La totale incertezza di raggiungere la cima

La totale incertezza di raggiungere la cima
di Marcello Cominetti
(scritto nel 2014)

Sul finire degli anni ‘60 i piani di sviluppo del Mezzogiorno prevedevano l’apertura di stabilimenti in Sardegna e mio padre si ritrovò a lavorare per conto di ditte parastatali che dovevano sviluppare e montare aziende sull’isola.
Fu così che con la mia famiglia mi ritrovai a vivere dapprima a Santu Lussurgiu, nell’oristanese, e dal 1973 a S. Maria Navarrese nel comune di Baunei, tra il Gennargentu e la costa orientale. Fu allora che imparai la lingua baunese, quanto di più ostico si possa ascoltare, ma i miei compagni di gioco e avventure di quel tempo si esprimevano con quella. Avevo 12 anni.
Oggi il territorio di Baunei è considerato una delle più belle aree in Europa per l’arrampicata e l’escursionismo, ma a quei tempi era ancora terra di pastori che andavano ai loro ovili a dorso d’asino o a piedi, e che quando incontravano qualcuno che camminava con lo zaino in spalla lo guardavano come fosse una bestia rara.
Non di rado si finiva negli ovili ospiti dei pastori a bere vino aspro e rosso come sangue di toro, e filu ‘e ferru, la grappa locale, che in baunese si chiama abba ardente.
I sentieri erano impossibili da trovare e le pareti di roccia altissime, straordinariamente belle e difficili, erano difese alla base dalla macchia tagliente e spinosa. Scalarle dopo certi avvicinamenti era quasi una liberazione.

Cerro Torre e Aguja Adela. Foto: Marcello Cominetti.

Eppoi c’erano tutte quelle pareti che si affacciavano sul mare e che io esploravo insieme a mio padre, noi genovesi dal piede marino, con la nostra piccola barchetta a motore. Tutto era avventuroso! Anche doppiare il mitico e repulsivo Capo di Monte Santu con una barca di 3 metri e un fuoribordo da 6 cavalli con le vaghe previsioni meteo di allora che neppure guardavamo. Al pomeriggio, quando puntuale montava lo scirocco, le onde ci sembravano pareti di un canyon profondissimo e i sinistri mugolii del piccolo motore che spingeva la barca in salita non erano rassicuranti. Ma, scavalcata l’onda, la barca planava in una lunga discesa. Incertezza ed euforia.

A 15 anni potevo andare con i miei amici fino a Cala Goloritzé, dove c’è l’Aguglia. Il patto era che al nostro ritorno dovevamo portare qualche pesce per la tavola della nostra famiglia.
Da queste parti ogni più piccola escursione aveva un sapore preistorico e agreste e i lunghi inverni erano dedicati all’esplorazione di posti sempre misteriosi e complicati da raggiungere. Usavamo un grosso e pesante cavo elettrico come corda per i passaggi più arditi e ci facevamo le ossa per quello che per me sarebbe diventato la mia vita: l’alpinismo.
Inutile dire che essere sopravvissuto a certe esperienze che qui vi risparmio, mi ha reso piuttosto pragmatico e robusto in tutti i sensi. E adesso che sono 30 anni che faccio la guida di montagna, ogni tanto mi capita di scontrarmi con certi clienti che non apprezzano molto la mia essenzialità. Ma è quanto mi ha insegnato il Supramonte e i suoi pastori che usano una pietra come cuscino per la notte, e per i quali questo misterioso e complesso territorio non ha segreti. Quando iniziai ad andare in montagna nel “continente” con gente esperta, scoprii che sul calcare affilato del Supramonte di Baunei avevo già appreso molto. Serviva solo aggiungervi l’attrezzatura, la tecnica e la resistenza a soffrire il freddo delle alte quote.

Il richiamo di questi posti è sempre stato molto forte per me e in passato ho cercato istintivamente di trovarvi delle avventure degne di questo nome. Nei primi anni ‘80 le pareti erano praticamente tutte vergini. A me sono sempre piaciute di più quelle sul mare, e con Sandro Pansini aprimmo due vie sulle pareti di Capo Monte Santu a martello e chiodi, i mezzi tecnici di allora (NdR: si tratta della cosiddetta Parete dei Falchi, nei pressi della Grotta dei Colombi: parete est, 1 maggio 1983, fino all’VIII- e A2, e parete est-sud-est, 20 giugno 1991, VII+ e A3. Alte entrambe 350 m, la seconda è stata a lungo la via più impegnativa della Sardegna, irripetuta).

L’arrampicata sportiva era agli albori e noi, che frequentavamo Finale Ligure, avevamo un’ottima base tecnica sul calcare. Questo tratto di mare veniva navigato di rado e qualche amico ci dava un passaggio in barca fino a uno scoglio alla base della parete, alta più di 400 m e verticalissima, e ci tornava a prendere qualche giorno dopo. Le lotte con le pulci, i gabbiani, i falchi e i cormorani, che erano i naturali residenti dei nostri appigli migliori, restano per noi epiche e quando le raccontiamo ai nostri figli, ci guardano con facce incredule e ammirate al tempo stesso, e restano letteralmente ipnotizzati.
Altre cordate operavano in zona, in particolare quelle dei bolognesi e dei piemontesi-lombardi-veneto-valdostani-liguri in un grande mucchio selvaggio capitanato dal “Capo”, al secolo Alessandro Gogna.
In verità, prima dell’uscita del volume Mezzogiorno di Pietra, non se ne sapeva molto e incontrarsi di persona su un territorio così vasto e complesso non era facile. Internet vagava nella fantascienza e non esistevano pubblicazioni che parlassero di questi posti. Qualche eco diceva di vie aperte dai finanzieri al Cusidore e a Tavolara, ma trovarne le relazioni era impossibile. Qualche belloccio muscoluto posava su certe riviste francesi dalle rocce di Capo Testa, ma quelle ci sembravano robe da rammolliti non adatte a noi rudi alpinisti. Semmai ci piacevano un po’ di più le muschiose torri di San Pantaleo in salsa Mozzanica.
Il magico Oviglia dal trapano d’oro era di là dall’arrivare e parlare in una sede del CAI di scalate in Sardegna faceva immediatamente deviare l’attenzione sul solito manovale da canaloni di neve a 40 gradi perché ritenuto più valente.
Dagli gli anni ‘80 in avanti l’arrampicata sportiva si impadronì di quasi tutta (ne resta ancora moltissima per fortuna) la roccia compresa tra una fessura e la successiva. E il Supramonte divenne l’Eldorado.

Marcello Cominetti

Oggi arrampicare in Sardegna e in particolare nel Supramonte di Baunei, che è il più ricco dell’isola di pareti rocciose, è uno sport con regole e siti perfettamente attrezzati. L’avventura c’è ancora in certi posti, ma l’utente medio la evita. Resta molto terreno vergine e in qualche raro caso le pubbliche amministrazioni hanno supportato l’attrezzatura di pareti.
Forse nel ricordo degli anni d’oro della scoperta alpinistica della Sardegna alcune cose ci sembrano peggiorate, ma forse è solo perché ci piacerebbe essere più giovani…
Con il tempo ho apprezzato anch’io l’apertura e la ripetizione di vie a spit, ma la certezza quasi assoluta di riuscire a passare praticamente ovunque non ha nulla a che vedere con l’incognita che l’uso di protezioni tradizionali presenta.
Credo che un giovane alpinista, per potersi definire tale e per sua crescita interiore in tutti i sensi, dovrebbe sperimentare una pratica “rischiosa” e dagli esiti incerti del “suo” alpinismo. Per me, oltre il terreno alpino c’è stato il Supramonte, e mi considero fortunato per esserci stato in quella fase esplorativa.
Il bello è che questa terra ha ancora molto da offrire, seppure tante cose siano cambiate, ma di questo se ne possono accorgere solo quelli della mia generazione, ribelli allora come oggi, perché i praticanti odierni sovente e tristemente danno tutto quello che trovano per scontato.
Oggi la strada che porta al Golgo è asfaltata, ci passa pure un trenino turistico, ci sono ristoranti, bar e parcheggi a pagamento. Appena lasci Baunei una ragazza carina ti ferma chiedendoti un contributo in soldi per il Comune, ma non è ben chiaro come questi fondi vengano utilizzati. Per scendere a piedi alle calette più frequentate si paga 1 euro a un ragazzino annoiato e disidratato con capigliatura alla Balotelli che passa lì tutta l’estate. A Cala Ispuligidenie c’è un bar e nella delicata sorgente di Cala Goloritzé i bagnanti ci gettano i mozziconi di sigarette e ci vanno a pisciare. Nella Gola di Gorropu ci si imbatte in una biglietteria che non distingue i turisti da chi magari va a salire una via mondialmente rinomata per la sua bellezza e difficoltà.

Una lontana estate durante una delle prime ripetizioni della via Sinfonia dei Mulini a Vento sull’Aguglia (che si chiama Monte Caroddi, cioè “carota”) mi ricordo che dovevamo cercare la via, piantare chiodi e provare a mettere i pesanti e scomodi exagonal nelle fessure e dalla cima ci eravamo fermati estasiati a guardarci intorno perché non avevamo mai visto un posto così bello. Le nostre ragazze erano sole e nude in spiaggia al sole. Nel mare trasparente vedemmo un grosso animale che nuotava, ci dicemmo che si trattava certamente di una foca monaca e ancora oggi abbiamo questa convinzione, perché era una cosa bellissima.
A Cala Goloritzé non ci si poteva andare in giornata, il sentiero era quasi inesistente e richiedeva ore di scomodo cammino. Noi ci stavamo almeno una settimana, e ci procuravamo da mangiare pescando e bevevamo alla sorgente nascosta tra le rocce in fondo alla spiaggia.

Alle nostre avventure sulle grandi pareti ci preparavamo aprendo vie più brevi nei dintorni ma anche ripetendo, ricordo, l’allora temuta e irripetuta Via del Carasau a Punta Giràdili che salimmo in poche ore disboscando una lunga e difficile fessura nella parte alta della parete invasa dal rosmarino e arroventata dal sole di giugno.
I bivacchi nelle grotte sospese sulle pareti, nella totale incertezza di riuscire a raggiungerne la sommità, erano resi insonni dalle risate e dalla beata incoscienza di quegli anni e vi dirò che ogni tanto questi sentimenti si riappropriano della mia anima e mi fanno partire ancora per avventure anti-socialnetwork, dall’esito incerto e quindi sempre divertenti.
Marcello Cominetti è nato a Genova il 30 maggio 1961.

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La totale incertezza di raggiungere la cima ultima modifica: 2022-09-23T05:44:00+02:00 da GognaBlog

53 pensieri su “La totale incertezza di raggiungere la cima”

  1. 53
    Giuseppe Guzzeloni says:

    Bello e coinvolgente lo scritto di Cominetti. Contiene in sé una vena poetica che dà maggior spessore  alle sue parole. 

  2. 52
    Carlo Crovella says:

    @51 Se il 49 (leggilo) non ha seguito in precedenza ogni risvolto del dibattito, gli ho pazientemente rispiegato il punto trattato

  3. 51
    Matteo says:

    ‘scolta Crovella, va ben tutto, ma anche l’autocitazione mi pare francamente eccessivo!

  4. 50
    Carlo Crovella says:

    Il collegamento delle riflessioni collaterali con l’articolo principale è stato spiegato in diversi punti. Ne cito uno per tutti, quello del nel commento 44:
     
    “Pensavo che il ricordo nostalgico di una montagna selvaggia e poco antropizzata (epicentro di questo articolo) potesse stuzzicare in tutti il desiderio di combattere per ripristinare una montagna appunto selvaggia (che non può che essere “per pochi”). Se neppure questa nostalgia vi convince, state pure fermi e passivi: fate bene ad agire secondo la vostra visione, ma io ho già detto mille volte dove condurrà l’essere spettatori passivi del trend in atto.”

  5. 49
    Mg says:

    Un bel pezzo di cominetti, ricco di spunti e riflessioni come al solito mandato a spigolare dalla logirroica tiritera sel circonbarnum e del piu mintagna per pochi ( che mi pare con il pezzo c’entri come i cavoli a merenda)

  6. 48
    Carlo Crovella says:

    @47 Sono due concetti completamente diversi. Una cosa è se il Circo Barnum da’ fastidio al singolo individuo e come costuo lo può evitare. Le mie riflessioni riguardano un altro tema, ovvero i danni sulle montagne prodotti dal ripetuto’e sistematico impatto antropico (di cui il Circo Barnum è sono la punta dell’iceberg  ma non tutto l’iceberg). Io personalmente posso anche stare a casa, o dedicarmi ad altri interessi, e il Corco Barnum non mi infastidisce minimamente, ma cio’ non modifica l’eccesso di individui che “calpestano” le montagne. Questo è “il” problema sul tavolo: più tardi ci cominceremo tutti e più complicato sarà rattoppare i danni sulle montagne.

  7. 47
    Aleambro says:

    //43
    La cosiddetta mia terza via non è certo una battaglia. Non voglio vincere nessuna guerra quando vado in montagna. Io la montagna l’ho sempre vissuta come una esperienza individuale o da condividere con pochi amici. Un momento di pura gioia e di libertà. La cosiddetta terza via è per me il modo di vivere dei momenti emozionanti, di scoperta del territorio e di me stesso che in luoghi affollati mi è difficile realizzare. Chiaro che nel contesto attuale a volte bisogna sapersi accontentare, a volte bisogna usare un po’ di fantasia, ma tutto sommato lo spazio ancora c’è e non vedo una situazione disastrosa come alcuni qui la dipingono in quanto la montagna è di per se scomoda e se si sceglie bene il circo Barnum lo si può ancora evitare!

  8. 46
    Carlo Crovella says:

    @45 temo ci sia un equivoco, cerco di chiarirlo.
     
    Non faccio assolutamente un discorso di categorie (es: gli alpinisti tutti nobili, i biker tutti cannibali). Purtroppo i cannibali sono traversali e non settoriali. Cioè sono piene di cannibali anche categorie teoricamente “nobili” come gli “alpinisti”. Anzi…
     
    Ovviamente ci sono discipline che sono particolarmente dannose in modo oggettivo per la montagna. Esempio le discese in MTB chiamate downhill: lasciano solchi nei prati che sono ferite talmente difficili da “cicatrizzare” che possiamo considerarle permanenti. Oppure i trail, intesi come gare organizzate, mettono insieme una massa umana che non ha corrispondenti: non è il “correre” in sé che rovina la montagna, ma è l’insieme da Circo Barnum che le gare comportano (specie se di “grandi dimensioni” come il Tor).
     
    La battaglia ambientalista non è quindi appannaggio di questa o di quella categoria di fruitori della montagna. E’ una scelta individuale, a prescindere dalla categoria cui si appartiene perché si pratica questa o quella disciplina.
     
    Aggiunto un’ulteriore precisazioni. Nella maggior parte dei casi i danni alla montagna derivano dai comportamenti individualei(dei cosiddetti cannibali) o da caratteristiche oggettive delle discipline (ho fatto sopra l’esempio dei downhill ecc). Ma non si tratta solo di queste due cause: esistono anche i danni alla montagna derivanti dall’eccessivo numero di fruitori, a prescindere dalla loro qualità individuale.
     
    Per tanto arrivo a dire che migliaia di cloni di Crovella (tutti rigorosi, tutti disciplinati, tutti perfettini ecc ecc ecc) , se tutti contemporaneamente sulle montagne, costituirebbero cmq una causa di danno alla montagna stante lo stato di sofferenza attuale di quest’ultima. Un altre parole: se un ammalato ha la polmonite, basta un lieve spiffero per farlo aggravare…
     
    Quindi l’obiettivo è sia qualitativo (NON cannibali) sia quantitativo. In questo ultimo risvolto, la speranza è che, scremandosi sensibilmente il parco dei fruitori della montagna, quelli residuali (cioè gli appassionati delle scomodità) sappiano “spalmarsi” su aree molto vaste, in modo tale da alleggerire il peso puntuale di ogni individuo su ogni singola montagna. Se siamo solo in 20 sull’intero massiccio del Rosa in una determinata giornata, 2 andranno al Castore, 3 al Breithorn, 5 alla Punta Gnifetti… ecc ecc ecc, in modo che la singola montagna, in quella singola giornata, quasi non avvertirà il “peso” antropico. Segnalo inoltre che, con un modello di questo tipo, anche le vie normali tornerebbero “selvagge” e quindi fonte di incertezza e di avventura. Avremmo quindi due benefici.
     
    Leggeri come farfalle, questo deve essere il modo di muoversi per non “pesare” sulle montagna.

  9. 45
    giulio says:

    Trovo condivisibili molti dei sentimenti espressi in questi commenti. Pur da mero escursionista intensivo (mai oltre il PD-, se ho mai fatto un III grado è stato per insipienza), condivido pienamente il fascino dell’incertezza: definisco da sempre, in forma privata ed assolutamente soggettiva, le mie uscite “alpinistiche” quando (a) è la morfologia della montagna, e non la scelta di chi mette i bollini rossi, a decidere dove posso andare e (b) le difficoltà “tecniche” sono tali da darmi un’apprezzabile margine di dubbio sulle mie possibilità di arrivare in cima. A livello di sentimento e di battute sono pienamente d’accordo con l’idea di montagna al naturale di Crovella (ho sempre detto: non ho nulla contro lo sci da discesa, ho solo da obiettare agli skilift…). Non riesco però ad essere un integralista… Infatti a suo tempo ho dormito al Teodulo e sono arrivato sul Breithorn prima che la pazza folle rotolasse fuori dal Piccolo Cervino, ma a mia volta fino a Plan Mason ero arrivato in funivia.
    Trovo quindi una seria difficoltà nella ricetta crovelliana: in particolare, possiamo (assai ragionevolmente) pensare che l’attuale carico antropico metta in difficoltà la montagna in quanto ecosistema, ed allora condividiamo le battaglie ambientalistiche indipendentemente dal fatto che siamo escursionisti, alpinisti, ciclisti o paracadutisti. Anzi, in tal caso, l’alpinista o l’escursionista è solo uno degli aggressori dell’ambiente, anche se dei meno pericolosi.
    Ma se invece la difendiamo come nostro terreno culturale, spirituale, etico, non possiamo dimenticarci che è solo un interesse di una minoranza, e parte essa stessa del Barnum (le Alpi come terreno di gioco sono un’idea persino più vecchia di noi boomers, mi pare, così come la connessione tra alpinismo e inutile), sia pure spesso nelle sue forme più innocue. Pertanto, l’approccio di Crovella temo diventi: cercando di evitare divieti più o meno formali imposti alla mia (nostra) minoranza (pass, sentieri chiusi, patentini), imponiamone qualcuno alla maggioranza, comprendendo nella maggioranza sia i turisti più o meno cannibali (in cui però rischiamo di ritrovarci) e i residenti (no-strutture, no-funivie, no-rifugi, no-ferrate). Ho dei dubbi sia sulla correttezza, sia sul realismo del processo, comunque buona fortuna.

  10. 44
    Carlo Crovella says:

    @43 Il problema è lo stesso, solo che lo vediamo da due angolazioni diametralmente opposte. Per carità: entrambe legittime, almeno a tavolino. Tu dubiti profondamente dell’efficacia della mia proposta, io sono addirittura convinto della totale inefficacia pratica conseguente al tuo modo di vedere lo stesso problema. Infatti se ci aspettiamo che cambi da solo il modello economico… buona notte. Occorre “martellarlo” attraverso pressioni dell’opinione pubblica: a un certo punto le autorità dovranno scegliere se prendere decisioni che accontentano migliaia di “difensori della montagna” oppure altre decisioni opposte che accontentino pochi cittadini con interessi economici derivanti dalla montagna. E’ in quel confronto fra elettori di un tipo ed elettori della schiera opposta, che si gioca la partita chiave.
     
    Io sono convinto che se ci aspettiamo che l’iniziativa parta dalle autorità, essa arriverà solo tramite divieti ecc (“moutain pass”), varati proprio quando non  si potrà più farne a meno. Viceversa se puntiamo a “estinguere” la domanda di turismo montano (attraverso la selezione naturale perché la montagna sarà troppo scomoda e non attirerà le attuali masse), sarà più facile ottenere dalle autorità (centrali, locali, territoriali, ambientali…) che concretizzino azioni del tipo “non finanziamenti agli impianti, “no finanziamenti a nuovi rifugi o ristrutturazioni moderne dei rifugi tradizionali”, “no finanziamenti a vie ferrate, ponti tibetani, amenità varie”, “no permessi a gare e trail”, “no questo” e “no quello”.
     
    Vedremo chi perseguirà la politica più efficace. Se desiderate NON intervenire sul trend in atto, la scelta è legittima: basta stare fermi e il trend si sviluppa da solo. Non potranno che esserci due “destinazioni” del trend in atto: 1) la totale impraticabilità della montagna (ergo: NO montagna per nessuno)m evento che io stimo soggettivamente fra una ventina di anni; 2) oppure, prima (anche non lontanissimo), inizierà una “pioggia” di divieti, numeri chiusi, restrizioni, patentini ecc ecc ecc (“mountain pass”). Per decreto verrà imposta una montagna per pochi.
     
    Per il carattere che mi contraddistingue da sempre, piuttosto che stare passivo ad attendere l’evoluzione delle cose, io preferisco giocarmela. In questo caso, attraverso la montagna scomoda. L’effetto sarà lo stesso di quello perseguito dai probabili futuri decreti (ovvero una montagna per pochi), ma avverrà per via naturale e non imposta.
     
    Pensavo che il ricordo nostalgico di una montagna selvaggia e poco antropizzata (epicentro di questo articolo) potesse stuzzicare in tutti il desiderio di combattere per ripristinare una montagna appunto selvaggia (che non può che essere “per pochi”). Se neppure questa nostalgia vi convince, state pure fermi e passivi: fate bene ad agire secondo la vostra visione, ma io ho già detto mille volte dove condurrà l’essere spettatori passivi del trend in atto. Buona giornata!

  11. 43
    Matteo says:

    AleAmbro, la tua terza via è solo una battaglia di retroguardia destinata alla sconfitta, purtroppo.
    So anch’io che nelle Orobie ci sono itinerari fuori dai giri e angolini di tutto rispetto.
    Però ci sono anche paesi e valli devastate da seconde case (chiuse per 11 mesi all’anno) in percentuale maggiore che a Cortina o Courma, è il primo posto dove ho visto piste da bob su prato e il CAI lancia iniziative per portare più gente possibile a pascolare in Presolana.
    E’ la logica e inevitabile conseguenza del modello basato sul PIL: se questo è il modello che vuoi, sostieni e applichi in pianura, si espanderà inevitabilmente in tutti gli ambiti e la montagna è solo l’ultimo.  Prima, e più grave, verrà la “messa a reddito della cultura (Colosseo, Venezia, ecc.), la privatizzazione della Sanità e dell’Educazione, ma alla fine si arriverà a quella della montagna.
    E i divieti, auto o etero imposti, di Crovella verranno asfaltati: in realtà è quello che sta già avvenendo.
    Perché come al solito l’analisi di Crovella è sbagliata: non sono gli alpinisti fighetti che vogliono i rifugi alberghi, i sentieri segnalati come autostrade o la messa in sicurezza di tutti gli itinerari, ma sono queste cose che creano gli alpinisti fighetti. Cioé ampliano il bacino d’utenza, creano un mercato, creano ricchezza.
    Chi ama la montagna, chiamiamoli pure gli alpinisti, si limitano a sopportarli, magari qualche volta a sfruttarli (tanto ci sono già…) e qualche altra volta a cercare i valloni solitari o pareti fuori mano, ma non mettono in questione e non risolvono nulla: fanno finta di non vedere e al massimo spostano un po’ più in la il problema.
     
    Non ho soluzioni, però non c’è bisogno di andare dai gestori di impianti e dirgli di chiudere: basterebbe smetterla di finanziarli (che sono tutti in perdita!) perché così si sostiene “l’occupazione e lo sviluppo della montagna”.
    Basterebbe sostenere e incentivare le micro imprese locali (accoglienza diffusa, allevamento e agricoltura sostenibile) anziché intralciarle e finanziare strade più larghe, parcheggi, olimpiadi, alte velocità e passanti. E puntare ai servizi diffusi anziché accentrarli altrove.
     
    Ma questo è appunto rifarsi a un modello diverso.

  12. 42
    Carlo Crovella says:

    L’azione ideologica in corso è volta a persuadere la gente (intesa in generale) che è bene cambiare il trend in atto per le montagne, contrapponendosi anche alle logiche di mercato consumistico. Si tratta di una persuasione morale che converga verso una progressiva chiusura della montagna, ipotesi condivisa da tutti. La montagna, l’ambiente è un bene comune e come tale va centellinato. Gli esseri umani la rovinano  ergo meno gente c’è in montagna e meno questa si rovina.
     
    In assenza di un’azione spontanea in tale direzione, in un futuro non così lontano scatteranno le decisioni restrittive delle autorità. Autorità nazionali, locali, enti territoriali, Parchi… poco importa, ma scatterà la stagione dei divieti e dei contenimenti numerici. Saranno provvedmdimenti imposti e non discutibili, saranno assimilabili al greenpass. Chiamiamoli per convenzione “mountain pass”. Li approvero’ come ho approvato il greenpass e connesse decisioni collaterali.
     
    Quindi nessuna contraddizione nei miei ragionamenti, né tanto meno mettermi a 90. Nel caso della pandemia, l’evento critico non era prevedibile e quindi ci siamo trovati direttamente in un contesto di imposizioni delle autorità (varo del greenpass). Invece nel caso della montagna c’è una profonda differenza: il deterioramento delle montagne è in atto da decenni, la sua probabile prosecuzione è ben chiara, il fatto che fra qualche tempo scatteranno le tagliole delle autorità è nell’aria. Per cui vedo solo due sviluppi. 1 Se siamo intelligenti, anticipiamo il rischio dei divieti imposti, autogestendoci da noi: montagna resa scomoda, meno gente, allentamento della pressione antropica (che rovina le montagne) e quindi speranza di evitare i “mountain pass”. 2 Se invece non siamo intelligenti, non ci attiveremo in tal senso, e quindi accompagneremo il trend consumistico in atto e prima o poi scatteranno i divieti imposti (in alternativa a questi ultimi: la montagna si rovinerà a tal punto che sarà impraticabile).
    A chi non ha ancora capito (incredibile!) come si possono bloccare gli accessi alle montagne, li sintetizzo: si chiuderanno le strade in  basso, si spegneranno gli impianti,  non si concederanno permessi di costruire nuovi rifugi e bivacchi, quelli storici torneranno ad un modello vintage, si toglieranno tutte le paline segnaletiche lungo i sentieri, si cancelleranno le tacche, si toglieranno spit e soste (lasciando solo i chiodi di importanza storica), si pottebbe ipotizzare l’assenza di campo per i telefoni cellulari ecc ecc ecc. Ci penseranno le autorità a prendere queste decisioni, ma ciò potrebbe avvenire sotto la pressione dell’opinione pubblica che preferirà tutelare l’ambiente (di cui le montagne fanno parte) in quanto patrimonio collettivo, anche a scapito di interessi economici individuali. Ecco l’importanza dell’azione di persuasione in atto adesso: più siamo a pensarla così e più sensibile sarà la pressione dell’opinione pubblica sulle autorità, affinché difendano la montagna. Però, se noi siamo furbi, addirittura anticipiamo le autorità.
     
    Il discorso dell’avventura, a sua volta collegato all’incertezza (su cui si incentra il post principale) non è direttamente coinvolto nel soprastante modello. Tuttavia si tratta dell’altra faccia della medaglia. Una montagna selvaggia garantisce incertezza e avventura. Per cui noi,  che ci diciamo appassionati di montagna, a farla tornare selvaggia ci guadagnano su due fronti: una montagna selvaggia verrà difesa meglio di quanto si faccia oggi (discorso sviluppato sopra) e in più regalerà, a noi pochi amanti delle scomodità, l’avventura che ci piace. 
     
    Infine, mentre nelle mie tesi non vi sono contraddizione (neppure con posizioni su problemi trattati nel passato- vedi greenpass), la vera contraddizione è in chi rimpiange l’avventura (connessa ad una montagna selvaggia), ma, dall’altra, non agisce per far tornare selvaggia la montagna.
     
     

  13. 41
    Riva Guido says:

    @ AleAmbro al 38. Chi fa pratica nelle Alpi Orobie quando poi frequenta i Gruppi Marmorizzati, vola, all’insù, non all’ingiù! Senza tante storie e con pochissimi amici colorati al seguito.
    PS. Qualche angolino di tutto rispetto c’è anche nelle Alpi Orobie.

  14. 40

    Piaccia o no, bisogna essere realisti.
    Poi non capisco Crivella che fa il rivoltoso verso l’affollamento in montagna ma si mette a 90, felice di farlo, quando lo chiudono in casa  è felice che il suo beneamato Cai faccia le gite solo con chi ha il grinpas, parla male dei colleghi di sua moglie che semplicemente non gradivano iniettarsi un siero sperimentale (chiamali scemi) , elogia il suo barbiere che esalta le restrizioni covid come fossero una benedizione. Mah.
    Io sono per dare credito a chi ha una linea di pensiero coerenteced equilibrata ma qui non ci siamo proprio.
    E poi tutto questo invitare alla roccia marcia e al rischio… proprio non avete capito niente. Forse, chi commenta così, ha esperienze superficiali in alpinismo, altrimenti è matto da legare. 

  15. 39
    Luciano Regattin says:

    Negli ultimi interventi vedo che continuate a fare i conti senza l’oste. La realtà è ben diversa da come la immaginate, qui un po’ di dati:
    https://www.ansa.it/canale_viaggiart/it/notizie/evasioni/2022/08/08/la-montagna-conquista-lestate-le-presenze-salgono-a-71-milioni_1df2b550-23d0-4eef-9d8e-ccaba9d477ed.html.
    Come pensate, non a parole ma con i fatti, di arginare questi numeri? Andando dai gestori degli impianti a dire che devono chiudere, ordine di Crovella? 

  16. 38
    AleAmbro says:

    Mi sono detto assolutamente d’accordo con Crovella e idealmente lo sono. Tuttavia, leggendo i commenti di Matteo sono pure d’accordo con il suo realismo. pero’ una terza via in realta’ c’e’: cercare itinerari fuori dai soliti giri. Nel raggio di 150km intorno a milano ci sono, includendo anche gli Appennini, che certamente sono piu’ selvaggi delle Alpi. Se arrampichi e vuoi stare lontano dagli spit, e ami il brivido, di roccia (anche marcia se ami il genere) se ne trova ancora in giro, basta andare sulle orobie ad esempio! Con un po’ di fantasia e un po di pelo sullo stomaco insomma si puo’ ancora godere di qualche brivido…
     

  17. 37
    Matteo says:

    Per citare un “saggio” (!): non riesci a focalizzare. 
     
    Se accetti e magari sostieni il modello consumistico e/o la sua variante securitaria in pianura, non c’è alcuna speranza che tu possa (e alla lunga voglia) tracciare una linea, deserto o non deserto.
    Se accetti il modello di sviluppo consumistico (perché di questo si tratta) prima o poi questo si estenderà anche alle montagne. Come sta evidentemente avvenendo. Perché su questo si basa tale modello, sullo sviluppo e sulla sua estensione a tutto ciò su cui può essere esteso.
     
    Se la ggente non ama la montagna scomoda, beh la soluzione è semplice: la si rende comoda. La si deve rendere comoda, dal punto di vista di tale modello.
    Se il capitalismo, il libero mercato, il commercio, la ricchezza (monetaria) sono cose buone e desiderabili, la montagna non potrà che essere sfruttata…come tutti gli altri ambienti e il resto del mondo.
     
    Tertium non datur.

  18. 36
    Carlo Crovella says:

    @34 No, non è così (l’asino non casca per nulla). Non è necessario tracciare una linea separatoria, come un confine “politico” in mezzo al deserto. qui sarebbe una ipotetica linea fra modello consumistico+sicuritario sottom la linea e montagna selvaggia sopra la linea.
    Abbiano pazienza i lettori storici: mi devo ripetere, per spiegare cose che ho già descritto mille volte. Ma se alza la mano qualcuno che non c’era o era disattento, io con pazienza rispiego. Con altrettanta pazienza i lettori che hanno già compreso (compreso, non necessariamente condiviso) accettino l’ennesima spiegazione. Cerco di esser sinteticissimo, durerà pochi secondi.
    Basta lasciare (e/o far tornare) la montagna allo stato naturale, cioè “scomoda”: no facilitazioni (no impianti, no strade, no nuovi rifugi, i rifugi storici tornati la modello vintage, no segnaletica sui sentieri, non spit, no tacche, niente di niente. La montagna scomoda non piace alla massa. La massa si defila e si dirotta altrove. Così facendo la Montagna si dirada di essere umani, quantitativamente senza dubbio, ma io credo anche qualitativamente. Ecco il mio concetto di selezione naturale: la montagna scomoda seleziona, in modo naturale, gli accessi. Se devi partire a piedi da Valtournanche per fare il Breithorn (e non da Plateau Rosa, dove sei giunto con gli impianti e ti restano miseri 900 m di disl per la vetta…), allora vuol dire che sei un individuo vecchio stile: cerchi la montagna non antropizzata, non ti aspetti la garanzia né del tuo godimento personale né della sicurezza che invece è obbligatoria in pianura. Ti perdi, bivacchi e magari muori perché non hai con te il duvet? nessuno degli amanti della montagna alla vecchia maniera, frignerebbe. Fa parte del gioco. Frigna la massa, che cerca e si aspetta il godimento e la sicurezza assicurata, non l’incertezza. Ecco come potrebbe esistere, lassù, una modello naturale.
     
    In conclusione dico una cosa che a molti può apparire dirompente: magari noi “old style” saremo tutti concordi addirittura ad annullare/contenere profondamente il soccorso alpino. Se vuoi “avventura”, la montagna deve essere selvaggia. Se la montagna è selvaggia, è selvaggia “sempre”. Non puoi pretendere la montagna selvaggia quando tutto gira giusto e l’avventura ti dà adrenalina, e invece pretendi la società sicuritaria quando qualcosa gira storto e ci deve essere “paparino” che pensa a te. Sennò che montagna selvaggia è???
     
    una montagna così costringerebbe i pochi, che sarebbero ancora interessati ad andarci, a ridimensionare le performance. Se devi partire a piedi da La Palud – pernottando al Torino – per poi arrampicare sui Satelliti, altro che difficoltà francesi sulle vie del Gran Capucin (oggi fatte in giornata grazie alla funivia e zainetto leggero). Se sai che nessuno ti viene a prendere, hai dietro il duvet nello zaino e, con lo zaino “pesante” e partendo da sotto a piedi, per un alpinista normale è già un’avventura fare la via classica alla Pyramide… Ma se ti limiti a fare la Pyramide, che succo c’è, secondo il canoni moderni (consumitici-sicuritari)? Ve lo vedete un “figlio dei social” sparare centinaia di foto perché ha fatto la Pyramide di IV? Gli fischierebbero dietro: sfigato, buzzurro, incapace…
     
    Ecco l’anello di congiunzione fra modello consumistico e società sicuritaria: se non lo rompiamo, accompagniamo il trend in essere, che non potrà che confluire nella montagna impercorribile, perché distrutta. Fino a poco tempo fa io stimavo questo evento per il 2050. Il peggioramento degli ultimi anni ha accelerato il trend prospettico: abbiamo non più di 15-20 anni.

  19. 35
    lorenzo merlo says:

    Subirlo non è accettarlo.
    [caschi]

  20. 34
    Matteo says:

    Per una volta anch’io, ma con una puntualizzazione: se accetti il modello consumistico quaggiù, non puoi che accettarlo anche lassù, semplicemente perché non è possibile tracciare una linea di divisione tra quaggiù e lassù
     
    E credo che sia qui che casca l’asino!

  21. 33
    AleAmbro says:

    Assolutamente d accordo al commento 32!

  22. 32
    Carlo Crovella says:

    Da circa 20 anni mi sono definitivamente convinto (basta guardarsi in giro…) che la “parte rischiosa” dell’andar in montagna non possa che legarsi ad una montagna “selvaggia” o quanto meno poco antropizzata. Se invece accettiamo, anche lassù, il modello consumistico, la parte rischiosa ce la dimentichiamo: si riduce sempre più e io temo che sparirà del tutto.
     
    Il consumismo si basa sulla società sicuritaria che a sua volta vive sul fatto di garantire il soddisfacimento di due esigenze di base degli utenti: la sicurezza (che è l’antitesi dell’incertezza) e il godimento immediato di ciascuno. Montagna diventata (“ridotta”…) come fare una corsetta al parco. Tutto garantito, tutto assicurato: dov’è l’incertezza?
     
    Il centro del modello è il “numero” di individui. Il consumismo richiede grandi numeri umani per fare profitti (di ogni operatore, dal piccolo rifugista al grande marchio produttivo). Per attirare grandi numeri, il modello consumista deve garantire (o dare l’idea di garantire… ma alla fine è lo stesso) il godimento immediato di ciascuno e la sicurezza per tutti. Per garantire queste due pedine base, il modello serra le morse sulla montagna, che da selvaggia diventa Circo Barnum. Non si scappa.
     
    Da almeno 15 anni, io sono un sostenitore del ritorno alla totale incertezza della montagna, concetto che considero il vero sale dell’andar in montagna. La difficoltà tecnica e il rischio non c’entrano. Anche un quartogradista, anche un escursionista vivono di questo sale, se davvero vogliono andare in montagna (da lì deriva tutto l’impegno individuale collaterale alla gita sul terreno: studiare, leggere, conoscere, provare, riprovare, bivacchi imprevisti, avere sempre tutto il necessario nella zaino, sapersela cavare ecc ecc ecc). La carne dell’orso, l’ha chiamata Primo Levi (capitolo Ferro de Il sistema periodico). Per assaggiarla, la carne dell’orso, non è necessario aprire via di 9z o attraversare lo Hielo Continental in solitaria. Ci vuole però una montagna non antropizzata. Magari a 30 km dalla città, ma “selvaggia”. Oggi io la trovo lì (a 30-50 km attorno a Torino) la montagna selvaggia e non più sul Breithorn, neppure sul Bianco, non parliamo del Ghiacciaio del Lys (Monte Rosa), dove cammini in coda come alla cassa del supermercato…
     
    Non tutto è completamente perduto: si può ancora recuperare la montagna “selvaggia”. Ma dobbiamo agire di comune accordo, noi che ci diciamo “appassionati di montagna”. La posizione deve essere tetragona, per contrapporsi efficacemente al modello consumistico. Se iniziamo ad avere delle esitazioni, quali “ma la gente che ci lavora (con la montagna)…?”, oppure “ma il diritto di quelli che vogliono partecipare al Tor…?”, oppure ancora “ma il divertimento dei pistaioli carving…?”… allora buonanotte, facciamo che chiudere tutto. Se lasciamo andare il trend in atto, fra 20 anni al massimo, le montagne saranno oggettivamente impraticabili. Per tutti.

  23. 31
    Ale Ambro says:

    Marcello, probabilmente L età media dei lettori di questo blog non aiuta in tal senso….La maggioranza ha colto il lato nostalgico e poco quello legato all azione sul terreno perché ormai le ciabatte prevalgono sulle scarpette😜

  24. 30
    Alberto Benassi says:

    Detto ciò, avrei pensato rileggendomi, che il mio incitare anche a una “pratica rischiosa” del proprio alpinismo,

    Oggi si vuole la FRUIBILITÀ e comunque deve rispondere a determinati canoni. Chi realizza  qualcosa che va in diversa direzione, lo condanna al dimenticatoio.
     

  25. 29
    Alberto Benassi says:

    Telleschi, la bellezza della Versilia della mia gioventù, con  i campi coltivati, i frutteti, le pioppete, la pineta, i prati dove giocare liberi  a pallone, i fossi dove fare il bagno e pescare i ranocchi, le colline con gli oliveti, è stata cancellata sotto l’avanzare della modernità e della speculazione edilizia e del sudiciume abbandonato dovunque lungo i bordi delle strade.

  26. 28

    Ragazzi, la mia era solo una testimonianza  e non una lista di rimpianti, perché io non sono così. Vivo.il presente senza dimenticare il passato (come potrei?) ma cerco di prendere il buono che c’è ogni giorno. Detto ciò, avrei pensato rileggendomi, che il mio incitare anche a una “pratica rischiosa” del proprio alpinismo, avrebbe potuto innescare più dibattito, essendo in definitiva il cardine dello scritto. O almeno questo sembrava essere il mio intento.

  27. 27
    Sandro says:

    Certe zone sono  vittime della loro stessa bellezza, le foto e le voci corrono veloci e la gente ci si precipita; altre, della voracità insensata e miope non di chi ci vive ma di chi le amministra, che ne sfrutta le ultime aree vergini fino a rovinarle con attacchi mirati. Un esempio per tutti il vallone di Cime Bianche: non so che fine abbia fatto il progetto di funivie nella zona. Questo blog ne ha parlato più volte e Camanni ne ha scritto poco tempo fa.

  28. 26
    bruno telleschi says:

    In genere gli indigeni che abitano nei centri minori inquinano più dei residenti nelle grandi città almeno per due aspetti fondamentali: la dispersione sul territorio e la mancanza di mezzi pubblici. In Versilia per esempio, in senso lato da Viareggio a Massa, la moltiplicazione delle villette ha disperso gli abitanti su tutta la superficie di un territorio che a malapena potrebbe costituire un solo quartiere di Roma con minore spreco del suolo. Sarebbe superfluo aggiungere che gli indigeni passano metà della vita in automobile per sbrigare qualsiasi faccenda, dall’acquisto dei fiammiferi ai medicinali. Anche se volessero non possono prendere né l’autobus né il tram: non ce ne sono. Prima di ritornare alla natura selvaggia sarebbe dunque necessario rammendare il territorio e razionalizzare l’urbanistica. Se fosse possibile raggiungere in tram le radici delle Apuane o la soglia del mare anche le montagne potrebbero respirare. 

  29. 25
    Mc says:

    Erano gli anni 60/70, e anche da noi, nelle valli Bergamasche, nonostante la vicinanza alle città, la semplicità era di casa.
    Le strade che collegavano i paesi al provinciale non erano asfaltate, non c era l acqua corrente in casa ( arriverà solo agli inizi degli anni 70) , niente bagno, riscaldamento centralizzato, …… niente abbigliamento tecnico, camicia di lana, braghe alla zuava in velluto a coste, maglione rigorosamente fatto a mano dalla mamma….. Ai rifugi come piatto fisso c era il minestrone e se ti andava di culo gli involtini con piselli che ti tornavano in bocca anche il giorno dopo durante la scalata .
    La neve , ne canaloni a nord, permetteva di salire anche dopo la metà di luglio,….
    Poi e cambiato tutto.
    Belle strade, belle case bei vestiti, alberghi al posto dei rifugi e, …. Poca neve!
    E proprio la, dove è venuta a mancare la neve, forse adesso ci si può di nuovo perdere da soli, perché non c e più attrattiva!
    Forse sono i rimpianti di ogni generazione che invecchia? Bo! 
    Perlomeno e rimasto il ricordo.
     
     

  30. 24
    Sandro says:

    Uno dei pochi vantaggi di essere anziani è aver visto i posti belli prima che arrivasse il brutto vero a sciuparli per sempre.

  31. 23
    AleAmbro says:

    Bella testimonianza! I tempi dell esplorazione sono sempre i più ricchi!.  Per me la montagna e l’outdoor senza il sale dell’ avventura perdono tanto. Meglio posti meno spettacolari ma liberi dalle orde, ormai è questa la scelta purtroppo. Almeno qui in Italia! 
     

  32. 22
    Ugo Manera says:

    Non si può che condividere il saggio commento 15 di Marcello

  33. 21
    Carlo Crovella says:

    I numeri umani, che si muovono oggi, rendono molto raro l’equilibrio citato. Non dico che sia impossibile in assoluto, ma molto raro a tal punto da risultare pressoché “estinto”. Conosco il caso “nobilissimo” della Val Maira (CN) che, decenni fa, ha rinunciato ad ogni tipo di impianti sciistici, relegandosi al ruolo di “sfigata” fra le valli del cuneese: abbandono dei residenti, degrado delle baite e dei prati, sapeva di valle fantasma. poi l’arrivo di alcuni cittadini, in cerca di vita alternativa, ha rivitalizzato le locande semi diroccate. Sono diventate degli “hub” del turismo alternativo, quello slow e green, sia in versione estiva che invernale (innevata, intendo). Moltissimi sono i turisti che arrivano del Nord Europa (tedeschi, olandesi, svedesi), alla ricerca di quel particolare turismo. Ora però anche quel business sta crescendo in modo incontrollato e potrebbe diventare critico per l’ambiente e l’equilibrio socio-biologico. Faccio un esempio: sia in estate (MTB, escursionisti, ecc) che nei mesi invernali (scialpinisti, ciaspolatori, ecc), molti turisti compiono traversate da un vallone all’altro della Val Maira (che è molto frastagliata). Itinerari bellissimi. Il problema è che è necessaria la navetta, cioè andar a riprendere i tizi (oppure portarli al mattino alla partenza nell’altro vallone). Morale: alcuni tassisti di Cuneo hanno abbandonato l’attività professionale in città e ora lavorano solo più in valle, compresi anche i transfer A/R con l’aeroporto cuneese di Le Valdigi (voli charter dal Nord Europa). Alcuni tassisti hanno cambiato l’auto con un VAN a 9 posti più bagagli. Tutto bene, quindi: locande piene, prenotazioni dal Nord Europa per i mesi futuri, gente che fa gite in modalità green e slow. Peccato che i VAN navetta facciano avanti e indietro per l’intera valle dal mattino presto alla sera tardi. Sembra un porto di mare, c’è più traffico che sulla banchina dei traghetti Tirrenia ad agosto. Il “traffico” non è solo benzina e sfrigolio di gomme. Il traffico è gente che va, gente che viene, confusione, urla, suonerie di cellulari, furgoncini che riforniscono le locande, rifiuti da smaltire, utilizzo improprio delle falde acquifere, ampliamenti dei fabbricati, estensioni dell’antropizzazione, cantieri vari, segnaletica sui sentieri, plastica di qua e di là, carta igienica che, dietro al masso, copre residui organici…
     
    Insomma anche il turismo slow, se amplificato dai numeri umani, è deleterio. Non come il turismo consumistico, certo. Ma in realtà sono i “numeri” umani il vero problema sul quale chi ama davvero l’ambiente outdoor deve intervenire. A costo di contenere o addirittura soffocare le opportunità di business degli operatori

  34. 20
    Alberto Benassi says:

    18
    Allora ho detto giusto. Il turismo annienta l’anima dei luoghi. Rendendoli tutti uguali, senza personalità e ridicolizzando le tradizioni usate per attirare il turista da spennare.

  35. 19
    Paolo Gallese says:

    Il commento 15 spiega perché Cominetti va sempre letto con attenzione e riflessione.

  36. 18
    MG says:

    15 e 17, concordo con i commenti di Monaco e Marcello (che mi ha fatto ricordare memorabili stagioni sarde, proprio in quel di santa Maria navarrese e BAunei). 
    la chiave è certamente un equilibrio (delicato e complesso) che tenga anche in debito conto le esigenze degli abitanti del luogo. 
    Oltre al disequilibrio apuano, che in nome (finto) del benessere dei cavatori (ma in realtà dei concessionari) devasta irrimediabilmente e follemente un posto magico, potrei citare le mie amate 5 terre.
    Ci ho vissuto quando ero piccolo e mio padre vi ha lavorato per 18 anni fra gli anni sessanta e 80, allora avevano un senso di totale genuinità, di rudezza aspra e per nulla semplice,   il turismo era raro  e totalmente di nicchia.  gli abitanti vivevano tendenzialmente  di navigazione o  di terre in salita.
    oggi chiunque abbia un loculo e una barca fa guadagni ingenti in un territorio preso d’assalto e degradato da un turismo folle e insostenibile, che ha riversato in quei luoghi, altrettanto magici, centinaia di migliaia di passanti, trasformando le vecchie botteghe in friggitorie di buste Findus spacciata per pescato o in spacci  di limoncello ligure, parente stretto dello tesso limocello che sta negli stessi negozi tristi di Sorrento o di Portoferraio.
    e per la gioia  dei turisti (e la sicurezza del fondo schiena degli amministratori locali) , la via dell’amore è stata imbragata – lavori ancora inc orso – in un folle e forsennato intreccio di tralicci e reti metalliche. 
    Un veleno. per la terra e per l’anima.
     
     
     

  37. 17
    monaco says:

    articolo/capitolo piacevolissimo da leggere
    uno spaccato di luoghi e vita che furono…rimpiangiamo piu’ i primi o la seconda ?
    entrambi !
     
    lucidissimo anche il commento dell’autore stesso.
    luoghi turistici ”equilibrati” esistono.
    sono rari, ma esistono.
    e sono apprezzati da chi ci va, proprio per questo equilibrio.

  38. 16
    Chiara says:

    Non ringrazierò mai abbastanza Marcello per avermi fatto conoscere questo luogo magico, in cui non riesco più fare a meno di tornare ogni volta che posso. 

  39. 15

    Premetto che questo mio scritto è un capitolo del libro di A.Gogna, La Pietra dei sogni,  che ho buttato giù velocemente quando Alessandro me l’aveva chiesto anni fa. 
    Vorrei puntualizzare due cose al riguardo. 
    Gli alpinisti sono anche loro turisti ma personalmente quando un bel giorno ti trovi a dover pagare un pedaggio o un parcheggio perché l’industria turistica lo richiede, giusto o sbagliato che sia, laddove eri sempre andato gratis, io mi oppongo semplicemente non andandoci più.
    L’altro aspetto del turismo è quello dell’equilibrio in relazione a dove si svolge. L’utopia di lasciare tutto selvaggio si scontra con chi in quel luogo ci vive. A Baunei c’era posto per pochi pastori. Gli altri dovevano emigrare in continente e in Germania, prima della scoperta dell’escursionismo. I pochi alberghi aprivano solo un paio di mesi estivi mentre oggi lavorano da marzo a novembre. Molti giovani che conosco hanno potuto restare a casa loro e fare un lavoro dignitoso e in molti casi redditizio. Certo, in alcuni casi, come alcuni hanno segnalato qui, si è passato il limite ma ribadisco che quello da ricercare è l’equilibrio e non la chiusura tout court. Perché non possiamo volere assecondare un nostro capriccio facendo restare selvaggio un luogo in cui i suoi abitanti devono vivere da retrogradi. 
    Io vivo della professione di guida e giro abbastanza per accorgermi che in cambio di un minimo di benessere (sottolineo minimo) qualcosa va sacrificata, ma l’errore è non sapere dove stia il limite. Per saperlo occorrerebbe che chi amministra abbia visto moltissime realtà turistiche per capire quali sono le scelte giuste per i locali e l’ambiente. Questo succede di rado e vale per qualsiasi luogo.
    L’avidità in questi casi tira fuori il peggio da molti e secondo il mio modesto parere ho notato che, chi amministratore, proviene da studi economici è un disastro, mentre chi da studi umanistici possiede la lungimiranza necessaria.

  40. 14
    MG says:

    molto bello. fuori dagli schemi, dalle righe e dal tempo. 
     

  41. 13
    Alberto Benassi says:

    Il bello è che questa terra ha ancora molto da offrire, seppure tante cose siano cambiate, ma di questo se ne possono accorgere solo quelli della mia generazione, ribelli allora come oggi, perché i praticanti odierni sovente e tristemente danno tutto quello che trovano per scontato.

    e questo è un problema…

  42. 12
    luca mozzati says:

    Dove si capisce perché Cominetti è Cominetti!

  43. 11
    lorenzo merlo says:

    Infiniti consapevoli non fanno meno danno di infiniti inconsapevoli.

  44. 10
    Luciano Regattin says:

    7. E ti pareva che non saltasse fuori anche qua! L’ultra Trail del Supramonte esiste già, lo fanno in maggio, infatti se hai osservato bene, hanno già distrutto tutto! Vabbè stendiamo un velo pietroso, della stessa pietra sarda, ruvida e rovente.

  45. 9
    Carlo Crovella says:

    Siamo troppo in là, per pensare di trovare un compromesso ancora accettabile…
     
    Se si vuole che le montagne (e l’outdoor in generale) restino “selvagge”, e in quanto tale regno della libertà individuale, non ci dovrebbe essere alcuna presenza umana, né turistica né di cavatori. Qualche pastore (allevatore individuale e non allevamenti industriali intensivi), qualche agricoltore che coltiva patate, i rifugi in stile vintage e poco più. Noi si va a cercare avventura, accettando (anzi ricercando) le “scomodità”.
    Sennò accettiamo l’attuale modello, quello del Circo Barnum, ma allora non protestiamo né di fronte ai suoi inevitabili risvolti negativi (confusione, inquinamento, massa becera…), né per l’altrettanto inevitabile fatto che il Circo Barnum porta con sé la società sicuritaria (e quindi controllatoria), la quale pone limiti, regole, divieti…
     
    Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. 

  46. 8
    Alberto Benassi says:

    il turismo è un’attività molto inquinante. Distrugge l’anima dei luoghi.
    Però un compromesso ci sarà da trovarlo. Prendiamo ad esempio le Apuane. Meglio turistiche ma ancora esistenti? Oppure distrutte dall’attività (coltivazione) di estrazione del marmo…???

  47. 7
    Carlo Crovella says:

    Questo accattivante testo, scritto da uno degli esponenti che siedono sui banchi esattamente opposti al mio, nell’emiciclo parlamentare desiderato da Gogna per il Blog, dimostra che la montagna (e l’ambiente outdoor, per estensione) è bella e affascinante solo se è “selvaggia”, cioè non antropizzata.
    Anche io conosco la zona, seppur non da residente: ma vi ho compiuto diverse puntate (https://gognablog.sherpa-gate.com/supramonte-e-ancora-lultimo-eldorado/; https://gognablog.sherpa-gate.com/discesa-integrale-delle-gole-di-gorropu/). Ho anche arrampicato sia sulle falesie lungo la costa che in quelle più interne (in particolare nel Dolovere di Surtana). Erano gli anni a cavallo fra fine ’80 e prima metà dei ’90. Per esempio alla base della Aguglia non c’era nessuno oltre alla nostra combriccola di 5-6.
    Qualche anno fa mi è capitato di fare una puntatina stile amarcord in zona, tornando da una vacanza marina nel Sud Sardegna. Che impatto straziante: animazione, chiasso, escursioni organizzate (della serie mordi e fuggi), Selvaggio Blu con partenze a manetta, fuoristrada che sgasano, sinfonia di suonerie di cellulari (?!?)… Mancavano solo elicotteri e altoparlanti. Insomma: Circo Barnum.
     
    A quando la ultra-trail del Supramonte stile Tor valdostano? Se non interveniamo, il trend è quello.

  48. 6
    Franco says:

    Molto bello, una visione primordiale dell’isola,     un attenta descrizione delle prime avventure, ancora non inquinate dalla tecnica e dalla modernità. 

  49. 5
    Giovanni Verzani says:

    Bellissimo

  50. 4
    Alberto Benassi says:

    Gli alpinisti sono forse una categoria superiore? 

    Quelli veri si!
    Quelli finti no! 
    😈😂

  51. 3
    mfabio says:

    bella storia ed irripetibili avventure, con il cavo elettrico poi…  Con l’amico Pietro Starnini, forse perchè del “continente” o forse perchè eravamo “un paio d’anni più giovani”, eravamo un pelo più evoluti. Le prime esperienze a sciarbo con una statica rimediata dal magazzino scout….
    Solo una cosa non capisco: ” biglietteria che non distingue i turisti da chi magari va a salire una via”  Gli alpinisti sono forse una categoria superiore? 

  52. 2
    Alberto Benassi says:

    Si bello, ricco di passione e con un pizzico di nostalgia.
    Difendiamola, proteggiamola  questa “incertezza” !!!

  53. 1
    antoniomereu says:

    Bello…anzi come dicono i piu giovani oggi, strabello.

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