Le Alpi Occidentali alla fine dell’Ottocento – 2

Le Alpi Occidentali alla fine dell’Ottocento – 2
di Gian Piero Motti
(pubblicato in La storia dell’alpinismo) (GPM-SdA-13)

Mummery, Burgener e Venetz: le prime salite dei Grands Charmoz e del Grépon
e vette dentellate delle Aiguilles de Chamonix non erano ancora state prese in considerazione dagli alpinisti dell’epoca: il loro aspetto era troppo ardito, la roccia di lontano pareva liscia e scabra, priva di qualunque appoggio. Erano veramente dei «picchi inaccessibili», come appunto fu definito il Grépon, una delle guglie più eleganti e difficili del gruppo.

Eppure, osservate da Chamonix, le Aiguilles sono un richiamo irresistibile per l’alpinista. Esercitano un fascino del tutto particolare, soprattutto per l’arrampicatore amante della scalata granitica pura, caratterizzata dalla risalita di fessure strette e lisce, dove si deve ricorrere ad una particolare tecnica, assai faticosa e difficile per procedere: incastrare nel fondo delle fessure le mani e i piedi ed elevarsi con una progressione costante, senza alcun aiuto sulle pareti esterne alle fessure, in quanto lisce e prive di appoggi. Ma un uomo come Mummery, poteva anche permettersi di concepire la scalata di queste torri vertiginose, soprattutto con la sicurezza di avere al fianco una «forza della natura» come Alexander Burgener.

Albert F. Mummery

«Il coraggio, l’iniziativa e la resistenza di Burgener erano superiori ad ogni elogio e tutti coloro che arrampicavano con lui rimanevano colpiti dalla sua sagoma di orso, dal suo aspetto selvaggio, dalla barba che gli inondava il volto, dal torrente di bestemmie che pronunciava quando la situazione si faceva difficile e dall’assoluta fiducia in se stesso che egli dimostrava quando attaccava i peggiori pendii di neve o le peggiori pareti di roccia. Se Burgener pronunciava frasi storiche come: “Dobbiamo arrivare, signor Mummery, perché altrimenti siamo fregati tutti e due“, non c’erano dubbi possibili: la situazione era grave. Dent, ottimo conoscitore d’uomini, parlava della sua guida come di un essere che “unisce la forza, la prudenza, la perseveranza e l’attività e possiede inoltre quelle doti di osservazione, quell’esperienza e quel desiderio di perfezionarsi che, nel loro insieme, formano ciò che si chiama l’istinto della guida”. Alcuni dei suoi colleghi erano più agili e veloci, ma nessuno era più solido e più sicuro di lui, tanto dal punto di vista fisico quanto da quello morale (Claire-Eliane Engel, Storia dell’alpinismo, pag. 146)».

Le Aiguilles des Grands Charmoz sono tra le strutture più belle e caratteristiche delle Aiguilles de Chamonix. Formano una cresta aguzza e dentellata, dove spiccano alcune torri di granito rosa e grigio, che assumono un aspetto veramente straordinario alla luce bassa del tramonto. Nel 1880 Mummery percorre per la prima volta la cresta sommitale e realizza nel Gruppo del Bianco la prima scalata di roccia vera e propria, aprendo una nuova fase nell’alpinismo occidentale. Fino ad allora le vie cercavano sempre di percorrere i versanti più facili, i canali nevosi, le creste più rotte. Ai Grands Charmoz l’arrampicata tocca i livelli del terzo e quarto grado, un’arrampicata atletica e rude, su roccia estremamente salda e compatta. Accanto all’inglese, come sempre vi è Burgener ed anche Benedikt Venetz, un uomo tanto piccolo e minuto quanto coraggioso ed abile nell’arrampicata su roccia. Mummery lo chiamava il «mio piccolo amico acrobata». Sui Grands Charmoz, per superare una fessura liscia e difficile, Venetz si tolse scarpe e calze e superò il passaggio a piedi nudi: la sua abilità nell’arrampicata libera e soprattutto nel superamento di fessure era formidabile.

Sempre nel 1880, l’attenzione di Mummery è attratta da un’altra cima assai elegante e difficile e ancora inscalata: il Dente del Gigante. Da qualunque parte lo si osservi, il Dente appare come una torre rocciosa di aspetto quasi inscalabile, dagli spigoli verticali ed affilati, anche se la sua altezza reale non è poi molta: circa duecento metri dalla cosiddetta «gengiva», la corolla nevosa che sostiene l’edificio sommitale. Il tentativo che Burgener e Mummery portano al Dente è serio, ma condotto secondo il loro stile, ossia nel rispetto di un’etica che scarta ogni mezzo artificiale di progressione.

Essi individuano subito il versante più «debole» e si innalzano veloci fino ad una grande lastra di granito, non proprio verticale, ma assai inclinata e quasi liscia, comunque priva di vere e proprie fessure e di appoggi degni di tal nome. La lastra, ora chiamata «Plaque Burgener», arrestò il loro tentativo, ma Mummery in quel punto lasciò un bastone ed un biglietto su cui scrisse una frase che in seguito diverrà celebre per indicare il confronto coraggioso e leale tra l’uomo e la montagna: «assolutamente impossibile con mezzi leali (by fair means)». Vedremo infatti come la salita del Dente del Gigante, poco dopo, sarà realizzata proprio in contrasto con il biglietto lasciato da Mummery e, in un certo senso, dandogli ragione. Saranno infatti impiegati chiodi da roccia, aghi da mina e pertiche, proprio per superare quella placca dove i due si erano arrestati.

Dopo i Grands Charmoz e la sconfitta al Dente del Gigante, Mummery ritorna alle Aiguilles de Chamonix cori l’intento di salire l’Aiguille du Grépon, un picco di rosso protogino, posto proprio al fianco degli Charmoz, che più volte era stato tentato invano, tanto da essere definito come picco inaccessibile.

Ma dalla vetta degli Charmoz, Mummery, Burgener e Venetz avevano osservato attentamente la dentellata cresta terminale, scoprendovi le possibilità di passaggio e di scalata. Il 5 agosto 1881 i tre realizzarono l’impresa, ambitissima, che verrà commentata dagli ambienti alpinistici come la più grande scalata su roccia fino ad allora realizzata. Effettivamente la conquista del Grépon è forse la più difficile arrampicata effettuata da Mummery o per lo meno quella che lo rese più famoso. Si tratta comunque di una scalata stupenda sotto ogni punto di vista: qualità della roccia, caratteristiche dell’arrampicata, ambiente estremamente suggestivo, intelligenza del tracciato che, soprattutto sulla cresta terminale, va alla ricerca dei passaggi più facili tra le molte possibilità assai più difficili. Ed è bello oggi immaginare i tre che, senza chiodi, senza moschettoni, in scarponi chiodati, procedono tra le tante incognite della cresta, superando passaggi che in seguito diverranno «storici» tanto che a ciascuno sarà dato un nome caratteristico: «le livre ouvert, la fissure Mummery, la vire a bicyclette, le trou au canon, la fissure Venetz, le grand gendarme…».

Oggi la via è frequentatissima e molto affollata. Ed è un peccato, perché talvolta proprio questo affollamento non permette di gustare con calma e tranquillità la bellezza di quest’arrampicata, ritornando con la mente a quel momento storico e rivivendo le emozioni dei tre pionieri. Ma qualche volta, soprattutto nel tardo autunno, quando il Bianco si veste dei suoi colori più belli, quando ormai la folla degli alpinisti ha lasciato il terreno di gioco del massiccio e quando la luce di ottobre e quella strana atmosfera d’attesa dell’autunno regnano sul massiccio, allora è bello ripercorrere salite come quella del Grépon. Nella perfetta calma autunnale, mentre giù la piana di Chamonix sembra dormire avvolta dalla nebbiolina di fondovalle, ogni passaggio riacquista il suo reale valore storico, tanto che a tratti ci si sorprende di non incontrare, proprio sulla «vire a bicyclette»… Mummery, il rude Burgener e il piccolo Venetz, con tanto di giacchetta, cappello, pantaloni knickerbocker e scarponi chiodati!

La guida francese Vallot dice: «Scalata magnifica su roccia eccellente, una delle più belle della catena del Monte Bianco. Molto sicura. Molti passaggi, molto belli, di IV grado. È giustamente uno degli itinerari più frequentati e più classici delle Aiguilles de Chamonix». Ancora oggi certi passaggi caratteristici come la «fissure Mummery» (IV grado) o la «fissure Venetz» (IV grado superiore) fanno penare alcuni alpinisti non avvezzi all’arrampicata, piuttosto tecnica e faticosa, che richiede la fessurazione del granito. Eppure, di fronte ai mille artifici del moderno alpinismo, è bello immaginare il piccolo Venetz, che, agile come un gatto, a piedi scalzi, si inerpica strisciando nella fessura mentre dal basso Burgener e Mummery lo osservano ammirati e compiaciuti…!

In merito alla salita del Grépon, un episodio curioso aiuta a meglio caratterizzare la personalità intelligente ed assai critica di Mummery: giunto in vetta alla montagna, stura una bottiglia di champagne, appositamente portata

durante la scalata, e brinda alla vittoria con i due amici. Un gesto simpatico e dissacratore di una ideologia di stampo austriaco, che invece voleva l’alpinista come uomo serio, compreso nella sua azione, triste e drammatico.

Pochi alpinisti dell’epoca seppero individuare i problemi ancora insoluti con la stessa acuta intuizione di Mummery. Già nel 1880, dopo soli quattro giorni dalla conquista degli Charmoz, aveva portato un tentativo alla inviolata cresta di Furggen al Cervino, l’ultima delle quattro creste a non essere ancora stata salita. La scalata procedette spedita fino alla base della «Testa” del Cervino, dove la cresta si va a confondere in una parete verticale dall’aspetto assai difficile per i numerosi strapiombi. Forse Mummery si lasciò proprio ingannare da quest’aspetto minaccioso e non se la sentì di attaccare il risalto finale. Un peccato, perché sicuramente sarebbe stato all’altezza delle difficoltà, assai minori di quelle che possono sembrare dal basso. Ma sovente la difficoltà più grande da superare, come già si è detto, è solo di natura psicologica.

Si rifece comunque il 30 luglio del 1881, individuando e realizzando una magnifica linea di salita lungo il selvaggio versante Charpoua dell’Aiguille Verte. La salita, di puro stile classico, fu condotta ancora al fianco di Burgener, con estrema rapidità e decisione, lungo un canalone impressionante ed assai ripido, sovente battuto dalle scariche di sassi.

Il periodo senza guide di Mummery
L’impresa del Grépon e quella dell’Aiguille Verte segnano quasi la fine di un’epoca nell’alpinismo di Mummery. Forse aveva ormai acquisito una grande esperienza al fianco di Burgener e si sentiva ormai sicuro di condurre salite anche per proprio conto; oppure di guidare lui stesso amici inglesi lungo itinerari già conosciuti o anche alla conquista di nuove pareti. Ma, sia ben chiaro, questa non fu una presa di posizione contro le guide e contro l’alpinismo classico dell’epoca. Anzi, Mummery continuò ad avere rapporti di grande amicizia con Burgener, ma semplicemente si sentì attratto da una nuova forma di alpinismo per la quale si riteneva preparato: una nuova forma che gli prometteva avventure e sensazioni di carattere diverso da quelle precedenti. Comunque, la sua personalità versatile non lo costringeva a prese di posizione esclusive e fissate nel tempo: accanto alle imprese portate a termine senza guida, ve ne furono altre invece realizzate ancora con l’amico Burgener, come la prima ascensione del Täschhorn per la Teufelsgrat. In quell’occasione, come in molte altre ascensioni, gli era al fianco anche la moglie, un particolare simpatico che si contrappone ad un carattere tipicamente misoginista che imperava (ed impera tuttora) in un certo modello di alpinismo. Eppure, proprio per questo suo spirito aperto ed elastico, Mummery non sempre fu capito dai contemporanei, anzi numerose critiche furono indirizzate al suo alpinismo. Anche il valore delle sue imprese subito non fu del tutto riconosciuto, tanto che solamente nel 1888 la sua domanda di ammissione all’Alpine Club fu accettata.

Nel 1888 compie una prima campagna esplorativa sui lontani monti del Caucaso; forse aveva compreso tutto il fascino che era celato nell’esplorazione delle catene extraeuropee o forse l’avventura alpina lo aveva pienamente soddisfatto, tanto da convincerlo a posare lo sguardo su orizzonti più vasti e lontani. Comunque l’avventura in Caucaso lasciò un segno profondo e rafforzò la sua convinzione che ogni problema poteva essere risolto, se affrontato intelligentemente.

Certo prese gusto al fascino delle terre lontane: nel 1890 è ancora in Caucaso dove realizza un gran numero di ascensioni e di traversate, a volte anche da solo.

Ormai, al ritorno in patria, il suo morale è veramente alle stelle. Durante il 1892 e 1893 realizza numerose scalate, tutte senza guida, aprendo a volte nuovi itinerari, altre volte guidando lui stesso degli amici inglesi lungo vie che in precedenza lui e Burgener avevano scalato per la prima volta. Non per nulla, una delle gioie più grandi dell’alpinista è il condurre i propri amici e i propri allievi sui percorsi che già si conoscono, comunicando così ad altri un piacere che invece risulta di assai difficile comunicabilità. È un momento “magico” per Mummery: una dopo l’altra vengono la ripetizione degli Charmoz, quella del Grépon, la prima salita della Dent du Requin (1893), magnifico picco di granito che domina il Ghiacciaio del Gigante, ancora la ripetizione del Grépon con miss Bristow. Con grande ironia, Mummery commentò a proposito: «Un picco inaccessibile – la più difficile scalata delle Alpi -, una facile ascensione per signore…». Aveva colto nel segno, comprendendo come ogni impresa umana, per quanto ardimentosa e difficile, ubbidisce alla legge del tempo e della storia ed inevitabilmente viene prima o poi superata da un’altra impresa successiva ancor più difficile. Del 1893 è la bella vittoria sulla cresta nord ovest dell’Aiguille du Pian e della traversata del Cervino senza guide, in compagnia della moglie e di numerosi amici.

Il 1894 è l’ultimo anno di attività sulle Alpi, prima della grande e drammatica avventura himalayana. Accanto ad altre imprese di rilievo, spicca soprattutto la prima ripetizione senza guide dello Sperone della Brenva al Monte Bianco.

Poi il 20 giugno 1895, con gli amici inglesi Hastings e Collie, si imbarca a Brindisi verso i monti del lontano Kashmir. L’idea era di conquistare uno degli Ottomila e proprio uno dei più pericolosi e difficili: il Nanga Parbat. Ma la sfida questa volta era troppo sproporzionata. Allora di quelle montagne non si sapeva ancora nulla, nessun indizio geografico, nessun aiuto che potesse venire da altri che già conoscessero la zona. Eppure ci piace vedere il piccolo uomo di fronte a qualcosa di smisurato ed enorme, che quasi lo schiaccia con la sua potenza. Ci piace la figura fine e garbata del piccolo inglese, quella sua espressione un po’ smarrita data forse dallo sguardo miope dietro gli occhialini da intellettuale, quel sorriso sottile ed un po’ sarcastico sotto i baffetti. E ci piace vederlo vagare, smarrito e frastornato da tanta grandezza, nelle immense valli himalayane, in un regno che forse neanche l’immagine riusciva a figurarsi così intatto e perfetto nella sua grandezza. È impossibile poter solo intuire le sensazioni che questi uomini provarono al contatto con le proporzioni himalayane, a tu per tu con difficoltà di ogni genere: marce d’approccio estenuanti, guadi di torrenti impetuosi, contatti con le popolazioni locali, difficoltà enormi date dall’ambiente.

Eppure il piccolo inglese, anche se forse un po’ stranito e abbagliato da quelle grandezze, a piccoli passi costanti, come era suo costume, non disarma e così, senza bombole d’ossigeno, senza un’attrezzatura adeguata, senza centinaia di portatori, si avvicina al colosso e con un’ingenua fede in se stesso e nel suo stile, inizia la salita, avvicinandosi ai seimila metri. Poi addirittura, vista l’inutilità dei tentativi sul versante settentrionale, si porta verso il gigantesco versante Diamir, che solo nel 1962 sarà vinto da una fortissima spedizione tedesca guidata da Toni Kinshofer. Ma, come molti altri che vollero varcare la soglia di un giardino ancora proibito, quasi affascinati ed abbagliati dal suo splendore, Mummery da quella immensa parete non tornerà più. Eppure, proprio oggi, dopo che l’alpinismo himalayano ha concluso tutto il suo periodo di conquista, ricorrendo ad ogni mezzo tecnologico lecito ed illecito per vincere, ricorrendo a colossali impieghi di uomini e di capitali per uccidere «il leone chiuso in gabbia», si riscopre il valore del suo esempio e si comprende come solo una rivalutazione dell’uomo e delle sue sole forze possa aprire un nuovo cammino ad un’avventura ancora più grande e più semplice, lasciandosi alle spalle l’errore involutivo dato dalla facilità dei mezzi tecnici e meccanici. Allora la figura piccola e smarrita e lo sguardo miope del piccolo inglese, appariranno in una luce differente e, anche se con un po’ di tenerezza, ci piace immaginarlo ai piedi della grande parete lucente, forte solo del suo coraggio e della sua intelligenza, sovrastato dalla grandezza, ma non domato e soggiogato. Ma sia ben chiaro non vi è nulla di eroico nel suo gesto. Forse, riprendendo un passo di un grande poeta, alcuni più di altri sentono in sé che non si è fatti per «vivere come bruti». Un’aquila non può vivere in un pollaio, anche se gli abitanti del pollaio avrebbero una gran voglia di tagliarle le ali.

Nel 1953, un altro piccolo uomo, dall’aspetto un po’ smarrito e frastornato, conquista il Nanga Parbat, la montagna nuda, da solo, senza alcun ausilio tecnico, senza bombole d’ossigeno, senza l’aiuto dei portatori. È Hermann Buhl, uno dei più grandi protagonisti dell’alpinismo del dopoguerra. Nelle sue riflessioni dopo l’impresa, di fronte alle critiche mossegli dagli ambienti invidiosi, davanti all’incomprensione degli stessi amici, il suo primo pensiero va a Mummery: «Mummery. È il primo che debbo ragguagliare, cui devo rendere conto. Posso ben guardarlo negli occhi, stare in piedi dinanzi a lui mentre gli annuncio: non ho conquistato il Nanga Parbat servendomi dei mezzi tecnici moderni, ma assolutamente come voi intendevate, by fair means, con mezzi leali, con le sole mie forze».

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Le Alpi Occidentali alla fine dell’Ottocento – 2 ultima modifica: 2023-01-16T05:41:00+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Le Alpi Occidentali alla fine dell’Ottocento – 2”

  1. 3
    Giovanni battista Raffo says:

    Le vicende alpinistiche di questo/i pionieri ci lasciano senza parole.
    Quello che hanno compiuto ha dell’incredibile per l’abilità, il coraggio e la forza incommesurabile sia dal punto fisico che da quello  psichico e senza i mezzi ,gli strumenti e le innovazioni dei nostri giorni. Quet’ultima considerazione mette tassatiamente in evidenza la differenza fra il  vero alpismo e le   scorribande di questi tempi.

  2. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    La Storia dell’alpinismo di Gian Piero Motti è bella! La prima edizione (De Agostini, 1977) uscí in due volumi di grande formato e in elegante veste editoriale, con centinaia di fotografie di interesse storico che mancano nelle edizioni successive: da lustrarsi gli occhi!
     
    Tuttavia la narrazione è assai influenzata dalle idee dell’autore e dalla filosofia alpinistica della “Pace con l’Alpe” (Carlo Possa mi perdoni…); per esempio, la descrizione di Giusto Gervasutti, ma molto altro ancora.
    Ciò nonostante, l’opera è un gioiello. Chi non l’ha letta è un barbaro e gli conviene approfittare del GognaBlog per uscire dalla selva oscura dell’ignoranza.
     
    Cosí ho sentenziato: guai a chi oserà contraddire.
    … … …
    Fatti non foste a scalar come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.
     
     

  3. 1

    Si legge d’un fiato, questo racconto!
    Complimenti allo scrittore e grazie alla redazione per averlo scelto.
     

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