Lamentazioni di un Monte

Lamentazioni di un Monte
(con annessa prima salita scialpinistica, o quasi)
di Lorenzo Barbiè

Mi chiamo Grand Fond, Punta Sud e sono alta 3528 m. Ho una sorellina poco discosta, Punta Nord, che è anche un poco più bassa, 3474 m. Con queste altezze, se fossimo sorte in qualche altro punto della catena alpina, potremmo essere mete conosciute, ambite e anche invidiate. Invece eccoci qua, neglette e abbandonate, piantate su una cresta che divide due valloni, che già di loro vantano scarse presenze umane. Noi, di questa cresta, subiamo il fascino ed anche un po’ la prepotenza di quella signora montagna che sta al culmine, dominatrice incontrastata del gruppo di montagne, le Graie Meridionali, di cui si dice noi facciamo parte. Ne è addirittura la cima più alta. Signori miei, qui sto parlando della Pointe de Charbonel, che con i suoi 3752 metri non ha rivali nel raggio di miglia e miglia. Come se non le bastasse l’altezza, riversa in ogni direzione i suoi fianchi impervi e possenti, offuscando noi miseri vassalli, che a lei sottostiamo. Sbirciando dalla mia immota posizione i fondovalle, constato che gli omini che van su e giù per i monti me li vedo normalmente percorrere, là in fondo, la Valle di Averole, e su quel monte posano sguardi perplessi e timorosi, soprattutto quelli che in tarda primavera desidererebbero calcare l’eccelsa vetta coi loro lunghi piedi. E già, perché lì il versante settentrionale si rivela in tutta la sua imponenza, lungo i quasi duemila metri che dal fondovalle raggiungono la cima. I sussurri del vento mi portano notizie di questi omini che arrancano sui suoi fianchi affrontando itinerari assai impegnativi. Occorre sapersi destreggiare nei suoi meandri, con passaggi spesso ripidi ed esposti. Alcune voci antiche narrano che questa montagna provenga da terre lontane, al di là della grande acqua; ma è solo una leggenda, credetemi.

Io mi chiedo perché, invece di sbavare e complicarsi la vita, gli omini non si avvicinano ai miei fianchi, che sono belli, lisci e sensuali. Dalla mia sommità distendo lenzuoli bianchi, che scendono giù, con eleganza, sul fondovalle del Ribon; è vero che talvolta non si mostrano così facilmente. Si potrebbe pensare che non esistano, ma la scoperta è un po’ il sale del gioco che fanno quegli strani omini con i piedi lunghi lunghi, che, dicono, servono per scivolare sulle nevi. Purtroppo sono un po’ ombrosa e ritrosa; la ritrosia talvolta fa brutti scherzi, quasi con pudore ritiro le nevi anzitempo, cosicché le conche ed i pendii meravigliosi che offro nessuno li vede, come se chiudessi uno scrigno di pietre preziose a chi si vuole adornarsi di belle gite.

E così passo il tempo nella solitudine. Vedo sì che qualche viandante raramente risale la Vallèe du Ribon, quella su cui si distende il mio versante occidentale, il più semplice a condurre qui sulla cima. Ma loro manco li notano i miei pendii, presi come sono dal dirigersi verso quell’altro monte presuntuoso che sta in fondo alla valle, che viene chiamato Rocciamelone; lui che si fa vanto di essere coccolato e calpestato dalle folle provenienti da quell’altra valle che io non vedo.

Ma, ma, ma… cosa sta succedendo? Ho appena buttato l’occhio giù in fondo e cosa vedo? Laggiù c’è un bel gruppetto di omini dai piedi lunghi (a dire il vero i piedi lunghi sono appesi ai loro sacchi). L’incredibile è che pare si siano avviati sui miei fianchi, su per i miei cari ed eterni pendii erbosi. Mi sporgo bene per capire cosa sta succedendo: sono curiosa.

*****

Ve la immaginate una valle himalayana piazzata quasi alle porte di Torino (il quasi è da intendersi in modo piuttosto elastico)? Da non crederci. Se non fosse che ho sotto gli occhi le carte della zona. Le carte hanno un’influenza devastante nel mio cervello, generano idee balzane che prima o poi sono intenzionato a realizzare. Da tempo buttavo l’occhio su questa vallata primordiale che prende il nome di Ribon. L’occhio lo avevo buttato anche da due cime, la Roncia e la Lamet, salite dal versante Moncenisio; queste si allineano sulla cresta della sinistra orografica. In realtà, se guardiamo le creste sia della destra sia della sinistra orografica, possiamo notare che esse sono composte da molti monti che superano la ragguardevole altezza di 3500 m, accentuando in tal modo il solco vallivo.

Il progetto iniziale e mai sopito era quello di ripercorrere l’itinerario descritto nel libro della SUCAI Dalle Marittime al Vallese con meta il Rocciamelone. Tale gita mi scatenava suggestioni, delle quali ancora oggi ne sono stimolato: l’idea è sempre quella di percorrere un vallone remoto o poco frequentato. A questo stimolo se ne è poi aggiunto un altro, quello della scoperta. E’ stato allora che lo sguardo si è distolto dalla meta originaria per spostarsi su una zona sconosciuta, dove per l’appunto è sita la Punta Sud du Grand Fond. I requisiti per una bella salita c’erano tutti, le linee di livello indicavano terreni idonei allo scialpinismo. Le scarse e scarne notizie che trovai su di essa non fecero altro che confermare la possibilità di una prima salita scialpinistica, cosa rara di questi tempi. Non restava che radunare un gruppetto di appassionati e passare all’azione.

Fu così che si racimolò una bella banda di skialp: alcuni con l’entusiasmo a palla, altri più perplessi, ma con una buona dose di rassegnazione e di grinta latente. Di rassegnazione e pazienza ce ne è voluta subito una buona dose, quando all’altezza di Bessans imbocchiamo il rettifilo che ci porta verso l’imbocco della Vallée de Ribon. Appena la strada si impenna per superare i ripidi fianchi di accesso alle valle, ecco che ci presenta subito un conto salato: la strada è interrotta dai residui di una grande slavina. Bello scherzo. Il trend delle motivazioni scende subito in picchiata, tendente allo zero, ma ormai siamo qui e il tempo è sul bello fisso. Non ci resta che scavallare questo ammasso di neve bitorzoluta e deporre piedi e scarponi oltre la valanga, dove ci attende una sterrata audace e totalmente priva di neve fino all’Alpe dell’Arcelle. E lì siamo già a 2140 m con 400 metri di dislivello saliti e uno spostamento da maratona; per consolarci pensiamo che ce lo sorbiremo anche in discesa. Ad incrementare l’entusiasmo e l’apprezzamento della “gita” eccoci a rimirare i pendii erbosi, di erba a ciuffi, quasi infiniti; sono il salto basale del vallone laterale che ci dovrebbe condurre sulla cima. Con una buona dose di masochismo ci avviamo sul percorso angoscioso ed intimista, nel senso che ciascuno interiorizza e sintetizza i propri pensieri nella semplice allocuzione “ma chi me lo ha fatto fare”. Raminghi come capre al pascolo, ci innalziamo sparpagliati su queste erbe prive di tracce di sentiero. Di zolla in zolla, di teppa in teppa, la monotonia è rotta da qualche sasso che prendiamo come riferimento e dalla linea del cielo che sovrasta il punto dove questa non sciata dovrebbe terminare.

E così è, se non fosse che il dislivello a secco è già di 800 metri abbondanti e lo spostamento di chilometri a iosa. Incredibilmente, giunti sui 2400 m e superato lo zoccolo basale, ecco l’apparizione! Innanzi a noi si para un pendio innevato perfetto ed invitante: arriva fin sulla cima. I mugugni si stemperano e si calzano gli sci. C’è chi freme alla vista della bella meta e si avvia con passo lesto, altri impostano passi regolari e cadenzati. Mancano ancora 1100 m di dislivello, ma sono poi quelli che danno un senso a questa gita, sono il succo di un frutto che stiamo per cogliere. Il frutto di una probabile prima salita in sci alla Punta Sud du Grand Fond, che detta così riempie quasi la bocca, quasi un riscatto per la sua riservatezza.

La salita ha ormai preso il suo andamento di classico scialpinismo. La cima viene raggiunta divagando su due percorsi; le caratteristiche del pendio consentono a ciascuno di interpretare i pendii come più gli aggrada; tratti ripidi, ma non eccessivi, sono alternati a qualche avvallamento intermedio. In comune percorriamo una cresta nevosa, con qualche precauzione per alcune cornici. Ed eccoci sulla calotta sommitale. Siamo appagati dall’ampio panorama, una costante di tutte queste montagne, ma soprattutto dall’idea di essere in un luogo remoto, praticamente incontaminato. E ora la discesa: memorabile fin dove c’è stata la neve, un firn pressoché perfetto, che per un po’ ci ha fatto dimenticare il polveroso avvicinamento fatto a piedi, che inesorabilmente dobbiamo percorrere in discesa.

Qualche anno dopo alcuni amici presenti in questa combriccola riuscirono a salire il Rocciamelone lungo l’intera Vallée du Ribon; purtroppo io non c’ero e ho perso così una bella occasione per ritornare tra quelle belle montagne. Ovviamente prima si informarono se la valanga, che ci bloccò all’inizio, era presente: non c’era, la strada era pulita, anche se dissestata.

Pointe Sud du Grand Fond 3528 m
Localizzazione: Vallèe de l’ Arc.
Partenza: Bessans, bivio Vallée du Ribon 1742 m, per chi ha mezzi idonei si può partire dalle baite de L’Arcelle 2140 m.
Dislivello: 1800 m, ridotto a 1400 se si raggiunge l’Arcelle.
Difficoltà: BS.
Tempo di salita: 6 ore (4 ore).
Periodo consigliato: inizio maggio (dopo l’apertura della strada del Moncenisio).
Esposizione: ovest, nord.
Cartografia: IGN 3634 E Bessans-P.te Charbonnel 1:25000; IGN AsF Mont-Cenis Ciamarella n.13.

Note
Nella Vallée du Ribon si è lontani da tutto. Già all’imbocco di questo profondo solco vallivo si coglie il senso di solitudine d’un ambiente poco alpino, che ricorda invece vallate andine o himalayane. Tutte le cime che lo fiancheggiano su entrambi i versanti sono montagne di altezze ragguardevoli, tra i 3400 e i 3700 metri. Sul fondo occhieggia l’elegante piramide del Rocciamelone: una visione d’alta montagna in aperto contrasto con il ben noto ed affollato versante valsusino. Le cime del versante destro orografico, che fanno capo al gruppo dello Charbonnel sono poco o per niente visibili dal fondovalle, nascoste da un ripido gradino che per 300-400 metri si sviluppa parallelo alla valle stessa. Forse a causa della non visibilità e di un accesso molto lungo, queste montagne e la nostra in particolare sono trascurate, tanto da meritare poche e scarne righe sulla guida CAI-TCI dei Monti d’Italia e nessun riferimento nella letteratura scialpinistica (l’unica relazione nota la troviamo sul libro della SUCAI relativamente alla salita al Rocciamelone). E dire che l’itinerario in questione è interamente sciistico fino in cima, tanto più sorprendente allorché si mette piede sul vallone sospeso dove finalmente si intuiscono le caratteristiche della salita. Il panorama dalla calotta nevosa della cima spazia un po’ ovunque con particolari scorci sulla Haute Maurienne.

Accesso
Da Susa SS25 del Moncenisio fino al colle, si scende lunga la N6 quasi al fondo della Vallée de L’Arc, da cui si prende il raccordo per Lanslevillard; si svolta a destra lungo la D902 del Col de l’Iseran D902. Si giunge nei pressi di Bessans sino al bivio della strada sterrata per la Vallée du Ribon, parcheggio sulla sterrata poco oltre il bivio o oltre sino a L’Arcelle..

Itinerario
Si percorre la sterrata, che, con un primo tratto in salita, raggiunge l’imbocco della Vallée du Ribon, dopo l’incastonato Oratoire de St. Antoine. Si prosegue alti sul fondovalle, lasciando sopra la strada l’Oratoire de St. Anne. Ci si inoltra nella valle raggiungendo i casolari di Pierre Grosse 2040 m, 1 ora, di Jaffa 2073 m e di Arcelle 2140 m, 1 ora, situato in una bella conca pianeggiante. Subito a sinistra delle case si risale l’impluvio del Ruisseau du Grand Fond, fin dove il terreno si fa più ripido, dopodiché, senza percorso obbligato e ricercando il passaggio migliore, si supera l’impervio gradone che impedisce la vista della parete superiore. Se ne raggiunge il bordo superiore a 2450 m c. (1.15 ore). Ci si immette nel Vallon du Grand Fond, ora evidente, e lo si risale fino a 2750 m c. Da qui sono possibili due percorsi: nel primo ci si alza sul ripido versante N posto sulla destra, effettuando poi un’ascesa in diagonale verso la cima che si vede bene. Si raggiunge una zona di ripiani a 3100 m c. A questi ripiani si giunge continuando sul fondo del vallone; si supera un tratto più ripido che conduce a un ripiano a 2950 m; si piega a destra superando un breve ma ripido pendio e si raggiunge un costone lungo il quale si perviene a dei pianori a 3100 m (1.30 ore). Si continua lungo i pianori fin sotto un valloncello che conduce ad un evidente colletto posto a destra della cima. Si risale interamente il valloncello fino al colletto, da cui si sale la nevosa cresta ovest, attenzione alle cornici sul versante meridionale. Superata una prima parte fino ad un roccione, si continua oltre, sci ai piedi, fino in cima (1.15 ore).

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Lamentazioni di un Monte ultima modifica: 2024-06-12T05:40:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Lamentazioni di un Monte”

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