da lui chiodata ad una ventina di minuti di macchina da Reykjavik, con una magnifica vista sul mare e sulla città. I tiri si aggirano su gradi medi, tutti davvero belli da scalare e io e Jeff ci siamo divertiti molto a sgranchirci le ossa dopo un lungo giorno di viaggio.

Il mattino seguente ci siamo avviati verso sud, dove volevamo fermarci per due giorni di scalata nella zona del Myrdalsjoekull, in vicinanza della cittadina di Vik. Pronti via, siamo partiti alla ricerca dei mulini, e da subito siamo rimasti incantati da questi canali tubolari che vengono creati dall’acqua che scorre in superficie al ghiacciaio dopo che il ghiaccio è stato sciolto dal sole e che poi forza un passaggio verso il basso, come un enorme scarico. Sono praticamente i tombini del ghiacciaio e possono raggiungere profondità di decine, ma anche centinaia di metri, fino in fondo al ghiacciaio. I mulini nei quali abbiamo scalato noi erano sui 30-40 metri di profondità, il più profondo raggiungeva i 70 metri e necessitava l’uso di un frontalino.

Angelika su parete di ghiaccio. Archivio: Angelika Rainer.

Calarsi nel vuoto prima di una scalata, della quale non si sa ancora nulla e con il pensiero in testa che se sei sceso in doppia devi poi risalire scalando, regala sempre una bella dose di adrenalina, lo sanno tutti quelli che si sono calati sulle famose placche del Verdon! Nel nostro caso si aggiungeva anche il fatto di doversi calare in un posto stretto e buio, inadatto a chi soffre di claustrofobia.

Dopo i primi due giorni a Vik abbiamo proseguito il nostro viaggio verso sud-est e ci siamo stabiliti nella zona di Skaftafell. Nei giorni a seguire abbiamo scalato tutti i giorni in mulini su lingue diverse del grande ghiacciaio Vatnajökull. Ogni mulino è diverso dagli altri, cambia la sua forma che offre una o più linee da scalare, la profondità e anche il colore. Uno di questi ghiacciai era bianco con leggere striature che lo facevano sembrare marmo, un altro era talmente trasparente che si poteva vedere il filetto della vite da ghiaccio che entrava, in un altro ancora il ghiaccio era nero, colorato dall’alta quantità di cenere vulcanica che racchiudeva. Calarsi all’interno del ghiacciaio ha qualcosa di affascinante, sembra di entrare nel sottosuolo, come se fossimo parte del viaggio al centro della Terra, immaginato nel romanzo di Jules Verne.

Questa è di sicuro una scalata che non diventa mai noiosa e non è mai uguale. Anche perché i ghiacciai islandesi si ritirano a velocità ormai incredibili, di decine di metri ogni anno. Considerando che molti posti dove abbiamo scalato si trovano proprio all’inizio del ghiacciaio, l’anno prossimo saranno completamente cambiati o non esisteranno proprio più. Ed è così che mi trovo a pensare quale possono essere i miei contributi personali imminenti per rallentare il cambiamento climatico. Un grazie enorme va a Matteo Meucci per averci mostrato questi posti stupendi, e a volte ben nascosti e per averci fatto da guida in questa terra a tratti così ostica.

La terra del ghiaccio ultima modifica: 2026-01-14T05:15:00+01:00 da GognaBlog

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9 pensieri su “La terra del ghiaccio”

  1. Matteo Meucci dalle Apuane all’Islanda, con la solida grande passione per l’alpinismo invernale

  2. Che bel viaggio!!!
    un grande applasuo a Matteo, che è stato mio grandissimo istruttore di alpinismo e arrampicata nel CAI. Un ragazzo d’oro che in Islanda ha dato sfogo a tutte le sue potenzialità. Ha esplorato moltissimo, ogni racconto trasuda avventura in grande stile, lì la birretta al rientro non è certo assicurata.. 

  3. Adrenalina.
    Parola chiave.
    La questione è: in un mondo ormai completamente dominato da logiche tecnoburacratiche, che vanno dal controllo della vita e della morte, alla pianificazione manageriale della biodiversità, quale può essere lo spazio di esercizio dell’umano nella dimensione dell’esplorazione dell’avventura?
    Quello dei sacralizzatori di montagne è un pensiero che può superare il velleitarismo cenobita? Oppure la foglia di fico del solito egoismo del petit bourgeois?

  4. Non sapevo che sul bordo dei crepacci e/o seracchi del Vatnajokull ci fossero le catene.

    Catene? Seconto te piantano gli spit sul ghiaccio?

    Questi articoli vanno bene per quelle riviste femminili da sala d’aspetto ma non propinateceli come articoli di alpinismo.

    A parte che la definizione di alpinismo l’hai data tu, ma si tratta di altro,  ma che articoli vorresti leggere su un blog  di un alpinista?

  5. I racconti di viaggio della Rainer spesso vengono pubblicati  su portali specializzati di settore (come Planet Mountain, Mountain-blog, Gognablog) contesti nei quali la visibilità ottenuta serve a giustificare il valore dei contratti di sponsorizzazione con i brand tecnici menzionati.. ‘

  6. In effetti anch’io ho trovato fuori luogo le considerazioni finali sulla protezione degli ambienti.

  7. Per la Rainer la scrittura di questo genere di articoli è uno strumento di CONTENT MARKETING volto a valorizzare i suoi successi sportivi agli occhi dei suoi sponsor principali (Grivel, Karpos, La Sportiva, Red Bull) che costituiscono la sua fonte principale di reddito…

  8. Cara Angelika, un tuo contributo alla preservazione di questi ambienti naturali così fragili, potresti darlo evitando di volare fino in Islanda per fare quello che si può fare anche qui sulle Alpi con forse maggiore varietà e quindi probabile soddisfazione.
    Non sapevo che sul bordo dei crepacci e/o seracchi del Vatnajokull ci fossero le catene.
    Questi articoli vanno bene per quelle riviste femminili da sala d’aspetto ma non propinateceli come articoli di alpinismo.
    Cose che non hanno a che vedere con le indiscutibili qualità tecniche della Rainer per cui si sprecano i miei complimenti,  ma ci vogliono anche un minimo di cultura, sostanza e sale in zucca.

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