La via Gigi Vitali al Pizzo d’Erna

E’ risaputo che l’arrampicata sportiva spesso s’imbatte, senza neppure accorgersene, in itinerari pre-esistenti, aperti tanti anni prima, mai divulgati, forse mai ripetuti. Sulla parete ovest del Pizzo d’Erna, grazie alla funivia, negli anni Novanta ci si è calati dall’alto e si sono aperti col trapano itinerari sportivi là dove Augusto Corti e compagni erano saliti nel lontano 1936, quando non c’era ancora neppure la funivia.

Sulle moderne guide di arrampicata non c’è traccia di questo itinerario, peraltro relazionato regolarmente su Lo Scarpone, n. 18 e 19 del 1936, quindi ancora sulla guida Prealpi Comasche-Varesine-Bergamasche di Silvio Saglio (1948).

A parziale rimedio a questa colposa dimenticanza storica, proponiamo oggi il racconto originale di questa via, in seguito da lui dedicata a Gigi Vitali: e, come introduzione, ci piace usare le parole dello storico Renato Frigerio:

«[…] ci imbattiamo spesso in figure che in qualche modo hanno intessuto la storia alpinistica della nostra città (Lecco, NdR). Tra esse non sono necessariamente presenti quei personaggi di rilievo che, almeno di nome, sono facilmente identificabili anche ai nostri giorni, pure se non tutti conoscono esattamente i motivi reali che hanno consentito il perdurare del loro ricordo. Noi presentiamo di preferenza le figure minori, quegli uomini che con modestia e passione si sono dedicati alla montagna con l’unico scopo di dare un senso pieno alla loro esistenza: trovando pertanto in essa anche la fonte di ispirazione e di valorizzazione dei loro ideali. Uomini che sotto questo aspetto, prendono risalto proprio dall’articolo che fu scritto da uno di loro, persona semplice e senza alcuna pretesa di primeggiare, apprezzato al suo tempo e nel suo ambiente per quello che sapeva esprimere in montagna, ma ancora più per i valori che anche qui prendono visibilità. Come un forte e ormai raro senso di amicizia, che prevale sul giusto orgoglio di chi avrebbe potuto appropriarsi il merito di aver scoperto la fulgida via di arrampicata che qui viene descritta (Renato Frigerio)».

La via Gigi Vitali al Pizzo d’Erna
di Augusto Corti
(pubblicato su Uomini e sport n. 32, maggio 2020)

Ad Acquate, il paese dove ho trascorso gli anni dell’adolescenza e della gioventù, la vetta del Pizzo d’Erna e la vasta giogaia del Resegone fanno parte dell’ambiente ed entrano nella familiarità della vita come le cose della propria casa. Il Pizzo d’Erna è una montagna originale, un avamposto di roccia che un capriccio della natura sembra aver tolto ai denti scheggiati del Resegone. Dischiude alle sue spalle un altopiano sulle pendici occidentali della montagna dalle “cime note soltanto a chi è cresciuto fra voi”, rivestito di prati e boschi.

La massiccia e dentellata costiera del grande Resegone non abbisogna di molte parole per essere descritta, dal momento che il nome del monte vuol dire tutto, come spiegò l’autore dei Promessi Sposi, che ne trasse l’etimologia dalla voce lombarda resega, cioè sega. È invece opportuno parlare del Pizzo d’Erna, lo spalto occidentale dei Piani omonimi, poiché da qualche stagione c’è stata una spinta di valorizzazione turistica. Sono mutati i tempi, da quando si accedeva ai Piani d’Erna tramite una vecchia mulattiera viaggiando a piedi o a cavallo di un mulo testardo, per trascorrere delle giornate veramente alpine, il cui profondo silenzio era rotto soltanto dal suono monotono dei campanacci delle mucche.

Augusto Corti. Archivio: Renato Frigerio.

Da qualche anno è sorto un complesso di costruzioni in cemento armato, cui fanno capo cavi d’acciaio: è l’impianto funiviario che da Versasio a soli 6 km da Lecco, raggiunge i Piani d’Erna. Il viaggio aereo in funivia è comodissimo, rapido, eppure quasi dolce.

Come per incanto, in un susseguirsi di prospettive panoramiche una più suggestiva dell’altra, si sale dai 600 m di Versasio ai 1300 m dei Piani d’Erna, verso il cuore della montagna, superando un dislivello di 700 metri in soli quattro minuti.

Ai Piani d’Erna è cambiato conseguentemente il tipo di frequentatori: in mezzo ai prati verdeggianti, dove un giorno erano aridi arbusti, di fronte al regale Resegone sorgono in ordine sparso edifici, case ed esercizi pubblici che dominano uno dei più bei panorami festeggianti di luce. Un giorno di questa estate anch’io mi sono servito di questo mezzo per arrivare ai Piani d’Erna, allo scopo di… accorciare la strada per salire al Resegone. Questa comoda soluzione mi fece nascere una constatazione che contrapposi a quanto provai quando, scalando la parete vergine, raggiunsi quota 1375 m che è l’altezza del Pizzo d’Erna.

Constatavo amaramente che, come turista a bordo del vagoncino giallo della funivia, non potevo godere della stessa gioia che mi dava la roccia, delle stesse emozioni e sensazioni di chi l’ascesa se l’è guadagnata. Ciò che è bello va guadagnato, e come tutto nasce nel dolore, anche l’alpinismo non è per chi ama la vita facile, e i “turisti della montagna” non meritano le gioie dell’alpinista. Purtroppo, o per fortuna, la montagna non è universale come il mare, come la neve dei campi di sci: per accedervi, per capirla è necessario un grande amore per la natura e una notevole forza morale.

Eravamo nel 1935 quando il mio compaesano Gigi Vitali mi propose di unirmi a lui per sferrare un assalto alla parete inviolata del Pizzo d’Erna. Siccome il mio credo di alpinista risponde al desiderio di migliorarsi attraverso le esperienze, e questo è uno dei motivi che mi ha sempre sorretto, accettai con entusiasmo la nuova avventura.

Di buon mattino lasciamo Acquate, fino a salire per un sentiero tormentato che a Corile poi si perde nel fitto sottobosco. Ci immettiamo su ripide scarpate cespugliose che introducono in un canale, o meglio un ghiaione, che, asceso per una cinquantina di metri, ci porta davanti ad un grande zoccolo che fa da base della parete.

Salendo il ghiaione ci sorprendiamo ad alzare lo sguardo verso la roccia vergine del Pizzo che si stagliava contro l’azzurra infinita volta del cielo come una splendida opera d’arte. Osserviamo la parete che si presenta in più punti strapiombante e verticale: a un certo punto della parete abbiamo notato l’esistenza di una fessura poco prima di un tetto, che ci sembra indicare l’unica possibile via per superare il lastrone strapiombante di circa 150 metri.

Attacchiamo, con il Gigi capocordata, quasi al centro della parete, e dobbiamo subito superare 25 metri veramente impegnativi su rocce che portano ad uno “strapiombo” ancora più pronunciato. Su questa elevata difficoltà l’amico Gigi procede lentamente, anzi addirittura si blocca: difatti sta piantando un chiodo. Inizia poi a salire lentamente: lo vedo guadagnare… l’ascesa, più in alto, e giocare d’equilibrio attaccato alla roccia. Finalmente, un sospirone di sollievo, ce l’ha fatta! Ha dovuto piantare complessivamente 5 chiodi, ma lo strapiombo è superato. Saliamo in verticale, ma malauguratamente, quando arriviamo a circa 70 metri di altezza dalla base della parete, al Gigi cade tutta la ferramenta che teneva infilata a catena in un cordino portato a bretella. I chiodi vanno tutti dispersi: è un vero peccato. Non c’è altra alternativa che rinunciare!

La sfida restava comunque aperta, ma improvvisamente mi trovai senza il mio valoroso compagno per poterla realizzare. Infatti il Gigi, arruolato nell’Aviazione Militare, dovette partire per l’Africa. Dentro di me nasceva una decisa volontà di salire-quella parete, biancastra e regolare, solcata da esili scanalature e piccole crepe. Era diventata un po’ una fissazione, ormai, l’idea della grande gioia di una prima salita. Il 30 agosto del 1936, con gli amici Angiolo Longoni e Vittorio Pifferetti, sono sul ghiaione, verso la meta agognata, ora finalmente di nuovo alla mia portata. Un rumore di sassi smossi accompagna i nostri passi sul ghiaione. Tace la natura, mentre arriviamo al largo zoccolo che fa da base alla parete. Avevo studiato le probabilità di successo in rapporto alla morfologia e alle caratteristiche della via da seguire e mi ero persuaso che l’unica soluzione era quella già in origine rilevata da Gigi Vitali. È l’unica via possibile, con i mezzi di allora, come a noi pare: la via più… semplice, ma anche il superamento di questa difficoltà promette soddisfazioni… e grattacapi.

La nostra attrezzatura è rappresentata da due corde Fussen dal diametro di 12 mm e lunghe ognuna 50 metri, e da chiodi con anello che noi ci arrangiavamo a forgiare e modellare, ma che, malgrado tutto il nostro prodigarci, rimanevano sempre troppo pesanti. Certo che allora le staffe non esistevano: come sarei ricorso volentieri al loro impiego sugli strapiombi!

Ci leghiamo in cordata, disposti nell’ordine: io, Angiolo Longoni, con il quale mi alternerò nel ruolo di capocordata e Vittorio Pifferetti. Attacchiamo la salita e quindi risaliamo i 70 metri già… profanati da Gigi Vitali, per arrivare al limite stabilito nel precedente tentativo, e dobbiamo fare sfoggio della nostra tecnica moderna: sapevamo ormai sfruttare l’uso delle due corde, propriamente detto della “corda a forbice”. Continuiamo in verticale su terreno vergine, fino a dover intraprendere il superamento di una leggera traversata a destra su roccia solida, impegnativa perché strapiomba, per raggiungere quella fessura cui accennavo prima, come unica soluzione vittoriosa per l’avanzata della cordata. Sulla fessura va avanti Angiolo Longoni, forte arrampicatore e sicuro

compagno di cordata di tante salite. Mentre gli faccio sicurezza e lo guardo muoversi con movimenti misurati, il mio cuore trepida per l’amico: seguo ansioso ogni suo sforzo, ogni movenza. Non è preoccupazione o sfiducia, è solo viva partecipazione, perché sono “concentrato”.

Le doti e il valore di Longoni, giovane di una vitalità ed esuberanza incontenibile, sono una garanzia, qualità a me note e nutrivo per questo sincero apprezzamento.

Infatti da par suo il Longoni supera le difficoltà di estremo impegno su questi 25 metri di roccia, dove il chiodo piantato non è profanatore della montagna ma mezzo per propiziarsi la conquista della parete. Superata la fessura che ci ha portato inevitabilmente sotto a un enorme tetto, non si capisce bene da che parte si possa passare. Ritorno in prima posizione e aggiro il tetto con un passaggio delicato verso destra, raggiungendo così un’esile fessura che seguiamo per la lunghezza di tre tratti di corda: una settantina di metri.

La parete ovest del Pizzo d’Erna. Fonte: Google Earth.

Sotto il tetto ho dovuto uscire, traversare piano, assaggiando gli appigli quasi a sentire quanti chili possono sostenere. Ora siamo giunti alla grande cengia che taglia trasversalmente tutta la parete, abbiamo superato le difficoltà.

Mentre sono in fermata e si tira un po’ il fiato, do una rapida occhiata all’orizzonte e mi soffermo a guardare da una parte, giù in fondo la Brianza comasca e dall’altra, c’è il Monte Barro a far da scolta, la Brianza milanese. E tutto sembra lì a portata di mano come in un gioco disneyano.

Per raggiungere la vetta, dalla cengia dove ora ci troviamo, ci resta da colmare la distanza di 100 metri che si possono salire verticalmente su difficoltà di IV grado: ma la friabilità della roccia nella parte superiore della parete ci richiama all’attenzione.

Riprendo a salire sempre più in alto, teso nello sforzo, nell’ambiente a me più caro, e sento in me crescere a dismisura una gioia, una felicità immensa.

Salgo, attento a ogni appiglio, ad ogni tacca, e qui, su questi ultimi tiri di corda che portano alla cima, i più degli appigli vanno sbriciolandosi. L’ascesa sta per finire: si è reso necessario l’uso di 40 chiodi nelle 11 ore di arrampicata per superare questa parete che, coi suoi 300 metri di roccia calcarea, ci ha fatto capire ancora una volta quanto sia bello arrampicare.

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La via Gigi Vitali al Pizzo d’Erna ultima modifica: 2020-09-30T05:27:23+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “La via Gigi Vitali al Pizzo d’Erna”

  1. 2
    Matteo says:

    Il racconto è bello, ma non ho mica ben capito dov’è la via

  2. 1

    …dovete partire per l’Africa. Siamo fortunati. 

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