Le Alpi Marittime dopo la tempesta Alex

A cinque settimane dalla tempesta Alex (3 ottobre 2020, dunque ad oggi due mesi e mezzo, NdR) che ha flagellato le Alpi Marittime, si contano i danni e ci si attrezza per far fronte a eventi climatici violenti, che potrebbero anche ripetersi. In tutto questo, le aree naturali protette hanno un ruolo importante: quello di presidio e cura del territorio.  

Le Alpi Marittime dopo la tempesta Alex
di Nanni Villani
(pubblicato su piemonteparchi.it il 7 novembre 2020)

Era stato previsto il passaggio di una perturbazione “cattiva” ma non troppo. Il 2 ottobre 2020 sulle pagine cuneesi de La Stampa si legge che quella in arrivo per il giorno successivo “non sarà una banale pioggia di stagione” e sulle Valli tra Gesso e Tanaro le precipitazioni potranno superare i 130 millimetri di acqua.

In realtà la tempesta Alex, in sole dodici ore, scarica sulle Alpi Marittime oltre 500 millimetri di pioggia (515 mm alla stazione di rilevamento di Limone Pancani). Come a dire oltre il doppio delle punte massime registrate in precedenza. «I modelli previsionali – spiega il meteorologo Daniele Cat Berro – in generale hanno funzionato anche se, nel caso delle Alpi Marittime, per una serie di circostanze, si sono inseriti nuclei temporaleschi, talora persistenti e rigeneranti, che hanno contribuito a portare picchi di precipitazioni eccezionali e localmente senza precedenti. In certe zone, in un solo giorno, è caduta una quantità di acqua che rappresenta un terzo delle precipitazioni di un intero anno».

La diga della Piastra il giorno dopo l’alluvione. Foto A. Rivelli.

Risultato: un disastro. L’area più colpita è quella delle valli francesi della Roya e della Vésubie: strade e ponti spazzati via, crollano abitazioni, ci sono vittime. Sul versante italiano la situazione è meno drammatica, perché la perturbazione scavalca la cresta spartiacque ma si abbatte con violenza solo sulle testate delle Valli Gesso, Vermenagna e Tanaro. I danni più pesanti si registrano a Limone, Garessio e Ormea. All’interno del territorio delle Aree Protette delle Alpi Marittime la zona maggiormente interessata è quella dell’alta Valle Gesso, in particolare San Giacomo di Entracque, dove la furia delle acque distrugge oltre due chilometri della provinciale, e di Terme di Valdieri, dove crolla il ponte che dà accesso al Vallone di Valasco. Con il passare dei giorni, dai primi sopralluoghi dei guardiaparco, il quadro si fa via via più completo: sono sparite le passerelle che permettevano il guado di rii e torrenti, buona parte dei sentieri presentano tratti impercorribili, sono state invase dall’acqua aree attrezzate e parcheggi. Meno colpita è l’area del Parco del Marguareis, dove insieme alla rete di sentieri a patire le conseguenze del passaggio di Alex è soprattutto la torbiera di Sant’Erim, in alta Valle Tanaro, per la parziale distruzione di una dighetta e di briglie di contenimento. Nel complesso, da una prima stima dei tecnici dell’Ente di gestione, i danni, strade escluse, superano i due milioni di euro, e una richiesta di finanziamento dei lavori di ripristino viene inoltrata sia ai competenti uffici regionali sia al Ministero dell’Ambiente.

Area attrezzata della Piastra. Foto: A. Rivelli.

Riparare i danni
Tra le iniziative mirate al reperimento di fondi per fronteggiare lo stato di calamità, le Aree protette delle Alpi Marittime e il Parc du Mercantour, in accordo con gli altri partner, propongono al Comitato tecnico di sorveglianza del programma Alcotra che le dotazioni residue (circa 800.000 euro di competenza per il GECT Alpi Marittime e Mercantour) dei progetti europei in atto possano essere ricollocati e investiti a favore delle infrastrutture e del tessuto socio-economico.

Questi interventi vengono dopo il supporto assicurato nel corso dell’alluvione, con il personale impegnato nel monitoraggio e controllo del territorio e nel trasferimento a valle di persone e di animali in alpeggio, nonché nelle giornate immediatamente successive, quando su iniziativa dell’Ente si programmano voli di elicottero in aiuto delle strutture in quota, in particolare rifugi e baite dei pastori.

Insieme ai Comuni, insieme alle Aree protette, si muovono anche i privati: alcuni operatori turistici locali lanciano una campagna di raccolta fondi per il ripristino della rete sentieristica.

Limone Piemonte, la casa simbolo dell’alluvione nelle Marittime. Foto: Giuliano Bernardi.

A Limone, l’immagine che racconta l’alluvione
Dopo l’emergenza, viene ora il momento di pensare al futuro. Il che significa impegnarsi, come già è stato fatto, per reperire risorse, ma anche e soprattutto per riconsiderare il rapporto uomo-territorio sulla scorta dell’evidenza che il mondo sta cambiando. Una delle immagini simbolo di quest’ultimo evento alluvionale – la casa di Limone, in ristrutturazione, prossima al crollo perché il rio sottostante ne ha scalzato le fondamenta – è l’emblematica rappresentazione degli errori e degli orrori che ancora contraddistinguono tanti interventi in campo urbanistico e più in generale nella gestione del territorio. «Con il riscaldamento del pianeta – sottolinea Cat Berro – certi eventi diventeranno sempre più ricorrenti, soprattutto in zone che come le Alpi Marittime sono vicine alle coste del Mediterraneo. Un mare più caldo determina un’evaporazione più massiccia e una maggiore cessione di vapore acqueo e di energia all’atmosfera che alimentano lo sviluppo di piogge più intense».

Piano del Praiet. Foto: S. Giordana.

Il ruolo dei parchi
Nel cambio di passo i parchi possono svolgere un ruolo importante. Innanzitutto assicurando una corretta gestione dei boschi e dei pascoli montani. «Il mantenimento della copertura vegetale in buone condizioni è la prima e più importante difesa dall’erosione. Gli strumenti per intervenire esistono – assicurano al settore Conservazione delle Alpi Marittime – basti citare i Piani forestali, oppure i Piani pastorali, che nel caso del nostro Ente sono stati realizzati per buona parte degli alpeggi all’interno delle Aree naturali protette. Il problema è la loro applicazione, e soprattutto il controllo, considerando anche il fatto che dovremmo occuparci di un’area enorme, che include non solo parchi e riserve, ma in più le Zone Speciali di Conservazione della Rete Natura 2000».

Strada provinciale per S. Giacomo a valle di Tetto Tanasso. Foto: Giuliano Bernardi.

Cosa ci ha insegnato l’alluvione di ottobre?
Cose note, ma rispetto alle quali non esiste ancora sufficiente consapevolezza. L’uomo non può pensare di dominare la natura a suo piacimento. A fronte di 500 millimetri di pioggia in dodici ore non c’è muretto a secco o briglia che tenga. Sostenere che la sola pulizia degli alvei risolverebbe buona parte dei problemi non è corretto. Dobbiamo aspettarci altri eventi del genere, che il riscaldamento globale renderà anzi con ogni probabilità più frequenti. I sistemi di previsione meteo, pur con qualche limite, funzionano, e assicurano la possibilità di intervenire preventivamente in modo da ridurre i danni a carico di cose e persone: una tempesta come Alex fino a non molti anni fa avrebbe avuto effetti ancor più devastanti, soprattutto in termini di perdite di vite umane. È indispensabile prendersi cura del territorio, con una gestione oculata del patrimonio naturale. Per realizzare questo obiettivo bisogna dotare gli enti locali, dai Comuni alle Unioni Montane agli Enti di gestione delle Aree naturali protette, delle risorse necessarie, sia economiche sia umane, nonché nel procedere alla riqualificazione del patrimonio edilizio esistente danneggiato dall’evento alluvionale, prestare particolare attenzione ai contesti fragili come quello montano.

Terme di Valdieri. Foto: P. Fenoglio.

Conclude il vicepresidente della Regione Piemonte e assessore ai Parchi, Foreste e Montagna, Fabio Carosso: «Nell’ambito della ricostruzione, sarà una priorità anche ripristinare le strutture ricettive e la rete di fruizione sentieristica, che proprio nei parchi è particolarmente sviluppata, affinché questi territori possano accogliere nel migliore dei modi e in sicurezza la moltitudine di turisti che ha frequentato la nostra montagna la scorsa estate e che ci auguriamo scelgano di nuovo di trascorrere il proprio tempo libero nelle nostre vallate».

9
Le Alpi Marittime dopo la tempesta Alex ultima modifica: 2020-12-14T05:09:58+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Le Alpi Marittime dopo la tempesta Alex”

  1. 5
    Carlo Crovella says:

    Solo oggi leggo. Non comprendo l’accenno alla mia freddezza. Comprendo invece quello che dici e il tuo punto di vista. Sono un sostenitore delle economie tradizionali valligiani e dei loro esponenti, pastori, agricoltori, apicoltori ecc ecc. Le due cose non si escludono, possiamo vedete i paesi rivivere sia grazie ai nuovi operatori sia grazie ai cittadini borghesi che ristrutturano le case. Ciao!

  2. 4
    Paolo Gallese says:

    Caro Carlo, sì. Mi riferisco a Mercalli che. come ho detto stimo e seguo con passione. Tuttavia, in prima battuta, sono rimasto male per le sue parole, forse da me anche mal giudicate rispetto alle vere intenzioni (non posso certo dire che Mercalli non conosca la vita tradizionale di montagna…). Mi hanno fatto tornare alla mente le stesse che pronunciò, qualche anno fa, Andrea Carandini, tra i massimi archeologi dell’antichità romana e già Presidente del FAI (sul quale non apro qui un’aperta polemica).
    Leggendo il tuo commento non posso darti torto. I vantaggi per i luoghi sono evidenti. Però non trovo giusto che orpelli burocratici e alte spese da sostenere per legge, impediscano di fatto ai meno facoltosi di intraprendere un loro percorso di ripresa di attività tradizionali in montagna.
    Consentimi lo sfogo, anche se immagino la tua probabile freddezza di fronte al mio lamento romantico. 
     

  3. 3
    Carlo Crovella says:

    @1. Immagino tu ti riferisca a Luca Mercalli. Premetto che non sono l’avvocato d’ufficio di Mercalli, che conosco, ma non in modo confidenziale e poi ha personalità tale che dsa difendersi da solo. Nel merito: ovvio che sarebbe bello rivedere il ripopolamento della montagna (anche soprattutto appenninica) da parte di famiglie con mandrie e greggi e che coltivano i campi intorno alla loro abitazione. Ma, sia come alternativa sia come ipotesi B, non è da disprezzare se la borghesia cittadina ristruttura baite e le utilizza come base vacanziera. Meglio che vedere le baite diroccate e invase dalla vegetazione selvaggia. Ovvio, io do per scontato che tale borghesia illuminata sia davvero illuminata, cioè salga in valle inserendosi nel modus vivendi della montagna. In altr termnini NO a simil Briatore che utilizzano le baite ristrutturate per festinbi e discoteche.
     
    Comprendo Mercalli perchè il fenomeno delle baite ristrutturate da cittadini (più o meno borghesi, ma sicuramente illuminati) è molto diffuso nelle valli piemontesi. E’ fenomeno degli ultimi 20-25 anni e sta diffondendosi a macchia d’olio. Cito il paesino di Thures in alta Val di Susa. E’ ai margini dei grandi impianti sciistici. Era storicamente abitato fin dalla notte dei tempi, si è svuotato dopo la guerra perchè i residenti sono emigrati in Francia (principalmente Provenza e zona Marsiglia) in circa di lavoro. si sono stabiliti là, hanno messo su famiglia, i figli (oggi sui 65-70 almeno) sono nati e cresciuti in francia, hanno a loro volta figli e nipoti. Quando io ero ragazzo, Thures era un pese fantasma, le baite tutte chiuse, spesso in rovina, tetti sfondati (neve, vento), muri diroccati, la vegetazione ne prendeva possesso. Poi verso fini anni ’90 circa i primi “figli” degli emigrati si sono ricordati di queste antiche proprietà, hanno iniziato a ristrutturarle, ci passano l’estate e qualcuno anche i 15 gg di fine anno (quest’anno temo di no). Le baite sono ora pulite, con i fiori sui davanzali, i tetti nuovi, i serramenti splendenti. D’estate soprattutto c’è vita e i “figli” (ricordo che oggi hanno sui 65-70 anni almeno) portano con sè figli e nipoti. Torme di ragazzini corrono per le viuzze del paese, la vita è tornata di nuovo. Questo moto “illuminato” di ripopolare la montagna, sicuramente “borghese”, è meglio che lasciare un paesino fantasma con le baite in disfacimento. Tutto va di conseguenza: i prati introno al paese sono di nuovo tagliati, gli argini del torrente controllati e ripuliti sistematicamente, le mulattiere che partono dal paese verso l’latro sono regolarmente manutenute. Con queste premesse oggi è più difficile (rispetto a 30-40 anni fa) che un evento atmosferico possa provocare danni devastanti. Buona giornata a tutti!

  4. 2
    Filippo Petrocelli says:

    @Paolo Gallese 
    Pienamente d’accordo. Pensare che anche la gestione del territorio debba diventare una questione per intellettuali facoltosi oltre a fare molto comodo alla politica (che ancora una volta scaricherebbe sui privati le sue mancanze di investimenti) sarebbe un modo per continuare a coltivare quella idea, distorta, che la questione ambientale sia disconnessa o addirittura in contrasto col tessuto economico delle aree rurali. 

  5. 1
    Paolo Gallese says:

    Voglio dire una cosa provocatoria, si badi bene non polemica, di carattere generale sulla gestione dei territori.
    Da marchigiano che vede la rovina di paesi distrutti dal terremoto da anni e inavvicinabili per colpa di una burocrazia ipertrofica e paralizzante, mi pongo il problema dei costi sociali della gestione di un territorio. 
    È vero che molti privati, un po’ dappertutto in Italia, abbiano approfittato e cavalcato regole inappropriate e in molti casi non abbiano avuto alcuna lungimiranza. Ma non tutti. 
    C’è tanta, ma tanta responsabilità degli enti locali e dello Stato. E, come spesso accade, non vorrei che i costi di un corretto modo di gestire i territori ricadano esclusivamente sui singoli.
    Perché se gli oneri sono tali da dover disporre di ingenti capitali per adeguarsi alle regole, la montagna si spopola. Il tessuto sociale si disgrega.
    La corretta gestione del territorio può rivelarsi un motore negativo se l’impegno economico dello Stato trova scappatoie per eludere la cronica mancanza di fondi, o l’incompetenza nel gestire i fondi strutturali, ad esempio, obbligando e basta.
    Mia nonna e le sue pecore non avrebbero mai potuto seguire molte onerose normative, lodevoli, utili, ma destinate a far chiudere bottega alla cosiddetta “attività tradizionale” di cui tutti si riempiono la bocca, senza conoscerne i problemi sociali e culturali.
    Sto volutamente esagerando, ma ho sentito anche, con orrore, che occorre infatti stimolare una nuova borghesia, colta e illuminata, dotata di mezzi economici, riprendere possesso delle montagne e colmare i vuoti di chi la abbandona. E lo dice proprio uno dei massimi metereologi italiani da me sempre stimato.
    Scusate, sono arrabbiato.

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.