L’avventura di Giorgio De Bona

In questa storia gli ingredienti per stuzzicare la curiosità del pubblico (e non parliamo dei social) ci sono davvero tutti. La caduta “a testa in giù”, la notte di bivacco trascorso con abbigliamento a dir poco insufficiente, l’ARTVA che non funzionava, il ritrovamento finale il mattino dopo da parte dei soccorritori. Nel seguente articolo, davvero mediocre, nulla ci viene raccontato su cosa possa aver provocato l’incidente: e, soprattutto, nulla ci viene detto a proposito della scelta che di certo il De Bona aveva fatto quella mattina: andare da solo.
Personalmente considero lo scialpinismo la disciplina in assoluto più pericolosa tra le tante che ormai si sono delineate nella frequentazione sportiva della montagna, estiva e invernale. Figuratevi lo scialpinismo solitario…
Continuo a stupirmi che questo non venga a sufficienza rilevato nell’informazione, anche in quella di settore. Se mi si chiede se è più pericoloso il free solo o lo scialpinismo, non ho alcun dubbio, fatte salve le differenze del caso. Eppure, si continua ad associare la parola “gita” allo scialpinismo, come se questo fosse un’attività di solo diletto e potesse rientrare nella definizione data dal dizionario: “gita = escursione, lunga passeggiata o breve viaggio di piacere”.

Ognuno è libero di scegliere l’attività che più gli piace, è libero di correre i pericoli che ritiene giusti a patto che, appunto, ne sia conscio. Che sia una scelta deliberata, responsabile. Tutto ciò dovrebbe emergere proprio in caso di incidente: strano che nulla di tutto ciò sia affiorato. Forse sono gli stessi mezzi d’informazione a desiderare che nulla emerga… Questo è l’aspetto più grave di questa vicenda.

L’avventura di Giorgio De Bona
di Alice D’Este
(pubblicato su corriere.it il 21 dicembre 2021

La sveglia sul cellulare suonava ogni 30 minuti.
Il suono rimbombava nella dolina, al buio. Giorgio De Bona alzava gli occhi verso l’unico pezzo di cielo che faceva capolino nei ghiacci e ricominciava a muoversi.

«Non sono mai stato fermo per tutta la notte — dice — non ho mai chiuso gli occhi. Intorno a me c’era lo strapiombo. Se fossi caduto di nuovo non sarei più riuscito ad uscirne vivo».

Quarantasette anni, scialpinista, Giorgio De Bona è stato ritrovato sul versante tra il monte Cavallo e il Semenza nel Bellunese domenica mattina dai soccorritori dopo una notte infinita passata al buio e al freddo. Intorno a lui le pareti verticali di 10 metri, il telefono che non prendeva. Fuori solo la luna.

Giorgio De Bona

Giorgio De Bona (47 anni), residente ad Alpago (Belluno), fa scialpinismo da anni, è quello che si potrebbe considerare un esperto, ma il buco era sotto un cornicione ghiacciato e non si vedeva.

«Sono caduto ad un certo punto senza poter far nulla, a testa in giù — racconta lui — alla fine della corsa ero in un posto stretto, incastrato nella roccia. Mi è salita una gran rabbia. No, mi sono detto. Proprio a me non può capitare. E con tutte le forze che avevo mi sono liberato e mi sono girato».

Quando ha alzato la testa ha visto una parete di roccia altissima che copriva la luce. E ha cominciato a risalirla. Per farlo ha dovuto abbandonare lo zaino anche se dentro c’erano coperta termica ed equipaggiamento.

«In alcuni momenti bisogna fare delle scelte — spiega — il movimento con lo zaino era più complicato, lo controllavo meno. Nella posizione in cui ero avevo uno strapiombo a sinistra e uno a destra, non potevo fallire altrimenti mi sarebbe stato fatale. Volevo fare il possibile per salvarmi. Sono arrivato su. Quando ho visto il cielo ho tirato un sospiro di sollievo. Mi sono messo in un punto in cui potevo appoggiare gli scarponi in uno spazio di neve battuta. Alle spalle avevo la roccia per appoggiarmi se mi fossi sentito mancare. E poi ho aspettato fissando la sveglia ogni 30 minuti».

L’attesa di Giorgio De Bona è durata una notte intera. Ma lui, in quelle ore non ha mai perso la lucidità. Si è asciugato le mani, togliendosi i guanti. Ed è rimasto in piedi tutta la notte, cambiando continuamente posizione per non far atrofizzare i muscoli.

«Non ho mai avuto paura veramente — dice — Ero soprattutto dispiaciuto per le persone che erano a casa. Per i miei figli di 13 e 10 anni, Michelangelo e Sebastiano. E per mia moglie Annalisa. Mi hanno aiutato da lontano. Sapevo che dovevo resistere per loro. Sentivo il loro pensiero, il loro aiuto. Senza di loro non sarei nemmeno riuscito a risalire, li avevo davanti ai miei occhi. Li ho avuti lì tutto il tempo. Non avrei mollato per nulla al mondo».

Il cellulare non funzionava, ma nonostante questo ha inviato alla moglie messaggi mai recapitati: «Forse vivrò per due giorni batto i piedi tutta la notte»; «sono vivo, gli elicotteri mi passano sopra ma non mi vedono».

E ancora: «Ho resistito in questo abisso pensando a te e ai figli. Stanotte guardavo la luna e il cielo, pensavo di vederti così la fine sarebbe meno dura».

Le pareti di 10 metri impedivano ogni contatto. Era completamente isolato. Nemmeno l’ARTVA, l’apparecchio per rintracciare le persone in caso di valanga, funzionava. Gli elicotteri dei soccorsi sono passati lì vicino tre volte già nella prima giornata, ma non l’hanno visto.

Il ritrovamento è avvenuto la mattina dopo.
«Ho alzato le braccia, le ho sventolate e loro mi hanno visto — dice — sapevo che l’incubo era finito. Credente? Sì, ma fin lì. Pensare ai tuoi cari però secondo me è già una preghiera. Aiuta. Io ero lì a cercare di non congelarmi, e loro a casa a pensarmi. Ci vuole lucidità. Io non avrei mollato in ogni caso. Neanche se avessi dovuto passare un’altra notte così».

Il commento
di Carlo Crovella

Un racconto del genere innesca in me due considerazioni totalmente contrastanti.

Da un lato emerge immediatamente l’ammirazione per la tenacia e la forza d’animo del protagonista: non mollare mai, è caratteristica comune a chi ama l’andar in montagna.

Dall’altro mi chiedo quanto stia rivelandosi sensato l’attuale versione dell’andar in montagna, in termini di buon senso e pacatezza. E inevitabilmente episodi del genere mi fanno affrontare il problema metodologico: non è che anche i mezzi di informazione generalisti potrebbero insegnare ad evitare di cadere in un “buco”, anziché esaltare la resistenza che ha poi permesso di uscire dal quel “buco”?

l resoconto è evidentemente scritto da una giornalista generalista (”crepaccio” si usa solo per i ghiacciai, non per qualsiasi spaccatura del terreno…), per cui bisogna farci un po’ la tara alla descrizione.

Certo che, se la descrizione riportata corrisponde davvero a verità (“caduto e testa in giù”, “strapiombi ai lati”, “fermato – nella risalita – da una parete verticale di 10 metri”…) pare il resoconto di un mirabolante incidente sul K2, altro che sul monte Cavallo nel Bellunese!

Tuttavia il vero nodo cruciale è un altro: non viene riportato nulla sulla dinamica immediatamente precedente alla caduta nel “buco”.

Voglio precisare che mi allontano dal caso di specie: non conosco il protagonista e anzi gli auguro ogni bene. Ma forse due riflessioni vanno fatte.

La sensazione è che il tipo andasse giù sparato come gli uomini jet del Kilometro lanciato: accecati dallo spasimo, non si vede più nulla intorno, non si ragiona più, non si governa il proprio procedere. Con questi presupposti è più probabile finire in un “buco”.

Questa la sensazione epidermica della dinamica. Poi si dà un’occhiata alla foto allegata, pur sapendo che riguarda il personaggio in ben altra occasione, e si comprende molto: è avviluppato in una tutina da gara (che, precisiamo, nulla a che vedere con la giornata dell’incidente, NdR).

Le “tutine”: così vengono chiamati gli agonisti (o simil-agonisti) dagli scialpinisti old style. Le tutine immaginano di essere sempre in gara anche nelle uscite normali, per cui sono ottenebrate dall’esigenza della velocità (sia in salita che in discesa), non badano più al resto, non focalizzano ciò che li circonda.

Non si può far di tutt’un’erba un fascio, ma a grandi linee l’analisi è questa: basta guardarsi introno.

Spesso le tutine danno l’impressione che la loro testa sia rimasta a casa, c’è solo il corpo che macina dislivello e, in discesa, si spara giù a raspa: bastoncini in mezzo alle gambe e giù a perdicollo per la massima pendenza.

L’ esigenza del risultato durante una competizione impone tutto ciò, ma, quando si è in uscita privata, il terreno non è controllato come accade per un campo di gara. Ecco dove i nodi arrivano al pettine.

Per sua fortuna, dopo l’incidente, questo signore è riuscito a riconnettersi con il buon senso ed è riuscito a salvarsi.

Ma forse, quando si va in montagna per diletto, sarebbe meglio non disconnettersi mai, intendo con il buon senso. A maggior ragione durante le gite scialpinistiche, dove la variabile nevosa impone di tenere sempre la situazione sotto controllo: forse una curva a puntino avrebbe evitato di cadere nel “buco” e tutto l’evento non si sarebbe sviluppato come poi è avvenuto.

Una curva a puntino, però, è fattibile se l’intera sciata è misurata e sotto controllo: quello è il punto cruciale, perché spesso oggi si confonde felicità con sconsideratezza.

Certo è che, se l’andar in montagna è diventato una sport da circo, i messaggi che vanno in giro diffondono l’idea che fare gite con gli sci consista proprio nel “tirare il collo” agli eventi.

Se non fai il figo, non ti diverti: solo che a forza di fare il figo, arrivi alla cassa e devi pagare il conto.

Se il sentiment generale è di questo tenore, non stupiamoci se, qua e là, accadano eventi come quello qui raccontato.

Ma non è colpa della montagna, è colpa di certi scialpinisti.

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L’avventura di Giorgio De Bona ultima modifica: 2022-01-13T05:08:00+01:00 da GognaBlog

57 pensieri su “L’avventura di Giorgio De Bona”

  1. Non rigiriamo la frittata. È evidente che mi rivolgo solo agli autori dell’articolo e mi sembra ci sia nome e cognome. Un grazie a chi ha commentato col proprio pensiero.
     

  2. Come protestavo con Carlo quando usava un “voi” generico rivolto a chiunque indistintamente, cosí faccio ora con Giorgio De Bona: non ci comportiamo tutti nello stesso modo, non scriviamo le stesse cose, non siamo tutti uguali, non tutti noi lo abbiamo deriso.
     
    Anzi, è vero il contrario: molti commenti precedenti hanno difeso De Bona da chi, nel tentativo di dimostrare la propria tesi, aveva speculato sull’incidente, per di piú senza disporre di informazioni complete.

  3. Mi trovo per caso in questo splendido blog dal nome mai così azzeccato (nomen – omen?). Qui si parla di cose che non si conoscono sotto il termine approfondimento. Deridete le persone e siete anni luce dalla realtà. Non credete alle testimonianze e alle descrizioni. Il dispositivo ARTVA funzionava benissimo tanto che è stato captato il segnale e semplicemente lo si è considerato un’interferenza (ma non si stava cercando un disperso?). Non avete nessuna idea della profondità della dolina, ci siete stati per caso? Esperti hanno eseguito rilevamenti e le misure sono risultate maggiori di quanto stimato. Sì, caduto a testa in giù: mi sono frantumato una spalla e non tibia e perone. Cosa vi fa ridere del fatto che abbia messo le sveglie? Ma veniamo a te, Crovella. Non un leone da tastiera ma un opinionista quotato, almeno rispetto al livello del mare. Io non ho mai partecipato a gare di sci-alpinismo. Perché vesto la tuta da gara? Con gli amici ero iscritto ad un club e quella mi costava la metà rispetto al resto – sai, a me nessuno regala niente. Hai forse la vista ai raggi x? Sai cosa indosso sotto la tuta e cosa ho nello zaino? Ma tu, da una foto, come un Orazio di CSI “de noantri”, sintetizzi il profilo di un delinquente. Lombroso in tuo confronto era un principiante. Mi hai dato dell’idiota e mi ha i paragonato a Merckx (o forse era un altro insulto?). E poi? Stupratore seriale e pedofilo omicida no? Ma come ti permetti? Dovrei denunciarti per diffamazione ma purtroppo non ho né soldi né tempo. Stai molto attento in futuro. Non stavo scendendo a palla e non stavo curvando come uno scemo, ma forse tu hai visto il video da satellite. Fare il figo? Per chi? Non c’era un cane! Io non ho social e l’unica foto è stata diramata dal soccorso alpino. Mi pare sia tu a sbrodolarti elencando tutte le tue imprese e lezioni. Cosa dire poi del fatto che sono dell’est? Delirio puro! Ed ecco il punto cruciale: la verità è che non ti va proprio giù che io sia vivo, uno come me merita di morire o rimanere tetraplegico e questo per dimostrare che a te non sarebbe mai accaduto nulla del genere. Il tuo “per fortuna se l’è cavata” puzza di falso da distanze siderali. Tu sei il migliore e unico degno della montagna. Gli altri sono feccia. Dai Carlo togliti l’ultima misera mascherina! Certo avrai imparato e insegnato  tanto tranne il rispetto (sì, tu, non le tutine). E voi che lo seguite: occhio che potreste essere i prossimi a finire nella gogna. Non sono ammesse repliche: questa è la mia legittima risposta ai vostri insulti. Non vi auguro nulla. Un giorno le povere vittime che avete dileggiato in questi anni verranno a prendervi per i piedi.
    Giorgio De Bona
     
     
     
     
     
     
     

  4. Consapevole dei pericoli, ma la montagna in solitudine è semplicemente meravigliosa, sia che si pratichi l’escursionismo, lo scialpinismo, l’alpinismo o l’arrampicata. Il rapporto intimo con l’ambiente è assolutamente unico e il piacere di muoversi al proprio ritmo e con la propria sintonia è una delle cose più belle che ho provato nella vita. Le polemiche in merito mi sembrano futili

  5. Non capisco . Lei associa una persona che conosco pacata , attenta e mai sopra le righe….alle tutine?  Mette in dubbio la dinamica della caduta ridicolizzandola?Come si permette di esagerare con le supposizioni su persone e fatti che non conosce nei particolari?  Resti nei fatti , dica la sua ,ma senza offendere gratuitamente. Noi tutti  pensavamo di non vederlo piu’. Invece il suo carattere e le sue capacita’ l’ hanno salvato. Grazie a Dio in cui credo, alle preghiere della sua famiglia e di tutti, ma anche grazie a Giorgio che ha fatto scelte difficili con la necessaria freddezza,e non ha mollato. Molti purtroppo non sarebbero tornati…

  6. è assai brutto strumentalizzare… ma magari serve da monito per le prossime elucubrazioni crovelliane… non era solo, bensì in una gita numerosa ma ben gestite. Che trovi pace tra i suoi monti, che sempre immobili ci lasceranno andar su e giù, impassibili e impotenti per le nostre azioni.

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