La traversata delle Dolomiti – 02

La traversata delle Dolomiti – 02
(1865: la primavera dell’alpinismo dolomitico)
di William Douglas Freshfield
(pubblicato su itineraalpina.it il 16 novembre 2016 e su Le Alpi Venete 2015-2016)
a cura di Angelo e Maddalena Recalcati

(continua da)

Giovedì, 1 giugno 1865
Il nostro obiettivo per oggi era riattraversare le montagne per un passo indicato sulla carta militare che prometteva di condurci direttamente a Garés, da dove avremmo facilmente raggiunto Cencenighe che è due ore a monte di Agordo e nella medesima valle. Poiché volevamo arrivare a Caprile, partimmo abbastanza presto, ovvero alle 5 circa. Uno del posto, diretto in val di Fassa, si offrì di condurci sul sentiero corretto, ma presto ci accorgemmo che ci stava portando troppo lontano a nord e con una ulteriore indagine si scoprì che ci stava indirizzando ad un differente e più lontano passo. La sera precedente avevamo osservato la via per raggiungere le rocce che si elevano ripide a est di San Martino e verso quella direzione volgemmo quindi i nostri passi. Una lunga ripida tirata nel bosco di abeti ci portò alla base delle rocce che all’inizio erano del tutto prive di difficoltà. Incontrammo a circa metà della salita l’unico tratto ripido che fu facilmente aggirato rimontando un canale nevoso e seguendo il giro di una cengia, resa alquanto scivolosa dallo stillicidio. Sebbene difficilmente lo si possa definire un “mauvais pas”, questo tratto potrebbe essere sgradevole per una persona timorosa. Dove la cengia si allargava a terrazza ci fermammo una mezz’ora per colazione. Il resto del percorso fino al colle era del tutto facile su per pendii molto moderati di comode rocce.

In tre ore da San Martino guadagnammo lo spartiacque vicino alla base della Cima della Rosetta (24). Il panorama a ovest era molto ampio e magnifico su un primo piano di montagne coperte interamente da pascoli, oltre le quali brillavano in lontananza le nevi dell’Ortles e dei gruppi dell’Oetzthal. Le torri del Brenta erano molto notevoli e la ben distinta cima nevosa della Presanella reclamava una indagine alla sua destra (25), mentre a est la veduta era più limitata. Ci trovavamo ora al lato opposto del vasta e solitaria distesa nevosa che avevamo percorso due giorni prima e le cime rocciose che la dominano impedivano il panorama lontano. Queste erano tutte facilmente raggiungibili, eppure si trattava delle medesime cime e guglie che guardandole dal basso le avevo giudicate senza speranza. Il fatto è che i monti dolomitici sono i più grandi bugiardi immaginabili e nessuno che abbia solo passeggiato ai loro piedi si può formare una corretta idea della loro particolare conformazione. Le grandi torri e guglie che viste dal basso sembrano dei Cervini adolescenti non ancora del tutto sviluppati, ad una più ravvicinata conoscenza si rivelano essere semplicemente pilastri che sostengono, sull’opposto versate, vasti altipiani dai quali sono facilmente accessibili. Avremmo potuto fare la nostra scelta su qualsiasi cima delle vicinanze, parecchie delle quali erano coronate da ometti. Naturalmente questa regola non ha un valore universale, ma una montagna dolomitica deve essere accuratamente esplorata prima di essere dichiarata inaccessibile.

Dopo una lunga sosta al passo, che proponiamo di chiamare Passo della Rosetta, volgemmo le spalle al panorama occidentale ed iniziammo la discesa. Sotto di noi si trovava una profonda gola, evidentemente del corso d’acqua segnato sulla mappa ed era la nostra strada. Per scendere alla sua estrema testata avremmo dovuto compiere un aggiramento a destra, ma trovammo un modo facile calandoci per le rocce che formano la sua sponda nord. Molto presto ci trovammo al termine della gola che comunicava con una successiva attraverso un ripido e stretto canalino. Il nostro percorso ora si svolgeva attraverso una serie di avvallamenti uniti da canali spesso colmi di neve che permetteva frequenti scivolate. Il paesaggio roccioso che ci attorniava era della più splendida grandiosità, dirupi strapiombanti ci sovrastavano a destra e sulla sinistra, i pilastri del Cimon della Pala e della Cima Vezzana culminavano in stupendi pinnacoli. Eravamo da circa due ore immersi in questo strano e isolato ambiente alpino. Ai nostri piedi giaceva una profonda depressione, posta sotto i contrafforti orientali del Cimon della Pala.

Al termine di un ulteriore bacino, il suo corso d’acqua entrava in una gola tanto stretta che trovammo difficoltoso percorrere, temendo anzi di rimanere intrappolati, quando pezzi di legno piazzati contro le rocce a formare una rozza scala, ci provarono che un passaggio esisteva. Di lì a poco vedemmo l’apertura della gola. Le opposte e scure pareti rocciose lasciarono il posto al quadro di squisita bellezza dei prati verdi e dell’aspra vetta della Cima di Pape inondati di luce. Dopo aver incontrato una incantevole distesa di gigli di valle, un fiore raro sulle Alpi, scendemmo per ripide rocce alla riva del torrente. Un tronco era stato messo a traverso del torrente proprio nel punto in cui si getta nella valle di Garés, che era ora sotto di noi. Il rozzo passaggio a vederlo non dava alcuna sicurezza, ma era compatibile col peso di ognuno, cosicché lo attraversammo uno alla volta sedendoci a cavalcioni, poiché era tanto stretto che nessuno fuorché una scimmia o Blondin (26) poteva camminarci sopra. Sull’altra riva apparve il vero sentiero che ci guidò con un’ampia curva attorno alla parete rocciosa, sopra la quale il torrente si riversava in una cascata, la migliore che avevamo visto nelle Dolomiti che di regola ne sono meno ricche rispetto ad altre zone alpine. Il sentiero attraversava di nuovo il corso d’acqua ribollente di schiuma e quindi ci condusse su pendii disseminati di rododendri fino al fondovalle.

Il villaggio di Garés è visibile a breve distanza, appollaiato su un poggio al piede del pendio a sinistra. La sua posizione è delle più pittoresche, in piena vista dei verdi pascoli delle Cesurette e dei dirupi del Coston di Mièl. L’angusto passaggio dal quale eravamo usciti sembrava un po’ come uno di quegli ingressi a un passo che, visti dal basso, di rado di incontrano sulle Alpi. Trovammo un contadino a tagliare il fieno e a lui chiedemmo se a Garés ci fosse una locanda. Insistette perché lo seguissimo nella sua baita, dove ci riservò un caloroso trattamento portandoci latte, formaggi e burro su un vassoio di legno, e tirando fuori da ogni angolo impensato sedie e panche. Sapeva del passo che avevamo traversato, ma ne parlò come usato solo da cacciatori di camosci e non sapeva dargli un nome. Dopo aver ricompensato il nostro ospite che era restio a ricevere persino un minimo compenso a fronte della sua ospitalità, ci rimettemmo in cammino. Oltre Garés la valle è aperta, meno selvaggia e aspra di altre nelle sue vicinanze. Essa si allunga dapprima a nord est lungo le pendici della Cima di Pape finché, a un’ora da Garés, a sinistra vi si immette la Val di Valles. Le due valli unite corrono poi a est per confluire nella Val d’Agordo. All’angolo tra le due si trova Forno di Canale, un villaggio assai sparso, che usa la sua unica strada per canale di scolo ed aveva una gran bisogno di un intervento igienico. Dovemmo strisciare a ridosso delle pareti saltando da un sasso all’altro per evitare il mare di sudiciume.

Proprio oltre le ultime case appare una grandiosa veduta della Civetta, qui dall’aspetto più simile a una torre che al suo solito. Per una gola pittoresca si scende a Cencenighe con la strada che corre lungo il torrente, quasi ostruito dai tronchi che la corrente trascina dalle foreste in quota fino alle segherie. Attraversammo il villaggio e, col prestare troppa attenzione ai cartelli indicatori di direzione dipinti sulle pareti delle case, che in questi paesi svolgono la funzione dei pali indicatori, mi ritrovai in bilico sul bordo di un salto alto 6 piedi. Dopo questa lezione a fare attenzione dove si cammina, anche se si è su una carrareccia, continuammo senza soste a risalire la valle principale. Il paesaggio appariva piuttosto monotono dopo quello che avevamo visto, i pendii erano spogli e nessuna cima di rilievo era in vista. Il percorso è assai malagevole e in molti luoghi è stato quasi interamente asportato dal fiume, ma comunque abbastanza praticabile ai muli.

A mezza via con il Lago di Alleghe fummo sorpresi dal solito temporale pomeridiano che ci investì per tutto il percorso fino a Caprile, per diminuire solo ad intervalli per poi riprendere nuova forza. Dal piccolo villaggio di Forchiade si può osservare, allungata per la valle, la massa di detriti della frana che ha formato il lago. Contornato il fianco della collina, in un’ora e 45 minuti da Cencenighe raggiungemmo la casa dei pescatori allo sbocco del lago. Vi entrammo nella speranza di poter attraversare il lago in barca con la graziosa pescatrice che gli autori de The Dolomite Mountains hanno lodato in modo così entusiastico. Il nostro arrivo era atteso per il fatto che i nostri bagagli erano transitati da qui e le fanciulle, ve n’erano infatti due, erano del tutto pronte a trasportarci. Nessuna delle due era sensazionale, o forse ci eravamo fatti un’idea troppo ottimistica, di certo la bellezza elogiata nel libro si esprimeva in un gaio sorriso e in una buona dentatura. Comunque, poiché parlavano solo dialetto, le battute in italiano di Tuckett le capiva solo lui.

La veduta del lago da sud non è sorprendente e tale rimane finché si arriva di fronte ad Alleghe e la Civetta viene in vista. Allora la magnificenza della montagna irrompe su di te, e pieno di meraviglia guardi su ad una delle più meravigliose pareti verticali in Europa. Non c’è cengia sufficientemente larga da trattenere a lungo la neve in tutta quella serie di lisci e pallidi dirupi alti poco meno di 6000 piedi dalla base alla vetta. La traversata all’approdo superiore del lago durò un’ora e mezza e demmo infine l’adieu alle nostre belle barcaiole, che ripresero la via del ritorno remando a un gran ritmo nella loro vecchia imbarcazione tipo gondola. Il fondovalle a monte del lago è costituito dal detrito portato dal torrente e il percorso corre lungo un argine costruito per contenere in parte le acque.

Un’ora e mezzo dopo fummo in vista di Caprile, addossato al versante orientale. Oltre il ponte sul torrente Fiorentina, e affacciato su una sporca e trasandata strada onorata dall’appellativo di “Piazzetta”, c’è uno scuro edificio che si distingue dai vicini per qualche vaso di fiori: è la locanda di Madame Pezzé. Al piano superiore c’è un piccolo salotto luminoso antistante due linde camere da letto. Ci assicurò carne e pesce per pranzo e prontamente serviti, e non senza quegli intermezzi più digeribili come trote o quella specie di cotoletta con carne trita di vitello che spesso si incontra nelle Alpi Orientali. Tuckett chiese subito informazioni sulla Marmolada. Caso volle che Pellegrino Pellegrini, la guida e cacciatore di camosci della regione, fosse nel villaggio, ne approfittammo e lo si mandò a cercare. Subito si mostrò diffidente nei nostri confronti, affermando che era “impossibile” l’ascensione da questo versante e che Herr Grohmann ha compiuto lo scorso anno la sua vittoriosa scalata da Penìa in Val di Fassa, dove avremmo dovuto andare a dormire l’indomani.

Per giustificare la sua affermazione addusse i falliti tentativi di Grohmann in sua compagnia e citò un giovane inglese che aveva definito il tratto finale del tutto inscalabile. Noi non vedemmo fino al nostro ritorno, il giorno successivo, la nota scritta da Lord Douglas (27) su un foglio staccato del libro dei visitatori, in cui in sostanza si affermava che la cima era facilmente salibile se solo Pellegrini avesse avuto sufficiente fiducia in se stesso da fare il tentativo. Alla fine decidemmo di andare noi stessi a verificare, prendendoci il tempo necessario con una partenza molto mattiniera, e Pellegrini si prestò ad accompagnarci alla sommità della Fedaia e a provvederci per la partenza di una lanterna e di provviste. Avevamo avuto una giornata intensa e ce ne tornammo alla locanda per approfittare il più possibile di una buona dormita.

Venerdì 2 giugno
Alle 2.30, lasciato nel suo letto Backhouse i cui poveri piedi necessitavano un giorno di riposo, sfilavamo per la strada buia. Un ripido sentiero sassoso, dove l’incerta luce della lanterna ci giocava i soliti scherzi, ci condusse su a Rocca, la casa di Pellegrini, all’imbocco della Val Pettorina, una piacevole valle boscosa, luminosa e ridente ma che non offre uno scenario di particolare rilievo. Attraversato il fiume sulla riva destra, dopo un’ora e mezza da Caprile si passa il villaggio di Sottoguda. Più oltre la valle si chiude e il sentiero si addentra nella spaccatura della montagna, la Gola di Sottoguda, dove contende lo spazio alle acque e alla fine chiude la contesa allungandosi con una passerella sopra il fiume. E’ simile alla gola di Pfeffers, appena un poco più ampia, con anche una mulattiera.

Oltre la gola si emerge in un bacino pascolivo dove il torrente dal passo Ombretta, a Sud della Marmolada, si unisce a quello dalla Fedaia. Quest’ultimo, al cui fianco si svolge il nostro percorso, scende attraverso abetaie e ricchi pascoli, sopra i quali per una serie di dolci pendii, solo da ultimo ripidi, guadagnammo il Passo Fedaia. La Punta Serauta, una cresta rocciosa che racchiude la parte più orientale del Ghiacciaio della Marmolada, torreggia maestosa su pascoli ridenti. Appena a destra dello spartiacque c’è un grazioso laghetto e Pellegrini ci condusse sui pendii che lo sovrastano per mostrarci la vetta massima della Marmolada, della quale fino a quel momento non conoscevamo l’aspetto. La migliore direzione da prendere ci sembrò quella per la seconda lingua del ghiacciaio (contando da Ovest) e quindi traversare i nevati superiori alla base del picco finale. In tre quarti d’ora rimontammo i pendii meridionali e raggiungemmo il bordo del ghiacciaio dove Pellegrini si fermò principalmente (suppongo) perché non aveva con sé i ramponi, attrezzi senza i quali nessun Tirolese mai penserebbe di camminare su neve o ghiaccio.

Non trovammo alcuna difficoltà nel rimontare i ripidi pendii nevosi sotto le rocce a ovest che ci separavano dal successivo ramo del ghiacciaio; dove queste si immergevano nel nevato ci tenemmo più a destra e, lasciando l’itinerario per la Marmolada di Rocca, scendemmo leggermente attraverso bacini crepacciati nella depressione tra la sommità prima citata, che è di altezza inferiore, e la cima più alta. Questa ora si eleva subito di fronte a noi, presentando un precipizio di rocce, neve e ghiaccio che si estende in direzione nord-ovest. Sulla nostra destra la parete era di rocce e neve ed è la meno ripida. Dapprima su per neve, poi con una buona arrampicata per le rocce, raggiungemmo la cresta senza incontrare dei veri e propri ostacoli, quindi semplicemente camminando come si deve su per la larga groppa fino alla sommità. Questa fu raggiunta in 3 ore e mezza dal piede del ghiacciaio. La sommità è una stretta cresta nevosa simile a una sella, quasi come la vetta del Monte Bianco, che già prima i noiosi pendii della parte inferiore della montagna avevano richiamato alla nostra memoria.

L’ometto di Herr Grohmann era visibile sulle rocce a circa 100 piedi dalla vetta vera e propria e là ci portammo a esaminare il panorama a nostro piacimento. Non era così bello come avrebbe potuto essere poiché, sebbene la Marmolada si tenne sgombra, le nuvole si erano ammassate fin dal mattino occultandoci una gran parte del lontano orizzonte. La Civetta manteneva intatto il suo grandioso fascino, spalleggiata dal Pelmo. Il villaggio di Griesera visibile nel fondo della Val di Fassa, sopra il quale il profilo ben delineato del gruppo del Rosengarten poteva essere subito riconosciuto. A nord il cielo era limpido e avemmo una superba veduta delle curiose torri del Langkofel e del maestoso Sella con i nevosi Tauri sullo sfondo. Dai nostri piedi il grande precipizio meridionale della Marmolada sprofondava verso gli invisibili abissi della Valle Ombretta. Rimanemmo più di un’ora presso l’ometto e lasciammo le nostre carte da visita prima di ripartire. La discesa delle rocce richiese un poco di attenzione, poi la nostra andatura fu più veloce nonostante la neve rammollita e potemmo fare numerose e vantaggiose scivolate. Impiegammo 2 ore e un quarto per tornare al Passo Fedaia. Quindi lasciammo le guide che procedevano con un loro passo a causa dell’irritazione a un piede di Michel, della quale soffrì per gran parte di quei giorni. Veramente per tutto il resto del viaggio il piede ferito non fu mai che “ziemlisch gut”, ma allora per Michel ogni cosa era “ziemlisch” (28) dalla montagna alla zuppa e fu solo in occasioni molto rare che si spese in espressioni un po’ più laudative.

Noi procedemmo molto rapidamente, fermandoci solo per pochi minuti a Rocca per informare Pellegrini del nostro successo, e fummo di nuovo a Caprile quindici ore dopo averla lasciata. Appena girammo l’angolo dove appare improvvisamente la Civetta, la sorpresa fu realmente sensazionale. Non conosco niente di paragonabile, eccetto la prima visione del Cervino prima di entrare a Zermatt. Con nostro grande disappunto trovammo che, essendo venerdì, di carne non se ne poteva avere, e Backhouse affermò di non averne affatto mangiata, anche se il fatto di aver pranzato assi presto ci insinuò qualche sospetto. Così non rimediammo altro che omelette e brontolii per l’imprevidenza della signora Pezzé a rifornirsi di sufficienti provviste per i suoi attesi ospiti. La verità era che la casa si trovava sottosopra a causa della malattia della padrona e tutte le incombenze gravavano su una figlia volonterosa che fece del suo meglio e mostrò un po’ più di intraprendenza di quella offerta dallo stesso tipo di cameriere in Tirolo, mentre per la signora Pezzé lei non era che una semplice nullità. I suoi quattro maschi avevano lasciato del tutto la casa per arruolarsi nell’esercito Italiano, fatto non raro per i giovani, considerando il malcontento nel Veneto.

Sabato 3 giugno
Avevamo chiesto un portatore che fosse pronto alle 6, e sotto la sua guida lasciammo Caprile affrontando il ripido sentiero che si alza dietro il villaggio. Faceva già caldo e lo sgradito peso dello zaino non aumentava il piacere di arrancare su un ripido pendio e quando dopo un’ora abbondante raggiungemmo Colle Santa Lucia, nostra prima cura fu di chiedere in giro per un portatore. Questo villaggio, che dovrebbe trovarsi 1200 piedi sopra Caprile, occupa il coronamento di un sommità allungata e domina una magnifica veduta sulla Val Fiorentina fino al torreggiante Pelmo alla sua testata. Mentre si cercava il portatore trovammo della birra in un piccolo negozio che per il bizzarro assortimento della mercanzia ci rammentava gli empori dei villaggi inglesi. La birra fu spillata fresca e spumosa e ci rinfrescò molto dopo un’ora di torrida camminata. Per entrare in Valle Fiorentina dovemmo prima fare una lunga deviazione intorno all’ingresso della Val Zonia (29) e risalire considerevolmente a Selva, un villaggio sul pendio orientale alto sopra il fiume. Lì vicino ci fu mostrato il luogo dove pochi anni prima era scesa una valanga di fango e si era portata via mezza dozzina di case con i loro abitanti (30). Il sentiero ora corre attraverso numerosi villaggi disseminati sui pendii e si mantiene in quota fino a Pescul, dove raggiunge il torrente di fondovalle.

Qui ci imbattemmo in una locanda “All’ingresso dei Montagni (sic)” dall’aspetto promettente, ma all’interno non trovammo nessuno e così non potemmo giudicare la qualità della loro birra. L’itinerario ora si snoda tra radure boscose sulla riva sinistra del torrente e di lì a poco piegammo a sud e avanzammo direttamente nel circo formato dai grandiosi dirupi del Pelmo. Ci fermammo a pranzare accanto al corso d’acqua, proprio sotto al luogo dove emerge dal terreno su un tappeto erboso davvero delizioso. Il Pelmo ben merita uno studio da questo punto di vista, è una delle più imponenti individualità delle Dolomiti e visto sia da lontano che da vicino non c’è nulla di paragonabile alla sua alta torreggiante sommità. Il nostro sentiero si svolge attorno al limite dei pendii di detrito che giacciono sotto i suoi dirupi, poi inizia a salire il fianco orientale con una successione di comodi zig-zag. Questi ci condussero all’ospizio di Durona, un edificio solitario situato sopra la pineta e usato come rifugio in inverno, poiché il passo è tenuto aperto tutto l’anno e il postino porta le lettere di Caprile dalla carrozzabile principale per questo itinerario. Dopo aver contornato un costone erboso, vedemmo di fronte la Forcella Forada, una sella posta al piede dello sperone nord del Pelmo.

Questa non ha alcuna delle caratteristiche di quelle che avevamo ultimamente traversato, è semplicemente una stretta cresta erbosa che culmina nei detriti, molto simile ai soliti passi con mulattiere dell’Oberland Bernese. Comunque il panorama era molto bello, poiché ci trovavamo nel cuore delle Dolomiti. Guardando alle nostre spalle avevamo la Marmolada e la Civetta, quest’ultima la esaminammo con interesse. Il suo versante orientale, quello probabilmente più accessibile, è ben visibile sopra la bassa cresta della Forcella Staulanza. Le nuvole nascondevano parzialmente la vetta e così non potemmo individuare una evidente linea di salita, ma su questo versante le sue rocce son ben lungi dall’essere a picco, e il primo serio assalto molto probabilmente avrà successo (31).

Naturalmente i locali lo dichiarano “inaccessibile”, ma ciò significa solo “non salito”, sia in Tirolo che non infrequentemente anche altrove. Aldilà della valle di Ampezzo sorgono le imponenti masse delle Marmarole e della Croda Marcora, mentre la maestosa cima dell’Antelao venne in vista un poco più in basso. Una cappella sorge proprio sotto il colle e accanto ad essa trovammo un accumulo di neve in cui rinfrescare il nostro vino. Questa presenza di neve in ogni avvallamento ombroso sopra i i 6000 piedi era il solo segno della stagione a ricordarci quanto presto avevamo iniziato le nostre escursioni. Più in alto sulla montagna la sola differenza percepibile era che i crepacci erano rari e molti pendii che più tardi sarebbero stati di ghiaccio ora erano coperti di buona solida neve; entrambe queste condizioni erano ovviamente favorevoli alle nostre scalate. E così i pascoli appena liberati dal loro candido manto invernale, erano splendenti nei colori primaverili. Genziane e nontiscordardimé rivaleggiano nei colori con la policromia dei pendii erbosi che riveste le rive del Tamigi durante la gara di canottaggio tra le Università.

Più in basso l’intero pendio di rododendri alpini esplode in una massa di fiori con rare orchidee che si celano tra le radure boschive. Anche gli uccelli sono tutti vivamente presenti, e ogni valle ha un suo cucù che compete, cercando ciascuno di zittire il rivale del boschetto vicino. In breve, chiunque voglia visitare le Alpi lo faccia almeno una volta in maggio e giugno. Più bel tempo, maggior durata del giorno, freschezza della vegetazione, possibilità di osservare i molti nuovi aspetti della natura, compenseranno ancor più alcuni trascurabili inconvenienti. Scendemmo poi per veloci pendii erbosi alle rive di un piccolo torrente accompagnandolo nella sua ripida discesa, finché il nostro sentiero confluì in una carrareccia diretta a destra in una fitta pineta. Qui ci colse il solito temporale pomeridiano e, come sempre, fece il suo corso lasciando dietro di se una magnifica serata. Oltrepassato un bel terreno boscoso e ondulato, una pessima mulattiera sassosa ci condusse attraverso Villanova a Borca, sullo stradone per la valle d’Ampezzo. Entrammo nella locanda sulla strada, un alto edificio bianco, e chiedemmo una carrozza per Cortina, distante un’ora e mezza su per la valle. Il locandiere non fece alcuna difficoltà, era solo desideroso che gli chiedessimo dell’altro oltre il pane e il formaggio già ordinatogli.

Di lì a poco capimmo che di carrozza ve n’era solo una e questa non era affatto pronta. L’obiettivo del nostro corpulento oste era quello di tenerci lì il più a lungo possibile e ci diede l’impressione che fosse un furbo imbroglione. Lasciati metà dei nostri ad attendere la carrozza promessa, Tuckett ed io ci incamminammo verso la zona desolata per la frana caduta alcuni anni fa dagli incombenti dirupi dell’Antelao (32). Alla modesta stazione di posta di Resìnego trovammo libera una carretta e ben presto i suoi sonagli risuonarono, risalendo in velocità la valle dalle cime grigie, che come aspetto dà l’idea di un paesaggio più norvegese che svizzero. Gradualmente s’allontanavano il Pelmo, l’Antelao e la Cima Marcora mentre la severa Tofana prendeva il loro posto come guardiana della valle. Poi le montagne sembrarono arretrare e l’alto campanile di Cortina apparve nel mezzo di una vasta conca di pascoli punteggiata di villaggi.

Attraversammo la cittadina, notevole per i suoi grandi edifici come una piccola Samaden, fino alla locanda di Ghedina, una costruzione alquanto vasta e decorata esternamente con affreschi di bellissimi cavalieri, che sembravano usciti da una sfilata con in testa un Lord Major. Le camere degli ospiti al piano superiore sono particolarmente spaziose e confortevoli. L’interno è tappezzato di quadri di fattura locale – il figlio del locandiere – i ritratti sono molto espressivi, specialmente quelli della “haus-mutter”, dal volto malinconico e segnato, e l’autoritratto dell’artista in costume tirolese. Anche altri due fratelli sono pittori di professione. Fummo felici di fare di nuovo un’ottima cena e di coricarci con la prospettiva di una domenica di riposo dopo la nostra prima settimana di escursioni.

Domenica, 4 giugno
Giornata triste e piovosa che trascorremmo in tutta tranquillità. La cittadina era affollata da paesani provenienti in massa dai villaggi vicini, ed era una festa di costumi variopinti. La pioggia insistente aveva impedito agli uomini il consueto gioco delle bocce e di conseguenza passavano il tempo in animate discussioni al riparo di ampie tettoie. A mezzogiorno il proprietario pranzò con un numeroso gruppo di amici, che in seguito ci fecero sloggiare dal soggiorno a causa del loro pessimo tabacco. Il nostro pranzo consistette nella ricottura di ciò che era avanzato nei loro piatti. Infatti i Ghedina si ritengono così importanti da trattare i loro clienti come se avessero loro elargito un favore ad ospitarli ed esercitavano la virtù tirolese di indipendenza, libertà dal servilismo e tutta quell’insieme di atteggiamenti, fino ad un punto assai poco gradito ai viaggiatori inglesi.

Nel pomeriggio il cielo si schiarì e noi salimmo per un tratto lungo il sentiero per il Passo Tre Croci, quindi seguimmo una traccia che si inoltrava in una ripida pineta fino ad un angolo selvaggio che supponemmo sulla via per la Croda Marcora, ma capimmo poi essere il suo accesso sul lato di Auronzo del passo. Il tempo ci sembrò abbastanza promettente così decidemmo di partire alle 23.30 per San Vito, nella speranza che con la notte ci potessimo assicurare una limpida veduta mattutina dall’Antelao, che ci riservasse un ultimo sguardo a Venezia. Al nostro ritorno trovammo la più grande delle difficoltà nell’ottenere le provviste pronte o qualsiasi altra cosa. Le figlie di casa non condividevano i talenti dei loro fratelli, ed erano incapaci e tarde senza speranza a capire, come la madre che, impegnatissima a giocare a carte con qualche vecchio poco di buono che era capitato li, naturalmente non poteva essere interrotta per redigere il nostro conto. Alla fine dopo che Tuckett aveva quasi del tutto perso la pazienza per la crassa stupidità che aveva reso persino le richieste per le carrozze materia di un’ora di chiacchiere, sistemammo il tutto e ci coricammo nei nostri letti.

Lunedì 5 giugno
Appena dopo l’ora stabilita partimmo in due carrette con conducenti un po’ brilli che sfogavano la loro esuberanza con gli squilli potenti dei loro corni ad ogni casa che passavamo. La notte era scura e nuvolosa, ma anche le stelle che vi brillavano attraverso ci sembravano una chiara speranza per una bella mattinata. Dopo un’ora e mezza di sobbalzi, fummo depositati presso una locanda a lato della strada dove, ci fu detto, si prendeva il sentiero per la Forcella Piccola. Dentro l’edificio un gruppo numeroso era ancora impegnato a giocare a carte, che sembra essere il divertimento preferito della domenica notte per i paesani del distretto d’Ampezzo. La compagnia all’interno era all’apparenza abbastanza ubriaca, mentre i nostri vetturini erano appena sufficientemente sobri per ricevere il pagamento del loro servizio.

Perdemmo quasi immediatamente il sentiero sui ripidi prati dietro San Vito; non trovammo comunque difficile tenere la direzione per il vallone oltre il quale si scorgeva il passo con il piede della cresta nord dell’Antelao. In breve raggiungemmo i pendii di detrito scistoso che formano questo lato della montagna e scalarli al buio era molto simile al rimontare per un’ora la parte più ripida della spiaggia di Brighton. Ad ogni gradino le piccole pietre ti potevano tradire e i muscoli avevano un bel lavorare nel contrastare la tendenza a scivolare del piede, così erano necessari due gradini per guadagnarne uno in altezza. Il mattino irruppe sul Pelmo di fronte a noi e ci rivelò le più distanti sagome della Civetta e della Marmolada.

Mentre rimontavamo il canale che porta alla cresta le nebbie ci raggiunsero e prima che arrivassimo al culmine iniziò una fredda e insistente pioggia che scoraggiò del tutto le nostre speranze per l’Antelao. Riluttanti ad abbandonare la montagna, quando era così a portata di mano, ci riparammo per mezz’ora tra dei massi, ma nessun miglioramento del tempo intervenne e di malavoglia fummo costretti a scendere. Per quanto ne potevamo vedere, la cresta che portava alla vetta sembrava essere facile; la montagna è stata più volte salita da tedeschi e nel 1864 anche da Lord Douglas, il cui nome incontrammo spesso per tutto il Tirolo. Il vallone sul lato orientale del passo è molto selvaggio e racchiuso da tutti i lati da rocce a precipizio. Di sentiero ve n’era ben poco e lo perdemmo, perciò dovemmo arrampicarci per almeno mezz’ora su pendii densamente infestati da mughi che, oltre a innaffiarci completamente, ostacolavano in continuazione la nostra progressione.

Recuperammo infine il sentiero e presto raggiungemmo un terreno pianeggiante, dove il torrente ha pavimentato il fondo valle di piccoli massi. Dopo questo la valle curvò alquanto ad angolo retto verso sud e sull’altro versante della valle del Piave una magnifica cresta accidentata di dolomia chiudeva la vista. In quel momento aveva smesso di piovere e sebbene le nuvole coprissero pesantemente l’Antelao, le montagne più basse erano in gran parte visibili. Dopo una sosta per la colazione presso un tributario che scendeva dalle montagne a est, ci calammo rapidamente su pendii pascolivi, passando numerose baite a fianco del torrente che presto traversammo sul lato destro. Il sentiero ora si sviluppava sul fianco della montagna, lasciando il corso d’acqua a trovare la sua via attraverso una profonda forra prima di unirsi al Piave. Presto il villaggio di Calalzo ci apparve di fronte, una massa di costruzioni che sembravano non finite, annerite dalla fuliggine e per la gran parte prive di intonaco. Pochi minuti ancora e raggiungemmo la strada della valle del Piave e con una camminata di un miglio ci portammo a Pieve di Cadore, un notevole abitato costruito su un pianoro addossato alla montagna e circondato da campi e alture riccamente boscose.

La nostra prima visita fu all’ufficio postale, dove Tuckett attendeva delle lettere. Mentre stavamo aspettando, fummo oggetto di una invadente curiosità da parte dei giovani del posto, che si tenevano poi a una certa distanza intimoriti dal solo maneggio casuale di un alpenstock o piccozza. La nostra marcia verso la locanda attraverso la piazza principale, con il palazzo del comune illustrato nel libro di Gilbert e Churchill, fu un corteo e la ressa difficilmente arginabile per non esserne sommersi, specie quando riuscimmo a raggiungere la locanda, all’apparenza assai male in arnese. Il padrone era sporco e cencioso come il suo edificio, ma fu molto gentile e ci consigliò di andare al “café” a mangiare, verso il quale immediatamente ci condusse. Era un esercizio alquanto primitivo, con un piccolo banco e una grande sala dall’aspetto di una cantina, riempita di lunghi tavoli di legno. Ci sorbimmo dell’eccellente limonata e una favolosa quantità di quei piccoli dolci che gli italiani fanno così bene.

Nel frattempo quelli che potevano permetterselo entrarono nella sala e ordinarono “petito verres” (sic) per poter meglio esaminare gli stranieri mentre i bambini e gli indigenti a turno osservavano dalle finestre situate proprio a livello del pianterreno. Dopo una visita al farmacista e alla casa di Tiziano, le nostre carrette erano pronte, e trottammo fuori dal paese per la medesima strada dalla quale eravamo entrati. Per le prime poche miglia con una continua discesa si raggiunge il livello del fiume, che si segue fino a Lozzo per una larga e aperta valle, le cui basse pendici sono ben coltivate, mentre fitti boschi rivestono la fascia media delle montagne che hanno il solito aspetto dolomitico. C’era a volte una certa somiglianza col paesaggio della Valle del Reno Anteriore. Sopra Lozzo la strada passa alla riva sinistra del fiume su un ardito bel ponte, ed entra in una gola molto pittoresca tra bei boschi. In questo tratto ad ogni curva potevamo osservare un qualche nuovo aspetto del paesaggio.

Alla confluenza del Piave con l’Ansiei l’uomo per una volta ha aggiunto interesse alla bellezza naturale, innalzando su due corsi d’acqua un ponte a tre vie. Un pilastro è stato costruito al centro del fiume, dal quale due archi gemelli si slanciano verso le opposte rive, mentre un terzo collega entrambi alla lingua di terra che si proietta tra i convergenti corsi d’acqua. Con questa ingegnosa soluzione di un ponte a Y, gli abitanti di Auronzo si sono dotati di una comunicazione con entrambi i lati della bassa valle al costo di un solo piccolo arco supplementare, invece di costruire due ponti distinti. Ora la nostra strada dava l’addio al Piave e seguiva il corso dell’Ansiei verso Auronzo. Ci avvicinammo quindi ai piedi di una bella altura erbosa e la contornammo alla sua base, dopo la quale la valle si apriva a noi improvvisamente verso est e ovest ad angolo retto rispetto il suo precedente andamento. Essa apparve come una enorme trincea dai lati abbastanza uniformi, oltre la quale a nord sorgeva un accidentato profilo di guglie dolomitiche. Tra i prati si trovavano borghi sparsi, o piuttosto una serie di piccoli villaggi caratteristici per le loro chiese in stile più o meno classico, le cui cupole e i più bassi porticati sembravano male accordarsi con l’ambiente circostante. Vi sono due locande, entrambe nella parte più lontana del villaggio, una sulla strada e l’altra quasi prospiciente ma posta un poco più in alto. Fummo guidati alla seconda: il suo aspetto era del tutto poco promettente, ma al piano superiore trovammo camere da letto pulite e ci fu assicurato del cibo. Al piano terra le camere che ci avrebbero voluto assegnare non erano invitanti, era il buco più sporco che vidi nelle Alpi orientali, dove le locande sono di regola pulite, per quanto male in arnese possano essere.

Passammo la serata all’aperto, erano solo le 20, ad osservare i locali al gioco delle bocce, praticato con molto vigore. C’erano due campi di gioco appartenenti alla rispettive locande concorrenti, entrambe erano affollati di giovani giocatori vestiti con eleganza. Certamente era il giorno anniversario di qualche santo (ci sono più festività di santi in Tirolo che a Eton, e sono considerate giornate di vacanza più che feste religiose) e tutti si stavano divertendo. Molti tra gli uomini erano ben vestiti e non c’era alcun segno di povertà poiché il comune di Auronzo è, come suggerisce il suo nome, ricco di boschi e ricava molto denaro dalla vendita di legname. Così è in grado di edificare chiese dall’architettura originale e costruire eccellenti strade e ponti che avevamo notato sul nostro cammino. E’ un peccato che non si faccia qualcosa per le sue locande che sono le peggiori possibili. Il nostro pranzo arrivò dopo un tempo più lungo di quanto promesso e poi la più stupida delle cameriere ci servì piatti cucinati nel peggiore dei modi, tutto nell’ordine sbagliato e a intervalli lunghissimi. La padrona della locanda, essendo il suo marito un incapace, non era in grado di servire due cose alla volta e ogni portata doveva essere separata: prima le zuppe, poi le patate, poi la frittata, coperta di magri bocconi, chiamati carne ad esser generosi, ma senza nessuna qualità nutriente. Dopo una passeggiata serale in cui incontrammo una crinolina che vestiva a modo una signora in compagnia del marito, ci infilammo a letto, l’unico posto pulito della locanda.

Martedì 6 giugno
Una mattinata serena scacciò la nostra paura che il tempo fosse permanentemente variabile. In questo ultimo giorno nelle Dolomiti ci proponevamo di superare lo spartiacque a nord di Auronzo ed entrare nella Valle di Sesto, molti sentieri di montagna erano segnati sulla carta militare (33), e tra questi scegliemmo il più occidentale che, portandoci attraverso la Val Marzon, probabilmente ci avrebbe offerto le vedute più belle. Ad Auronzo non potemmo avere che poche o nessuna informazione sui luoghi, se non una vaga assicurazione che una via esisteva. Partimmo alle 5 del mattino per risalire la valle, alla fine della quale c’è una bella strada che conduce verso il Tre Croci e Cortina d’Ampezzo. A circa un’ora e un quarto da Auronzo una notevole valle laterale si apre a nord, la Val Marzon, verso la quale ci volgemmo e in cui il sentiero si addentrava in una fitta abetaia che rivestiva tutti i pendii circostanti. Quanto prima arrivammo sopra una deliziosa radura con un brillante prato verde. Il bosco la circondava da ogni parte e da qui dominavamo le lontane cime delle Marmarole e della Croda Marcora, splendenti nel sole del mattino.

Qui ci sbagliammo, tratti in inganno da una traccia per boscaioli che ci portò troppo lontani sul fianco orientale; non trovammo comunque alcuna difficoltà nel riguadagnare il giusto sentiero un poco più in alto accanto al torrente, e in circa un’ora di cammino dall’entrata della Val Marzon raggiungemmo il punto in cui il rivolo dalla Val Cengia esce da una gola situata sul versante a destra. Avevamo già oltrepassato l’imbocco della Valle Campedelle attraverso la quale un facile passo conduce a Landro sulla carrozzabile di Ampezzo. Ora come guida non c’era altro che un sentierino appena tracciato; da qui salimmo rapidamente lungo il torrente che si agitava e increspava nel suo letto sassoso in una gola stretta e ombrosa. Qui trovai una magnifica orchidea che uno sogna di poter conservare. Dopo una inzuppata nell’attraversare un corso d’acqua, seguii i miei compagni su un terreno impregnato di sorgenti che sgorgavano da sotto ogni masso. Sul posto asciutto che potemmo trovare ci fermammo per una colazione. Alla sommità dello stretto vallone emergemmo in un recesso boscoso dominato a destra da una grandiosa serie di cime precipiti; direttamente in fronte a noi ripidi pendii sembravano condurre verso ancora più elevati pianori sulla montagna.

Una lunga e affannata tirata su pendii, sui quali avevamo lasciato alle spalle gli ultimi pini, ci portò a un rilievo che dominava la confluenza di due canali rocciosi. Le tracce di sentiero, ora scarsamente individuabili, indirizzavano a est in zone parzialmente innevate. Ci alzammo su un vasto altopiano erboso, che giaceva come un ripiano contro la massima cresta del gruppo, conosciuto col nome di “Pian del Cavallo” (34). Decidemmo che salire direttamente la cresta ci avrebbe portato troppo a sinistra, e di conseguenza rimontammo un pendio erboso che portava a un pianoro più piccolo e concavo, il cui centro era occupato da un chiaro e luccicante laghetto (35). La tentazione di un bagno fu irresistibile e tre della comitiva si fermarono per approfittare dell’opportunità. Al di là del lago dovemmo rimontare un ripido pendio seguito da un ancor più piccolo pianoro e con una breve tirata finale raggiungemmo lo spartiacque (36) in 5 ore di cammino da Auronzo.

Guardammo in basso verso nord alla testata del ramo occidentale (37) della Ober Bacher Thal (38), punteggiata di baite e laghetti (39), uno di questi chiazzato con ghiaccio galleggiante, oltre la quale i Tre Scarperi alzavano verso il cielo il loro roccioso coronamento, una ben rappresentativa cima dolomitica. Nostra prima idea era scendere il ramo occidentale della Ober Bacher Thal e, poiché la cresta su cui stavamo sembrava salire ad un nodo orografico (40) a destra ad una distanza molto breve, Tuckett ed io camminammo lungo di essa e trovammo che le cose stavano proprio come avevamo intuito; la leggera ulteriore arrampicata di circa 200 piedi ci poneva nel punto dove la cresta laterale separante i due rami che ho menzionato fa capo alla cresta spartiacque e ci diede la possibilità di scelta per quale strada discendere. Il percorso da fare sembrava quasi uguale, ma il ramo orientale prometteva di gran lunga lo scenario più grandioso, così chiamammo i nostri compagni e le guide a raggiungerci e ci sedemmo a goderci il panorama. Se ben ricordo lo sviluppo delle catene vicine nascondeva i Tauri e il Grossglockner, ma il panorama a ovest comprendeva le più importanti montagne dolomitiche, specialmente i versanti settentrionali delle Marmarole e del Monte Cristallo. Molte cime nevose del Tirolo occidentale spuntavano tra le aperture delle creste dolomitiche che ci attorniavano. Il lato settentrionale della cresta era formato da una vasta distesa inclinata con rocce miste a neve, come è comune in queste parti delle Alpi. Tenendoci ancora lungo lo spartiacque verso il suo punto più basso a destra (41), trovai pile di pietre erette come punti di riferimento per poche centinaia di piedi sotto il culmine, una prova che sia un passo diretto usato dai pastori; ovviamente noi avevamo fatto una notevole deviazione.

La testata della valletta nella quale stavamo scendendo è uno dei più grandiosi e caratteristici esempi di scenari rocciosi nelle Dolomiti. Una magnifica torre, il Coll’Agnello della mappa (42), si elevava isolata alla nostra destra oltre la quale una serie di dirupi splendidi sia nelle forme che nei colori circondava lo Zwölfer stein (43), un largo sperone simile a una parete, slanciato verso la valle di Sesto. Tutto considerato, tra gli scenari dolomitici la giudicherei seconda solo alla “Brenta Alta” (44) e a livello della valle di San Lucano. E’ intensamente caratteristica per il suo slancio violento e selvaggio, riscontrabile solo nelle più strane strutture dolomitiche, che imprime nella mente sensazioni di qualcosa di soprannaturale. Dopo scivolate sulla neve e arrampicate su massi scendemmo di nuovo per un sentiero che percorremmo lungo un torrente in una stretta gola dove una spessa coltre nevosa non si era ancora sciolta. Lo scenario continuava ad essere dei più selvaggi e il sentiero dei più malagevoli, finché per una ripida discesa si raggiunge la confluenza dei corsi d’acqua delle due forre nella Ober Bacher Thal. In seguito il percorso si svolge in una corsia erbosa tra distese di mughi, finché un poco più in basso entrammo in una prateria simile a un parco, disseminato di baite. Alle nostre spalle la veduta delle cime che avevamo lasciato era grandiosa e, sebbene in teoria fossimo di fretta per poter avere il tempo di poter ordinare un pranzo a San Candido, Tuckett ed io fummo costretti a fermarci per ammirarla. Con la discesa il più piacevole possibile, si entra nella Valle di Sesto un miglio sopra il villaggio con cui condivide il nome. Qui ci fermammo un minuto per avere del vino che si rivelò pessimo. Fortunatamente il nostro tedesco era allo stesso livello, così ci fu risparmiato il diluvio di domande alle quali toccò poi a Tuckett e Backhouse rispondere. Il villaggio di Sesto è sparso e si estende in lunghezza, ma in nessun altro aspetto è simile a quelli che avevamo visto ultimamente.

Il cambiamento dal Veneto al Tirolo di lingua tedesca fu immediatamente evidente. Le case erano costruite tutte in legno, con balconi e frontoni secondo lo stile di quelle del Cantone Berna, sebbene forse non così elaborate. Ogni cosa appariva pulita e ordinata, a cominciare dalla stessa popolazione, e in sintonia con la generale armonia del paesaggio. La valle di Sesto possiede parecchie delle caratteristiche delle valli del nord Tirolo, voglio dire che i loro vasti verdi pascoli, i dolci pendii boscosi, e l’aspetto in genere li avvicina a dei parchi. A un primo piano con questi caratteri si contrappone uno sfondo dei più singolari, che Mr. Churchill definisce dolomiti “Artic-looking”, e che occupa tutto attorno l’orizzonte meridionale. La veduta dal villaggio verso la Ober Bacher Thal ben ripagherebbe un pittore di una visita in questo luogo solitario che possiede tutti i requisiti per un carattere sublime della pittura. Camminammo molto velocemente giù per la strada che porta a San Candido oltrepassando numerose segherie, alimentate dall’acqua del torrente che corre impetuoso a unirsi e raddoppiare la giovane Drava.

A circa mezz’ora da Sesto passammo a sinistra l’imbocco della Valle Campo di dentro con la Punta dei Tre Scarperi e la sua grandiosa corona rocciosa sovrastante le pinete. La bassa dorsale che ci separava dalla valle della Drava ora spingeva il torrente in una pittoresca piccola gola boscosa, al centro della quale un cartello indirizza ad una stazione termale (45), frequentata principalmente da contadini benestanti e cittadini di Lienz. In un’ora da Sesto (camminando veloci) entrammo nella valle della Drava di fronte a San Candido, distante solo 5 minuti. Dopo una dovuta indagine e molte riflessioni, scegliemmo la nostra locanda e ordinammo il pranzo. Quindi Fox ed io andammo all’ufficio postale dove mi attendevo di trovare lettere. Il solo addetto all’ufficio postale era una vecchia donna intenta a stirare ed eccessivamente di malumore per essere interrotta. Ella negò del tutto di avere delle lettere per me, guardandomi con ostilità perché insistevo nel cercare tra la scarsa corrispondenza che era racchiusa in un contenitore di vetro appeso alla parete.

Con mia sorpresa non potei scoprire nulla e non so proprio se pensare che il Governo Austriaco si fosse appropriato della mia Saturday Review o la vecchia signora li abbia custoditi altrove e poi dimenticati in qualche cassetto o armadio. In mezz’ora il resto della comitiva arrivò e facemmo onore a un buon pranzo e una eccellente birra, prima di disporci per il viaggio a Sillian. I nostri cavalli erano impetuosi e ci condussero rapidamente attraverso le bellezze del più bel tratto dell’alta valle della Drava. I Tre Scarperi apparirono a lungo sopra le alture che si frapponevano, e quando sparirono vennero in vista di fronte a noi le dolomiti di Sillian e Lienz. Ci sistemammo alla stazione di Posta, un ampio e confortevole edificio posto all’estremità orientale del villaggio, dove pranzai lo scorso anno quando attraversai in diligenza questa regione (46). Dopo cena ci interrogammo sulle escursioni dei giorni successivi che ci dovevano condurre attraverso il ramo occidentale della Villgraten Thal a un colle di circa 7000 piedi, col quale avremmo raggiunto Hopfgarten, nella Defereggen Thal e proseguire, attraversata la Isel Thal, su fino a Kals: una ben lunga giornata di cammino per quella distanza. Un individuo dall’aspetto molto rispettabile entrò in conversazione con noi e suggerì che poteva provvederci di un portatore che conosceva la strada.

Presto venimmo a conoscenza che questo amico era un costruttore di corde, e il proposto portatore un suo assistente. Di conseguenza non fu una sorpresa trovare che le nostre idee sulla adeguatezza della remunerazione per una giornata d’impiego del portatore differissero, e ne derivò una lunga e diplomatica discussione. Il nostro amico a fingere di non avere interessi particolari in materia. Nel frattempo una banda di ottoni entrò nella piccola stanza in cui eravamo seduti e iniziò a suonare una melodia così stonata e forte da interferire gravemente nel prosieguo della trattativa. Fu un bel vedere il fabbricante di corde investire inaspettatamente con ingiurie i poveri musicisti e intimar loro di uscire. Se ne andarono mansueti come agnelli, in modo del tutto dissimile al comportamento che avrebbe tenuto il loro inglese fratello in arte. Questo intralcio accelerò la conclusione della trattativa con un accordo con cui da parte nostra non utilizzavamo il portatore oltre la località di Huber, dove avremmo dovuto attraversare la Isel Thal, a circa 12 miglia da Lienz e da dove avrebbe potuto facilmente tornare con un mezzo. Dopo un cortese congedo al nostro disinteressato amico, che si dichiarò profondamente grato di esserci stato utile, ci ritirammo nelle nostre confortevoli camere superiori.

Note
(24) Dal diario non risulta abbiano salito la Cima della Rosetta, come invece indicato sulla Guida Monti CAI-TCI.
(25) Freshfield e compagni traverseranno la Bocca di Brenta il successivo 1 luglio, e l’Adamello due giorni dopo.
(26) Acrobata francese che traversò le cascate del Niagara su una fune.
(27) Lord Francis Douglas (1847 -1865) che, conquistato il Cervino il 14 luglio 1865, sarebbe poi precipitato in discesa.
(28) “passabile”.
(29) Ora Valle di Codalonga, la Valle di Zònia ne è la parte superiore.
(30) Frana caduta nella notte del 5 novembre 1851 dal Col Marce sul villaggio di Piai facendo 16 vittime.
(31) Un protagonista sarà proprio Tuckett quasi esattamente 2 anni dopo.
(32) In realtà caduta il 21 aprile 1814 e descritta dal geologo Catullo, seppellì Taulen e Marceana facendo 280 morti.
(33) Freshfield la chiama “Venetian map”, probabilmente la carta militare austriaca del Lombardo-Veneto.
(34) Ora Pian di Cengia basso.
(35) Lago di Cengia, posto sul Pian di Cengia alto.
(36) Probabilmente l’attuale Forcella del Pian di Cengia.
(37) Val Sassovecchio – Altensteiner Tal.
(38) Val Fiscalina.
(39) Alpe dei Laghi – Böden Alpe.
(40) Nel diario “knotenpunkt”, corrispondente all’odierno Il Panettone 2616 m.
(41) Passo Fiscalino.
(42) È in realtà la Croda dei Toni o Zwölferkofel. Coll’Agnello è uno dei rari toponimi presenti sulla carta militare austriaca, dove però è posto più a sud della Croda dei Toni.
(43) Più probabilmente la Cima Undici o Elferkofel.
(44) Con “Brenta Alta” Freshfield indica in realtà la Tosa col Crozzon di Brenta, che vide l’anno prima.
(45) Bagni di San Candido.
(46) Conclusa la traversata da Thonon a Trento.

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La traversata delle Dolomiti – 02 ultima modifica: 2024-01-24T05:00:00+01:00 da GognaBlog

14 pensieri su “La traversata delle Dolomiti – 02”

  1. Rispondo alla domanda di Federico (6)
    Il diario di Freshfield è stato finora tradotto per due terzi, e precisamente, dopo la traversata delle Dolomiti (pubblicata), le escursioni attorno al Gross Glockner, avversate dal maltempo. Mi manca la parte successiva, con la prima ascensione delle Mesule che si conclude a Innsbruck. E’ stata poi tradotta la seguente parte fino all’arrivo a Pejo e di questa è stata pubblicata su Vertice del CAI di Valmadrera il tratto con le prime ascensioni di Tresero e San Matteo. Per ora il resto del manoscritto sta sonnecchiando….e anche il traduttore.

  2. @Grazia: mi permetto di osservare che per dire “peccato”, evidentemente le sfugge quanto rigidamente classista fosse la società inglese dell’ epoca, e anzi lo sia ancora adesso. Certi commenti negativi circa il livello morale e intellettuale delle classi inferiori erano un’ espressione essenziale del modo di pensare e di esprimersi della “upper class”, e non farli sarebbe parso incomprensibile e inaccettabile. Oggi la cosa non è più così aperta, ma l’atteggiamento di fondo è rimasto esattamente lo stesso. Ancora non troppi anni fa, alla dirigenza della ditta tedesca per cui lavoravo venne fatto delicatamente notare che l’allora nostro rappresentante commerciale in UK non era accettabile, perché l’accento tradiva un’origine popolare e i dirigenti delle grandi ditte britanniche con cui doveva avere rapporti, ovviamente tutti “upper class” erano infastiditi dal dovergli parlare. Ripeto: non si trattava di atteggiamenti o capacità (era un manager commerciale coi fiocchi), ma solo di accento e origini.
     
     

  3. Noi procedemmo molto rapidamente, fermandoci solo per pochi minuti a Rocca per informare Pellegrini del nostro successo, e fummo di nuovo a Caprile quindici ore dopo averla lasciata. 

     
    Dopo essere saliti sulla Marmolada… Con attrezzature discutibili. 
     
    A quei tempi affrontavano imprese incredibili

  4. Molto belle le immagini.
    Peccato, a mio avviso, per il disprezzo verso il popolino e le condizioni umili.
    Sicuramente un interessante scorcio dell’epoca.

  5. Per fortuna Forno di Canale, oggi Canale d’Agordo è cambiato: un bel paesino, con tutti i servizi (poste farmacia negozi di alimentari), diventato famoso per aver dato i natali al Papa Giovanni Paolo 1 (Luciani). Ci sono andato nelle due ultime estati: niente più canali di scolo ahahahahah
    Gares ha un “rifugio”, più che altro una bella grossa baita e ristorante, un parcheggio e un laghetto (artificiale, biotopo protetto). Purtroppo ha perso molti alberi sulla spianata, non per Vaia ma per i maltempo del luglio dell’anno scorso e per il bostrico… 
    Però, nonostante il turismo (religioso e non) Canale ha preservato abbastanza la sua tranquillità: davvero piacevole da vivere (a parte che in inverno il sole appare tra le 12 e le 14.45)…

  6. Concordo con F. Bertoncelli, le immagini sono deliziose. Però c’è una cosa che trovo molto strana. In genere, le illustrazioni d’epoca di questo tipo tendevano semmai ad esagerare la verticalità e l’ “orrore” dei paesaggi alpini, per renderli più “scenografici”. Questo non è il caso qui, ma sembra che sia forse comesso l’errore opposto con la Marmolada, L’immagine sembra essere stata presa dal cucuzzolo sopra Passo Padon, e di sicuro la Marmolada vista da lì non appare così “piatta”. E’vero che all’ epoca il ghiacciaio scendeva molto più in basso e conteneva molto più ghiaccio e neve, ma mi sembra difficile credere che tutta la parte alta della montagna fosse solo un gentile pendio con modestissima inclinazione.
     

  7. Antesignani delle moderne recensioni di TripAdvisor mi salta al occhio l’esser spietati verso il gentil sesso incontrato nelle locande,feroci verso gli ampezzani Ghedina ,sinceri  nel riscontro ancora attuale delle differenze tra Cadore e Pusteria .
    Bello che il testo non abbia avuto purghe e tagli per renderlo conforme e come si usa dire politically correct …
     

  8. @2. In realtà le Tre Cime sono state disegnate, come si può vedere nel terz’ultimo disegno. Pare effettivamente strano che durante la traversata, considerando anche la bella giornata e la cima di oltre 2600 mt salita, siano sempre rimaste nascoste allo sguardo, tanto da fargli scrivere che la “Brenta alta” (o meglio la cima Tosa, come da nota) sia il più bel scenario dolomitico.

  9. Bel racconto che illustra come si viaggiava a metà ‘800. 
    Se non sbaglio i protagonisti passano a est delle Tre Cime di Lavaredo e non le notano né le descrivono né le disegnano, un vero peccato per noi ma soprattutto per loro, che forse non sanno cosa si sono persi.

  10. Avete visto com’era Cortina una volta? Avete visto com’era il Ghiacciaio della Marmolada una volta?
     
    Oltre al testo, interessantissimo, le immagini sono deliziose.

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