Quella che segue è la trascrizione di un incontro organizzato a partire dal libro di David Graeber e David Wengrow L’alba di tutto. Un libro che non è solo un importantissimo testo di antropologia, che getta una nuova luce sull’intera storia dell’umanità. E’ un testo «politicamente incandescente», che mette radicalmente in discussione i fondamenti stessi del nostro sapere, frantuma le nostre più o meno confortevoli certezze (la scienza, lo stato, il progresso, l’individuo, la modernità…) e, in fin dei conti, cl interroga drasticamente su come siamo fatti e su come stiamo nel mondo.
L’alba di tutto – 1
di Stefania Consigliere (17 febbraio 2025)
(pubblicato su Nunatak n. 79, inverno 2025-2026)
(tutte le immagini nell’articolo sono maschere irochesi della False Face Society, tratte da: Richard Huber, Treasury of Fantastic and Mythological Creatures, Dover, New York, 1981)
Il libro di David Graeber e David Wengrow, L’alba di tutto (1), negli ultimi anni, da quando è stato pubblicato e poi tradotto in italiano, ha suscitato molto interesse e molto dibattito, in quanto si tratta di una vera e propria messa in discussione della modernità, della concezione della modernità e dell’idea di progresso a cui siamo abituati, che contraddistingue non soltanto i nostri “nemici”, i fautori della storia “ufficiale”, ma anche molto del bagaglio culturale a cui siamo abituati. Quello di cui parleremo qui è un punto di vista che mette radicalmente in discussione l’idea stessa di progresso, un’idea condivisa sia da parte di chi la critica sia da parte di chi la condivide.

È un libro indubbiamente difficile, intanto perché è un libro massiccio, in un’era di cose leggere e veloci, e poi perché, nonostante la verve degli autori, ha comunque una certa impronta accademica, con le ultime 50 pagine piene di note con riferimenti bibliografici; quindi è un libro che si dovrebbe definire a tutti gli effetti come “scientifico”, cioè prodotto da un certo ambito del sapere. Ma è un libro difficile anche per dei motivi più circostanziali. Il primo è che Graeber è morto prima che fosse terminato, quindi probabilmente un po’ di cose che in una stesura definitiva, fatta a quattro mani, sarebbero state tagliate o semplificate sono rimaste così com’erano, perché comprensibilmente Wengrow non avrà voluto metterci mano più di tanto. E infine è un libro difficile giustamente, inevitabilmente, perché i due autori hanno a che fare con qualcosa che comincia a essere davvero articolabile da pochi anni, ma quando le cose iniziano appena a essere articolabili quelli che cominciano a farlo balbettano: è difficile dire in modo chiaro qualcosa che non è mai stato detto in maniera chiara ed esplicita. Quindi ci sono tutte le ragioni possibili, immaginabili e meno immaginabili, perché questo libro risulti un po’ ostico alla prima lettura.
D’altro canto, come è stato segnalato da più parti, è indubbiamente un libro importantissimo. Per un po’ di ragioni: innanzitutto è un libro scientifico che sta vendendo decine di migliaia di copie e non succede quasi mai, salvo a opere più divulgative che strizzano l’occhio ai lettori, mentre questo libro l’occhio non lo strizza mai (anzi!) e, nonostante questo, sta continuando a vendere moltissimo.
In seconda istanza perché ha aperto un dibattito obiettivamente enorme. Però, intendiamoci, il dibattito enorme non l’ha aperto nell’accademia, a cui formalmente appartiene: in università, che io sappia, se ne sta parlando molto poco. Ha aperto un dibattito in quella che un tempo si chiamava la “società civile”, per cui L’alba di tutto viene letto da chi lo deve leggere, da chi ha voglia di leggerlo, da chi ha sentore che lì c’è qualche cosa di interessante, e poi va a cercarsi dei luoghi dove discuterne. Da un certo punto di vista è molto ovvio che sia così, e proverò ad articolare il perché.
Dunque un libro difficile, un libro scientifico, accademico, che è completamente dentro a un certo sistema di conoscenza, duro da leggere, che però si trasforma immediatamente, fin dalla sua uscita, in un libro importantissimo che viene ampiamente dibattuto soprattutto fuori dalle aule universitarie. È davvero qualcosa di interessante, io non ho memoria di altri libri, almeno negli ultimi decenni, che siano riusciti a fare un passaggio di questo tipo, cioè a essere molto più discussi fra gli attivisti, ricercatori indipendenti, curiosi, ecc., che non nell’istituzione preposta al cosiddetto sapere alto. lo stessa mi trovo a fare per la terza volta una presentazione de L’alba di tutto, cosa che non mi era mai successa con altri libri: di solito si presenta il libro appena esce, poi l’eco si spegne; questo invece continua, e continua soprattutto, anche questo è un elemento di enorme interesse, negli ambienti politicamente più attivi. C’è qualcosa ne L’alba di tutto che politicamente è rilevantissimo, solo che – siccome è un libro così difficile e così magmatico, perché appunto questo genere di cose cominciano a essere dicibili adesso ed è problematico scriverle in modo semplice – bisogna capire cos’è, qual è la parte del libro che effettivamente è politicamente indispensabile oggi, che ci attira, che sta attirando decine di migliaia di lettori, ma che non è così facilmente articolabile.
Allora, in questa prima parte vi vorrei proporre la mia interpretazione di che cos’è così importante nel libro di Graeber e Wengrow, e poi, nella seconda parte, andremo a vedere come si intessono i fili per definire questo quadro.
Qual è il punto focale de L’alba di tutto, che lo rende politicamente così incandescente, e che però è malamente articolabile? Mi verrebbe da dire che è un punto che in teoria sarebbe anche molto semplice, nel senso che ci sono soggetti, popolazioni nel mondo che lo capirebbero immediatamente. Queste direbbero: “Ma sì, certo, sono decenni, centinaia di anni che noi vi diciamo questa roba qui, siete voi che siete sordi”. Per noi invece (dove per “noi” intendo, in modo un po’ raffazzonato, “i bianchi”, quindi i figli, nipoti, pronipoti delle nazioni coloniali, nonché di tutti coloro che si sono mossi verso questa forma di vita), qual è per noi il punto nodale del libro che è più difficilmente intuibile?
C’è qualcosa che va a contraddire completamente quello che per noi è un presupposto fondamentale. È proprio come se tagliasse alle caviglie un palo, o forse il palo portante, della nostra visione del mondo, il modo in cui noi interpretiamo gli esseri umani, la storia, la società… Appunto: l’alba di tutto, del modo in cui noi interpretiamo tutto. Il movimento di questo libro è talmente drastico che a volte si fa fatica ad ammetterlo, è come se ci fosse sempre un punto di fuga che si fa fatica a vedere proprio perché è doloroso, quindi è come se a un certo punto ci si volesse riparare dalla proposta di questo libro.
Ecco, c’è un punto a partire dal quale questo libro diventa molto più chiaro. Provo ad articolarlo. Detto proprio in sintesi (poi ci entrerò con più agio), il punto da cui il libro diventa improvvisamente chiaro è il rifiuto dell’idea del progresso moderno.
Se ci mettiamo in una prospettiva di contrasto all’idea stessa del progresso moderno, questo libro è chiaro, solo che noi siamo completamente costruiti – dove per “costruiti” in antropologia si intende proprio fin nel funzionamento delle cellule – dall’idea del progresso e dall’idea che il progresso è l’unica forma possibile di evoluzione storica. Se invece usciamo, se ce la facciamo a uscire, costruiti come siamo, dall’idea di progresso, i punti vanno in ordine.
Però, vi ripeto, uscire dall’idea di progresso è un movimento che possiamo fare intellettualmente, non è facilissimo ma ce la si fa; ma farcela emotivamente è un casino, perché ci viene impiantata fin dalla primissima infanzia e poi in maniera battente in tutto l’impianto dell’istruzione; fin dalla scuola elementare, tutto il curriculum si basa sull’idea di progresso, quindi quando arrivate in quinta superiore, se avete resistito per i tredici anni precedenti, il progresso fa parte intrinseca del modo in cui vedete la realtà, anzi dovete vedere la realtà, perché se non la vedete in quei termini siete effettivamente degli esclusi, siete degli outsider rispetto all’asse portante della cosmovisione moderna.
Proviamo a vedere che cos’è la modernità, proviamo a fare una brevissima, fulminea analisi storica della modernità e proviamo a vedere perché due come Graeber e Wengrow hanno consapevolmente deciso di attaccare la modernità e il suo mito fondante: il progresso. In un altro testo, Graeber ha scritto una frase molto bella sullo Stato, che penso sia replicabile pari pari anche per la modernità. Ha scritto qualcosa tipo:
«lo Stato ha un carattere particolarmente duale, mentre da un lato si presenta come il luogo dei diritti, della democrazia, della vita civile, ecc., dall’altro lato invece non fa che opprimere i suoi cittadini».
Per la modernità vale uguale, anzi di più, come se valesse all’ennesima potenza: la modernità è quella forma umana, quella forma di civiltà che si presenta come l’unico luogo possibile della vita civile, della democrazia, del benessere, della pace, del progresso materiale, ecc. (questo dal punto di vista della auto-presentazione della modernità), mentre nei fatti essa non fa che opprimere gravemente tutti coloro che ci entrano in contatto.
Proviamo ad approfondirlo, perché per noi questo non è affatto ovvio, e non tanto per colpa nostra, ma per come la storia ci viene insegnata e quindi – salvo aver fatto dei lunghi percorsi di affondo nelle, per fortuna disponibili, contro-storie e contro-narrazioni – è difficile scuotersi di dosso quest’idea per cui la modernità farà pure schifo, però in fondo è il migliore dei mondi possibili.
Proviamo a vedere qualche dato. La modernità nasce nel 1492, è una data comodissima. Vi parlo da genovese: un tizio che è stato attribuito, non so se fondatamente o meno, ai miei concittadini, si dice che “scopre l’America” (e già qui potremmo aprire moltissime parentesi). Nello scoprire l’America questo tizio causa, nell’arco degli ormai oltre cinque secoli che ci separano da quel momento, la catastrofe più colossale nella storia della Terra, almeno quella a noi nota.
Che cosa è stato esattamente il colonialismo? Fate la prova: quelli tra voi che hanno figli, nipoti, amici che vanno a scuola, provate a prendere i libri di storia delle elementari, delle medie e delle superiori, e andate a vedere come viene trattato il colonialismo in quei manuali. In quelli più “illuminati”, ancora oggi, il colonialismo viene tendenzialmente liquidato in un paio di pagine, il cui senso generale – e non penso sia colpa degli autori, penso che ci siano proprio delle direttive a livello di pubblicistica scolastica nazionale – è: sì, c’è stato qualche piccolo danno collaterale, a volte neanche così piccolo, però sostanzialmente il processo di colonizzazione è stato un espandere la civiltà. Quindi noi cresciamo sentendoci ripetere, volta dopo volta, che sì, per carità, non è stato un pranzo di gala, però in fondo il colonialismo è ciò che ha portato gli antibiotici, gli ospedali, la salvezza in Cristo, la scolarizzazione, le strade, l’industrializzazione, ecc. Ora vediamo, in maniera fulminea, la controstoria del colonialismo.
Proviamo a fare questo paragone: se io vi chiedessi quanta gente è morta nei campi di sterminio nazisti? La risposta sarebbe tra i cinque e i sei milioni, c’è chi dice tra i quattro e gli otto, è un calcolo spannometrico dell’atrocità, ma più o meno saremmo tutti d’accordo, e lo saremmo perché c’è stata una generazione di storici nata dopo gli eventi – quindi che comincia a essere operativa negli anni Ottanta – che l’ha studiato (mi viene in mente un testo bellissimo di Zygmunt Bauman, tanto per fare un nome (2). Allora, questi storici si chiedono: “Cosa è successo effettivamente?”, aprono gli archivi, fanno indagini storiche e propongono una operazione, diciamo civile, democratica, di diffusione di questa conoscenza, puntando il dito sul fatto che in quel periodo lì, in quella maniera lì, così atroce, sono morte almeno quattro o cinque milioni di persone, forse di più. Quindi noi ne abbiamo consapevolezza, è una consapevolezza culturalmente agita (poi possiamo anche vedere come questa consapevolezza sia stata manomessa…), ma culturalmente siamo tutti consapevoli che in quel momento si è verificato un disastro di quella portata.
E se vi chiedessi quanti sono i morti da colonialismo? Lo sappiamo? No. Questo è il punto. Il punto è proprio questo, che non lo sappiamo. Il fatto che noi non lo sappiamo dice che il colonialismo è il primo, vero, fondamentale “peccato” della modernità, peggio del capitalismo, molto peggio – e vi parlo da ex marxista, non del tutto pentita – e però noi non ne sappiamo niente (nota a piè di pagina: il capitalismo è possibile grazie al colonialismo, se non ci fosse stato il colonialismo non ci sarebbe stato il capitalismo). Siamo talmente avvezzi a considerare la modernità come sostanzialmente una strada di progresso con qualche piccolo margine di danno che non ci viene neanche in mente di chiederci: “Ma effettivamente quanto danno ha fatto la modernità che si basa sul colonialismo?”. Allora, quanti morti ha fatto il colonialismo?
Ci sono delle cifre, ancora più spannometriche di quelle dei morti nei campi nazisti. Alcuni storici, a seconda delle propensioni individuali, tendono a calcolare all’eccesso, cioè un po’ all’ingrosso, altri sono più cauti, quindi calcolano soltanto i morti ragionevolmente sicuri. La categoria di storici che ragiona più all’ingrosso ipotizza 350 milioni di morti, su una popolazione terrestre che però non era di otto miliardi come oggi, ma era forse di mezzo miliardo. Quelli più cauti, a cui mi attengo perché trovo più sensato attenersi ai dati sicuri, parlano di 200 milioni di morti. Facciamo due calcoli: 200 milioni di morti, su un arco di circa quattro secoli di colonialismo dispiegato, fanno 50 milioni al secolo, e cioè 5 milioni a decennio, che è una cifra del tutto paragonabile a quella dei campi di sterminio nazisti. Di cui però non sappiamo niente. Il colonialismo è, dal punto di vista del danno al vivente umano (perché poi si potrebbe parlare anche dei non umani, delle piante, degli alberi, degli animali, delle terre, dell’estrattivismo, delle miniere, ecc.), solo a livello degli umani il colonialismo è completamente paragonabile all’impresa dei campi di sterminio nazisti, spalmata su quattro secoli con la medesima intensità.
Immaginiamoci il livello di orrore. Il dato straordinario è che siamo talmente dentro la cosmovisione moderna, quella che ci fa pensare che in fondo in fondo la modernità è l’unica forma umana possibile, che continuiamo a camminare, a edificare, a prosperare (quelli che prosperano) su questa quantità di morti senza saperlo. Non ce lo diciamo. È come se fosse un rimosso, qualcosa che viene escluso dalla coscienza perché, se lo porti a coscienza, ti viene da battere la testa nel muro. Questo forse, dal punto di vista antropologico, è il peccato fondamentale.
Poi, da un punto di vista più classicamente marxista, si passa immediatamente dopo al capitalismo. Ora, sul capitalismo non mi soffermo granché, perché c’è tutta la letteratura variamente marxiana o marxista sull’accumulazione primitiva che è magnifica e a cui si può fare riferimento, mentre sul colonialismo non c’è ancora molta letteratura accumulata. Il capitalismo, di nuovo, è un danno sostanziale agli umani, poi alle terre, alla possibilità di tenuta delle relazioni, alla variabilità dei modi di vita e via dicendo.
Abbiamo poi il terzo asse portante della modernità, quello che forse rischia di essere il punto più delicato, ed è quello della scienza, o se preferite dello scientismo. Così come siamo stati convinti che il colonialismo in fondo ha esportato la civiltà, che il capitalismo in fondo farà qualche danno ma è l’unica forma economica possibile (perché tutte le altre forme sono pre-economiche, selvagge, arretrate, poco civilizzate, ecc.), siamo anche stati abituati, fin da piccolissimi, a pensare che l’unico modo valido di conoscenza sia la scienza, e che tutti gli altri modi sono primitivi, superstiziosi, sbagliati, ecc. Ma la superiorità della scienza non si costruisce in base a una sua effettiva superiorità di tipo conoscitivo: si costruisce in base al fatto che l’Occidente coloniale ha dietro le spalle le università, gli eserciti e la distribuzione geopolitica di forze. È un’altra mazzata emotiva, me ne rendo conto…
Un esempio che faccio spesso: sei l’ultimo o l’ultima occidentale sopravvissuta a una bomba intelligente che ha distrutto esclusivamente la civiltà moderna, sei l’ultimo rimasto perché ti trovavi in mezzo alla selva amazzonica, e ti trovi a discutere con una signora amazzonica che ti dice che le cose non cadono per terra perché c’è la forza di gravità ma perché uno spirito le richiama. Chi di voi due ha ragione?
Ha ragione lei! Perché? Perché loro sono in cento e tu sei da solo. Quello che noi siamo abituati a leggere come il sistema di veridizione assolutamente oggettivo e che dice l’unica possibile verità oggettiva sul mondo, che è la Scienza con la S maiuscola, o meglio lo scientismo (perché poi le scienze, di fatto, sono delle cose molto più belle, più simpatiche) è questa schifezza qua, l’idea che solo noi abbiamo la conoscenza vera. Ma quest’idea, che in noi è assolutamente radicata, quindi ci agisce continuamente, dipende dal fatto che abbiamo dietro le spalle la geopolitica degli Stati coloniali, i loro eserciti e tutto il loro impianto accademico, perché se non ce l’avessimo la nostra sarebbe una interpretazione molto interessante, carina a volte, ma niente più di una interpretazione tra le tante. Lo so che questa cosa è una mazzata, che fa male, per cui se c’è qualcuno che si sente ferito da quello che sto dicendo sappia che ha tutta la mia comprensione.
Poi ancora, altro vecchio cavallo di battaglia marxiano: con la modernità nasce quello che è stato chiamato lo Stato-nazione, e cioè un modo di organizzare politicamente la società che permette un livello di controllo altissimo sulla popolazione. Lo Stato-nazione sostanzialmente è questo, e qui c’è il fantasma, diciamo così, di Foucault, la bio-politica, la microfisica del potere, il controllo delle popolazioni, il quadrillage, tutta questa roba qui.
Altra cosa, di nuovo, a cui noi non solo siamo abituati fin da piccolissimi, ma che progressivamente ci sembra sempre più normale. Pensate soltanto a quanto è andata avanti la digitalizzazione della vita dal 2020 a oggi: in cinque anni sono stati normalizzati tutta una serie di dispositivi che cinque anni fa non avremmo accettato con tanta facilità, poi la crisi Covid ha permesso quella normalizzazione. Vi dicevo che in quanto vetero marxista non sono del tutto pentita: ad esempio da un punto di vista banalmente marxista, la crisi Covid è stata una crisi di accumulazione, o se preferite un episodio di accumulazione primitiva, che ha permesso il passaggio, l’accelerazione, da una certa forma di produzione a un’altra ormai completamente integrata con la digitalizzazione. E comunque tutto nell’ottica di un controllo che è talmente tanto delegato agli Stati-nazione da mettere in crisi persino taluni dei fondamenti capitalistici.
In questo momento la geopolitica è, contemporaneamente, una lotta tra bande capitaliste e una lotta tra entità statali territoriali di controllo della popolazione. Tutto questo sembra ancora lontanissimo dal libro di Graeber e Wengrow, ma in realtà ci stiamo girando attorno e ci stiamo avvicinando.
Ancora un’altra cosa, il concetto di “individuo”, altra invenzione della modernità. L’individuo è la forma umana attrezzata per pensare di essere, e per dover essere, il più indipendente possibile da qualsiasi altra forma umana e da qualsiasi attaccamento ad alberi, terre, animali, radici, famiglia, ecc., un modo umano concepito per essere altamente isolato.
Ora, di nuovo, ci è talmente connaturata questa visione dell’individuo che, quando incrociamo qualcuno che non è un individuo, facciamo fatica a interpretarlo. Faccio un esempio che ci capita continuamente nelle consulenze antropologiche che facciamo come “Laboratorio Mondi Multipli”: capita spessissimo che degli operatori, ad esempio dei centri di accoglienza, arrivino preoccupati perché c’è qualcuno che non ne vuole sapere di dover restare per sei mesi fermo sul territorio italiano prima di avere uno straccio di documento che gli permetta di circolare, perché, stando fermo, non può mandare i soldi alla famiglia.
Tutta l’angoscia degli operatori è che tu non puoi essere qua, con il viaggio tremendo che ti sei fatto, e stare ancora a pensare alla famiglia. «Lascia perdere la famiglia al paese, lascia perdere che tua sorella deve andare in ospedale, che i tuoi devono costruire il tetto… Pensa a te, non mandare quei quattro soldi di paghetta che ti diamo a casa», che è esattamente il ragionamento che faremmo noi. Noi, in quanto individui, tendenzialmente penseremmo a sopravvivere personalmente, e solo dopo, casomai, penseremmo agli altri. Coloro che sono costruiti non come individui (tecnicamente si potrebbe dire come “dividui” o “condividui”), invece, vivono le relazioni in una maniera completamente diversa dalla nostra, che noi a malapena riconosciamo.
Tutto questo: il colonialismo, gli Stati nazionali, il capitalismo, la Scienza, l’individuo (e non sto neanche menzionando l’uniformazione dei modi affettivi, ne parla tantissimo Silvia Federici (3) come uno dei sistemi di controllo della popolazione, per cui da una pluralità relazionale costruita sostanzialmente su base locale si passa, nell’arco di due secoli, alla famiglia mononucleare, per farla molto semplice), tutto questo, dicevo, configura un assetto assolutamente specifico della modernità, specifico anche rispetto ad altre forme imperiali dell’antichità (sulla contemporaneità sarebbe da vedere ma dell’antichità sicuramente), per cui la caratteristica fondamentale dell’impianto moderno è quella di ridurre tutta la variabilità, umana e non umana, a una sola forma possibile.
Ci sono molti modi di sussistenza, moltissimi: tutti quanti devono essere ridotti al modo di sussistenza capitalista. Ci sono molti modi di organizzare la società, alcuni addirittura acefali, in cui non c’è un capo, un re, un vertice gerarchico: malissimo, tutti quanti devono essere subordinati al solo modo plausibile che è quello dell’organizzazione gerarchica statale. Ci sono molti modi di contatto con il non umano, possono essere modi animistici, spiritici, ecc.: molto male, tutto deve essere ridotto all’unico modo possibile, che per un lungo periodo sostanzialmente è stato quello del cristianesimo (e il cristianesimo, tra l’altro, continua, in un certo modo a spianare la strada all’universalismo moderno). Da un certo punto in avanti quel contatto lì è stato tagliato, è quello che Weber ha chiamato la modernità disincantata (4), il disincanto totale: l’unico modo di relazionarsi con le forze non umane è quello di non relazionarsi affatto, di essere convinti nel proprio intimo che quelle forze lì non esistono; e se anche, nel proprio intimo, uno non ne fosse particolarmente convinto, è meglio che non ne parli se non vuole passare per pazzo.
Allora, questo è una sorta di schiacciasassi, è qualcosa che passa e riporta tutte le variabilità, tutte le alternative, a un’unica scelta possibile che viene descritta – e qui siamo davvero al cuore della proposta di Graeber e Wengrow – non solo come l’unica possibile perché la imponiamo con la forza (questo sarebbe troppo facile!), ma è l’unica possibile perché è l’unica buona, ed è per questo che siamo in diritto di imporla con la forza.
Perché secondo noi tutte le alternative fanno schifo. La nostra è l’unica sensata. E perché la nostra è l’unica sensata? Perché è l’unica che si basa sul Progresso, con la P maiuscola, cioè su un’idea di miglioramento costante, continuo nel tempo, incrementale, infinito, che ci permetterà sul lungo periodo di superare tutti i problemi connessi alla condizione umana. Avremo da mangiare quanto ne vogliamo, non solo per la sussistenza ma per soddisfare ogni stranissimo desiderio; potremo spostarci tanto velocemente quanto vorremo e potremo visitare ogni luogo sulla Terra e anche nel sistema solare perché avremo l’attrezzatura tecnica per farlo; ma non basta (e qui c’è lo svalicamento che in questo periodo storico sta cominciando a farsi sentire molto forte): siccome siamo così ben lanciati sulla via di un progresso intrinsecamente buono, riusciremo anche a risolvere tutti i problemi causati dal Progresso con un surplus di Progresso. Tutti i guai causati dalla tecnica e dall’industrializzazione? Non c’è problema, perché li risolveremo con più scienza, più tecnica, più industrializzazione. Avanti così!
Ecco, questa idea di progresso è l’elemento che bisognerebbe, nei limiti del possibile, riuscire in qualche modo a scardinare all’interno di noi stessi per leggere e comprendere davvero il libro di Graeber e Wengrow. Se lo leggete al di fuori dell’idea del progresso come unica direttiva e direttrice storica possibile e buona, questo libro ha un senso…
Note
(1) David Graeber e David Wengrow, The Dawn of Everything (2021). Edizione italiana:L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, Milano, 2022.
(2) Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto (1989), il Mulino, Bologna, 2010.
(3) Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, Milano, 2020.
(4) Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1905), Rizzoli, Milano, 1991.
(continua)
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Al commento n. 14.
Caro Guido, quando leggo espressioni come “guidati da un misterioso suonatore di flauto“, “si gettano nel mare e vi annegano“, “la storia ha un senso per i lemming“, “sfocia in un suicidio collettivo“, mi viene il sospetto che l’autore sia più interessato a una NARRAZIONE che a un FATTO.
Non contesto che i lemming possano andare incontro a mortalità elevate durante le fasi di dispersione. Contesto invece il salto da un fenomeno ecologico (sovrappopolazione vs carenza risorse) a una metafora del destino.
Per certi aspetti il loro comportamento mi ricorda quello degli gnu nelle grandi migrazioni del Serengeti. Anche loro affrontano attraversamenti pericolosi, molti vengono predati o muoiono lungo il percorso. Si gettano in massa fra le fauci dei coccodrilli eppure nessuno parla di “suicidio collettivo” o di una misteriosa vocazione degli gnu alla morte.
Mi chiedo perché questo tipo di mitologia sia nata attorno ai lemming e non agli gnu.
Forse la storia di questi ultimi non si prestava altrettanto bene a rappresentare il conformismo, il progresso cieco o le paure della modernità?
E questo mi fa pensare che il MITO dei lemming ci dica più sugli esseri umani che sui lemming.
Vaccinarsi è come giocare alla roulette, anche quando si perde non si riesce mai a smettere!
No, Guido, non vanno verso la morte, migrano per trovare nuovi territori. Wikipedia spiega perché:
I lemmini della Norvegia settentrionale sono uno dei pochi vertebrati che può riprodursi così rapidamente da dare origine a fluttuazioni caotiche, anziché seguire una crescita uniforme verso il numero massimo di individui o ad oscillazioni regolari.
È credenza comune che i lemmini commettano un suicidio di massa durante le migrazioni, ma questa opinione popolare non ha nessun fondamento scientifico. I lemmini migrano spesso in gruppi numerosi, e di conseguenza molti di loro periscono per cause accidentali oppure per la pressione degli altri individui che può causarne la caduta in corsi d’acqua, dirupi, ecc.
Comunque non esistono condizioni stazionarie in natura.
Al commento n. 3.
Infatti quella dei lemmings è la descrizione di un FATTO che accade ogni 20-30 anni in alcune valli nordiche, e NON di un “suicidio collettivo”, perchè quei piccoli roditori non sanno che vanno verso la morte. Sta di fatto però che quella valle si riporta in questo modo in una condizione stazionaria per continuare a “vivere”. Una “consolazione”: molti lemmings (di solito circa il 20%) tornano indietro, e sono gli ultimi della corsa, o qualcuno che si trova ai lati e va “un po’ più lentamente”.
Io credo che la vera Scienza non abbia certezze, si metta sempre in discussione e sia per sua natura contro ad un certo tipo di Progresso. Il problema nasce quando la Scienza è asservita a multinazionali che spingono verso un Progresso che schiavizza l’uomo nel lavoro e che lo costringe a consumare cose di cui non ha assolutamente bisogno.
Pensavo che il libro “L’alba di tutto” facesse una interessante analisi antropologica partendo dagli albori della civiltà, stando all’immagine messa in copertina, invece parte in modo sconcertante dall’inizio del Rinascimento, individuandolo come la causa di tutti i mali. Ma basta fare una visita a Firenze per rendersi conto che non è così, per lo meno per me!
…….. E quindi si scopre che il mitico Cominetti è uno di quelli a cui ho eroicamente salvato la vita dal Covid facendomi vaccinare per ben tre volte! Lui adesso gode di ottima salute, dorme 10÷12 ore a notte e non è come me colpito da sindrome da Long Covid, stanchezza cronica, dolori articolari, trombosi in agguato e invecchiamento precoce! Come minimo mi deve una birra, anzi tre e medie!
Merizzi non generalizzare alla Crovella, per favore.
Terrapiattisti, no vax e disprezzatori della scienza sono persone assai diverse tra loro.
Lo dico perché non mi sono vaccinato ai tempi del Covid e sono convinto di avere fatto bene. Penso che la Terra sia sferica (leggermente schiacciata ai poli) e credo che alla scienza dobbiamo moltissimo in ogni campo. Possiamo esercitare il dubbio, come fa proprio la scienza stessa nel suo agire, quando grandi interessi economici ne possono inquinare i propositi.
Accusare di complottismo, poi, chi non prende come oro colato ogni cosa che gli viene propinata è decisamente fuori luogo.
Generalizzare è comodo, ragionare è spesso scomodissimo.
Ho sul comodino una pila di libri che vorrei leggere ma il tempo che ho mi impone un’accurata selezione. Questo qui non penso di impilarlo nei miei propositi di lettura. Dormo dalle 10 alle 12 ore a notte e non mi piacciono i pesci. Li lascio liberi.
Ma le colonie non c’erano anche ai tempi dell’impero romano?
Mi sembra un concentrato di grassa ignoranza, da terrapiattisti no vax che disprezzano la scienza. Comprensibile che il libro a livello accademico non venga considerato. Solo i polli abboccano!
Bisognerà davvero leggere il libro. Per quanto riguarda la presentazione, trovo abbastanza curioso che si critichi il “mito del Progresso” partendo da una dichiarata e ovviamente rispettabilissima formazione marxista, visto che questo mito, con la direzione della Storia è tutto il resto, e’ proprio l’ elemento centrale fondante di tutta la dottrina ortodossa. Niente potrebbe essere più’ lontano dal materialismo storico che improbabili riscoperte del “buon selvaggio”, o l’ ancora più’ improbabile attribuzione di pretesi valori spirituali alla semplice ignoranza. L’ escamotage retorico di introdurre un collegamento univoco tra capitalismo e Progresso (nel senso deteriore del termine) funziona solo sino ad certo punto.
s
“Anarco/comuniste” anche il correttore automatico fatica a mettere insieme le due cose 😀
“Anarco/comuniste” anche il correttore automatico fatica a mettere insieme le due cose 😀
Nell’ottica del “bigino” trovo questo più utile, anche se come sempre bisogna andare alla fonte per verificare il sospetto che pur criticando la tesi del buon selvaggio alla fin fine si ricorra sempre a un qualche passato più o meno remoto per fondare la realizzabilità delle proprie utopie, nel caso di uno degli autori “sbarco/comuniste” , ardita composizione.
https://www.ilmanifestoinrete.it/2022/06/19/lalba-di-tutto-ci-parla-del-futuro/
Per esprimere la propria legittima e comprensibile valutazione critica della contemporaneità non ci dovrebbe essere bisogno di rivoltare/sfrugugliare ogni volta secondo convenienza la storia dell’evoluzione della nostra specie ne’ di immaginare una mitica età felice perdura. E’ ormai assodato che l’idea di Progresso, come quella dell’Apocalisse o dell’Arcadia sono costrutti mentali. Un nostro prodotto, con il quale cerchiamo di dare un senso ad una vita che forse un senso non ce l’ha, come canta il bardo di Zocca. Questo è il tempo che ci è dato di vivere, con questo dobbiamo fare i conti, come succede per ogni generazione, nel bene e nel male. Poi per il futuro si vedrà. E’ se tutto sto’ casino che dura da quando il nostro cervello ha iniziato a ingrandirsi in modo straordinario fosse solo frutto di casualità? Anche questo è un costrutto mentale che può avere una sua validità consolatoria. Comunque il libro tocchera’ leggerlo perché questa sintesi sinceramente non mi soddisfa molto.
Mentre in Occidente si moltiplicano gli studi sugli orrori del colonialismo, altrove gli indigeni aspettano con impazienza di raccogliere i frutti del capitalismo.
@ Balsamo
Grazie , non sapevo nulla.
Speriamo che gli umani si accorgano per tempo dell’insidia.
“Molto interessante , sia per i lemming che per gli umani.”
Già. Peccato che il “suicidio collettivo” dei lemming sia un mito completamente inventato.
Almeno per i lemming.
Per gli umani non saprei. Sapranno comportarsi diversamente da una colonia di batteri su una piastra di Petri?
P.S. Alcuni batteri sono avvantaggiati: possono entrare in quiescienza quando non ci sono più le condizioni per fare “baldoria estrema“, restarvi per lungo tempo e svegliarsi in momenti migliori.
Azz !
Molto interessante , sia per i lemming che per gli umani.
Un mio cugino che fa il veterinario diceva che esistono dei batteri che raddoppiano di numero ogni tot ore : se li metti in un contenitore fanno baldoria estrema fino a quando occupano metà del contenitore, e dopo tot minuti raddoppiano e muoiono tutti.
La Natura ha vie segrete per guidarci.
I lemmings sono piccoli roditori del Nord-Europa e dell’Asia simili ai nostri topi campagnoli. In determinati periodi essi abbandonano le Alpi della Scandinavia in gruppi numerosi, come guidati da un misterioso suonatore di flauto, e si dirigono verso il Mare del Nord o il Golfo di Botnia. Lungo questo tragitto, che è il loro senso della storia, essi subiscono gli attacchi dei carnivori o degli uccelli predatori che li distruggono a migliaia. Malgrado tutto, essi proseguono la loro strada e, raggiunta la meta, si gettano nel mare e vi annegano.
La storia ha un senso per i lemmings e per la civiltà occidentale: essa sfocia in un suicidio collettivo, prima della “planetizzazione” di una specie. Ogni individuo vede però in questo slancio ultimo una marcia verso una situazione migliore. Più i lemmings si allontanano dal punto di partenza, dicono i naturalisti, più sono eccitati; nulla li può fermare; davanti a un ostacolo sibilano e digrignano i denti per la collera.
Anche noi, ben lontani ormai dalle nostre origini, sentiamo profondamente che nulla deve intralciare la nostra marcia verso ciò che chiamiamo il Progresso.
(Jean Servier, L’uomo e l’Invisibile, Ed. Rusconi, 1973)