Lavorare meno, lavorare diversamente, non lavorare affatto

Lavorare meno, lavorare diversamente, non lavorare affatto
di Gloria Germani
(pubblicato su ariannaeditrice.it il 21 novembre 2023)

Serge Latouche, Lavorare meno, lavorare diversamente, non lavorare affatto, Bollati Boringhieri, 2023

Libro breve, ma densissimo di profondi stimoli che sicuramente saranno decisivi per il futuro. Il padre della “rivoluzione culturale” della decrescita (p. 88) affronta un tema decisivo per sottrarsi dal quadro mentale della società della crescita: quello del lavoro moderno, cioè del lavoro salariato. 

“Lavorare meno” può suonare come uno slogan di moda – ed è stato subito recepito dal mensile italiano di Il Fatto quotidiano “Millennium” che gli ha dedicato il numero di novembre 2023 con una intervista a Serge Latouche e lunghi approfondimenti sul tema. Tuttavia la riflessione dell’economista e filosofo francese è molto articolata e difficilmente si fa ingabbiare dai media la cui funzione sostanziale è quella di vendere il binomio pubblicità–progresso (a conferma di ciò, poche pagine dopo, si veda l’intervista alla titolare della cattedra di “Etica dell’Intelligenza Artificiale”, una contraddizione in termini o un ossimoro, per dirla con Latouche, tanto quanto quello di “sviluppo sostenibile” o di “crescita verde”).

Oggi – sottolinea il nostro – ci troviamo nel mondo delle assurdità: alcuni lavorano anche 15 ore al giorno, mentre ci sono milioni di disoccupati (p. 36). Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti, ma occorre soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo che ci ha formato da uno o due secoli. E’ stato un particolare clima storico (ben colto da Max Weber nel suo Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da Karl Polanyi, in La grande trasformazione), costruito da una scia di pensatori del XVIII e XIX secolo come John Locke, David Hume, Adam Smith o David Ricardo, che hanno inventato la ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato la mercificazione e la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt. Si tratta di un paradigma molto strutturato: la Repubblica Italiana, per esempio, è stata fondata sul lavoro (art.1 Costituzione). Però – sottolinea Latouche – “il lavoro, come l’economia, sono invenzioni della modernità (p. 3)” e possiamo, come abbiamo già fatto, vivere senza di loro. La decrescita ha proprio questo scopo: quello di un cambiamento radicale di paradigma, e se consideriamo che questa rivoluzione culturale ha solo 20 anni, possiamo essere ottimisti sul suo futuro. Intervenendo in tale maniera anche nel dibattito sulla decrescita a livello spagnolo, inglese, italiano, francese e generalmente internazionale, il fondatore chiarisce senza ombra di dubbio che la decrescita consiste niente meno che nell’uscire dall’economia moderna, cioè nell’abbandonare la religione della crescita che costituisce il suo principio essenziale.

L’esperienza della pandemia Covid e il recente movimento francese contro la riforma delle pensioni hanno mostrato d’altronde che si può sopravvivere senza un consumo eccessivo oppure che ci si può battere per un’idea diversa di lavoro e per una sua migliore qualità. Se i maggiori critici dell’economia moderna, come Karl Marx, sono rimasti chiusi all’interno dell’ideologia dello sviluppo, i padri della decrescita come Ivan Illich, André Gorz o Jean Baudrillard, hanno condotto una critica serrata al produttivismo ed è a loro che dobbiamo riferirci oggi se vogliamo uscire dalle contraddizioni del mondo attuale, per prima quella del collasso climatico. D’altronde, sottolinea Latouche, “non si risolverà il problema sociale senza far fronte alla crisi ecologica” e viceversa, mentre “la vera ecologia è punitiva solo per il capitale e i suoi rappresentanti, per le imprese multinazionali, il Gafam o i fondi pensioni (p. 22)”.

Per realizzare una vera transizione ecologica attraverso la società della decrescita, occorre avviare tre misure principali: la rilocalizzazione sistemica delle attività utili già in atto tramite i fenomeni dei neo-agricoltori, neo-rurali, neo-artigiani; una riconversione progressiva delle attività parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare e l’industria delle armi; e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro. Il socialismo ecologico e democratico si può realizzare solo attraverso il localismo, come già sapevano Aristotele, Gandhi oppure Leopold Kohr o Murray Bookchin (p. 29). Riconvertire le attività produttive come l’agricoltura industriale (fonte di cancro, intossicazioni e inquinamento) in agricoltura biologica e di prossimità è un passo fondamentale per una vita sana e conviviale. Mentre la riconversione della pubblicità permetterebbe di uscire da quella vendita dei desideri che è il vero motore del consumismo, con l’eliminazione di bisogni inutili (turismo, moda, trasporti, industria automobilistica, aereonautica, dell’agribusiness, delle biotecnologie). Per ridurre infine il tempo di lavoro, occorre, in una fase intermedia, imbrigliare l’economia attuale ed eliminare due tabù (protezionismo e inflazione). Per Latouche per vivere meglio occorre fare meglio con meno, eliminando le fonti di spreco (gli imballaggi a perdere, il cattivo isolamento termico, la preminenza dei trasporti su strada) e aumentare la durata dei prodotti. Ciò che è essenziale è però ripensare la natura del lavoro che è consustanziale con l’Occidente moderno e ai suoi miti: razionalità e calcolo economico, culto dei risultati, individualismo e soprattutto la concezione meccanica ed artificiale del tempo a cui Latouche dedica una acutissima riflessione (p. 57 e 84). Se non lo facciamo, si andrà verso la catastrofe sociale ed ecologica, già in agguato (p. 46).

Nell’ultimo capitolo, l’economista francese chiarisce che il progetto della decrescita prevede un ulteriore passo: l’abolizione del lavoro. Questa può realizzarsi solo con la scomparsa della sua specificità servile e la fuoriuscita dall’economia. 

Al contrario, la scomparsa del lavoro come effetto del progresso tecnologico (autonomazione/robotizzazione/AI ) viene da lui considerata un mero mito e ridicoli appaiono i grandi maghi come Jeremy Rifkin con la sua fede tecno-scientista per cui si salveranno contemporaneamente il capitalismo, il socialismo e il pianeta (p. 72). Il lavoro smart da casa, le innovazioni digitali di Uber, Airbnb e Delivero fomentano la strumentalizzazione lavorativa più scandalosa che ricade nel pantano del mondo-merce. “Quello che viene definito il management senza contatto diventa totale e completa sottomissione agli algoritmi” […] Anzi, “le nuove tecnologie offrono al capitalismo nuovi mezzi per rafforzare il proprio dominio sui lavoratori, evocando contemporaneamente la minaccia della loro inutilità (p. 73)”.

Come le altre rivoluzioni tecnologiche che si sono succedute a partire dal XVIII secolo e che sono fallite nella promessa di liberarci dal lavoro, anche la cosiddetta “quarta rivoluzione”, decantata dai guru del transumanesimo, non produrrà alcun miglioramento, piuttosto “una dittatura degli algoritmi” (p. 78). Latouche è del tutto negativo sull’utopia digitale che non fa che proseguire il medesimo paradigma che ha creato il lavoro salariato e gli enormi problemi attuali.

Il lavoratore infatti è colui che accetta una attività subita, che si spossessa delle proprie capacità manuali ed intellettuali per immetterle in un progetto che appartiene ad altri. Non ci può essere uscita dal capitalismo senza abolizione del lavoro salariato o anche dalla nozione stessa di lavoro (Jérome Baschet, p. 65). Non è affatto un caso che i lavori attuali siano bullshit jobs perché comunque privi di senso.

Ciò che il progetto della decrescita chiede è immaginare e realizzare una uscita della società del lavoro verso una società in cui le attività senza fine economico, pubbliche e private, sociali e personali, saranno prevalenti (p. 77). Non si tratta come alcuni detrattori insinuano di tornare ad un mitico passato perduto, ma di “inventare una tradizione rinnovata (p. 78)”. In questo contesto, vorrei aggiungere, le relazioni empatiche tra uomini e tra uomini e natura devono tornare centrali. Il ruolo del femminile, invece che spronato alla rincorsa della competizione lavorativa e appiattito sul modello maschile – attualmente esaltato con l’ossessione sulla questione del genere – deve acquisire un valore primario. Come stanno dimostrando infatti i fondamentali lavori nel campo della psichiatria e delle neuroscienze (John Bowlby, Donald Winnicott, Iain McGilChrist), le relazioni affettive e ”la base sicura” nel rapporto genitoriale sono le condizioni indispensabili (ancor più del cibo) per la sopravvivenza del bambino e quindi per lo sviluppo sano ed equilibrato delle persone e della società. Solo il recupero della cura, dell’ascolto, dell’affetto e dell’intuizione tipiche dell’emisfero celebrale destro-femminile possono condurci alla “piena realizzazione armonica dell’umanità” all’interno dell’ecosfera, che è l’obiettivo di fondo del progetto della decrescita.

6
Lavorare meno, lavorare diversamente, non lavorare affatto ultima modifica: 2024-02-04T04:31:00+01:00 da GognaBlog

57 pensieri su “Lavorare meno, lavorare diversamente, non lavorare affatto”

  1. Crovella ha la forma mentis dell’ultra conservatore, esalta spesso il “valore” del “chiudersi a riccio”, del limitarsi, del disciplinarsi, e del difendersi. Ed è questo che fa quando si trova ad avere a che fare con la complessità, con opinioni diverse dalle sue: si ritrae, si mette sulla difensiva. Dice: nel mio ambiente vincono le mie idee, non le vostre (e allora?).
     
    È chiaro dunque che qui c’è un malinteso, nato dall’incapacità di affrontare qualcosa di diverso senza mettersi sulla difensiva, senza chiudersi a riccio: almeno, per quanto riguarda il lavoro, nessuno credo sostenga, qui, che sia sbagliato affermare che “il lavoro nobilita” (lavoro inteso come abilità, o esperienza), mentre è decisamente più discutibile affermare che “il senso del dovere nobilita”.
     
    Ancor più discutibile è il richiamo, a supporto della propria affermazione, ad un autore come Primo Levi. In effetti i neo-fascisti fanno sempre così: in vita li perseguitano, dopo la morte manipolano vergognosamente le loro parole (si veda per esempio Pasolini, un caso eclatante). Crovella è neo-fascista o per meglio dire geronto-fascista e si conferma sempre tale.

  2. a crove’, che fai… prendi d’acido? :o)
    Ti rispondo con Placido Mastronzo ((che non sono io, prima che ti affretti ad insinuarlo), che ha perfettamente centrato il punto: “Scusa, Crovella, su quale pianeta avverrebbe questo?
    Sul pianeta dove mi trovo, quando sul GognaBlog leggo qualcosa su cui sono in disaccordo (non “che mi infastidisce”), allora, se mi va, se ne ho voglia, se penso ne valga la pena, ecc. ecc. replico a chi l’ha scritto.”
    Se scrivi in un luogo publico ti esponi, mica ho detto che non devi scrivere o intendo conculcare la tua libertà di espressione, quello che scrivi qualifica te non me (e neanche il gognablog, anche se talvolta lo rende particolarmente greve, temo suo malgrado).
    ma talvolta, se ne ho voglia, se non ho di meglio da fare, se mi va, se lo ritengo utile, doveroso, piacevole o divertente dico la mia, specie su temi che mi sono cari. 
    Si chiama dialettica, confronto, riflessione, discussione, non fra le persone (di cui qui nulla si sa anche se tu abbondi in giudizi e incasellamenti, sempre a schiovere)  ma fra le idee (e quindi non sempre ciò che si scrive è diretto all’altro), specie in una arena virtuale: comprendo siano per te concetti esoterici ma così va il mondo, all’esterno degli elitari circoli sabaudi. 
    Un merito però l’hai avuto, mi sono riletto ieri sera la chiave a stella. Stammi bene.
     

  3. 52 – Stavo scrivendo senza occhiali e con il trapano dei muratori nelle orecchie… Chiedo venia

  4. L’intervento numero 53 di Crovella rivela ancor di più di che pasta sia fatto. E ribadisce che scrive solo per se stesso, non per “discutere” con gli altri. Chissà, magari riempiendo pagine e pagine di vocali e consonanti si sente tanto tanto importante… E comunque, ha perso il suo (finto) aplomb sabaudo ed è scaduto nell’insulto diretto. Che, probabilmente, è la sua vera e più profonda natura che deve però nascondere per l’apparenza… Ma a volte, ops, scappa… 

  5. “anche se le cose che espongo fossero oggettivamente sbagliate, me ne sbatterei e le scriverei lo stesso (tra l’latro ai sensi del’art 21 della Costituzione che tu tanto ami)… con te capita sempre così: che cazzo te ne frega se scrivo cose “oggettivamente” fondate oppure sbagliate?”
    Beh, Crovella, non so bene a chi ti riferisci, ma mi pare che tu te la prenda un po’ troppo…
    Se l’art. 21 vale per te, deve valere anche per gli altri e se qualcuno ritiene che quello che scrivi è sbagliato, falso o fuorviante o semplicemente da correggere non puoi sindacare!
     
    “Non mi passa per la mente di scrivere per attaccar briga. Le polemiche che si innescano sono alimentate dagli interlocutori”
    Per esempio questa affermazione non mi pare proprio vera.

  6. Accipicchia, sei davvero di coccio: non arrivi a capire che non mi interessi per niente? io scrivo quello che mi passa per la mente, ovviamente sono arcisicuro che le cose che espongo abbiano fondamento e difatti nella mia usuale quotidianità trovano applicazione e suscitano condivisione se non approvazione. ma anche se le cose che espongo fossero oggettivamente sbagliate, me ne sbatterei e le scriverei lo stesso (tra l’latro ai sensi del’art 21 della Costituzione che tu tanto ami).  Non mi passa per la mente di scrivere per attaccar briga. Le polemiche che si innescano sono alimentate dagli interlocutori. con te capita sempre così: che cazzo te ne frega se scrivo cose “oggettivamente” fondate oppure sbagliate? la prendi come se fosse un’offesa personale nei tuoi confronti (quando tu manco “esisti” per me) oppure un qualcosa che “sporca” il GognaBlog (cosa di cui, la limite, dovrebbe preoccuparsi gogna e non tu). Esponi la tua posizione, per carità, ma senza voler innescare sistematicamente una polemica ad personam. Ti ho già detto che è stra-evidente che apparteniamo a due “universi” che non hanno nulla in comune (tra l’altro Carmagnola non è la Torino che indico io). Inoltre abbiamo tragitti esistenziali completamente diversi e obbiettivi diametralmente opposti, se non addiritgtura conflittuali: tu “hawaiano” (?!?) e io profondamente istituzional-occidentalista (inevitabilmente “imperialista”). Ma come puoi pensare che ci “capiamo”? Non possiamo neppure capirci, figurati se arriveremo ma ad apprezzarci l’un l’altro. io non sono scandalizzato di ciò, personalmente non me ne importa un fico secco. per cui lascia perdere, tanto non m i convincerai mai, perché uno che ragiona come te, nel mio paradigma, è del definizione sempre dalla parte del torto (a 360 gradi). Quindi evita tutte ‘ste esternazioni da zitella inacidita e procedi per la tua vita. Che, qui, significa: scrivi le tue riflessioni (che io considero delle cazzate emerite) e lascia che io scriva le mie riflessioni, anche se tu le consideri delle cazzate emerite.
     
    Per tale motivo, non solo non mi interfaccerò più con te, ma non perderò neppure un nanosecondo a legger cosa scrivi.

  7. Grazie, MG, per lo spunto letterario!
    Ho tanti libri in coda, ma troverà il suo posto e il suo tempo anche “Il sistema periodico”!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.