L’ammissione all’Accademico

Intervista ad Alessandro Gogna
di Salvatore Gargioni
(per dettagli sul CAAI, vedi http://www.clubalpinoaccademico.it/)

Che cosa è, che cosa ha rappresentato inizialmente e che cosa rappresenta oggi il CAAI?
Il Club Alpino Accademico Italiano rappresentava inizialmente, poco più di 110 anni fa, la proclamazione d’indipendenza di una nuova repubblica, quella di coloro che pensavano che l’agire in montagna fosse sempre stato espressione di creatività. Una creatività che contraddistingueva le persone che vedevano nella montagna alcuni valori ideali, insostituibili, che poco avevano a che fare con altre motivazioni materiali ed economiche (che in questo modo venivano, secondo me a torto, interamente attribuite al mondo professionale delle guide alpine). In quell’interamente sta l’equivoco che dura tuttora: giusto riconoscere realtà ai valori ideali e “superiori”, ma ingiusto attribuire ad altri, come categoria, i valori venali e “inferiori”. L’impossibilità tecnica di questa divisione e contrapposizione (sancita anche dal regolamento) è stata vista da pochi, forse perché dava gioco a chi, in questa divisione, faceva prosperare il proprio bisogno di attribuirsi meriti e capacità, prima quasi esclusivo appannaggio delle guide alpine.

Oggi non è che da questo punto di vista sia cambiato molto. Sono dell’opinione che, per valutare se un singolo sia degno di essere accademico, non bastano poche righe di regolamento. Su ogni individuo che fa richiesta d’ammissione dovrebbe essere istruito un piccolo “processo” ad personam, con criteri di valutazione molto diversi da quelli attuali. Naturalmente questa è soltanto un’opinione…

Mi permetto una precisazione alla domanda appena fatta: rappresentava un riconoscimento al valore alpinistico, soddisfaceva un’ambizione personale, partecipata dall’élite del CAI, quando il semplice andare in montagna ad un certo livello era già una distinzione?
Certamente sì. Anche se, in qualcuno, certamente la minoranza, prevaleva il genuino desiderio creativo, cui l’aspetto sportivo e i riconoscimenti dovevano soltanto inchinarsi. Come in tutte le associazioni, le motivazioni erano certamente varie, il che di solito costituisce una ricchezza. Non voglio qui demonizzare l’ambizione, anzi voglio sottolinearne l’indubbio valore e la necessità. L’ambizione è una spinta, dunque tende a muovere e a combattere l’immobilismo di un “privilegio” acquisito con la nomina.

Il CAAI e lo stesso CAI erano riconoscimenti – riferiti agli alpinisti – che la società spesso criticava. Cosa spingeva a raggiungere questo traguardo?
Secondo me allora la società non aveva né il tempo né la cognizione necessari per criticare l’andare in montagna. Dopo l’orgia di consenso sportivo e nazionalistico propria dei tempi del ventennio, c’è stata nel dopoguerra la voglia di riscatto, la gloria condivisa del K2, le aspirazioni a osannare gli “eroi” dell’alpinismo (Bonatti, Maestri, Buhl, Desmaison e la banda dei francesi dell’Annapurna). Dopo il ’68, il Nuovo Mattino e la restaurazione sportiva degli anni ’80 che dura tuttora, nel ristretto mondo culturale dell’alpinismo si affaccia il nuovo pericolo della société sécuritaire, tendente a ridurre l’individuo a consumatore totale, nel generale appiattimento d’interessi e motivazioni. Gli alpinisti, e in particolare modo gli accademici, sono chiamati a contrastare questa tendenza dilagante, coscientemente o meno. Il nostro non è solo un dovere, è anche un’esigenza che sentiamo. Questo dovrebbe spingere al “traguardo”: anche se, in assenza di una vera presa di coscienza, l’ambizione personale e piccina rimane comunque la motivazione più consistente.

In una riunione di molti anni addietro organizzata dalla Sezione di Cuneo del CAI si discuteva di spit. Euro Montagna ed io eravamo di ritorno da una visita a Matteo Campia, quando un carneade “spittatore” di professione se ne uscì con una frase che indignò la maggioranza dei presenti: “Ma l’Accademico a che cosa serve? E’ inutile…”. Trasalimmo e lo tacitammo indignati. Oggi l’affermazione troverebbe la stessa unanime risposta?
Non so quanto troverebbe unanime risposta. Non ho difficoltà a confessare apertamente che ritengo che il pericolo di inutilità esista eccome. Ma non perché il CAAI non spitti o non de-spitti, non perché non organizzi spedizioni extra-europee, non perché agisce in ombra, non perché possa essere considerato una congrega di ambiziosi élitari. Il pericolo di inutilità esiste quando i soci nella loro maggioranza non si rendono conto che la contrapposizione vecchia di più di 110 anni tra valori superiori e inferiori non può essere archiviata sotto una classificazione burocratica (accademici-guide). La contrapposizione deve invece continuare a vivere NEL singolo individuo: solo così si verificano le grandi spinte, i movimenti culturali. Le rivoluzioni non si fanno se si è da soli, ma neppure se le si lascia fare dagli altri senza farsi coinvolgere…

Anche il non realizzare il grande pericolo moderno che ci porta l’ossessione per la sicurezza rischia di costringere in un recinto di inutilità. Detto questo, anche il “carneade” di cui parlavi prima è passibile di giudizio di totale inutilità.

Una delle più belle e attuali iniziative del CAAI: il biennale Trad Climb Meeeting in Valle dell’Orco

Io stesso, per un breve periodo della mia carriera alpinistica – anni ’50/’60 – ho fantasticato (pronubo Euro Montagna) di candidarmi. Vanità? Ma oggi, quando la società richiede “Sicurezza senza avventure”, ha ancora un senso?
Vedi che anche tu la pensi come me? Nelle risposte date poco fa non sapevo che mi avresti fatto questa domanda… In effetti, più precisamente, la società richiede sicurezza nell’avventura. Subdolamente, la società (o, meglio, il movimento culturale che la sottende) non nega la parola avventura: perché ne ha bisogno! Dove andrebbero a finire tutte le società di assicurazioni in un mondo in cui tutto fosse “sicuro”? La società propone un ossimoro che non è neppure tale, perché l’opposto della sicurezza, cioè l’avventura, tende al valore zero tanto quanto il valore della sicurezza vorrebbe tendere all’infinito. La società propone la parola “avventura” ma uccide la sua essenza. Un inganno dunque, che i soci dell’Accademico dovrebbero essere in grado sempre di più di denunciare, in quanto esperti, perché con la loro attività alpinistica hanno vissuto in prima persona la contrapposizione sicurezza-avventura. E dovrebbero esserne “maestri”, perché l’hanno “risolta” con la loro “esperienza” individuale, unica, irripetibile, ma non patrimonio incomunicabile.

L’ultima assemblea nazionale del CAAI: Genova, 3 dicembre 2016

L’alpinismo stesso, inteso così come è nato: “Una avventura umana splendidamente inutile” è ancora possibile?
Non credo che l’alpinismo sia nato come “avventura umana splendidamente inutile”, perché anzi all’inizio era commisto con l’esplorazione e la scienza. Lo è diventato certamente in seguito e lo è tuttora nel momento in cui si libera, anche solo parzialmente, dalla vanità e dalla competizione. In un mondo di social e go-pro, dove veniamo informati anche dei rutti più o meno rumorosi, è difficile trovare concentrazione, anche per il socio accademico. Come fai a concentrarti quando sai che ti stanno seguendo centinaia o migliaia di persone? Perché qui “concentrarsi” è inteso “liberarsi dalla vanità”, sforzo che non produce nulla se ricercato affannosamente con la volontà, come se ci si dovesse allenare a quel proposito. La liberazione è questione di un attimo, una rivelazione. Il prodotto di un lungo colloquio quieto e sereno (anche se talvolta agitato) con se stessi. E non si produce mai al 100% come l’Illuminazione di Buddha sotto all’albero, lascia sempre spazi di miglioramento, come tutte le cose vive.

Penso che il compito dell’Accademico abbia oggi un’importanza superiore a quella dei primordi quando in fondo era una distinzione autoreferente: deve essere di riferimento al CAI, per mantenere viva l’idea stessa di Montagna che è utile quanto le cento deviazioni richieste dalla Società e fatte proprie dal CAI per convenienza o assimilazione. Per la mia consolazione, dammi una risposta positiva…
Te la do positiva, tranquillo… e le mie risposte precedenti lo confermano. Essere non dico faro ma almeno lanterna per la più variegata associazione del CAI è nostro dovere.

L’alpinismo è una sfida con se stessi e la montagna è lo scenario della sfida. Se di sfida si tratta devono convivere avventura, incertezza, rischio. Eliminando questi tre fattori è ancora alpinismo?
Indubbiamente l’alpinismo è una sfida. Molti compiono l’errore di pensare che, siccome anche lo sport e l’agonismo sono “sfida”, allora anche l’alpinismo è uno sport. Invece sfida, avventura, incertezza e rischio convivono, senza codifiche, nell’alpinismo. Senza questi quattro ingredienti l’alpinismo diventa altro. E per questo basta guardarsi attorno, ma sta a noi vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto…

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L’ammissione all’Accademico ultima modifica: 2017-05-30T05:27:32+02:00 da GognaBlog

15 pensieri su “L’ammissione all’Accademico”

  1. 15
    Emanuele Menegardi says:

    Il CAAI ha senso solo se rappresenta i testimoni dell’alpinismo non professionale e se sono pochi a desiderare di farne parte è perché manca quella cultura che porta a comprendere le motivazioni delle regole di ammissione.
    È l’attività e la passione degli accademici che può divenire una fonte di interesse per gli alpinisti non professionisti nei riguardi del Club.
    Gli alpinisti accademici devono, nel loro ambiente, dedicarsi con passione all’esplorazione, all’avventura, alla riscoperta, con una grande attenzione e rispetto per la storia, per l’ambiente naturale e una forte tensione verso una profonda conoscenza della montagna/natura che conquista!

  2. 14
    Paolo panzeri says:

    Sempre belle le parole del presidente.

  3. 13
    ALBERTO RAMPINI says:

    Alessandro Gogna, con l’acume e l’intelligenza che gli sono propri, individua in apertura alcuni dei punti focali che riguardano l’essenza del CAAI e la sua necessità di rinnovamento.
    Rinnovamento non facile da perseguire in presenza di un certo conservatorismo, fortunatamente non maggioritario ma al quale danno voce a volte personaggi influenti.
    Il CAAI non può pensare di affrontare le sfide di oggi con le risposte date oltre un secolo fa dai padri fondatori. Non può naturalmente derogare dai principi ideali, morali e tecnici che sono nella sua tradizione e rappresentato il fondamento del suo esistere, ma deve tradurre questi principi in una operatività che sia in linea con i tempi.
    Sentire tanti giovani forti alpinisti, magari anche professionisti, che vorrebbero entrare nell’Accademico e non riescono a spiegarsi il perché il Regolamento non li accetti, fa veramente male.
    Come fa male che qualcuno non si renda conto di queste ed altre urgenze di cambiamento e voglia conservare lo status quo inalterato, pensando “o come me o niente e comunque dopo di me il diluvio”.
    Il tema dei requisiti per essere Accademico è da tempo oggetto di riflessione e il fatto che qualche singola candidatura possa forse essere passata con qualche forzatura dalle maglie dell’esame di ammissione non invalida certo il livello complessivo dei soci. E teniamo presente che Accademico non può e non deve essere soltanto l’atleta di plastica, il recordman che frantuma primati ed irride gli alpinisti semplicemente “forti”, ma oltre ad un curriculum di assoluto pregio deve riassumere in sé una profonda coscienza ed attaccamento ai valori migliori del CAI e dell’alpinismo di avventura e di scoperta, dove le doti di iniziativa, preparazione e coraggio portano ad affrontare grandi imprese con pochi mezzi e accettando l’avventura con le sue incertezze ed i sui rischi, da affrontare con consapevolezza ma senza nemmeno pensare di annullarli.
    Fortunatamente ho conosciuto decine di Accademici dall’alto profilo morale e dal livello tecnico eccellente e la presenza di qualche isolato personaggio non consono al ruolo e arido di proposte non intacca minimamente a mio avviso il prestigio dell’Associazione e gli sforzi della sua parte migliore per adeguarsi ai tempi. Anzi, se possibile, per precorrerli.
    Alberto Rampini

  4. 12
    paolo panzeri says:

    Alberto,
    noti che, dovunque si discuta dell’acca, mai nessuno della dirigenza di maggioranza scriva qualcosa?
    Scriviamo tu ed io quasi sempre e pochissimi altri saltuariamente.
    Però sul sito appaiono sempre i premi e le onorificenze
    ……… e mai delle discussioni …….. “solo robe di prestigio”.

  5. 11
    Alberto Benassi says:

    sentirisi parte di un gruppo che possa promuovere i giovani verso un alpinismo di alto livello ma sempre e comunque non professionale.

  6. 10
    Alberto Benassi says:

    “Per quale motivo un alpinista dovrebbe aspirare a divenire membro del CAAI? ”

    Per sentirsi parte di un gruppo che ha come spirito un alpinismo di stampo esplorativo, classico e di avventura ma pur sempre non professionale. Con un occhio particolare al rispetto della storia e dell’ambiente naturale.

  7. 9
    Luca Visentini says:

    L’Accademico fu fondamentale per la fondazione di Mountain Wilderness, a Biella, nell’86. Ha una sensibilità verso l’ambiente alpino che ad altri manca, per esempio.

  8. 8
    Paolo panzeri says:

    Ai miei tempi perchè si potevano conoscere facilmente i grandi alpinisti italiani e scambiare quattro chiacchiere con loro, magari imparando qualcosa. Oggi ci sono altri modi.

  9. 7

    Per quale motivo un alpinista dovrebbe aspirare a divenire membro del CAAI?

  10. 6
    Paolo panzeri says:

    Purtroppo quelli veramente bravi danno fastidio a tutti gli altri acca e da anni vengono ammessi in rapporto uno a cinque per mantenere il sistema consociativo-clientelare che garantisce un’aura di prestigio in tutti gli ambienti, tranne che in quelli alpinistici.
    Ultimamente si è tentato di rendere il sistema di ammissione molto selettivo e al passo coi tempi, ma la “maggioranza” ha cassato tutto, ha eseguito quello che voleva e aveva detto il presidente generale Rampini al suo primo convegno nazionale: “per aumentare i soci dobbiamo abbassare il livello di accesso”.

  11. 5
    Alberto Benassi says:

    “Sarebbe bello ed auspicabile se il CAAI fosse davvero un gruppo coeso in una sola direzione di tutela e salvaguardia delle reali istanze proprie dell’alpinismo e delle scalate: incertezza della riuscita, rischio calcolato, sfida al “problema” e a sé stessi, avventura, capacità di rinuncia e non solo ma anche espressione di livello tecnico al passo con i tempi”

    OTTIMO auspicio.

  12. 4
    Giovanni Massari says:

    Partirei proprio dalla riunione di Cuneo in cui si discuteva di spit e del perché se ne discuteva;
    parliamo del Gennaio 1986 e proprio nell’autunno dell’anno precedente erano comparse sul Corno Stella, montagna simbolo del cunese le prime vie a spit.
    Il povero Carneade “spittatore di professione” forse ingenuamente si domandava a cosa servisse l’Accademico se proprio alcuni dei suoi membri avevano iniziato la trasformazione del Corno stella in quello che è oggi mettendo i primi spit idelle Alpi Marittime e pure dall’alto.
    Trovo affascinanti le parole di Alessandro che vanno nella direzione della giusta misura del modo di vivere l’alpinismo e l’arrampicata e mi piace molto la sua interpretazione dell’ambizione in versione positiva di spinta in avanti, ritengo soprattutto di un percorso intimo e personale che può diventare universale ma parte da un’esigenza interiore.
    Sarebbe bello ed auspicabile se il CAAI fosse davvero un gruppo coeso in una sola direzione di tutela e salvaguardia delle reali istanze proprie dell’alpinismo e delle scalate: incertezza della riuscita, rischio calcolato, sfida al “problema” e a sé stessi, avventura, capacità di rinuncia e non solo ma anche espressione di livello tecnico al passo con i tempi(incasellati nel giusto periodo storico), alpinismo/arrampicata come rito di passaggio per raggiungere l’età adulta, capacità di leggere ogni salita per quello che è veramente e anche apertura ad altri modi di vivere l’incertezza della riuscita come il trad climbing, il free solo e, perché no, anche bouldering.
    Con questi ingredienti è certo che arrampicare non è sport codificato ma dovrebbe comunque, vista la tecnologia a disposizione dell’uomo moderno, sottostare ad una certa autoregolamentazione per essere credibile.
    Credo che proprio attraverso nuove regole di questo genere l’accademico dovrebbe e potrebbe selezionare adepti tra le nuove generazioni (tralasciando la vetusta contrapposizione guide/non professionisti) perché essi non diventino semplicemente membri di esso per avere una carica elitaria in più ma personaggi empatici, trainanti e che possano fornire quello che serve veramente alle nuove generazioni nell’andare in montagna: un esempio e un aiuto positivo e propositivo.

  13. 3
    Alberto Benassi says:

    “Se il Caai non si è mai impegnato in azioni culturali, se non intellettualmente – non saprei quali perché sono ignorante – non è che una conseguenza di quella nobile concezione di sé. Quale aristocratico si metterebbe a zappare senza perdere l’aura della quale si ritiene circondato?”

    Molti accademici sono istruttori e prestano da sempre il loro tempo libero nelle varie scuole del Cai.
    Quindi di quale aristocrazia si parla?
    L’aristocrazia ci sarà stata un tempo come c’era nel cai in generale. Ma adesso non diciamo bischerate.

    “Forse è per quello che oggi il Caai tende all’estinzione.”
    Tende all’estinzione come tante altre associazioni , partiti politici compresi.

  14. 2
    Lorenzo Merlo says:

    Forse l’Accademico si è sempre primariamente esaurito nella soddisfazione di appartenere ad una casta ricca di un riflesso di purezza che altri non avrebbero potuto vantare. Sennò, per esempio, perché impedirne – fino a tempi recenti – l’accesso ad una Guida?
    Forse tutte le altre motivazioni, che tu stesso Alessandro releghi alla dimensione individuale – mi riferisco al mantenimento dei valori portanti e sublimanti che contraddistinsero il Caai d’esordio e negli anni successivi – erano sentite ma rispetto alla primaria su descritta, vanesie, narcise, aristocratiche, autorereferenziali e autarchiche. Nient’altro che facciate egoicamente parlando. Lustrini da sfoggiare come i generali alle cene di gala.
    Se il Caai non si è mai impegnato in azioni culturali, se non intellettualmente – non saprei quali perché sono ignorante – non è che una conseguenza di quella nobile concezione di sé. Quale aristocratico si metterebbe a zappare senza perdere l’aura della quale si ritiene circondato?
    L’originale rotta, priva di attriti con la realtà, destinata a marcare il significato storico della montagna, la sua bellezza e la sua onestà,
    affinché ne potessero cadere sul terreno sociale importanti briciole educative, secondo alcuni accademici non era più sufficiente.
    I tentativi di deviarla verso azioni e coinvolgimenti sociali necessari a rendere e mantenere vero ed attuale lo spirito originario non sono stati sufficienti, sono mancati.
    Forse è per quello che oggi il Caai tende all’estinzione.

  15. 1
    Paolo panzeri says:

    Hai detto delle belle cose, ma ormai sono molto antiche.
    Purtroppo l’acca da anni si è assuefatto alla nostra società e vive intensamente solo tutti i problemi di rappresentanza e riconoscimento tipici, adattandosi ai sistemi clientelari e consociativi che tanto limitano l’espressività italiana.
    L’alpinismo, che tu hai descritto benissimo alla fine, non fa parte delle esperienze di troppe persone che sono state fatte diventare accademici in vecchiaia negli ultimi venti anni e la possibilità di un cambiamento della mentalità della maggioranza mi sembra molto illusoria.
    La gestione è burocratizzata democraticamente fra anziani e chi scala di solito scala, i giovani forti non sono interessati a quelli che vengono chiamati “ruoli di prestigio”, nè hanno accesso.
    Peccato, vorrà dire che la storia importante la scriveranno solo altri.
    In più molti si dimettono come mai è successo.

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