Lady Bona

In Oisans, nel gruppo del Soreiller, una stupenda architettura di granito protesa a toccare il cielo si erge a ricordo della grande guida alpina Angelo Dibona.

Dagli alpinisti l’Aiguille Dibona è chiamata familiarmente “la Dibona”. Si tratta di una vetta molto caratteristica e dalla personalità decisamente marcata: una vera dama, regale e anche un po’ suscettibile. Ben le si adatta l’appellativo Lady Bona utilizzato nei primi due dei tre sottostanti articoli. Il primo, tratto da Vertical, illustra bene la rinnovata ondata esplorativa della Dibona (e dintorni) durante gli anni ‘80, in pieno stile scanzonato e provocatorio (vedi topo delle vie).

L’Aiguille Dibona vista da est

L’altro articolo è tratto invece dalla Rivista della Montagna e, seppur cronologicamente successivo, ha un’impostazione classica e ricapitola con efficacia la storia della guglia. Inoltre comprende la relazione di alcune vie alla portata della maggioranza degli arrampicatori.

Pubblicando oggi questi tre articoli (che fotografano adeguatamente la montagna), speriamo da un lato di far riemergere la nostalgia a chi già conosce la Dibona e dall’altro di suscitare la curiosità in chi non ha mai visitato il luogo.

Lady Bona
di William Legrande e Laurent Belluard
(pubblicato su Vertical, febbraio-aprile 1989)
Traduzione dal francese di Agnes Dijaux

Questa supermodella, vera protagonista dell’Oisans, alta 330 metri, continua ad essere la star del vallone di Soreiller. D’altronde si è perso il conto dei fedeli ammiratori che lasciano parole d’amore sul libro del rifugio. Quindi fatevi stregare anche voi e provate ad infilarvi sotto le vesti di questa deliziosa ragazza per scoprirne le sue curve incantevoli…

Se l’Oisans non ha mai conosciuto la popolarità suscitata dal Monte Bianco, è senza dubbio per l’accesso scomodo alle sue valli (da cui deriva uno limitato sviluppo delle strutture ricettive) e per gli avvicinamenti lunghi e a volte tortuosi, che conducono spesso a pareti mediocri.

Ma tutto questo sta cambiando (valutazione del 1989, NdR). L’arrampicata nell’Oisans è in piena evoluzione: negli ultimi anni, sei vie sono state aperte all’Aiguille de Sialouze, quattro sulla parete sud della Meije e due sulla parete sud del Pic Nord des Cavales… e il tutto su ottima roccia.

Stessa cosa per un altro settore che presenta vie dal III al 7b, con non meno di dodici itinerari attrezzati negli ultimi anni, e che offre ancora molto spazio: il Circo del Soreiller.

La Dibona: tutti i confort a disposizione
Un rifugio a cinque/dieci minuti dalla parete sud, cosa chiedere di più? Forse una parete est a cinque minuti invece di dieci, perché dopo due o tre giorni passati qui, diventerà faticoso anche fare questa camminata di avvicinamento cosi corta.

D’altronde i nostri predecessori l’avevano ben capito, non prendendo in considerazione il versante nord: è stata proprio la parete sud ad essere la più visitata. Quindi è grazie a nomi come Chapoutot, Madier, Livanos, Stoffer, cui dobbiamo queste grande linee classiche che hanno fatto la nomea dell’Aiguille Dibona.

Innanzitutto la Directe Madier, quotata TD, propone una scalata di livello V/V+. Facilmente avvistabile dal rifugio, si sviluppa nel grande diedro obliquo, poi esce sulle Cannelures Stoffer, per finire sulla Fissure Livanos. Non è raro trovare una decina di cordate (oggi anche di più, NdR) su questa via nei fine settimana estivi.

La seconda via classica è la Voie des Savoyards, simile alla Madier, ma di livello superiore. Qui si trova una scalata variegata di fessure, placche, diedri. L’ultima parte della via si sviluppa sulla parete ovest ed è molto aerea. Un bel exploit per questa via quotata TD+ (con due passi di 6a), aperta nel 1967 da Pierre Chapoutot e Bernard Wyns en rigide! (scarponi classici, NdR)

Gli anni Ottanta
L’arrivo di scalatori, come i fratelli Claude e Yves Rémy, Thierry Volpiatto, Christophe Moulin e senz’altro Jean-Michel Cambon e Serge Ravel, ha contribuito alla rinascita dell’arrampicata nel vallone.

Il primo settore ad essere sfruttato è stata la grande placca sotto la barra di strapiombi della parete sud. Attrezzata dagli scalatori di cui sopra, qui si trovano le vie più difficili dell’Aiguille. Menzioniamo La Petite Main, aperta dal basso da Moulin e P. Depras. Si sviluppa su quattro tiri infernali dove l’attrezzatura resta un tantino sportiva. Il terzo tiro, un 7a abbastanza duro, è indimenticabile. Con un buon 6c obbligatorio e un 7b in libera, si aggiudica il titolo della via più difficile della zona.

Michel Canac sulla prima lunghezza di La Petite Main, 7b. Foto: Laurent Belluard (Vertical).

Ma nel caso in cui questi 120 metri di arrampicata non bastassero, si può concatenare con Petits Tucs. Anche qui una scalata di 120 metri di 6b obbligatorio e, per gli amanti della libera, un bel 7a+. Una placca da consigliare esclusivamente agli appassionati agguerriti.

Con uno stile più abbordabile, troviamo Coup de Bambou, aperta dalla cordata Cambon-Ravel: 280 metri di scalata di V+/6a attrezzati “bene”, tracciata sulla sinistra della Madier. In quella stessa occasione, la via è stata attrezzata per la discesa in doppia. Questo itinerario sta già diventando una gran classica.

Michel Canac su Coup de Bambou. Foto: Laurent Belluard (Vertical)

L’annata 1987/1988
Era dal 1985 che non arrivavano novità, ma di colpo la parete sud vede nascere tre bei tracciati. Il primo è Sept d’un Coup, aperto a metà giugno 1988: la via misura duecentottanta metri con tre tiri in 6b/c, tra cui una fessura che chiede una buona continuità e che farà tribolare più di un avambraccio. Cinq mois déjà è stata aperta da Martine Turc e Pascal Junique: sfrutta la grande placca tra la Directe Madier e Sept d’un Coup e offre un 6a e un V in fessura non attrezzato (portare nut grandi). Se concatenato al quarto tiro di Sept, si ottiene una via di livello decisamente sostenuto. Per finire, l’ultima nata della parete: Visite Obligatoire che costituisce finalmente la prima via del settore attrezzata dall’alto. Aperta da Pascal Junique, lunga 250 metri di V+/6a abbastanza sostenuti; i nut sono superflui. Il secondo tiro di 6a è veramente fantastico.

Le novità vengono dall’est
Se il prezzo dell’aprire nuove vie sulla parete sud cominciava ad alzarsi sempre di più, un altro versante cadeva nel dimenticatoio, malgrado le sue reali potenzialità di aperture: si tratta della parete est. Fino ad allora, esisteva una sola grande via, la Madier Est. A quest’ultima oggi possiamo aggiungere quattro nuove vie, aperte da giovani arrampicatori. La più a sinistra è Martine is on the Rock: è stata attrezzata da Eric e Denis nelle estati ‘87/’88. Qui si trova una scalata varia e sostenuta (di livello ED) in particolare con uno strapiombo di 6c e diversi passaggi di 6b.

Di fianco si trova Les Malheurs de Nelly, che sfrutta le zone di placca della parete est: una delle più belle scalate dell’Aiguille e con un livello non eccessivamente impegnativo.

Con le sue grandi classiche, più le vie sul lato ovest poco ripetute, più otto nuove vie, a Lady Bona mancava solo una punta di erotismo. Questa mancanza è stata colmata grazie a Sensuelle et sans Sucre, via aperta da William Legrand e Laurent Belluard. Una linea con belle lunghezze, ma un po’ eterogenea. Oscilla attorno al V/V+, con una punta di 6c, ma prevede anche del III.

Attorno alla Dibona
L’Aiguille orientale del Soreiller è senza dubbio il più bel satellite della Dibona. La sua impressionante parete sud è alta quattrocentocinquanta metri, spaccata a metà da un immenso diedro inclinato, dove si sviluppa l’unica classica della parete, la via Candau.

Tuttavia, qui non è lo spazio che manca! Le magnifiche lastre gialle e verdi custodite dai due torrioni rossi erano fino a quest’estate (1988, NdR) un campo da gioco inesplorato. Attualmente quattro vie attrezzate da Legrand, Belluard e Christophe Savioux percorrono queste placche.

Look à l’Héros è stata la prima ad essere aperta. Offre 180 metri di scalata fino alla grande cengia mediana, una vera raffinatezza. Gradata V/V+ (con un passaggio di 6a), è ben attrezzata sulle placche, ma i nut sono molto utili per i brevi passaggi in fessura o sulle canneleurs.

Jus de Cercueil propone lo stesso tipo di scalata della sua gemella Look, ma questa volta i primi salitori sono usciti in cima. La via misura quindi trecento metri, di cui la seconda parte tutta in fessura, e eventualmente potrà essere usata come uscita per la Look.

Incredibilmente, anche il contrafforte ovest di questa Aiguille era rimasto inviolato! Che sacrilegio visto che il settore offre anche possibilità corte ma belle.

Con dodici colpi di trapano, abbiamo convertito questa bellissima ribelle indomabile e creato Prends-moi par mes deux Trous e Tant que Satan m’Habite. Nomi sicuramente un tantino provocatori, ma giustificati: le vie sono attrezzate con spit da 8-10 millimetri e a volte abbiamo dovuto usare quasi quattro tasselli per fissare una placchetta…

Nota 2021: all’epoca (1989) gli autori dell’articolo avevano provveduto a redigere, con stile un tantino artigianale (ma per questo molto genuino), una guida d’arrampicata sul circo del Soreiller. La si trovava al rifugio e in alcuni negozi sportivi di Grenoble. La bibliografia attuale sulla Dibona è ottima e abbondante. Nel “mucchio”, segnalo un “evergreen” che resta la mia bussola principale: Oisans Nouveau Oisans Sauvage-Livre Ouest di Jean-Michel Cambon (C.C.)

Tempi modernissimi anche per la Dibona: Niccolò Montanaro sulla slackline (2020). Foto: Arch. Niccolò Montanaro.

Lady Bona
di Carlo Crovella

Il nome originario della montagna è Pain de Sucre, che in francese indica un caratteristico dolce dalla forma appuntita, costituita da un pennacchio zuccherino. Com’è appunto la Dibona, salita per la prima volta nel 1913 dalla celebre guida cortinese Angelo Dibona. Come preparazione a più importanti prime ascensioni in alta quota, Dibona e cliente (uno dei due fratelli Mayer) si concessero la salita dei questa inviolata guglia. Qualche tempo dopo, non senza vivaci polemiche, la guglia verrà dedicata a Dibona.

L’Aiguille Dibona (parete sud) e il rifugio sottostante

La prima volta che vidi la Dibona in realtà non l’ho proprio vista per colpa del maltempo. Era l’estate del 1982 ed eravamo reduci da una settimana alpinistica della Sucai Torino al refuge du Chatelleret (nel vallone a fianco, quello della Meije). A fine periodo il grosso della truppa tornò a casa, ma io avevo fissato un appuntamento con altri quattro amici al refuge du Soreiller, che si trova proprio alla base della Dibona. Anziché scendere a fondo valle e risalire il sentiero di accesso, con Roberto Scala combinammo di attraversare la Brèche du Rouget, posta sull’affilata cresta divisoria fra i due valloni, per scendere dall’alto sul rifugio. Il piccolo vallone, che sul lato orientale conduce al colle, è un angolo di Delfinato che riserva i caratteri tipici del massiccio: sentiero che si perde quasi subito (poco transito), ghiaioni mobili, ghiacciaio piccolo ma tormentato, accesso roccioso alla cresta “rognoso”, intaglio stretto e decisamente ventilato, discesa rocciosa altrettanto “rognosa” (infatti furono necessarie alcune doppie, anche per il sopraggiungere del maltempo).

In cresta il tempo era giù tendente al brutto, ma decidemmo di scendere ugualmente verso il rifugio: troppa era stata la “sgambata” alle spalle per aver piacere di ritornare da quel lato (e risalire poi la rifugio dal basso!). Impegnati nelle doppie, fummo definitivamente avvolti da un gelido nevischio con annessa tormenta. Discesa quindi complicata, “tesa”, con rocce viscide e itinerario non evidente. Anche sotto la parte rocciosa, causa nebbia, il percorso non si rivelò semplicissimo: giungemmo al rifugio barcollando per la stanchezza e bagnati fradici. Della Dibona non si intuiva nulla, neppure l’attacco (che pure è a un passo dal rifugio).

Il tempo impiegò tutto il giorno successivo per ristabilirsi. Uscendo ogni tanto dal rifugio, ai primi squarci fra le nuvole rimasi colpito dalla parete così incombente che quasi ti schiaccia: trecentotrenta metri proprio sopra la testa.

La parete sud della Dibona “incombe” letteralmente sul rifugio. Foto: www.gulliver.it.

Infine nel tardo pomeriggio, quando il cielo si pulì del tutto, dal basso arrivò anche il gruppetto dei quattro amici/amiche.

Roberto però doveva tornare a Torino (il suo viaggio di rientro con mezzi pubblici risultò non semplice per usare un eufemismo): in rifugio restammo in cinque. Il giorno dopo, la parete non ancora asciutta ci fece preferire prudentemente la via normale (molto semplice) che è la via di discesa tradizionale, ma che si svolge su una cresta molto affilata ed esposta.

Aiguille Dibona: contro il cielo la cresta nord (via normale e discesa tradizionale). Foto: www.gulliver.it.

Degli altri quattro compagni, nessuno in quel momento aveva già una provata esperienza da primo di cordata. Inoltre disponevamo di sole due corde da 40 m: decisi quindi di legarmi al capo di ciascuna corda, a 20 m si legavano due degli amici/che, gli altri due ai rispettivi capi finali delle corde.

Carlo Crovella verso la vetta della Dibona (estate 1982). Foto: Carlo Crovella.

Con quest’andazzo da “Armata Brancaleone”, impiegammo un tempo immemorabile, ma ci divertimmo moltissimo, raggiungendo infine l’acuminata vetta che si rivelò come una prua letteralmente immersa nell’azzurro intenso del cielo. Una giornata senza alcuna gloria alpinistica (difficoltà di III+), ma di grande spessore emozionale, visto che me la ricordo così nitidamente a circa 40 anni di distanza. Che tenerezza mi ispirano le foto di quel giorno: indossavo spessi calzettoni di lana, salopette al ginocchio e le mitiche scarpette San Marco gialle e nere!

Si sfumano invece i dettagli delle mie successive arrampicate alla Dibona, pur trattandosi di puntate decisamente più significative sul piano tecnico. Diverse volte sono tornato in quel luogo con maggiori velleità, all’inizio rimanendo nei limiti delle vie classiche, peraltro molto remunerative. Ci sono alcuni “posti” che un alpinista torinese non può non conoscere in prima persona: fra questi vanno sicuramente annoverati la Fessura Madier, le Cannelures Stoffer, la vire Boell

Nella seconda metà degli anni ’80 i francesi hanno ampliato il terreno di arrampicata non solo sulla Dibona ma anche nell’intero Vallone del Soreiller, coinvolgendo in particolare le tre omonime Aiguilles. Anche per gli arrampicatori “medi”, a patto di essere in forma, si è aperto un mondo di nuove vie, normalmente ben attrezzate e spesso vicine fra loro (i velocisti riescono a farne due e più al giorno…). Quando, con abbigliamento dai colori sgargianti e scarpette due numeri più piccole (indossate a piede nudo), sono riuscito a sconfinare anche sui “numeri arabi” (come chiamo io, scherzosamente, la scala francese), qui ho potuto vivere mille nuove avventure, sempre e solo su roccia meravigliosa. Ah, la grimpe! C’est fantastique

Vetta della Dibona. Sullo sfondo la Pointe des Vallon des Étages. Foto: www.gulliver.it.

Parafrasando il nome di una via che qui è divenuta molto di moda, una visita alla Dibona (e dintorni) è davvero “obbligatoria”. Quanto meno, consigliabile: qui non si resterà mai delusi.

Ma l’alto vallone del Soreiller, dominato dalla aguzza Dibona, ben si presta anche a chi vuole semplicemente camminare in un bel posto per “respirare” un po’ di quell’aria particolare che sa regalare il Delfinato.

Il monumento più bello
di Giorgio Bernardi
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 139, aprile 1992)

Ad Angelo Dibona, cappellaccio di feltro e corda a tracolla, è dedicato un busto in bronzo nel bel mezzo di Cortina d’Ampezzo. Ma Angelo Dibona ha anche il più bel monumento che un alpinista possa desiderare, uno splendido monolito granitico che si erge nel circo del gruppo del Soreiller, in Oisans: l’Aiguille Dibona. Fino al 1913, anno della sua conquista, l’Aiguille Pain de Sucre – così è ancora citata la Dibona sulle cartine francesi dell’IGN – rimase una delle poche vette di una certa importanza a restare inviolata.

Al pari delle montagne di Walt Disney, la forma della Dibona è slanciata, la sua punta aguzza e, come nei fumetti, dall’alto dei suoi 3130 m si diverte ad agganciare qualche nuvoletta di passaggio. Per decenni la guglia si è ribellata alle avances degli alpinisti locali. Tant’è che neppure Pierre Gaspard, il primo salitore della Meije, pur abitando a Étages, il paesino allo sbocco del Vallone de Soreiller, tentò mai l’ardita cuspide della Dibona.

Foto d’apertura dell’articolo pubblicato sulla Rivista della Montagna n. 139. Foto: Arch. Giorgio Bernardi.

Fine giugno 1913: Angelo Dibona e Guido Mayer sono alla ricerca di qualche salita da allenamento per realizzare quelle imprese che poi entreranno nell’albo delle storie alpinistiche del Delfinato: nelle settimane successive, infatti, i due salgono l’Ailefroide Centrale per la cresta nord, o di Coste Rouge, e il couloir del versante nord-ovest del Dôme de Neige des Ecrins, che viene percorso con pessime condizioni meteorologiche.

Pare siano stati gli stessi abitanti di Étages a lanciare ai due alpinisti “austriaci” la sfida di scalare l’inaccessibile sommità dell’Aiguille Pain de Sucre. Sfida che viene puntualmente raccolta. Il 27 giugno del 1913, Dibona e Mayer si recano nel circo del Soreiller e, in sole due ore, salgono la parete nord dell’Aiguille tracciandone la via normale: 150 metri, difficoltà massime di III+. Bisognerà attendere quasi un ventennio prima che Jacques Boell, innamoratosi della guglia, tracci un secondo itinerario di salita aprendo una via che, negli anni, è divenuta una delle classiche più ripetute. Nel 1930 Boell ripercorre la via normale. Quindi, dopo due anni di sforzi e tentativi per aprire un nuovo itinerario, decide di calarsi dall’alto per esaminare la parete; e finalmente, il 20 ottobre 1932, apre la sua via. Che però non è una diretta alla cima, ma aggira le grosse difficoltà zigzagando sulla parete est prima, la sud poi e, infine, ancora la est. Con Andeol Madier, nel 1937 ha inizio la vera esplorazione e la conseguente ripetizione degli itinerari. Il forte alpinista francese traccia la prima via diretta alla cima lungo la compatta parete sud. Assieme al compagno Maurice Fourastier, con un solo chiodo e un paio di rudimentali pedule, sale lungo un diedro, su placche e nella difficile fessura che porta il suo nome: 350 metri valutati nell’ordine del TD e TD- con una serie di passaggi estetici di rara bellezza.

Due anni dopo, Madier individua sulla parete ovest un nuovo itinerario e lo concatena a ruota con un altro sulla parete est. Ma qui, purtroppo, le conquiste di Madier si arrestano: nel tentativo di recuperare il materiale sulla Ovest, Andeol sbaglia i movimenti durante una calata a corda doppia e precipita.

In questo periodo, nonostante la poco accogliente grotta-bivacco situata sotto la parete sud, l’interesse per la Dibona e per il circo del Soreiller è in continuo aumento.

Dopo la guerra, la Società dei Turisti del Delfinato decide di sostituire la vecchia grotta-bivacco con un nuovo e moderno rifugio a quota 2730. Il rifugio viene inaugurato nel 1957 e dà il via a un nuovo periodo d’oro per l’alpinismo nel Soreiller: sulle pareti del Pain de Sucre si alternano ormai alcuni fra gli alpinisti più forti di Francia, da Lionel Terray a René Desmaison e Pierre Chapoutot. A quest’ultimo, negli anni ’60, si deve l’apertura della via des Savoyardes, un’altra grande classica del Delfinato, un itinerario di grande prestigio che si mantiene nel settore sinistro della parete sud e per un breve tratto sulla ovest: 350 metri classificati TD+ con difficoltà sino al 6a e con una serie di passaggi esposti.

La Dibona vista dal sentiero di accesso al rifugio. Foto: Arch. Giorgio Bernardi.

Negli ultimi anni (siamo alla cronaca, la storia è già lontana), la facilità con cui è possibile raggiungere le pareti della Dibona, oltre ovviamente all’eccezionale qualità della roccia, contribuisce ad attirare arrampicatori di buona levatura (i fratelli Rémy, Volpiatto, Cambon, Ravel…) che, aprendo nuove vie, alzano notevolmente il limite delle difficoltà. A partire dal 1988 Martine, la graziosa custode del rifugio cui sono state dedicate più vie, e suo marito Pascal Junique aprono una nuova serie di difficili itinerari. Ma anche altri non sono da meno. Fra questi figurano anche William Legrand e Laurent Belluard, autori di una recente guida (si fa sempre riferimento ai primi anni ’90, NdR) sulla Dibona e sul circo di Soreiller.

Oggi molte salite, comprese le classiche, sono chiodate a spit, in parte o del tutto, ma chi ha intenzione di andare ad arrampicare sulla Dibona sappia che non è su un risalto di fondovalle. E che, tra l’altro, la grande confusione di vie e di varianti rende difficile non perdere il proprio itinerario.

Gli ultimi sviluppi dell’arrampicata hanno avuto luogo sulla parte bassa della liscia parete sud (la “Grande Dalle”), percorsa da itinerari di 3-4 lunghezze, con difficoltà notevoli. Insomma, come su una vera e propria falaise, solo che si arrampica a 3000 metri di quota…

A sinistra, nell’altra pagina, le pareti ovest e nord della nostra guglia; lungo la Nord sale la via tracciata da Angelo Dibona e Guido Mayer nel 1913. Sopra, le placche all’uscita del tunnel della via Madier, parete sud.

A fianco, lo slancio della Dibona dal sentiero che sale al rifugio del Soreiller.

Sulla Via Boell. Foto: Arch. Giorgio Bernardi.

Informazioni flash
Accesso stradale
Dal Colle del Monginevro si scende a Briançon per poi salire al Col du Lautaret e, quindi, arrivare a Bourg d’Oisans. 5 km dopo Bourg, si prende la strada di Vénéon con direzione Venosc-La Berarde. Si parcheggia la macchina al paesino di Les Étages.

Accesso al rifugio Soreiller
Da Les Étages si imbocca il sentiero che comincia dietro l’hotel des Alpinistes, in direzione ovest, e che si eleva con ripidi tornanti. Si supera una fascia rocciosa e si entra nei fondo di una gola. Si supera il torrente su una passerella e, con una serie di ripidi tornanti, ci si innalza sino al ripiano superiore della Combe d’Amont, dalla quale si scorge il rifugio. Lungo una serpentina faticosa si guadagna velocemente quota e si giunge al rifugio sotto la parete sud dell’Aiguille Dibona.

Informazioni generali
Il rifugio del Soreiller (tel. +33 4 76790832) è aperto dal 25 giugno al 10 settembre; dopo, solo durante i weekend e fino al termine del mese.

Bibliografia
Gaston Rébuffat, Il Massiccio dell’Alto Delfinato, Zanichelli, Bologna 1974; Lucien Devies, François Labande, Maurice Laloue, Le Massif des Ecrins, Arthaud, Parigi 1976. Carta Didier & Richard 1: 50.000 f. 6 Massifs Ecrins-Haut Dauphiné.

Alla base della variante Stoffer (Cannellures Stoffer). Foto: Arch. Giorgio Bernardi.

Le vie della Dibona
Ed ecco l’elenco delle vie più classiche della guglia, alcune percorse e ripetute da noi, altre riprese dalle topoguides francesi.

• 1 Parete sud, via Madier
Primi salitori: Maurice Fourastier e Andreol Madier il 1° settembre 1937 Difficoltà: TD Dislivello: 350 m

Dal rifugio del Soreiller ci si porta alla base della parete, sulla perpendicolare che scende da un evidente diedro su alcune placche inclinate. Per le placche si sale fino a qualche metro dal caratteristico tunnel che dà accesso a un grande diedro. Si sale una paretina, si entra nel tunnel e lo si risale (IV+). Ci si può anche tenere all’esterno (è un po’ più difficile). Nel diedro, si seguita lungo una fessura sino alla sosta su un piccolo terrazzino (IV) ai piedi di uno strapiombo umido e nerastro. Dalla sosta si effettua una traversata leggermente ascendente di circa 15 m (V) fino a un largo terrazzino. Si seguono le fessure che obliquano leggermente verso destra (IV+) e poi si ritorna qualche metro a sinistra; si seguita quindi lungo fessure oblique verso destra per 15 m. Si traversa verso destra in direzione di una placca inclinata e fino al fondo di un gran diedro sopra uno strapiombo nerastro (sosta).

Si sale il diedro, prima sulla sinistra e poi sul fondo, per 25 metri (V e V+ sostenuto; possibilità di sosta intermedia a sinistra, su uno spuntone) e si esce a destra per uno strapiombo ben appigliato (IV+ aereo). Si può anche seguire lo strapiombo sino alla fine (V+). Raggiunto un piccolo scalino, si sale a sinistra fino al di sopra di uno strapiombo (IV+ molto esposto). Per una serie di rampe con placche facili, si arriva sotto un muro strapiombante che si sale direttamente (IV+). Al di sopra si sale per un camino di 40 m che porta in una zona meno inclinata, sotto un canale in comune con la via Boell. Una placca di 3 m conduce alla cengia Boell, all’incirca a metà parete. Ci si porta all’estremità destra della cengia sino a uno spuntone che si utilizza come punto di assicurazione. Si sale l’evidente fessura per 10 m (V) e poi si attraversa a sinistra sotto un grande strapiombo (brutta sosta, chiodi). Si supera direttamente lo strapiombo (IV+) e si risale la lunga Fessura Madier che segue (20 m, V+ o VI- a seconda dello stato della chiodatura, poi IV) fino a un ampio terrazzo. Un piccolo diedro porta a una spalla e, salendo diritti per le Cannellure Stofer (IV+, IV), si supera lo strapiombo che sovrasta la placca (IV). Si sale per qualche metro fino a un piccolo scalino a sinistra (IV) e si traversa a sinistra per 3 m (V-). Per una profonda fessura ci si porta su un’ampia terrazza che dà sulla verticale parete ovest. Di qui si sale a destra per una placca (V) e per una fessura sulla destra (IV), fino a raggiungere un piano inclinato sul filo dello spigolo sud. Si segue quest’ultimo e, quando si raddrizza, si passa sul versante est, per cenge (circa 30 m); ci si riporta sullo spigolo superando un muretto verticale. Per facili cenge sul versante est, si arriva sulla cima.

• 2 Parete sud e parete ovest, via dei Savoyardi
Primi salitori: Pierre Chapoutot e Bernard Wyns il 6 settembre 1967
Difficoltà: TD con un passaggio di VI. Dislivello: 350 m

Si attacca la grande parete a sinistra di un gran diedro, sulla perpendicolare della parte verticale della cresta sud ovest, lungo dei gradini posti ai piedi di un camino. Si sale il camino (V) uscendone a destra; si continua appoggiando leggermente a destra per una scaglia (IV e V) e si sale di 2 m per raggiungere la sosta. Si traversa a destra per 10 m in leggera salita, e poi si sale per 4-5 m fino alla sosta (IV e V).

Si continua direttamente per 30 m fino a una cengia confortevole (V molto sostenuto). Ci si innalza a sinistra lungo un diedro che sale verso il grande strapiombo orizzontale e poi si seguita direttamente per una placca liscia (VI), oppure per una fessurina (A1, VI) e si risale il diedro sino al suo termine (V+, IV e IV+). Si scende di un passo a sinistra e si entra nel diedro (IV) andando a sbucare sotto il grande strapiombo; si scavalca a sinistra e si traversa per 15 m, prima orizzontalmente e poi in leggera discesa (VI e VI-); si passa sotto un grosso blocco rosso, si superano a sinistra di questo delle scaglie molto ripide che riportano allo strapiombo, si fa un passo a sinistra e si supera lo strapiombo (V e V+ atletico e esposto). Buona sosta alla base di un diedro-camino contornato da strapiombi, che si vince con due lunghezze di corda: una placca (IV) e dei gradini, poi una bella fessura di 12 m (V—) seguita da un camino erboso (IV); si esce a destra su una buona terrazza prima dell’ultimo strapiombo del diedro. Ci si innalza al di sopra lungo un sistema di scanalature e fessure (III e IV+) per sbucare nel couloir-camino della via Boell. Lo si risale e si continua lungo la stessa linea finché la cresta sud ovest si perde nella parete ovest. Si traversa per 20 m a sinistra passando su una grossa scaglia caratteristica (IV-), per arrivare ai piedi di una fessura verticale che si innalza verso la cresta sommitale. Si sale lungo questa fessura di 10-12 m (V e A1) e poi si seguita in obliquo a sinistra (V-, esposto); si supera un leggero strapiombo verso destra (A2) e si traversa orizzontalmente a destra su una placca assolutamente liscia e pressoché verticale (5 m, VI delicato) sino a una fessura (IV+) che porta a un’eccellente sosta dietro un enorme blocco (dal piede della fessura di 10-12 m, si calcolino 40 m in tutto). Un bellissimo diedro verticale porta alla cresta sommitale (A1 e V); lungo dei gradini a destra e un risalto si perviene in vetta.

• 3 Parete est, parete e cresta sud, via Boell
Primi salitori: Jacques Boell, André Chevalier e Alain Le Rey il 4 settembre 1932 Difficoltà: AD Dislivello: 200 m

Dal rifugio del Soreiller ci si dirige a nord-est verso il ghiacciaio centrale di Soreiller. Si sale per i pendii di neve o per la pietraia che contornano la base della parete est della Dibona. Si raggiunge l’inizio di una larga fessura che taglia la parete a un terzo della su altezza.

Si segue questa fessura verso sud. Poco prima che essa si interrompa, si sale per 40 m (rocce facili e un diedro camino) con linea leggermente obliqua a sinistra; si svolta poi a sinistra e si scende per una ventina di metri. Si raggiunge un secondo sistema di fessure. Si seguono le fessure verso sud, fino alla loro estremità sotto un grande couloir-camino che porta alla cresta sud est. Si risale questo couloir e, quando esso si raddrizza molto (strapiombo), si effettua una traversata delicata su una lama (III) che porta a sinistra della cresta sud est. Qualche metro più facile conduce a un grosso becco all’origine della Cengia Boell sulla parete sud dell’Aiguille. Si segue la cengia verso sinistra e si scende una placchetta di 3 m per entrare in un canale-couloir. Si risale quest’ultimo per i suoi due terzi (III) e poi si traversa orizzontalmente a destra per delle placche che portano alla base di due brevi camini. Questi salgono a una caratteristica spalla della parete sud: per il camino di destra, e qualche metro di cresta, si raggiunge la spalla stessa. Si traversa a destra, sulla parete est, una placca liscia ai piedi di un diedro diritto che non bisogna salire; si contorna un angolo sulla destra e poi si sale lungo fessure scanalate per una decina di metri sino a una terrazza (IV dalla spalla). Si fa un passo a sinistra per uscire sopra un diedro verticale e si risalgono alcune fessure oblique per circa 50 m (III). Dopo un piccolo risalto che sbarra le fessure, un camino conduce a delle larghe cenge ascendenti fin sotto la cresta sud. Per un risalto verticale si riprende brevemente la cresta; poi si ritorna sulle cenge della parete est e infine si esce sulla cima.

In arrampicata sulla via Coup de Bambou (250 m, TD+) sulla parete sud della Dibona.

• 4 Cresta nord, via normale
Prima ascensione: Angelo Dibona e Guido Mayer il 27 giugno 1913 Difficoltà: PD. Dislivello: 60 m

Dal rifugio del Soreiller si attraversa orizzontalmente la pietraia di grossi blocchi verso ovest e poi, per un canale di rocce facili, si salgono le ultime propaggini della cresta sud ovest della Dibona. Si risale per pietraie sino al nevaio sul versante sud del Colle occidentale di Soreiller costeggiando lo zoccolo della Ovest dell’Aiguille. Si risale il nevaio e poi si svolta a destra, per la sua parte superiore, fino alla base delle rocce che facilmente si salgono sino alla Brèche des Clochetons. Con traversata ascendente su una cengia non difficile, si giunge alla Brèche Gunneng (10 minuti dalla Brèche des Clochetons). Di qui si sale diritti, al di sopra della brèche, sul fianco ovest della cresta, lungo un diedro di 20 metri (III+) che porta sul filo di cresta al livello di un grosso blocco. Si prosegue lungo le placche grige sempre sul filo (III) fino alla vetta.

Le altre vie in breve
• Parete est: Martine is on the rock, 250 m, ED-, 6b/c max, 5+/6a obbligatori; Nutestlà, 70 m, TD+, 6a+ max, 5+/6a obbligatori; Les malheurs de Nelly,180 m, TD, 6a max, 5/5+ obbligatori; Sensuelle et sans sucre, 280 m, TD/TD+, 6c/7a max, 5+ obbligatorio; Madier est, 330 m, TD, 5+ max.

• Parete Sud: Visite obligatoire, 280 m, TD+, 6a max, 5+ obbligatorio; Coup de Bambou, 280 m, TD+, 7a max, 5+/6a obbligatorio; Berthet, 120 m, D, 4+; Cinq mois déjà, 120 m, TD+, 6a+ max, 5/6a obbligatorio; Sept d’un coup, 280 m, ED-, 6b/c max, 6a obbligatorio.

• Parete ovest: Madier ovest, 100 m, TD-, 5+/A1 ; Voie des Marsellais, 150 m, TD-, 5/A1 e A2; Voie des Militaires, 180 m, ED, VI, A1/A2.

• Grande Dalle della parete sud: Les petit tucs, 120 m, ED, 7a+ max, 6b obbligatorio; Le temps qui passe, 120 m, ED, 6c+ max, 6b obbligatorio; La perite main, 120 m, ED+, 6b max, 6c/7a obbligatori. La scarlatine des EB, 120 m, ED, 7a max.

• Contrafforte ovest: Speedy, 120 m, TD, 6a.

10
Lady Bona ultima modifica: 2021-07-06T05:22:00+02:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Lady Bona”

  1. 10
    Carlo Crovella says:

    Gally, guarda che sei proprio in errore. Scusa la franchezza, ma errare umanun est, perseverare diabolicum… Confondi definizioni geografiche con quelle politico-amministrative, che in queste sede interessano niente. In termini orografici, l’Oisans è solo la sezione nordoccidentale degli Ecrins, quella (come già spiegato) le cui acque scendono verso Grenoble.: in pratica la Valle della Romanche (quella che viene giù dal Lautaret) e la Valle del Veneon (quella di La Berarde) più i loro valloni secondari. L’Oisans comprende ALTRE montagne limitrofe (Belledonne, Grandes Rousse ecc), che però sono estranee al massiccio degli Ecrins. Chiamare tutto il massiccio degli Ecrins con il termine Oisans è proprio sbagliato. Fra i due, è meno sbagliato chiamarlo Delfinato, seppur si tratta di una imprecisione, la cui intromissione nel linguaggio italiano di tutti i giorni ha una lontana origine storica.  Sta di fatto che, come dicono i giuristi, “la consuetudine fa legge”: in Italia, a Torino in particolare, dalla notte dei tempi si dice abitualmente “Delfinato” per indicare il massiccio degli Ecrins. Ciò avviene in particolare nel linguaggio colloquiale: se chiacchiero con un amico, gli dico “domenica ho fatto una gita in Delfinato”, mai mi verrebbe da dirgli “domenica ho fatto una gita negli Ecrins (e tanto meno in Oisans)”. La conferma che l’utilizzo di Delfinato (seppur impreciso) non sia del tutto sbagliato, viene anche dalla mia produzione editoriale sul massiccio. Data la mia passione per il massiccio, ho iniziato a scrivere i primi articoli su queste montagne già 40 anni fa (non interrompendo mai nel frattempo), e sono riuscito a pubblicarli anche su riviste “top”, come Rivista della Montagna e ALP ecc. Se fosse sbagliato scrivere Delfinato, stai tranquillo che i vari direttori di tali riviste (da Mantovani-RdM a Camanni-ALP, per non parlare di Daidola-Dimensione Sci) me l’avrebbero corretto, invece non è mai successo. Nell’aprile scorso abbiamo riproposto qui sul GognaBlog un mio articolo di scialpinismo (“Delfinato mon amour”), uscito originariamente su RdM-Dimensione Sci del 1989. Mai nessuno ha minimamente pensato di correggere “Delfinato” con Ecrins o Oisans.

  2. 9
    LUIGI GALLY says:

    La geografia francese é istituzionalizzata, non bisogna inventarla, basta studiarla bene. Oisans comprende écrins ed é un territorio piu’ grande.
    Con questo ho concluso e vi saluto.

  3. 8

    C’è un quotidiano lì che si chiama Dauphiné Libèrè, come la mettiamo?

  4. 7
    Carlo Crovella says:

    Mah… fra gli alpinisti italiani ormai la consuetudine è così consolidata che possiamo considerarla irreversibile. Ho già detto che dire Delfinato per indicare il massiccio degli Ecrins è impreciso, ma è altrettanto impreciso utilizzare Oisans per l’intero massiccio. Per cui Cambon sbaglia anche lui, ciò non toglie che i suoi libri e i suoi articoli siano molto belli. Quanto a Labande, a volte fa riferimento al termine Alpes du Haut Dauphiné, che è unna definizione più ampia del massiccio in senso stretto (p- ex comprende anche il Brianconnais), ma più o meno codifica il massiccio in questione. Per cui non è così vero che i francesi non usino mai il termine Delfinato (anche se tale uso è più peculiare da parte degli italiani). La questione toponomastica è interessante, ma direi che l’0abbiamo sviscerata a sufficienza. Per Labande, vedi
    https://www.amazon.it/DAUPHINE-massif-Ecrins-partie-Soreiller/dp/2909907155/ref=sr_1_5?dchild=1&qid=1626416928&refinements=p_27%3AGroupe+de+Haute+Montagne&s=books&sr=1-5

  5. 6
    LUIGI GALLY says:

    Il Delfinato ha cessato di esistere con la rivoluzione francese, 1789.
    L’antica regione é oggi divisa in tre Départements: Hautes-Alpes, Drome et Isère.
    Le montagne del OISANS sono situate nelle Hautes-Alpes e Isère,  gli ECRINS fanno parte interamente delle Hautes-Alpes che a loro volta fanno parte della regione PACA, questa divisione é statuale e costituzionale.
    François Labande che é lo storico piu’ quotato della regione parla genericamente di écrins mentre Jean-Michel Cambon definiva oisans.
    Nessuno tutt’ora definisce queste montagne Delfinato, solo gli italiani.Ciao
     

  6. 5
    Carlo Crovella says:

    A Torino si usa Delfinato. Ho però notato che quasi tutti gli alpinisti italiani (piemontesi in particolare) usano la denominazione Delfinato. Ho già spiegato in altre occasioni (anche su questo Blog)  che usare Delfinato è un’imprecisione, derivanti da questioni storiche (il Delfinato era il dominio del Delfino di Vienne, per secoli antagonista dei Savoia quando questi ultimi risiedevano a Chambery, stiamo parlando quindi del Medio Evo all’incirca). Tuttavia anche il termine Oisans è impreciso, se esteso all’intero massiccio, perché  Oisans riguarda una sola porzione del massiccio: l’Oisans vero e proprio è solo la sezione Nordoccidentale, ovvero quella le cui acque si dirigono verso Grenoble. In questo caso (Aiguille Dibona) siamo nell’Oisans vero e proprio, ma, se ci si riferisce all’intero massiccio, il termine è impreso. Tra l’altro si tratta si una sezione geograficamente molto limitata rispetto sia al versante Est (acque verso  Briancon) sia rispetto al versante Sud-Sud Ovest (acque verso Gap, all’incirca).  I versanti Est e Sud rientravano nei domini del Delfino, ecco l’origine terminologica. E’ vero che, in ambiente alpinistico, si usa spesso dire “Stile Oisans”, ma se riferito all’intero Massiccio è sbagliato, o quanto meno impreciso (tanto quanto Delfinato). Noto che molti francesi (anche nei titoli di famose guide di alpinismo/arrampicata) utilizzano Oisans per indicare l’intero massiccio, ma allora tanto vale utilizzare Delfinato, come io sono abituato a fare da decenni. Qual è il termine corretto per indicare l’intero massiccio? Semplice: ECRINS. Non a caso la guida alpinistica di Luciern Devies si intitola GUIDE DU MASSIF DES ECRINS (vedi foto nel mio articolo sul carteggio Gervasutti-Devies: https://gognablog.sherpa-gate.com/carteggio-gervasutti-devies-1942-43/). Gli autori francesi più raffinati (vedi Rebuffat-Le 100 più belle, edizione originale in francese, o gli amici di Volopress per la Toponeige sciistica sull’intero massiccio-3 volumi) usano ECRINS. Sinceramente, parlando a lettori italiani, a me fa un po’ ridere utilizzare il termine ECRINS, e preferisco il più colloquiale Delfinato, pur conscio che si tratta di una imprecisione. Ciao!

  7. 4
    LUIGI GALLY says:

    Carlo Crovella e altri dovrebbero spiegare perché continuano chiamare “OISANS” “DELFINATO”,Ciao
     

  8. 3
    LUIGI GALLY says:

    Su questa montagna ho percorso diverse vie tra cui Visite Obligatoire con Suzy Péguy allora quasi ottantenne famosa anche per il nome di famiglia, attualmente ancora in vita con 101 anni. Tutti gli italiani conoscono nei Cerces la “voi de la Grand Mère”.
    Allora percorrevo le vie del “oisan “con questa importante signora, oggi che ho raggiunto la stessa eta’ non ho nessun amico che fa altrettanto, non sono cosi’ famoso.
    Grazie a lei conobbi e frequentai i piu’ importanti alpinisti di francia tra cui Jean-Michel Cambon e Antoine De Choudens che all’eta’ di trenta anni aveva già fatto i tre poli, Sud nord ed Everest.
    Oggi ho la fortuna di risiedere in questa famosa regione di francia.

  9. 2
    Alberto Benassi says:

    ho salito la Dibona una volta sola per la via “Visite Obligatoire” con mia moglia Sabrina diversi anni fa.
    Era fine stagione il rifugio era chiuso da un giorno così pernottammo in una stanza lasciata  ad uso bivacco nella quale si entrava dalla finestra lasciata aperta con una scaletta.
    Ritornati giù ci fermammo ancora la sera a dormire in una piccola pensiocina proprio dove parte il sentiero per salire alla Dibona. Facemmo una cena eccezionale con tutta una serie di formaggi francesi uno più buono dell’altro. Mi moglie super  appassionata di formaggi era più soddisfatta di quelli che della via.

  10. 1
    Ugo Manera says:

    Sono stato un appassionato dell’Oisans, soprattutto delle grandi pareti Nord, ma la Dibona è stata l’eccezione: vie a Sud e Est su granito da favola. Su quella incredibile guglia ho percorse diverse vie, Martine is on the rock addirittura due volte e sempre ne ho tratto grande soddisfazione; grazie anche al sito che è veramente eccezionale. Unica mia preoccupazione era sempre quella di non farmi beccare sulla vertiginosa vetta da un temporale. Sembra proprio un parafulmine. 

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.