Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 1

Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 1
di Gian Piero Motti
(pubblicato in La storia dell’alpinismo) (GPM-SdA-09)

Gli inizi dell’alpinismo nelle Alpi Orientali
Chiunque abbia visitato le Dolomiti o le Alpi Calcaree del Tirolo, ha potuto notare la grande differenza che esiste tra queste montagne e quelle delle Alpi Occidentali. Lo schema morfologico dei massicci cristallini è pressoché identico su tutta la catena alpina: le valli, profonde, più o meno incassate, si incuneano lungo un asse perpendicolare alla catena principale. Evidentemente ciò fu causato dal corso degli enormi ghiacciai che un tempo discendevano fino alla pianura. Il paesaggio delle Alpi Occidentali ne risulta estremamente particolare: dal fondovalle gli orizzonti sono sempre chiusi e limitati dai fianchi vallivi, sovente altissimi e dirupati. La valle, al termine, il più delle volte è sbarrata da un’alta parete, dove si raggruppano i resti degli antichi ghiacciai. Gli stessi, un tempo, si aprirono il cammino verso la pianura erodendo e limando i fianchi dei monti, mettendo quindi a nudo le rocce, che ne risultano oggi assai levigate e smussate. Percorrendo le valli del Delfinato o del Gran Paradiso, sovente l’animo si sente come oppresso da queste gigantesche balze rocciose in cui la valle è rinserrata: a volte le acque precipitano dalle verdi terrazze prative che si stendono sopra le balze di roccia, formando cascate altissime. È un paesaggio severo ed un po’ cupo, molto favorevole allo spirito romantico tedesco. Ma è anche un paesaggio che esercita un fascino straordinario, dove la luce gioca un ruolo di primo piano, creando rilievi e contrasti che altrimenti risulterebbero invisibili. Vi è quasi un invito a salire, per sfuggire alle ombre tenebrose del fondovalle: salendo si riscoprono orizzonti sconfinati e si dominano dall’alto quelle stesse valli profonde, che ora appaiono invece ridenti e luminose.

Il Pelmo. Dipinto di Roberto Bianchi

Diverso è il mondo dolomitico. Se vi è un aggettivo che può definirlo, questo è forse «ridente». Su grandi altopiani di un verde smeraldino, dalle linee molli e ondulate, macchiati dal verde scuro delle foreste di larici, come per incanto si drizzano torri rocciose e castelli turriti dalle linee verticali: gli spigoli sono netti ed affilati, vertiginosi. L’unico punto di raccordo con i verdi pascoli è rappresentato dalle bianche colate di ghiaie che discendono dalle «forcelle» e dalle «bocchette». L’orizzonte non è mai chiuso, gli spazi sono sempre aperti e sconfinati; il sole al tramonto cala basso sull’orizzonte e tinge le rocce di colori indescrivibili, tali da far impazzire la penna degli scrittori più romantici.

    Se nelle Alpi Occidentali è stato il ghiaccio a lavorare, qui l’acqua continua il suo lavoro instancabile di erosione sulla roccia calcarea. Il contrasto con la dolcezza del paesaggio è brutale: l’acqua ha inciso vere e proprie forre verticali, orridi strettissimi sul cui fondo non giunge neppure la luce del sole, anfratti dove le concrezioni più bizzarre vanno formandosi a poco a poco. Le pareti da lontano paiono compatte e lisce come lavagna; ma anche qui l’acqua lavora: la roccia è tutta erosa, bucherellata, come se una cancrena inarrestabile ne divorasse lentamente la scorza calcarea. Sottili cornici tagliano orizzontalmente le pareti più vertiginose, indicando un cammino ideale ai camosci e ai loro cacciatori. A volte le chiamano «cenge»; altrove, come in Brenta, «seghe».

Nel fitto dei boschi vivono gnomi e folletti, benigni e maligni; più in alto, tra le gole che si insinuano verso pareti a picco, tra i grandi massi e le ghiaie, regnano i «croderos» e le loro fate. Il loro regno è la suggestiva Val di Fanes, oppure «il giardino delle rose», il fantastico Catinaccio che al tramonto si tinge di un bel colore violetto.

La roccia delle Alpi Occidentali è il granito, grigio, spento, vivo solo per il sole che lo illumina con la sua luce brutale. La roccia delle Dolomiti è la dolomia: bianca ed abbacinante, rossa come il sangue, gialla dove è friabile, grigia e nera dove è sana e compatta. È una roccia «viva» dove riescono anche a crescere i piccoli pini mughi che occhieggiano sul vuoto, affacciandosi dal bordo delle terrazze verso il biancore delle ghiaie. Se vi è un mondo di sogno, questo è quello delle Dolomiti.

Per l’alpinista non vi è più bel posto al mondo per giocare. L’alpinismo delle Alpi Occidentali è alpinismo di sofferenza, di fatica. È anche un alpinismo di pazienza: le marce per giungere alla base delle pareti sono lunghe e monotone, le discese sono difficili e pericolose, il maltempo è un pericolo costante che non concede distrazioni. La salita occidentale dona la sensazione della lotta, ma è una lotta che spreme tutte le energie ed esaurisce anche i più agguerriti. La tensione nervosa costante, il freddo, le bufere, i bivacchi glaciali, il timore del maltempo, a lungo lasciano il segno. Certo la lotta che si svolge sulle grandi pareti delle Alpi Occidentali non ha eguali sulla catena alpina, almeno per gli amanti di queste sensazioni «forti». Anche l’arrampicata sul granito non è mai molto elegante: la sua struttura particolare richiede forza e potenza atletica, anche perché sovente si arrampica gravati dal sacco pesante.

In Dolomiti le marce d’approccio non sono mai lunghe ed affaticanti. Sovente si cammina nel fitto bosco oppure sul molle tappeto dei pascoli. L’arrampicata raggiunge la perfezione estetica della danza: è un gioco magnifico dove prevalgono equilibrio ed armonia, su un vuoto perfetto che non incute alcun timore a chi ha raggiunto una sicurezza elegante nel procedere. Non si è gravati da pesi, le discese non pongono problemi eccessivi, il maltempo può essere anche brutale, ma è di breve durata.  

Allora riesce facile comprendere come l’alpinismo nelle Alpi Orientali abbia avuto un’evoluzione molto più rapida (nel senso della difficoltà) che non nelle Alpi Occidentali. Quando in Dolomiti si superavano già pareti di quarto grado ed anche qualcosa di più, nelle Alpi Occidentali difficoltà di questo genere erano definite insuperabili. Ma fu proprio la natura del terreno delle Alpi Orientali a creare questa accelerazione: le stesse vie di salita «normali», ossia il percorso più facile per salire in vetta ad una montagna, presentavano già difficoltà nettamente superiori a quelle delle «normali» dei colossi occidentali. Percorsi più difficili portarono evidentemente ad affinare di più la tecnica d’arrampicata su roccia, a perfezionare l’uso della corda e poi ad introdurre l’impiego di mezzi artificiali per sicurezza e per progressione.

Ma non si creda che allora le Dolomiti fossero come noi oggi le vediamo: attraversate da numerosissime strade, percorse da sentieri, costellate di rifugi. Erano uno splendido mondo misterioso e sconosciuto, noto tutt’al più a qualche intrepido cacciatore che si spingeva verso i massicci più interni a cercare camosci. L’unica via di comunicazione, in tutto il massiccio, giungeva a Cortina d’Ampezzo: infatti fu proprio sulle cime intorno a Cortina che vennero compiute le prime ascensioni di rilievo. A proposito lo stesso Coolidge ebbe a scrivere: «Fui fortemente sorpreso dalla lettura di una corrispondenza di un viaggiatore dolomitico. Sembrava che al di là dei dintorni di Cortina non esistessero più montagne».

A lungo si credette che i primi esploratori e conquistatori delle Dolomiti fossero, come al solito, gli inglesi. Certamente inglesi e tedeschi ebbero una parte di primo piano nella conquista dolomitica, ma oggi si sa che fin dall’inizio dell’Ottocento vi fu tutto un fiorire di «alpinismo valligiano», le cui imprese però non ebbero risonanza né tantomeno riscontro nella letteratura scientifica dell’epoca. A differenza di ciò che accadde nelle Alpi Occidentali, dove i montanari furono soprattutto indotti dai cittadini a scalare le vette, qui invece esisterà sempre una simpatica e vivissima iniziativa valligiana, una vera e propria «passione» che genererà figure di guide quasi leggendarie. Guide che seppero esprimere gran parte della loro attività seguendo unicamente la loro grande passione per l’alpinismo e non soltanto per motivi di guadagno. Ancora oggi molti tra i migliori rappresentanti dell’alpinismo dolomitico sono nativi del luogo. E non sempre sono guide. Anzi, il più delle volte svolgono una professione stagionale che possa loro permettere di dedicare all’alpinismo il maggior tempo possibile.

Vi può essere una spiegazione per comprendere questo fenomeno. Prima di tutto si è già detto che la montagna dolomitica appare più lieta e ridente di quella occidentale. Il terreno stesso, più facilmente coltivabile e più generoso, rende più facile la vita ai montanari, i quali, meno oppressi dalle severissime condizioni ambientali occidentali, infine ne risultano meno intristiti e meno abbrutiti. Chiunque può osservare l’estrema grazia con cui vengono costruiti i masi dei villaggi dolomitici, la cura per i balconi fioriti, lo sviluppo dell’artigianato del ferro e del legno, la grande pulizia che si riscontra sia nelle abitazioni sia nel bestiame. Anche il fenomeno dell’alcolismo è meno presente. In sostanza è un mondo più favorito dalla natura, meno triste e meno rassegnato di quello occidentale. La lotta che il montanaro occidentale deve condurre ogni giorno per sopravvivere è assai dura e lo ripaga con ben poche soddisfazioni: si pensi solo alla dura realtà del lungo inverno trascorso al fondo delle valli, vivendo in comune con le bestie nelle stalle, privati per mesi della luce del sole che, a causa dell’obliquità dei suoi raggi, non riesce più a toccare le valli.

È evidente che così lunghi periodi di frustrazione e di immobilità portano fatalmente all’abbrutimento e all’alcolismo, oppure alla formazione di una violenza un po’ repressa che si manifesta poi in atteggiamenti di difesa della proprietà e del diritto di passaggio che non di rado possono anche giungere all’omicidio. Anche salire i monti non è un gioco, è una fatica ed un pericolo. Invece, come si è detto, la montagna dolomitica è più generosa. La disposizione ad altopiani rende l’inverno più mite e tollerabile, in quanto non si è privati della luce del sole. Anche dai canti popolari di questa gente traspare un modo più sereno e meno drammatico di vivere. Per non dire delle innumerevoli fiabe e leggende, straordinariamente suggestive ed affascinanti. E poi, ed è soprattutto su questo che si vuole insistere, salire i monti dolomitici può anche essere un magnifico gioco, dove sì esiste il pericolo, ma dove le soddisfazioni lo ripagano ampiamente.

Così molte vette erano già state raggiunte dai cacciatori prima che gli inglesi vi ponessero piede credendo di essere i primi. Purtroppo non vi è documentazione ufficiale, ma solo tradizione orale. Comunque di certo si sa che già nel 1802 probabilmente era stata raggiunta la vetta della Marmolada da un gruppo di agordini.

Proprio durante questo tentativo perì il sacerdote don Giuseppe Terza, di Pieve di Livinallongo.

Già sin dall’inizio della sua storia, l’alpinismo dolomitico si configura in due gruppi ben distinti: quello ampezzano e quello agordino. In simpatica rivalità ciascun gruppo dichiarò sempre di essere superiore all’altro, sia come capacità alpinistica sia come difficoltà delle loro montagne.

 L’Ampezzano ha montagne meravigliose, come le Tofane, le Tre Cime di Lavaredo, la Croda dei Toni. Montagne luminose, arditissime, tipica espressione della linea dolomitica. L’Agordino è un mondo un po’ più severo e grandioso, dominato dalla montagna forse più bella ed imponente delle Alpi: il Civetta. Al di là del Civetta, sulla cui muraglia si sono svolti capitoli fondamentali della storia dell’alpinismo dolomitico, si alza dominante un altro colosso, il Pelmo, che fu una delle prime vette salite dai cacciatori. Tuttavia la prima salita ufficiale è di un inglese, John Ball, appassionato conoscitore delle Dolomiti, uomo di profonda cultura e personaggio di primissimo piano in seno all’Alpine Club, tanto da divenirne presidente nel 1858, l’anno successivo alla conquista del Pelmo. È interessante notare come i primi esploratori inglesi non si servissero ancora di guide locali, le quali verranno prepotentemente alla ribalta più tardi, ma avessero al loro fianco le stesse guide che li avevano condotti sulle vette delle Alpi Occidentali. Così nel 1860 lo stesso Ball con Birkbeck e la guida Victor Tairraz di Chamonix salì la Marmolada di Rocca, risalendo il grande ghiacciaio e realizzando un percorso che, in fin dei conti, presentava caratteristiche più occidentali che dolomitiche. Un grande merito di Ball è l’aver scritto e pubblicato una guida delle Alpi Orientali (la prima) che facilitò non poco la conoscenza delle Dolomiti.

I pionieri dell’alpinismo dolomitico
L’esplorazione delle Dolomiti portò alla ribalta sulle Alpi gli alpinisti austriaci, tedeschi ed anche italiani. Tuttavia non va dimenticato che sulle Alpi Occidentali e soprattutto in Piemonte, durante tutto l’Ottocento, l’attività degli alpinisti italiani fu molto intensa e ricca di risultati significativi. Proprio a Torino verrà fondato il Club Alpino Italiano e a poco a poco si formerà un forte gruppo di alpinisti tenaci ed assai pronti a lanciarsi verso il «nuovo». Se le vette più importanti e appariscenti delle Alpi Occidentali furono in gran parte salite dagli inglesi, ai torinesi invece toccò il compito non meno importante e suggestivo di esplorare tutta la catena piemontese, realizzando una conquista metodica e appassionata. Comunque il problema sarà riesaminato e discusso parlando dell’alpinismo italiano e dei suoi inizi.

È chiaro che proprio gli austriaci ed i tedeschi saranno i grandi protagonisti della conquista dolomitica. Inizialmente essi dovranno ancora cedere il passo ai più famosi inglesi, ma poi quando l’alpinismo dolomitico assumerà le sue caratteristiche essenziali di arrampicata su roccia assai tecnica e difficile, gli inglesi si ritireranno dapprima verso le Alpi Occidentali e poi definitivamente dalle Alpi intere, portando la loro azione verso le montagne extraeuropee e sviluppando nella loro isola l’arrampicata su roccia, impostata a canoni etici assai rigorosi e severi e raggiungendo risultati che finora la storia alpinistica del continente ancora non ha messo a fuoco esattamente nel loro reale valore. È difficile stabilire cosa allontanò gli inglesi dalle Alpi: forse la tecnica troppo raffinata ed esasperata, forse lo spirito competitivo alimentato dal nazionalismo dell’epoca. È un’analisi interessante e curiosa che in seguito verrà ripresa più esaurientemente. Comunque va sottolineato il fatto che anche gli inglesi, molto più tardi, faranno il loro «ritorno alle Alpi», ottenendo risultati superbi e testimoni di una preparazione eccellente e severa raggiunta sulle montagne di casa.

Si è detto dunque che saranno austriaci e tedeschi i grandi protagonisti della prima conquista dolomitica. Volendo analizzarne i motivi, subito appare chiaro e determinante il fattore vicinanza e comodità d’accesso. Alcuni storici hanno voluto differenziare la stratigrafia sociale dell’alpinismo inglese e di quello austriaco: anche se la generalizzazione è un po’ esagerata, gli alpinisti inglesi sono descritti come aristocratici, assai ricchi e benestanti, appartenenti al mondo «bene» della madre patria. Invece gli austriaci vengono raffigurati come studenti o intellettuali piuttosto «in bolletta», per i quali il finanziamento di un lungo viaggio sulle Alpi era impossibile. Ma per essi avvicinare il mondo alpino del Tirolo e delle Dolomiti era assai semplice e non poneva grossi problemi finanziari. Raggiungere le Dolomiti da Vienna o da Salisburgo era cosa ben diversa che organizzare una campagna alpinistica sulle Alpi Occidentali partendo dall’Inghilterra. Se poi si pensa ad Innsbruck e alla sua posizione privilegiata, non è difficile comprendere come l’arrampicata su roccia ebbe enorme sviluppo tecnico proprio sui rilievi rocciosi che circondano la bella cittadina austriaca.

Qui le pareti rocciose sono, come si suoi dire, sulla «porta di casa». Ma vi è un problema più sottile e meno appariscente. Ed è la notevole differenza tra il romanticismo inglese e quello tedesco. Quest’ultimo accarezzava parecchio tutta la sfera che circonda la morte, stimolando il gusto della solitudine, della sfida titanica, del rischio, ponendo il suicidio e la morte gloriosa come meta nobile e trionfale. Gli inglesi dimostrarono sempre un certo garbato disprezzo per questa corrente di pensiero, assai differente dal loro romanticismo più positivo. Gli italiani invece saranno assai contaminati dal pensiero tedesco, anche se sapranno aggiungere un’espressione personale e tipicamente «latina» che li distinguerà ancora dai germanici. È pur vero che l’Ortis del Foscolo si ispira e segue le mosse del Werther di Goethe, ma in Ortis vi è qualcosa di più impetuoso e sanguigno, di più vitale e positivo. D’altronde il pensiero tedesco troverà due interpreti grandiosi ed unici, assolutamente non presenti nelle altre culture dell’epoca. In letteratura Goethe, eccezionale interprete di tutto un mondo fosco e tenebroso, dove però non mancano sprazzi di luminosità abbacinante, che portano l’individuo a instabilità emotive che rasentano la schizofrenia. In musica Wagner riuscirà ad esprimere in pieno il mondo della saga nordica, e a portare la propria musica al limite del delirio, cercando titanicamente di raggiungere orizzonti che non sono terrestri.

Le montagne delle Alpi Occidentali sovente non danno il senso della difficoltà e del pericolo. Le Dolomiti invece si alzano come per magia vertiginose e sottili, sono come una sfida costante a chi si sente preso dal desiderio di salirle. Subito l’immagine della caduta si fa strada nel pensiero, l’idea della caduta nel vuoto, una caduta senza fine, e poi lo schianto finale sulle ghiaie. Ma l’immagine terribile e tragica della caduta mortale si contrappone a quella esaltante e solare della salita su per la roccia verticale, del balletto sul vuoto, un vuoto perfetto, introvabile sulle Alpi Occidentali. Queste montagne hanno qualcosa di magico e arcano. Anche lo spirito più concreto e materialista non può non subirne il fascino. Appaiono e scompaiono nelle nebbie come visioni irreali, penetrano le masse di nubi temporalesche, creando visioni di una suggestione straordinaria, ardono alla luce del tramonto di colori indescrivibili.

Possiamo dunque facilmente immaginare il turbine di sensazioni e di emozioni che esse suscitarono e tuttora suscitano su spiriti romantici. La contemplazione era necessaria come fucina per portare all’azione. La contemplazione scatenava un turbinìo di sensazioni e di emozioni contradditorie e assai forti, che potevano bene concretizzarsi e realizzarsi nella scalata difficile. L’avventura più che mai si portava su livelli tipicamente individuali e soggettivi. L’alpinismo cominciava a definirsi come mondo dove cercare e vedere l’altra realtà, la famosa «realtà separata» di cui anche oggi i giovani vanno ansiosamente discutendo.

Intento scientifico e desiderio di conoscenza lasciavano il passo ad un’attività, forse criticabile, ma di interesse psicologico eccezionale, dove la scalata si configurava come ponte ideale tra il reale e l’irreale, tra la vita ed il sogno. La scalata assumeva il significato di tentativo per trascendere il terrestre, un tentativo dove il povero «ego» quotidiano andava alla ricerca un po’ disperata di un ego più grande e completo, sperduto tra i meandri oscuri dell’incoscienza e sbriciolato in mille particelle disperse nella volta cosmica.

Senza forse volerlo e capirlo, l’alpinista diveniva una sorta di titano che lancia la sua sfida agli dei, di un nano che si lancia alla riconquista del paradiso perduto. E così a lungo la letteratura alpinistica si esprimerà su una linea identica, dove emozioni e vissuti ricalcano un filone comune. Compare l’eroismo, il piacere della lotta estrema, in condizioni avverse ed ostili, il disprezzo per il vissuto normale e quotidiano, l’autoconvincimento di essere una creatura superiore, la ferma convinzione di compiere qualcosa di nobile ed eroico. Anche se poi molti definiranno tutto questo «inutile» e l’alpinismo stesso la «conquista dell’inutile».

Ma questi giudizi lasciano veramente il tempo che trovano, in quanto solo l’individuo potrà comprendere alla fine della sua storia ciò che veramente ha assunto il ruolo di utile o di inutile nel contesto della sua esistenza.

L’evoluzione dell’alpinismo dolomitico sarà tutto un «crescendo wagneriano», che culminerà con la figura emblematica di Paul Preuss, il personaggio più interessante e discusso di tutta la storia dell’alpinismo mondiale. Nel suo libro Le grandi pareti il noto alpinista inglese Doug Scott ha scritto che l’alpinismo dolomitico è la storia stessa delle grandi pareti. Ed è vero: su queste muraglie verticali, simbolo dell’«impossibile», la personalità dell’alpinista si è dischiusa come un fiore sbocciante, palesando tutti i suoi aspetti positivi e negativi, ponendo ancor più l’interrogativo affascinante dell’enigma chiamato alpinismo.

Grohmann, Von Barth, Innerkofler
Dell’inglese John Ball e del suo notevole contributo dato all’esplorazione dolomitica si è già detto. Accanto a lui vediamo agire due altri celebri alpinisti inglesi dell’epoca: il già nominato Lesile Stephen e Francis Fox Tuckett. Nel perfetto stile dell’epoca e rispettando la coerenza essi effettueranno le loro ascensioni accompagnati dalle forti guide delle Alpi Occidentali. Trasferendo la loro mentalità esplorativa e « occidentale » nelle Dolomiti, essi naturalmente rivolsero le loro attenzioni a quelle montagne più alte ed imponenti, anche ghiacciate, di aspetto quindi occidentale, come la Marmolada, il Pelmo e il Civetta.

Portarono anche la loro azione nel magnifico e grandioso Gruppo di Brenta, certamente dolomitico nelle sue linee, ma anche occidentale per i suoi imponenti canaloni ghiacciati e le vedrette alle basi delle pareti. Anche se è un po’ discosto dal nucleo centrale, il Gruppo di Brenta è veramente un mondo alpino che rasenta la perfezione. I tratti del paesaggio sono pressoché eccezionali, dominati da immense foreste di conifere, che si spingono molto in alto fino al limite delle nevi. La roccia è ideale, una dolomia grigia, sana e compatta, che permette un’arrampicata libera di rara eleganza. I dislivelli delle creste e delle pareti sono notevoli, a volte oltre i mille metri, dando un respiro inconsueto a delle ascensioni di tipo dolomitico. Inoltre il ghiaccio e la neve si inseriscono nel contesto ambientale, dando un tocco più severo ed alpino al paesaggio già di per sé grandioso e suggestivo. Non per nulla il Gruppo di Brenta sarà teatro di imprese storiche e magnifiche ed in seguito diverrà uno dei terreni di gioco preferiti dagli alpinisti di tutta Europa.

Ma non vanno dimenticati anche gli italiani. Particolarmente simpatica la figura dell’agordino Cesare Tome, un vero e proprio pioniere che realizzò un gran numero di prime ascensioni assai importanti. È chiaro che la sua azione ebbe come campo preferito le belle montagne della sua terra agordina: eccolo allora realizzare la prima ascensione dell’Agner (1875), della Cima Immink (1877) e la seconda salita del Cimon della Pala (1877). Di lui lo storico Renato Chabod ha scritto: « Ma ciò che più di tutto colpisce della sua attività sono l’ampiezza e la durata, protratta fino a tarda età, che lo portarono a esplorare sistematicamente i gruppi del Civetta e della Molazza e che gli permisero, dopo la cinquantina, di cogliere due successi clamorosi: la salita lungo il versante sud della Marmolada (1897, con le guide Santo de Toni e Luigi Farenzena, attraverso il canalone della Scesora, nel corso della quale si ricorse ad una tecnica simile a quella, molto moderna e molto discussa, dei chiodi a pressione) e l’apertura di una via nuova sulla parete nord-ovest del Civetta (effettuata con le guide De Toni e Santo del Buos), abbandonando all’altezza del Cristallo il tortuoso andirivieni delle vie preesistenti e salendo all’intaglio più prossimo alla vetta. Due imprese alpinistiche che anticipavano la soluzione di sempre più attuali e difficili problemi tecnici».

Tuttavia il ruolo di primo piano spetta naturalmente agli austriaci: essi portarono a termine ascensioni molto importanti, completando per così dire l’esplorazione delle Dolomiti, dove, in breve tempo, vennero salite tutte le cime più evidenti e conosciute. Dapprima lo stile fu quello classico, ossia con l’accompagnamento delle guide, ma poi gli stessi austriaci iniziarono una nuova forma d’alpinismo, quello senza guide, che incontrerà il favore dei cittadini, sempre più alla ricerca dell’avventura individuale.

Tra gli austriaci emerge il nome del viennese Paul Grohmann, appassionato ed accanito esploratore delle Dolomiti, ricordato anche per essere stato tra i soci fondatori del Club Alpino Austriaco (Österreichischer Alpenverein). Tra le realizzazioni più importanti va ricordata la prima dell’Antelao (1864), l’imponente montagna che domina il Cadere, anche se quest’impresa è da molti contestata, in quanto si pensa che la vetta fosse stata già raggiunta da cacciatori locali. Comunque quella di Grohmann resta la prima ascensione ufficiale e documentata. Lo stesso anno sale la Tofana di Mezzo ed il Sorapiss, due cime che racchiudono la verde conca di Cortina d’Ampezzo.

Ben presto il livello tecnico delle realizzazioni di Grohmann superò nettamente quello degli inglesi e non si riesce bene a capire se ciò fu merito esclusivo del viennese o piuttosto delle sue guide fortissime, come Franz Innerkofler e Peter Salcher. Comunque Grohmann riuscì a conquistare altre due vette piuttosto ardite e dall’aspetto assai difficile: il Sassolungo, montagna magnifica e complessa, che domina tutta la ridente Val Gardena e soprattutto la Cima Grande di Lavaredo, da molti ritenuta inscalabile. Le due imprese, realizzate nel 1869, aprirono nuovi orizzonti all’esplorazione dolomitica ed acquistarono anche (vedi soprattutto la salita alla Cima Grande di Lavaredo) un sapore quasi epico.

Si è parlato degli Innerkofler. Tra le guide dolomitiche che agirono nell’epoca (compaiono per la prima volta nomi di dinastie che diverranno celebri come Lacedelli, Dimai e Siorpaes) gli Innerkofler occupano un ruolo di primo piano in assoluto. Soprattutto Sepp, valoroso combattente dell’esercito austriaco, caduto in battaglia sul Paterno e Michel, certamente tra i più forti alpinisti dell’epoca, assai abile soprattutto nell’arrampicata su roccia, come seppe ampiamente dimostrare durante la salita della Cima Piccola di Lavaredo. Già nel 1875 aveva salito la Croda dei Toni, ma il problema del momento era la Cima Piccola di Lavaredo: una guglia aerea e verticale, difficile da qualunque lato, addirittura inattaccabile (per i mezzi dell’epoca) lungo le pareti. Il gruppo di Lavaredo ha una caratteristica comune: le pareti in genere sono compatte, verticali e strapiombanti, dunque estremamente difficili. Gli spigoli sono affilati e verticali, sovente vertiginosi e perfetti nella loro linea elegante. Il più delle volte il punto debole e la linea più naturale e facile di salita vanno ricercati nei profondi camini verticali. La Cima Piccola, malgrado il nome, è una guglia splendida e aveva respinto numerosi assalti. Tuttavia Michel riprese il tentativo di Dimai e Siorpaes e nel 1881 riuscì a toccare la vetta salendo lungo la parete sud-ovest, superando difficoltà di II e III grado, tanto che la sua impresa fu giudicata dai contemporanei la più difficile di quei tempi.

Si è parlato delle strutture rocciose dolomitiche: è naturale che tutte queste prime ascensioni cercassero nella parete il punto più debole, seguendo i sistemi di cenge, inoltrandosi nei camini e lungo le creste più rotte. Ne risultarono quindi dei tracciati piuttosto tortuosi e complessi, che sovente salgono quasi a spirale toccando tutti i versanti della montagna. Più avanti, una volta realizzate le conquiste delle vette maggiori, si comincerà a cercare la difficoltà ed inizierà a farsi strada il concetto di eleganza’: allora i tracciati diverranno più lineari ed essenziali, portandosi sul filo degli spigoli verticali o seguendo i lunghi sistemi di fessure e camini. La salita in aperta parete verticale porrà problemi psicologici e tecnici ben superiori: solo l’avvento del chiodo e del moschettone daranno il coraggio necessario per avventurarsi in parete verticale. Tuttavia non per tutti fu così e per pochi alpinisti di classe eccezionale (leggi Paul Preuss) fu anche possibile precorrere i tempi e realizzare scalate ai limiti dell’audacia e del credibile.

Tra i rappresentanti più significativi del primo alpinismo sulle Alpi Orientali, dobbiamo anche ricordare un avvocato di Monaco di Baviera, Hermann von Barth. La letteratura dell’epoca lo presenta come un uomo un po’ fanatico ed esaltato, in costante ricerca del pericolo, tanto che molte delle sue imprese furono compiute senza guide o addirittura da solo. Egli incarnava alla perfezione un certo spirito romantico un po’ decadente e negativo, che poi troverà in Eugenio Guido Lammer (anch’egli tedesco) la sua massima espressione in senso masochista. Tuttavia le sue realizzazioni esigono il massimo rispetto, a prescindere dalla ideologia con cui il suo alpinismo era strutturato. Von Barth diede un contributo veramente notevole all’esplorazione dei monti del Tirolo settentrionale, soprattutto del Karwendel e del Wetterstein, che in seguito diverranno una vera e propria fucina di arrampicatori eccezionali. Probabilmente la sua salita più difficile resta la via dei camini sull’Untersberg (un percorso oggi facilitato da numerosi chiodi che cionondimeno sorprende ancora i ripetitori per la sua audacia). La sua concezione eroica dell’alpinismo si trasmise agli ambienti austriaci e tedeschi dell’epoca (von Barth fu anche scrittore assai fecondo) lasciando una traccia sicuramente assai notevole. Ed è proprio sulla scia di questa concezione estremamente romantica dell’alpinismo che in un prossimo futuro sorgerà la meteora di Winkler, il giovane «cavaliere della montagna» assurto quasi a simbolo di un certo alpinismo dell’epoca.

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Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 1 ultima modifica: 2022-09-21T05:21:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 1”

  1. 2
    Massimo Silvestri says:

    Questo testo e’ quello di accompagnamento all’enciclopedia della montagna ….. anni 1980 …
    Oltre che alla cima di Ball nelle dolomiti di San Martino di Castrozza il ricordo di John Ball e’ legato anche ad altre esplorazioni alpine … ad esempio a fine 800 aveva visitato anche le Alpi Orobie ….
    Saluti
    Ms
     

  2. 1
    Paolo Gallese says:

    Va bene, va bene. Compro questa Storia.
    La lettura è ariosa e avvincente. Fa venire voglia di preparare subito qualche spedizione.
    Dov’è lo zaino? L’attrezzatura? Dov’è ho messo le mappe??

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