L’avventura di Giorgio De Bona

In questa storia gli ingredienti per stuzzicare la curiosità del pubblico (e non parliamo dei social) ci sono davvero tutti. La caduta “a testa in giù”, la notte di bivacco trascorso con abbigliamento a dir poco insufficiente, l’ARTVA che non funzionava, il ritrovamento finale il mattino dopo da parte dei soccorritori. Nel seguente articolo, davvero mediocre, nulla ci viene raccontato su cosa possa aver provocato l’incidente: e, soprattutto, nulla ci viene detto a proposito della scelta che di certo il De Bona aveva fatto quella mattina: andare da solo.
Personalmente considero lo scialpinismo la disciplina in assoluto più pericolosa tra le tante che ormai si sono delineate nella frequentazione sportiva della montagna, estiva e invernale. Figuratevi lo scialpinismo solitario…
Continuo a stupirmi che questo non venga a sufficienza rilevato nell’informazione, anche in quella di settore. Se mi si chiede se è più pericoloso il free solo o lo scialpinismo, non ho alcun dubbio, fatte salve le differenze del caso. Eppure, si continua ad associare la parola “gita” allo scialpinismo, come se questo fosse un’attività di solo diletto e potesse rientrare nella definizione data dal dizionario: “gita = escursione, lunga passeggiata o breve viaggio di piacere”.

Ognuno è libero di scegliere l’attività che più gli piace, è libero di correre i pericoli che ritiene giusti a patto che, appunto, ne sia conscio. Che sia una scelta deliberata, responsabile. Tutto ciò dovrebbe emergere proprio in caso di incidente: strano che nulla di tutto ciò sia affiorato. Forse sono gli stessi mezzi d’informazione a desiderare che nulla emerga… Questo è l’aspetto più grave di questa vicenda.

L’avventura di Giorgio De Bona
di Alice D’Este
(pubblicato su corriere.it il 21 dicembre 2021

La sveglia sul cellulare suonava ogni 30 minuti.
Il suono rimbombava nella dolina, al buio. Giorgio De Bona alzava gli occhi verso l’unico pezzo di cielo che faceva capolino nei ghiacci e ricominciava a muoversi.

«Non sono mai stato fermo per tutta la notte — dice — non ho mai chiuso gli occhi. Intorno a me c’era lo strapiombo. Se fossi caduto di nuovo non sarei più riuscito ad uscirne vivo».

Quarantasette anni, scialpinista, Giorgio De Bona è stato ritrovato sul versante tra il monte Cavallo e il Semenza nel Bellunese domenica mattina dai soccorritori dopo una notte infinita passata al buio e al freddo. Intorno a lui le pareti verticali di 10 metri, il telefono che non prendeva. Fuori solo la luna.

Giorgio De Bona

Giorgio De Bona (47 anni), residente ad Alpago (Belluno), fa scialpinismo da anni, è quello che si potrebbe considerare un esperto, ma il buco era sotto un cornicione ghiacciato e non si vedeva.

«Sono caduto ad un certo punto senza poter far nulla, a testa in giù — racconta lui — alla fine della corsa ero in un posto stretto, incastrato nella roccia. Mi è salita una gran rabbia. No, mi sono detto. Proprio a me non può capitare. E con tutte le forze che avevo mi sono liberato e mi sono girato».

Quando ha alzato la testa ha visto una parete di roccia altissima che copriva la luce. E ha cominciato a risalirla. Per farlo ha dovuto abbandonare lo zaino anche se dentro c’erano coperta termica ed equipaggiamento.

«In alcuni momenti bisogna fare delle scelte — spiega — il movimento con lo zaino era più complicato, lo controllavo meno. Nella posizione in cui ero avevo uno strapiombo a sinistra e uno a destra, non potevo fallire altrimenti mi sarebbe stato fatale. Volevo fare il possibile per salvarmi. Sono arrivato su. Quando ho visto il cielo ho tirato un sospiro di sollievo. Mi sono messo in un punto in cui potevo appoggiare gli scarponi in uno spazio di neve battuta. Alle spalle avevo la roccia per appoggiarmi se mi fossi sentito mancare. E poi ho aspettato fissando la sveglia ogni 30 minuti».

L’attesa di Giorgio De Bona è durata una notte intera. Ma lui, in quelle ore non ha mai perso la lucidità. Si è asciugato le mani, togliendosi i guanti. Ed è rimasto in piedi tutta la notte, cambiando continuamente posizione per non far atrofizzare i muscoli.

«Non ho mai avuto paura veramente — dice — Ero soprattutto dispiaciuto per le persone che erano a casa. Per i miei figli di 13 e 10 anni, Michelangelo e Sebastiano. E per mia moglie Annalisa. Mi hanno aiutato da lontano. Sapevo che dovevo resistere per loro. Sentivo il loro pensiero, il loro aiuto. Senza di loro non sarei nemmeno riuscito a risalire, li avevo davanti ai miei occhi. Li ho avuti lì tutto il tempo. Non avrei mollato per nulla al mondo».

Il cellulare non funzionava, ma nonostante questo ha inviato alla moglie messaggi mai recapitati: «Forse vivrò per due giorni batto i piedi tutta la notte»; «sono vivo, gli elicotteri mi passano sopra ma non mi vedono».

E ancora: «Ho resistito in questo abisso pensando a te e ai figli. Stanotte guardavo la luna e il cielo, pensavo di vederti così la fine sarebbe meno dura».

Le pareti di 10 metri impedivano ogni contatto. Era completamente isolato. Nemmeno l’ARTVA, l’apparecchio per rintracciare le persone in caso di valanga, funzionava. Gli elicotteri dei soccorsi sono passati lì vicino tre volte già nella prima giornata, ma non l’hanno visto.

Il ritrovamento è avvenuto la mattina dopo.
«Ho alzato le braccia, le ho sventolate e loro mi hanno visto — dice — sapevo che l’incubo era finito. Credente? Sì, ma fin lì. Pensare ai tuoi cari però secondo me è già una preghiera. Aiuta. Io ero lì a cercare di non congelarmi, e loro a casa a pensarmi. Ci vuole lucidità. Io non avrei mollato in ogni caso. Neanche se avessi dovuto passare un’altra notte così».

Il commento
di Carlo Crovella

Un racconto del genere innesca in me due considerazioni totalmente contrastanti.

Da un lato emerge immediatamente l’ammirazione per la tenacia e la forza d’animo del protagonista: non mollare mai, è caratteristica comune a chi ama l’andar in montagna.

Dall’altro mi chiedo quanto stia rivelandosi sensato l’attuale versione dell’andar in montagna, in termini di buon senso e pacatezza. E inevitabilmente episodi del genere mi fanno affrontare il problema metodologico: non è che anche i mezzi di informazione generalisti potrebbero insegnare ad evitare di cadere in un “buco”, anziché esaltare la resistenza che ha poi permesso di uscire dal quel “buco”?

l resoconto è evidentemente scritto da una giornalista generalista (”crepaccio” si usa solo per i ghiacciai, non per qualsiasi spaccatura del terreno…), per cui bisogna farci un po’ la tara alla descrizione.

Certo che, se la descrizione riportata corrisponde davvero a verità (“caduto e testa in giù”, “strapiombi ai lati”, “fermato – nella risalita – da una parete verticale di 10 metri”…) pare il resoconto di un mirabolante incidente sul K2, altro che sul monte Cavallo nel Bellunese!

Tuttavia il vero nodo cruciale è un altro: non viene riportato nulla sulla dinamica immediatamente precedente alla caduta nel “buco”.

Voglio precisare che mi allontano dal caso di specie: non conosco il protagonista e anzi gli auguro ogni bene. Ma forse due riflessioni vanno fatte.

La sensazione è che il tipo andasse giù sparato come gli uomini jet del Kilometro lanciato: accecati dallo spasimo, non si vede più nulla intorno, non si ragiona più, non si governa il proprio procedere. Con questi presupposti è più probabile finire in un “buco”.

Questa la sensazione epidermica della dinamica. Poi si dà un’occhiata alla foto allegata, pur sapendo che riguarda il personaggio in ben altra occasione, e si comprende molto: è avviluppato in una tutina da gara (che, precisiamo, nulla a che vedere con la giornata dell’incidente, NdR).

Le “tutine”: così vengono chiamati gli agonisti (o simil-agonisti) dagli scialpinisti old style. Le tutine immaginano di essere sempre in gara anche nelle uscite normali, per cui sono ottenebrate dall’esigenza della velocità (sia in salita che in discesa), non badano più al resto, non focalizzano ciò che li circonda.

Non si può far di tutt’un’erba un fascio, ma a grandi linee l’analisi è questa: basta guardarsi introno.

Spesso le tutine danno l’impressione che la loro testa sia rimasta a casa, c’è solo il corpo che macina dislivello e, in discesa, si spara giù a raspa: bastoncini in mezzo alle gambe e giù a perdicollo per la massima pendenza.

L’ esigenza del risultato durante una competizione impone tutto ciò, ma, quando si è in uscita privata, il terreno non è controllato come accade per un campo di gara. Ecco dove i nodi arrivano al pettine.

Per sua fortuna, dopo l’incidente, questo signore è riuscito a riconnettersi con il buon senso ed è riuscito a salvarsi.

Ma forse, quando si va in montagna per diletto, sarebbe meglio non disconnettersi mai, intendo con il buon senso. A maggior ragione durante le gite scialpinistiche, dove la variabile nevosa impone di tenere sempre la situazione sotto controllo: forse una curva a puntino avrebbe evitato di cadere nel “buco” e tutto l’evento non si sarebbe sviluppato come poi è avvenuto.

Una curva a puntino, però, è fattibile se l’intera sciata è misurata e sotto controllo: quello è il punto cruciale, perché spesso oggi si confonde felicità con sconsideratezza.

Certo è che, se l’andar in montagna è diventato una sport da circo, i messaggi che vanno in giro diffondono l’idea che fare gite con gli sci consista proprio nel “tirare il collo” agli eventi.

Se non fai il figo, non ti diverti: solo che a forza di fare il figo, arrivi alla cassa e devi pagare il conto.

Se il sentiment generale è di questo tenore, non stupiamoci se, qua e là, accadano eventi come quello qui raccontato.

Ma non è colpa della montagna, è colpa di certi scialpinisti.

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L’avventura di Giorgio De Bona ultima modifica: 2022-01-13T05:08:00+01:00 da GognaBlog

49 pensieri su “L’avventura di Giorgio De Bona”

  1. 49

    Era la mano sinistra del Diavolo. 

  2. 48
    albert says:

     Esempio di anti tutina: la zona e’ il passo san Pellegrino, classica  l’escursione alla  Forca  Rossa.Oggi molto gettonata, i piu’girano filmatini e postano.Un, tempo , 40anni fa, si faceva con gli sci da fondo…quasi nessuno nei giorni feriali, gruppetti nel weekend…un solo giorno casino per  kermesse della classica Pizolada delle  Dolomiti…snobbata da sponsor e tv.
    Una mattina, con un gruppo di amici  fondisti per caso, appena raggiunta la forcella, venimmo avvolti da nuvola fitta e decidemmo di scendere a brevi tratti  per non perderci di vista. Ad untratto il silenzio ovattato venne disturbato da un canto sgangherato incomprensibile, e alla fine nella nebbia spunto’ un tizio.Aveva la salopette di panno di lana grezza, sbottonata fino alle mutande, e da questa spuntava una canottiera stile “lo chiamavano   Trinità”, lana grezza unta con chiazze rossaste.Il tipo saliva  con pesanti sci attacco Marker  vintage, tenendo i due bastoncini con una mano e nell’altra un fiasco impagliato da 2 litri di rosso…ed ogni tanto tracannava un sorso facendone tracimare  una parte sul petto villoso. Iniziammo 4 ciacole , era un austriaco che masticava un poco di italiano misto a dialetti vari.
    ” dofe tu  folere andarean?, chiedemmo. Rispose.”io fare vecchia gita di ogni anno. Forka  Rot, poi discesa vallona Antermoia, fino Ciapela, poi prendere funivia malga  Ciapela e arrifare punta  Rocca, poi mollare ciù per pista Marmolata e arrifare   passo Fedaia,lì comprare nuovo fiascko  poi da  lì autostop o pulman e tornare penzione a  Cianazei!”
    ” Azz..Tanti aukuri!”..   spari’ nella nuvola bassa e non avendo addosso colori fluo, rimase  aleggiando solo la sua voce sempre piu’ flebile. La nebbia si infittiva e col riflesso sulla neve c’era da avere le traveggole . Noi con fatica arrivammo in basso, dove finalmente  si poteva vedere  dal rifugio Fuchiade in giù.Per alcuni giorni dopo ascoltammo i telegiornali regionali e comprammo quotidiani locali..nessuna notizia di disperso.O se la cavo’ essendo di scorza dura ..o ancora giace  surgelato in qualche crepaccio mai cercato da alcuno…con vicino un fiasco impagliato.

  3. 47

    “Quando accade un incidente puoi scegliere se accusare o imparare, entrambe le cose non sono possibili.”
    E se cominciassimo a cambiare un po’ il paradigma appunto dalla critica asettica ad una lucida e ben più utile analisi dell’errore?https://www.ladinamicapodcast.it/
     
     

  4. 46
    Fabio Bertoncelli says:

    Carlo, stai incominciando a offendere.

  5. 45
    Carlo Crovella says:

    Neppure tu riesci a capire, perché a te come a molti altri manca totalmente la prospettiva storica. Il mondo dello scialpinismo degli anni ’70-80 era completamente diverso da quello degli ultimi 20 anni, l’ho già detto. Inoltre, per quanto in 200, la ns comitiva era (ed è tuttora) composta da “soldatini”, tutti (istruttori ed allievi) silenziosi, rigorosi, ubbidienti… Oggi mi capita a volte di esser in gita privata su itinerari molto battuti: in belle giornate ci saranno se non proprio 200, almeno 100 o 150 persone, composte da gruppi indipendenti di 2-3-5-10 persone l’uno. La loro sommatoria è estremamente più fastidiosa di quanto lo fossimo noi allora: essi generano casino, vociare alto, “batti il cinque”, bambini, cani abbaianti e chi più né ha più ne metta. In ogni caso, ho già detto in parecchie occasioni che l’impatto dei 200 era complessivamente assorbibile dal mondo scialpinistico di allora, oggi non lo sarebbe più, sia dal resto degli scialpinisti, sia dall’ambiente geofisico (animali, piante ecc) infinitamente più stressato di allora dall’attività antropica in generale. Difatti i ns numeri si erano già ridotti verso la fine del secolo scorso, e oggi non eccediamo i 100 individui nelle gite invernali (50-60 in primavera). In compenso allora c’erano poche scuole, oggi ce ne sono una marea: non so se la somma algebrica sia tanto differente. Infatti, se anziché una scuola da 200 persone, incontri, sullo stesso itinerario, tre scuole da 60 persone l’una… alla fin fine non cambia  molto… La differenza, rispetto alla marea indistinta dei “privati”, è che le scuola CAI sono in genere molto disciplinate, difficile che rompano le palle. Viceversa una sola tutina che scenda a razzo urlando come un ossesso dà più fastidio di una lunga fila di silenziosi soldatini, che siano 100 o 200. Quindi vedi che neppure tu riesci a focalizzare le cose nella loro giusta prospettiva. Mangiati anche tu del gran “pane e volpe” al colazione, che sicuramente di farà bene. Mi sono rotto le palle di tutti quelli come te che sparano sentenze dimostrando di non avere il minimo riscontro della situazione: addirittura pretendi (in altra sede) di sapere meglio di me cosa succede nella Torino che frequento io e altrettanto nella scuola di scialpinismo che manco sai come si chiama… magari se te ne stai zitto, sei il primo che smette di rompere sei proprio tu…

  6. 44
    Simone Di Natale says:

    Caro Crovella….anche qui toni eccessivi e fuori luogo..come ti ho scritto nell’ altro post…riprova in toni diversi..o meglio elabora quanto scritto da Fabio e prendi coscienza che anche tu puoi aver recato disturbo altri…anche se erano pochi e non appartenenti al sacro CAI sabaudo. ….dai fai un piccolo sforzo!!

  7. 43
    Carlo Crovella says:

    Dai Bertoncelli non perdi occasione per dimostrare che non sei proprip lucido. Ne abbiamo già parlato molto tempo fa e ti ho spiegato che il fenomeno risale a decenni fa quando lo scialpinismo era completamente diverso, specie in termini di numero di persone. I pochi di allora che partivano questo fastidio erano davvero pochissimi, in assoluto, e.lo risolvevano cambiando gita. ma non c’erano molte scuole e soprattutto non cd c’era nessuna così grande. Oggi un fenomeno del genere sarebbe improponibile e difatti non è più così da decdnni. La differenza rispetto a oggi è che oggi ci sono “pochi” (nella fattispecie pochi anche fra le tutine) che pero’ danno molto fastidio ai molti altri. Te l’ho già spiegato mille volte, se non lo capisci sei proprio “andato” di cranio. Mangiati Pane e Volpe al mattino e forse ti svegli in po’.

  8. 42
    Fabio Bertoncelli says:

    «Ma per caso quello che sto facendo non è che arreca disturbo e fastidio agli altri?»
     
    Domanda: una comitiva di duecento scialpinisti non arreca disturbo e fastidio agli altri? Oppure in questo caso vale il detto: «È mio diritto»?

  9. 41
    Carlo Crovella says:

    Hai perfettamente ragione. Il problema generale è che viviamo in un mondo in cui è completamente sparita l’educazione. Nessuno più dice “buongiorno,… per favore …grazie”. Parimenti è sparito il rispetto per gli altri. Nessuno si pone più la domanda “ma per caso quello che sto facendo non è che arreca distirbo e fastidio ad altri?” No, figurati se ci pensano! Sanno solo dire “è mio diritto!”. Questo problema è trasversale a tutte le categorie, e non solo in montagna. Ciao!

  10. 40
    albert says:

    “Le “tutine fastidiose” sono una dei milioni di esempi…” Contro esempio:Nel mondo alla rovescia ci sono pure le tutine degli sciatori di fondo, che nei week end sono circondate da invadenti cammninatori in cappotto o giacche di montone adatte a centri cittadini, con persino cani o slittini ,che  calpestano le piste…a volte formano crocchio  che  conversa del piu’ o del meno tra i “binari”.I  gestori non riescono a far loro capire, appongono cartelli ,  indicano altri percorsi predisposti per camminata o ciaspole, ma  per ripicca sisentyrono contraddire  “che e’ loro diritto caminare sui prati sottostanti..( preferibilmente con neve battuta e compattata )

  11. 39
    Carlo Crovella says:

    Continui a non capire… non è una questione di numeri assoluti, ma relativi. Basta anche solo UNA tutina che scenda a razzo e soprattutto senza controllo, durante una gita privata, ed è quella che da’ fastidio agli altri. Puo’ anche non essere una tutina, la cosa rilevante è il modo di comportarsi  non l’abbigliamento: ma ho gia’ spiegato la correlazione statistic. Magari quel giorno sullo stesso itinerario ci sono 100 scialpinisti “normali”, tranquilli e pacati, e nessuno di loro risulta fastidioso. 
     
    Detto questo, ovviamente non possiamo sapere quale sia la distribuzione oggettiva delle “turbine fastidiose” (che, ribadisco, non sono tutte le tutine) nell’arco alpino. Mon edistono statistiche per la voce “tutine fastidiose”. Mi limito a riportare le impressioni di due amici, che torinesi di nascita, abitano in Veneto da oltre 20 anni. Alla mia protesta contro due tutine che stavano per investirci (poco rileva se stessero facendo raspa o tirassero curvoni da freeride…), gli amici han detto che nell’Est il fenomeno è estremamente più fastidioso che nelle occidentali…
    Il punto è che oggi, non solo in montagna ahimé, manca completamente il senso del rispetto verso il prossimo. Le “tutine fastidiose” sono una dei milioni di esempi…

  12. 38
    Paolo says:

    Crovella, siete un pochino sfortunati, pare che le tutine cannibali le troviate solo voi.
    Qualche numero, desunti dalle classifiche che ogni tanto guardo avendo 2 nipoti che gareggiano : la somma dei senior e master ammonta a circa 150 persone, altrettante nel settore giovanile under 23.
    Quindi circa 300 persone che si allenano sull’arco alpino in preparazione alle gare, utilizzando anche gli spazi aperti e non solo la risalita  è discesa delle piste.
    Mettiamoci qualche altra tutina non agonista  ma alle fine sono pochi praticanti, inteso come  somma di tutine se rapportato all’intero arco alpino. 
    Ho fatto circa 100 gite la scorsa stagione, sarò più fortunato ma di tutine poche, di cannibali neanche l’ombra.
    Trovo molto spesso gente tranquilla con sciata tradizionale a serpentina, scendere diritti non è sciare ma molti di loro in gara e in allenamento non sciano, devono scendere il più veloce possibile e magari tentare di recuperare tempo perso in salita.
     

  13. 37
    Carlo Crovella says:

    @35 ti invito pacatamente a rileggere con maggior attenzione il testo. Le mie critiche NON sono verso la tecnica a raspa in sé, ma sula discesa a velocità forsennata e senza controllo. La cosa è particolarmente diffusa fra quelle tutine che pensano di essere in gara anche quando sono in gita privata. Sono pericolosi per sé e soprattutto per gli altri. Proprio con gli amici residenti in Veneto, il discorso è scivolato sulle tutine perché, facendo una gita insieme in VdA qualche tempo fa, un paio di questi “razzi umani” sono sbucati all’improvviso a tutta velocità da sopra un dosso: quasi ci investivano e io ho inveito a voce alta contro di loro. L’amico “padovano” mi ha allora detto che l’intensità del problema nelle occidentali è “niente” se confrontato con quello delle loro parti… La discesa incontrollata è il punto, non la raspa in sé. Se uno, pur indossando i pantaloni alla zuava, scende senza controllo è ugualmente pericoloso: lo criticherei con uguale asprezza. Infatti ai nostri allievi di scialpinismo insegniamo l’assoluto controllo della sciata. Tuttavia ho ravvisato che questo fenomeno è particolarmente intenso fra le tutine per il particolare che ho sottolineato, ovvero che alcune tutine (e quindi non TUTTE), anche quando sono per i fatti loro, “pensano” di essere in gara… con la differenza che il percorso non è controllato come quello di gara e che sul tracciato, in uscita privata, ci son o altri scialpinisti… sono quindi estremamente pericolosi per sé ed anche per gli altri. Ad essere sincerissimi, con riferimento a quelle particolari tutine, mi preoccupo più di questo secondo risvolto che del primo…

  14. 36
    albert says:

      Quando il “pavimento “cede e sotto c’e’ una forra occulta , tutto il resto e’ solo contorno : sci , ciaspole, tutine o pantaloni alla zuava, sci corti o per fondo.. tombino, voragine  su strada   o tetto di capannone…un corpo  di vivente pesante precipita con varie conseguenze. Se nei paraggi qualcuno vede e soccorre immediatamente forse ci si salva, altrimente e’ un mix di fortuna e volonta’ di sopravvivenza. Sono accaduti molti casi, ma se l’infortunato e’ anonimo fuori dal “giro” nessuno ne scrive e commenta..poche righe di cronaca e solo con le iniziali puntinate.. Come quando c’e incidente stradale..se e’un’ utilitaria dopo un giorno e’ “damnatio memoriae”, se è un a fuoriserie costosissima con vip feriti o coinvolti …fiumi diarticoli e puntate di talk show.Ogni giorno ci sono anonimi escursionisti senza appartenenza  a confraternite che incorrono in incidenti .

  15. 35
    Paolo says:

    Forse è utile ricordare a Crovella che la tecnica a raspa veniva utilizzata quando erano regolamentari nelle gare skialp gli sci da fondo,ora i forti scialpinisti in gara vanno diritti ma sanno tirare anche bei curvoni tipo freerider avendo solo 65 cm sotto i piedi.
    Non capisco inoltre come si possa pensare che diano fastidio, per fortuna di Crovella sono all’est, pare che in Piemonte girino ancora con i pantaloni alla zuava e i Galibier, però si può scegliere il colore dei calzettoni, o rossi o gialli, se a qualcuno interessano devo avere in giro un paio di Rossi haute route con iser e piastra con mollettone marker.
    Conflitti di interesse:nessuno
    Non sono una tutina ma un anziano scialpinista a tallone libero. 
     

  16. 34

    Grazie che ci eviti la lista delle tue attività! Troppo buono. Il blog tutto (credo) ringrazia.

  17. 33
    Carlo Crovella says:

    Evito qui di riportare il resto della mia attività. Se interessato, chiedi a Gogna, dovrebbe avere un mio CV.  Forse tu non mi capisci perché lo sballato sei tu, ma non certo io che sono discretamente inserito nei circuiti istituzionali, dove nessuno ti regala nulla. Ovviamente preciso che mi hai tirato tu per i capelli e inoltre mi limito a fare riferimento solo al mio coinvolgimento nella montagna, che rappresenta uno dei miei tanti campi di azione, da quello professionale ai vari altri interessi culturali, sportivi, civili (cittadini) ed anche politici. Stammi bene.

  18. 32
    Carlo Crovella says:

    Mi spiace deluderti ma sono un conferenziere molto apprezzato e richiesto. Ho all’attivo oltre 100 serate (in circa 25 anni), alcune in contesti CAI altre nei più diversi ambienti. Mi riferisco solo alle conferenze vere e proprie, perché se conto anche le lezioni agli allievi (sia della mia scuola che di altre dove vengo espressamente invitato) ho perso il conto. L’ultima serata prima di Natale, seppur in un contesto CAI, è stata di elevato livello, come argomento, come pubblico e anche come oratori. Ho parlato a fianco di nomi che non voglio citare qui, perché anche loro scrivono e leggono sul blog e non voglio immischirali in queste beghe di cortile. Se io fossi davvero un coglione,  questi signori non avrebbero accettato di parlare al mio fianco. La conferenza ha addirittura avuto molto successo e io personalmente ho ricevuto i complimenti espliciti degli altri oratori… Se vuoi, chiedi a Gogna che ti invii per mail il link del post uscito su Altri Spazi (mi pare in data 30 novembre) con il programma e gli oratori di quella serata. Lì trovi tutto e, forse, capirai.
     
     
     

  19. 31

    Crovella è difficile credere che tu possa tenere delle conferenze a persone intelligenti. Io non ci credo proprio, basta vedere cosa scrivi qui da anni.Forse riesci a tenere conferenze ai soci Cai del più basso livello che si farebbero dire qualsiasi cosa perché nuovi nell’ambiente, ma non posso credere che tu possa essere seguito da persone ragionanti e dalla mente aperta. Abbi pazienza ma non riesco a crederlo!
    Comunque potresti mandarci il link di una tua conferenza registrata, se esiste. Grazie.

  20. 30
    Carlo says:

    Personalmente gradisco le tutine femmine; purtroppo è vero che corrono troppo…non riesco a stargli in coda ed il piacere per gli occhi dura poco. Propongo dei limiti di velocità. 

  21. 29
    Matteo says:

    In effetti l’asino è un animale paziente e decisamente intelligente…
     
    E comunque la lingua batte dove il clito ride.

  22. 28
    Carlo Crovella says:

    @24 per il momento penso di esser sfuggito all’applicazione del proverbio veneto da lei citato perché scrivo e tengo lezioni e conferenze da decenni e decenni, nei più disparati ambienti. Se fossi un asino, non mi avrebbero dato così tanto spazio. Semplicemente confondete le affermazioni “che vi danno fastidio” con affermazione che voi definite “sbagliate”.  Demonizzate quello che non vi piace sentire. Ma si sa che la lingua batte dove il dente duole…

  23. 27
    Placido Mastronzo says:

    Chiunque segua questo blog da un po’ di tempo potrebbe ormai anticipare, imitandoli, certi commenti, senza peraltro sperare di poter raggiungere le vette degli originali, per evidente, manifesta, inferiorità.

  24. 26
    Simone Di Natale says:

    Io ho sentito dire che la candidatura di Berlusconi ed il possibile Mattarella bis sono solo della bufale. 
    In realtà stanno tutti aspettando un esimio tuttologo di Torino per riportare il paese sulla retta via.
    A giorni l’annuncio ufficiale!!

  25. 25
    Salvatore Bragantini says:

    Crovella @23,
    riparte la vecchia contrapposizione orientalisti versus occidentalisti? Ahi ahi…Attenzione che è un vaso di pandora, speriamo che passi inosservato ai più giovani, altrimenti andiamo a 100 commenti

  26. 24
    Marcello says:

    Crovella, da questo suo scritto (da tutti gli altri suoi) e dai suoi commenti, si può trarre una sola conclusione: lei sa tutto, ma proprio tutto, e ha le verità in tasca!
    A casa mia, però, qui in Veneto, c’è un proverbio che dice “ea rason xe dei mussi”, che tradotto sta a dire “chi vuol sempre avere ragione non fa altro che dimostrare di essere un asino, incapace di ascoltare il prossimo”.
    In ogni suo commento rincara la dose, AUMENTA le sue verità e le sue capacità, ed è una cosa che, sinceramente, trovo pazzesca!
    Un personaggio così semplicemente sorprendente che si abbassa al livello di noi mortali! A risponderle mi pare quasi di peccare di hybris…
     
     

  27. 23
    Carlo Crovella says:

    Avrei stigmatizzato lo stesso l’episodio anche se il tipo avesse indossato vestiario classico (pantaloni alla zuava ecc) e/o le ciaspole. Ho già scritto (mi pare ieri) che i “cannibali” sono trasversali a tutte le categorie. Io critico i cannibali, non il settore a cui appartengono. Va da sé che i settori “nuovi” sono statisticamente più infarciti di cannibali di quelli più tradizionalisti. Al commento 12 trova tutte le conseguenze di tale valutazione. Ovviamente non tutte le tutine sono dei cannibali. Ma le mie considerazioni, se legge con maggior attenzione il commento nell’articolo, si riferiscono ad “alcune” tutine e in particolare sul loro comportamento “fuori dalle gare ufficiali”.  Infatti un conto è spararsi giù a raspa durante una gara, con il percorso controllato e verificato. Un altro conto è fare lo stesso in uscita privata dove il percorso non è controllato. Di “controllato”, in quel caso, ci deve essere solo il comportamento individuale. Le mie considerazioni partono dal caso di specie ma se ne distaccano quasi subito: non sono minimamente interessato all’effettivo comportamento del tipo nell’occasione, quanto al fenomeno generale che si riscontra in giro. Basta guardarsi introno mentre si fa una gita. Concludo con un’annotazione che mi è venuta in mente poco fa: pare che il fenomeno delle tutine sparate a razzo nelle gite private sia molto più accentuato nel Nord Est. Amici torinesi, scialpinisti fin da ragazzi e traferitisi a Padova per lavoro da oltre 25 anni, fanno gite regolarmente da quelle parti. Quando tornano nelle occidentali (es per le vacanze di fine anno) e magari facciamo una gita insieme, chessò in VdA o nel Cuneese, mi dicono che le tutine da noi (in occidente) sono “niente” rispetto al fastidio che infliggono nell’Est. Non ho numeri oggettivi per dimostrarlo, riporto una valutazione di parte, peraltro rafforzata da pari considerazione di un altro amico che (torinese anch’egli) abita a Venezia da anni e fa gite proprio nel Bellunese…
     
    Salut!

  28. 22
    Nazario says:

    Signor Carlo, ho 5 anni più di lei e forse la stessa attività scialpinistica.
    Dall’82 Guida Alpina. A leggere , mi è venuta voglia di commentare. 
    Tendenzialmente lo evito, perché non è facile interloquire con 1500 caratteri (sembra una battuta).
    Quello che a me` ha colpito è il termine “tutina”, col chiaro messaggio , tutina- vai a cercartele.
    Devo essere sincero, ho indossato la tutina in molte occasioni. E con me molti scialpinisti preparati , ma desiderosi di provare un “race”. 
    Per vecchiaia ho smesso, ma quanta ammirazione è rimasta dentro!
    Ora veniamo alla vicenda (perfortuna a lieto fine) del sign. Di Dona.
    La domanda è,  se era con vestiario classico e magari con le ciaspole, non commentava nessuno?
    No, perché nel 2006 a Cima Bocche, è successo a uno con le ciaspole di cadere in un buco e purtroppo non risalire più. 
     

  29. 21
    Carlo Crovella says:

    20 Caro emanuele, evidentemente sei un lettore di recente acquisizione. Diffondo quelle idee da almeno 15 se non 20 anni e da tempo le esprimo anche (anche, non solo) su questo blog. Porto avanti (con successo, visto che mi chiamano a tenere conferenze) la campagna promozionale “una montagna per pochi”. Il modo di andar in montagna alla cazzo, che sia con gli sci o senza, è l’antitesi di quello che insegniamo, con estremo successo (specie numerico), io in particolare da oltre 40 anni come istruttore. Nella fattispecie, l’esperienza diretta mi dice che “cadere in un buco – che sia un vero crepaccio in un ghiacciaio o una dolina o una fenditura”  è quasi sempre conseguenza della sciata senza controllo. Io faccio scialpinismo da 55 anni circa (su 60 anagrafici) e avrò fatto milioni di curva in sci: di tutte queste nemmeno una mia curva è stata fatta senza l’assoluto controllo della sciata. Questo pratico in prima persona e questo insegno sistematicamente e sotto le mie “grinfie”, nelle scuole torinesi, sono passati migliaia (diconsi migliaia) di allievi in 40 anni: 100 allievi in media all’anno e fai i conti. Alcuni di questi miei allievi sono diventati alpinisti e scialpinisti persino più forti di me, eppure tutti riconoscono la “fortuna” di esser stati miei allievi, perché da me hanno imparato “come si va in montagna con la testa”.  Con tali presupposti, episodi come quello qui descritto non possono che vedermi aspramente critico. Più che “sfortunato” (perl’esser caduto in un buco), io considero il tipo molto “fortunato” per la combinazione a lui favorevole degli eventi successivi alla caduta. Bastava che un solo tassellino non combaciasse bene con gli altri e a quest’ora era fra i cancellati all’anagrafe. Andare in montagna basandosi sulla “fortuna” della casualità è l’origine dell’andar in montagna alla cazzo. Nelle nostre scuole (di alpinismo, di scialpinismo, di escursionismo ecc ecc ecc) noi non insegniamo questo approccio, anzi lo stigmatizziamo aspramente. Vi piace andare in montagna alla cazzo? Andateci pure, ma non richiedeteci di approvarvi né di esser comprensivi. Riteniamo che sbagliate e ve lo diciamo senza peli sulla lingua.

  30. 20
    emanuele says:

    Scusate se rubo di nuovo spazio tra i commenti.
    Perchè dovrebbe essere inqualificabile l’articolo scritto da Alice D’Eeste? è un articolo scritto su “corriere.it” fatto per raggiungere un’ampia fetta di popolazione tra cui molti non alpinisti e con pochissimo tempo per leggere, e “crepaccio” in questo caso è compreso da tutti piuttosto che “dolina carsica”.
    Tra l’altro è un dettaglio insignificante rispetto al resto dell’articolo e sull’aspetto che si vuole far risaltare: il ritorno alla vita quando sembra perduta, il valore degli affetti familiari o anche solo i meccanismi mentali che ci aiutano nei momenti di difficoltà, soprattutto risalta perchè accaduto a ridosso delle feste natalizie. Se lo ritenete insignificante non leggetelo, ma non lo vedo dannoso tanto da essere disprezzato.
    Rimane inqualificabile il commento all’articolo, forse scritto troppo in fretta o senza rileggerlo, me lo auguro.

  31. 19
    Alberto Benassi says:

    invece direi che è proprio “inqualificabile” perchè è il solito articolo, scritto da chi non sa di cosa parla,  che spara giudizi che poi, purtroppo,  trovano approvazione sull’opinione pubblica.

  32. 18
    Salvatore Bragantini says:

    Mi permetto, rispettosamente, di non concordare col commento finale del Blog. Il pezzo non mi pare “inqualificabile”, è costituito per lo più da virgolettati dello sciatore alpinista socccorso. Al di là delle consuete imprecisioni che ogni persona pratica di montagna conosce da sempre, come chiamare crepaccio un buco in un ghiacciaio, come giustamente scrive Carlo Crovella. Però anche il commento di quest’ultimo mi pare ingeneroso, a meno che non dica quelle cose perché conosce la persona

  33. 17
    GognaBlog says:

    Grazie “Camorz” (commento n. 14) per il link al “Corriere delle Alpi”, indubbiamente più accurato. L’articolo che abbiamo riportato noi è, al contrario, inqualificabile. E lo abbiamo riportato proprio per questa ragione.

  34. 16
    albert says:

    Inutile arrovellarsi su un incidente di un mese fa, non serve neppure a mettere sull’avviso gli escursionisti  da eventi simili successivi .INFATTI recentissimo del13/1/2022:
    https://www.ildolomiti.it/montagna/2022/scivola-in-una-trincea-per-quasi-4-metri-e-resta-bloccato-lo-recupera-il-soccorso-alpino-
    Fate ciò che vi pare e portatevi pure un amuleto.  Recuperanti di ordigni o escursionisti..la Grande Guerra rischia di far vittime dopo un secolo.

  35. 15
    albert says:

     Ripeto: in buche o doline occultate da crosta di neve  cadono anche  escursionisti senza velleità “no limits”  o “x-treme skking”o “backcountry”o”comemcakkiome pare “.. cisono fatti dicronaca recentio anche passati in tribunale…data la denuncia deiparenti ad un ente parco che avrebbe dovuto segnalare e delimitare srpofondamenti nel settore Grande Guerra a Bocche.In Brenta un “inghiottito” si salvò perche’ riuscì a gettare fuori dal foro sovrastante parecchi metri, una giacca a vento coloratissima, che attirò l’attenzione di altri escursionisti.  Questi si avvicinarono per indagare la giacca e capirono che sotto c’era una forra nella neve , infarcita di essere vivente. Sembra che  il  fattaccio diventi grave se si va soli e pure a zonzo …non importa se con sci, ciaspole, skialp in carbonio o tutina. Se proprio si ama la montagna innevata solitaria, almeno si pensi a come  lasciare tracce o segnalare( razzi Da segnalazione?’ fischietti??) e a portarsi carte tecniche regionali in scala ridotta che  riportano pure le forre e grotte e trincee. Qualcosa di simile sono le cadute in da sentieri escursionistici esposti con ghiaccio o terreno franoso…o anche i malori gravi persino a poche centinai a dimetri da rifugi o baite gestite…se si è soli passano i minuti  utili a salvarti lavita con semplici manovre di pronto soccorso.La fatalità esiste, ma meglio non indulgere al fatalismo.

  36. 14
    il Camorz says:

    Buongiorno, sfruttando la libertà concessami vorrei commentare:
    capisco che ci siano cose in montagna che è meglio non fare etc. ma arrivare a esprimere certi giudizi mi sembra molto afrettato.  Non conosco la persona che è caduta ma diciamo che so un po’ com’è lo stile bellunese di andare in montagna. Non è che se uno macina dislivello, oppure va da solo, o addirittura ha partecipato a competizioni, è perché lascia la testa a casa: frasi come ‘ insegnare ad evitare di cadere in un “buco”’ si chiama fatalità capisco che la zona sia piena di doline ma può succedere, cosa vuole che facciano un’ impianto pure in Alpago?
    Non è che il primo foresto che impone la propria visione, indipendentemente dall’età che possiede, dice cose sensate, anzi: magari finisce per criticare gente che nello zaino ha ronca, seghetto e segue troi tagliati tra i mughi. Ognuno ha il diritto di andare come preferisce nel rispetto della libertà degli altri . Forse non tutti vanno allo stesso modo dipende anche dall’ambiente in cui crescono e dal fisico che hanno. Ha tutti noi capita di giudicare, ma siamo anche tutti un po’ mone, mica dobbiamo prendercela per questo.
    Sani 
    P.N. Camorz
    P.S. Complimenti al sig. Giorgio De Bona la tenacia del vero montanaro, mitico, e ovviamente a soccorso e all’elicottero convenzionato che hanno visto la traccia interrompersi , allego l’articolo del quotidiano locale, più accurato https://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2021/12/19/news/riprese-stamattina-le-ricerche-dello-scialpinista-disperso-1.41047078
     

  37. 13
    Andrea Brunello says:

    Ma che tristezza questo post. Se il signor De Bona vuole andare a fare sci alpinismo con la tutina saranno cazzi suoi. O no? Datemi da leggere cose interessanti per favore al posto di queste stronzate. Grazie 

  38. 12
    Carlo Crovella says:

    È ovvio che i cannibali sono trasversali a tutte le categorie! Ma la loro presenza e’ proporzionalmente superiore nelle categorie “nuove” rispetto a quelle tradizionali. Non ho tempo e voglia di spiegare il perché  ma se vi guardate intorno è cosi  specie nelle discipline sulla neve.  Ho raccontato più volte che da 15 anni circa porto avanti la campagna “più montagna per pochi”. Purtroppo anche riducendo i numeri totali, i cannibali continuerebbero ad esserci. Ma il loro numero assoluto si ridurrebbe assai e tornerebbe simile a quello degli anni 70. Ciò molto più sopportabile rispetto alla marea dei nostri tempi.

  39. 11
    DinoM says:

    Frequento più o meno da 40 anni quei posti e ogni gita l’ho fatta parecchie volte. E’ stata davvero solo sfortuna, ma nella sfortuna una componente fortunata c’è stata; solitamente gli inghiottitoi sono profondi e rocciosi ed essere sopravvissuto alla caduta è stata una vera fortuna. Come fortuna è stata che dall’elicottero, la luce radente e l’attenzione del soccorritore, abbia consentito di notare la traccia interrotta e quindi di il ritrovamento. L’incidente poteva accadere anche  in gruppo ( ne è accaduto uno di simile anche recentemente in zone limitrofe) e la caduta nel buco avrebbe potuto essere fatale. Anche a me piace girare da solo da quelle parti e non solo da quelle parti e accetto il rischio di questa scelta cercando di minimizzarlo come possibile Più volte ci siamo detti che lo sci alpinismo è pericoloso. Alcuni tuttavia tendono a sottovalutarne i rischi e ridicolizzare chi invita alla prudenza. Altre volte ci siamo detti, ed io concordo,  che lo spostamento al pieno inverno dello sci alpinismo aumenta il pericolo. E’ anche vero che l’andamento stagionale delle precipitazioni è fortemente cambiato e quindi lo sci alpinismo primaverile è sempre più difficile e scomodo. Nel merito del commento posso dire che conosco parecchie “tutine” che girano con la testa sul collo e “tradizionalisti” che la testa la lasciano a casa. Complimenti a De Bona per la tenacia! 

  40. 10
    Carlo Crovella says:

    Guarda che sei tu che hai preso un granchio colossale. Confondi il commento inziale (non mio) con quello finale (l’unico scritto da me). Le considerazioni sulle gite solitarie (anche se le condivido) sono state espresse da altro redattore. Io ho analizzato un tema particolare e cioè quello delle “tutine” che, spesso, scendono giù a razzo, dando l’impressione di non controllare minimamente la loro sciata. Questa nota serve solo per sottolineare la confusione mentale in cui sguazzi…  

  41. 9
    Drugo Lebowsky says:

    Crovella, candelporco! Hai veramente toccato il fondo.
    Se tu conoscessi il posto incriminato sapresti che è un luogo in cui con neve assestata, da soli ci vanno cani e porci: a piedi, con le picche, con le ciaspe, con gli sci.
    Ma è un posto carsico e ci sono rari inghiottitoi che solitamente o sono facilmente individuabili o sono solidamente tappati. 
    In questo caso non è stato così e la sfiga ha messo del suo.E come già detto la tutina non c’entra una beata téga.
    QUELLA zona dell’Alpago si presta benissimo ad andare da soli e basta. Senza sminuirne i pregi; non è un ambiente glaciale da attraversare e discendere con le debite precauzioni.
    Se poi per te già fuori dalla faggeta si dovrebbe andare in giro solo in gruppo con tanto di stendardo quagliottato, permetti è un tua visione decisamente datata.
    La buona pratica sicuramente consiglia di andare sempre almeno in due ecc…ecc…. bla…bla…bla…Ma i tempi sono cambiati e se uno è conscio di quanto stia facendo (e il soggetto che tu stigmatizzi lo era!) QUELLO è un posto dove puoi sciare o cazzeggiare ANCHE da solo.
    Anni fa (…) se non ricordo male qlcn passò la notte a cima Bocche finendo in una “buca di guerra” (trincea o cisterna, non ricordo).Anche lì dinamica identicaE analoga sfiga.Purtroppo la cosa non era salita agli onori delle cronache e ti eri perso la possibilità di elargire pirle di saccenza…
    Per fortuna adesso hai potuto recuperare abbondantemente. Complimenti. 

  42. 8
    Giovanni Baccolo says:

    Un fatto di cronaca, una fotografia e la disamina sociale del tal fenomeno è servita, con tanto di distinzione perentoria di chi segue l’approccio giusto, rigoroso e corretto da chi invece perde la trebisonda ogni due per tre per inseguire un record o una prestazione senza la più minima cognizione di causa.
    Sarò fatto in modo strano ma molto raramente vedo il mondo in bianco o nero, il commentatore usa invece delle lenti particolari e qualsiasi fenomeno che riguarda la frequentazione delle montagne è automaticamente classificato in bianco o in nero.
    Davvero non riesco a cogliere il senso di questi commenti ai fatti di cronaca. Uno spunto? Per cosa?

  43. 7

    Se lo sfortunato De Bona è finito in un buco, penso che non l’abbia semplicemente visto. Col senno di poi sono tutti bravi a dare giudizi. Io prima guarderei bene cos’è successo e a chi e non escluderei mai la fatalità. Inoltre se De Bona ha resistito una notte e probabilmente avrebbe resistito una seconda, sarà stato, oltre che per la sua tempra e determinazione, perché non era solo in “tutina” ma avrà avuto da coprirsi. 
    Sull’andare in gita da soli non mi sento di giudicare perché lo faccio anch’io. Non lo ritengo un comportamento da suggerire come esempio ma neppure da vietare, perché fa parte dell’assumersi delle responsabilità e della libertà personale. Se chi fa il soccorritore condanna questi atteggiamenti è perché ha sbagliato missione. Il soccorso è lì per aiutare tutti, esperti e incapaci, allo stesso modo. Come il medico che cura la vittima esattamente come l’assassino,  il vaccinato o il novax di turno. Tanto per non perdere di vista quello che succede fuori dal tema di quest’articolo. Lo dico per giocare d’anticipo su quelli che dicono: e poi bisogna andare a prenderli rischiando la pelle…
    In definitiva penso che il De Bona sia stato sfortunato e non imprudente e contro le “tutine” non ho proprio nulla. Ricordo quando chi a Finale in pantaloni alla zuava e imbrago alto condannava a morte chi indossava pantaloni in tela,  poi divenuti fuseaux, e imbrago Troll Whillans. La storia si ripete, l’evoluzione pure. La prudenza e il buonsenso necessari sono gli stessi. E non solo in montagna.

  44. 6

    Mi sento di spezzare una lancia a favore di De Bona. L’Alpago, area montuosa dove ho parte delle mie origini e dove ho trascorso parte della mia fanciullezza, visto che mia nonna paterna era di Tambre, è una zona particolarmente votata allo scialpinismo che propone itinerari molto belli. Negli ultimi anni vi si sono svolti persino i campionati mondiali, oltre a numerose altre gare che hanno cadenza regolare. Molta gente del posto pratica lo scialpinismo tradizionale e in molti partecipano alle gare. Personalmente non ho nulla contro gare e tutine. Qualche gara l’ho fatta anch’io in passato e conosco molti garisti che sono dei grandi esperti, così come ne conosco di altri a cui piace correre su per tracciati battuti contro il cronometro esattamente come chi va a correre, si allena, ecc. Non credo affatto che chi ama correre sia ottenebrato dalla velocità e non veda gli ostacoli che possono pararglisi davanti. Segue… 

  45. 5
    emanuele says:

    Non ho letto l’articolo ma sono passato direttamente al commento del sig.Crovella… Anche io sono uno scialpinista old-style, ma mi dissocio in modo assoluto dalle considerazioni fatte nei suoi commenti. Dissocio dal dire che chi va in giro con la “tutina” abbia lasciato il cervello a casa, uomini jet, e altre affermazioni similari, fino ad arrivare alla scissione degli scialpinisti in due categorie nettamente distinte.
    Pregherei di riformulare l’articolo, con riflessioni diverse, magari un po’ più costruttive ed edificanti, magari puntando sul non cadere nell’over-confidence delle gite fatte cento volte, che però poi arriva la centounesima e un breve tratto ghiacciato ti frega, o un accumulo che non c’è mai stato, etc..

  46. 4
    Marcello says:

    Crovella, questo articolo è semplicemente squallido.
    Lei giudica e basta, disprezza, e lo fa basandosi sul nulla, se non su di una montagna di preconcetti (razzismo scialpinstico? Wow!) e una foto.
    Questo “ragionamento” (anche se dubito sia frutto della ragione) poco si discosta da quelli che qualcuno fà quando una poverella viene stuprata: basta una foto in minigonna e “se l’è cercata”.
    Dovrebbere rendersene conto.

  47. 3
    Matteo says:

    Trovo sconcertante come si possa giungere a trinciar giudizi e a fare le (solite e stucchevoli) prediche basandosi su una foto di certo non legata al fatto. Ovvero sul nulla.
     
    E dal nulla non si può commentare nulla…se non il valore del commento stesso o quello della capacità dell’estensore del commento stesso.

  48. 2
    albert says:

    Non e’ un caso isolato e connesso  solo allo sci fuoripista.Piu’ recente questo:https://www.ilrestodelcarlino.it/verona/escursionista-cade-buca-carsica-lessinia-1.7226912 . Semplice CAMMINANTRICE CON CANE E FIGLIA la quale ha allertato il soccorso.
    Invece https://www.ladige.it/territori/valsugana-primiero/2019/09/21/mori-cadendo-in-una-trincea-i-giudici-condannano-il-parco-paneveggio-a-un-milione-di-risarcimento-1.2562112.In altipiano del Cansiglio le doline,in gran parte mappate, sono recintate da filo spinato e la pista sci fondo le evita…mentre per escursioni libere nel bosco..ci sono anche cartelli segnaletici ed inviti a non uscire da sentieri .Piu’ che  questione “tipo di attivita’ “sembra pesare la   “solitaria individuale”..ALL BY MYSELF  è BELLO SOLO ASCOLTARLO IN ORIGINALE E COVER.Personalmente meglio in compagnia “quella giusta”, allegra , scanzonata ma  distanziata ,  attrezzata e addestrata alla bisogna . Se non si forma il gruppetto…secondo me è meglio ridimensionare le difficolta’ dell’uscita  o    sdrenarsi di sci fondo che serve sempre per il dopo fuoripista primaverile.
     

  49. 1
    lorenzo merlo says:

    Non ho letto l’articolo.
    Lo scialpinismo estivo è altra cosa da quello invernale.
    Non solo per l’ambiente ma per l’interpretazione del terreno in funzione del rischio valanga e ponti di neve.
    Se l’articolo non distingue le due dimensioni invernale ed estiva, siamo alla solita disinformazione.
     

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