La verità estatica di Nomad: sulle orme di Bruce Chatwin

La verità estatica di Nomad: sulle orme di Bruce Chatwin

Per fare un film sul grande scrittore inglese Bruce Chatwin era necessario che il regista avesse le stesse passioni e la medesima capacità artistica. E se aggiungete anche che i due avrebbero dovuto, per un esito ancora migliore, essere amici, allora avete trovato il nome del predestinato: Werner Herzog.

Secondo l’Internet Movie Database (IMBd), Werner Herzog ha diretto 71 film. Nessuno pretende di averli visti tutti, ma forse non sarebbe male farlo. Tra questi non potremo mai dimenticare capolavori come Fitzcarraldo o Aguirre, furore di Dio.

Bruce Chatwin

Non tutti i lavori di Herzog sono opere d’arte. Grido di Pietra, per esempio, è un po’ traballante: un plot strampalato e uno spettacolo senza base solida o visione unitaria. Ma, detto questo, occorre aggiungere che mai Herzog, nella sua carriera ha firmato un film in cui non si fosse impegnato, non solo negli accorgimenti tecnici da regista, ma anche e soprattutto nel cercare di raccontare una storia con un proprio valore, tentando quindi ogni strada per dimostrarne la validità: fino al punto da indurre lo spettatore a modificare il proprio atteggiamento di fronte a fatti e storie apparentemente lontane dalla sua sensibilità. Questo è il potere del cinema di Herzog.

La scrittura di Chatwin è tesa alla verità profonda, nella consapevolezza che esiste una differenza tra il fatto e la verità. Herzog traduce visivamente questo differente modo di guardare e raccontare: per lui è la “verità estatica”, Qualcosa di molto superiore alla verità semplice (la “verità da contabili”), perché trasformata dall’emergere delle componenti nascoste che le sono inerenti, la fantasia, la poesia, il mistero. Che sono entrambi gli autori, così affini, a portare brillantemente alla luce.

Herzog si era ispirato al romanzo di Chatwin Il viceré di Ouidah per realizzare il film dell’avventura allucinante di Cobra verde, interpretato da Klaus Kinski (1987). Invece Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin è uno dei documentari più accattivanti di Herzog, dove più appare evidente la sua volontà di raccontare una realtà di fatti che esprimano un senso, dunque la verità intima.

In questo tributo all’amico defunto, Chatwin appare quello che era, uno scrittore di viaggi, giornalista, avventuriero e romanziere britannico particolarmente affascinato dal tema dell’inquietudine umana. Chatwin pensava che l’umanità fosse programmata per essere una specie migratrice (nomade, appunto) e che i grandi suoi problemi fossero iniziati proprio quando il nomadismo cedette il posto al vivere stabilmente in un luogo. Ebbe la ventura di viaggiare in un mondo ancora non invaso dai turisti, e i resoconti dei suoi viaggi sono capolavori che rimarranno nel tempo, come In Patagonia (1977) o Le vie dei canti (1987) o ancora Che ci faccio qui? (1989).

Leggendo Chatwin ci si rende conto di quanto la nostra cultura abbia poco valorizzato la figura del viaggiatore. Siamo pieni, ebbri di figure di esploratori, ce ne siamo nutriti fino da piccoli e ancora non abbiamo smesso. L’esploratore è legato alla conquista, già solo per il fatto che percorrere un territorio sconosciuto è come appropriarsene, anche in nome di una pretesa civiltà superiore. Il viaggiatore invece si muove in un terreno che riconosce essere degli altri, ma del quale vuole assimilare l’essenza. Essere appunto, non avere. Essere, anche se questo significasse “essere conquistati”, cioè il contrario di “conquistare”. E, alla base, la convinzione che “il mondo si rivela a coloro che viaggiano a piedi”.
Elemento portante, sia di Chatwin che di Herzog, è sempre la natura estrema, ostile, primordiale: «luogo dove la natura non è ancora completa… un luogo dove Dio, se esiste, ha creato con rabbia… anche le stelle nel cielo appaiono in confusione (Herzog, a proposito della foresta amazzonica, durante la lavorazione di Fitzcarraldo).

In questo documentario ritroviamo le atmosfere crude del deserto di Fata Morgana, della giungla di Aguirre, furore di Dio e Fitzcarraldo, dei ghiacci di Encounters at the End of the World, esempi perfetti di ciò che affascina l’autore: una natura maestosa, dotata di grande bellezza (sottolineata da una fotografia impeccabile) ma anche di un’immensa potenza che può sopraffare l’uomo e che sfugge a ogni senso o regola. La natura selvaggia è la maggiore responsabile dell’idea che Herzog ha del Creato: un mondo non soggetto all’Ordine bensì al Caos.

Werner Herzog

Fu durante il periodo in cui viaggiava nell’entroterra australiano, inseparabile dal suo taccuino, che Chatwin incontrò per la prima volta Herzog nel 1983. I due scoprirono subito di essere molto affini, portati a visitare molti degli stessi luoghi, anche se in momenti diversi. Questo iniziò un’amicizia che sarebbe durata fino alla morte di Chatwin nel 1989 (a 49 anni per Aids).

Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin è una sorta di pellegrinaggio, articolato in una serie di incontri ispirati dai viaggi dello scrittore. Questi incontri tracciano ed esplorano i temi che tanto lo affascinavano. E sono in maggioranza “personaggi selvaggi, strani sognatori e grandi idee sulla natura dell’esistenza umana“.
La narrazione del documentario è divisa in otto capitoli, ognuno dedicato a un tema o a idee che si sono evolute nel soggetto dei libri di Chatwin: idee che diventano ritratti in movimento, anche perché di continuo mescolate con i ricordi personali del regista e con dettagli biografici. Herzog tenta di catturare lo spirito del suo amico attraverso scorci di archivi di scrittura di Chatwin, ma ci sono anche interviste con Elizabeth, la vedova di Chatwin, e con il biografo Nicholas Shakespeare. La ricostruzione visiva del “paesaggio della sua anima” include gli straordinari scenari di certi luoghi ma anche la confidenza che ci fa Shakespeare, quando ricorda che Chatwin soleva dire di “non aver mai raccontato mezze verità, bensì solo verità più una mezza”…

Proprio per la sua natura di documentario c’è il rischio che Nomad possa essere in alcuni ambienti considerato a priori come uno sforzo minore, poco più che l’ansia del regista di ripagare un debito metaforico con uno dei protagonisti delle sue ispirazioni. Personalmente mi auguro che questo non succeda, perché in questo documentario c’è tutto il cinema di Herzog: la grande dimensione, l’ambizione, i momenti di straordinaria bellezza visiva, i brani di umorismo graffiante sono intimamente connessi a tutto ciò che rimarrà da discutere dopo la proiezione.

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La verità estatica di Nomad: sulle orme di Bruce Chatwin ultima modifica: 2022-04-12T05:06:00+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “La verità estatica di Nomad: sulle orme di Bruce Chatwin”

  1. 6
    lorenzo merlo says:

    Essì. Ma chi fa le regole della storia se non noi?

  2. 5
    bruno telleschi says:

    Se la vita fosse un pellegrinaggio, la terra sarebbe un paradiso. Il paradiso della bellezza!
     

  3. 4
    lorenzo merlo says:

    È possibile se non probabile o anche certo, che tra gli estimatori di Chatwin, ci sia qualche amministratore della vita.
    Se questi volessero toglierisi le clarks e perdersi nella natura e nelle culture, anche dalla finestra di casa, sono ancora in tempo.
    Diversamente lo lascino perdere.
    Perché sono solo fantasie di chi non si “occupa di cose concrete”.

  4. 3
    albert says:

    l’estremo opposto potrebbe essere:https://books.google.it/books?id=N2tiAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false
    deMaistre- Viaggio intorno alla mia camera-.Piu adatto ai tempi che passammo in clausura, almeno chi ha internet ha potuto visionare documentari e foto e paesaggi, avventure..blog.Pure varie linee bianche, verdi, blu,kilimangiari, mompracem ecc. Adesso per i  vagabondaggi anche  a medio raggio in montagne attigue(  per me Prealpi e Dolomiti Veneto- Friulane)occorre considerare il costo derivante  da guerra inUcraina..

  5. 2

    Libro e non libero (commento precedente), ma anche “libero passato” non sta male in un significato parallelo tendente al felino. 

  6. 1

    Chatwin ha scritto anche ANATOMIA DELL’IRREQUIETEZZA, un suo libero passato un po’ in sordina che però concentra in sé tutte, o sicuramente quasi, le riflessioni sull’uomo che è e non ha.

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