Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 2

Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 2
di Gian Piero Motti
(pubblicato in La storia dell’alpinismo) (GPM-SdA-10)

Italiani alla ribalta nelle Dolomiti
Abbiamo già osservato in precedenza che anche alcuni italiani presero parte al primissimo periodo della conquista dolomitica con imprese di rilievo. Si trattava comunque di elementi locali, cacciatori, montanari, parroci appassionati di montagna. Non vi era ancora stato un vero e proprio interesse cittadino, mentre invece nelle Alpi Occidentali e Centrali, intorno alle sedi dei Club alpini di Torino e Milano, si andavano formando due nuclei di alpinisti cittadini agguerriti e pronti a contrastare l’egemonia britannica. Comunque, negli ultimi due decenni del secolo XIX, si assiste invece al formarsi di un interesse sempre più vivo da parte di cittadini anche per le Dolomiti. In questo senso le figure dei baroni Alberto e Orazio De Falkner, padre e figlio, assumono un ruolo di primaria importanza. Pur essendo di origine svizzera, il barone Alberto De Falkner si sentiva profondamente italiano, tanto che combatté con Garibaldi nella campagna del 1866 in Trentino-Alto Adige. Sarebbe noioso voler elencare tutte le sue innumerevoli imprese sulle Dolomiti, comunque va ricordato il fatto che la sua azione sconfinò su numerosi gruppi dolomitici ancora poco conosciuti, come le Marmarole o il Gruppo di Brenta. Fondatore della Sezione di Agordo del Club Alpino Italiano, fu un vero e proprio animatore, un appassionato trascinatore che seppe iniziare all’alpinismo un numero ingente di persone. Seppe anche trasmettere al figlio tutta la sua passione, tanto da farne il suo assiduo compagno di cordata in quasi tutte le ascensioni. Tuttavia il giovane Orazio sembrò prediligere i colossi delle Alpi Occidentali e soprattutto del Vallese: non per nulla il quindicenne De Falkner aveva iniziato la sua prodigiosa carriera alpinistica proprio con la salita del Cervino il 17 agosto 1886. Ma la passione per la montagna occidentale non lo portò certo a trascurare le sue Dolomiti, dove realizzò numerose prime ascensioni di rilievo e dove soprattutto effettuò la ripetizione di tutte le salite compiute precedentemente sulle cime più importanti delle Alpi Orientali. Introdusse all’alpinismo un personaggio come Antonio Berti, che in seguito larga parte avrà nella formazione ideologica di tutto l’alpinismo triveneto. Ma Orazio De Falkner non fu soltanto uomo d’azione: come molti alpinisti completi e maturi seppe anche svolgere un’opera notevole in campo culturale con i suoi scritti, assai apprezzati, e con l’opera che svolse come presidente della Sezione di Firenze del Club Alpino Italiano.

John Ruskin e William Holman Hunt (1894). Foto: Frederick Hollyer, LIfE (Wikimedia commons)

Sintetizzando questo periodo dell’alpinismo dolomitico, lo storico Massimo Mila in un suo eccellente lavoro monografico così si esprime: «Gli Ossi, i Cesaletti, il vecchio Lacedelli, e in un certo senso anche il Tome, erano attratti dalle montagne della loro terra: i giganti delle Dolomiti, come Antelao, Sorapiss, Tofane, erano meta delle loro ambizioni. Non è un caso che molti di costoro fossero di San Vito, annidato com’è questo villaggio ai piedi della grande catena che va dall’Antelao, per Croda Marcora, al Sorapiss, in un punto dove l’alta montagna scende direttamente dai 3000 metri e oltre fin quasi al livello della strada provinciale, con un sistema di forre, di conche, di quinte rocciose, dall’apparenza selvaggia, ma che in realtà invitano il cacciatore ad inoltrarvisi, fidando nella propria sagacia, nel senso di orientamento e nella conoscenza del terreno. Ora invece l’ideale alpinistico è mutato: non i grandi monti complicati invitano lo scalatore, ma le guglie semplici e nude di cui sono tanto ricche le Dolomiti. Non si tratta più di trovare la miglior via di accesso, ma semplicemente un itinerario per un’aperta parete; non si cerca più un varco, ma l’appiglio, la fessura, il mezzo che permetta d’arrampicare. Il problema, insomma, da topografico che era, si va facendo squisitamente alpinistico. Questo nuovo stile dell’alpinismo inteso essenzialmente come arrampicata era stato introdotto dal Grohmann con le sue valorose guide, esaltato dall’apparizione solitaria di Winkler e accettato, fra gli esponenti locali dell’alpinismo italiano, dai due De Falkner» (Massimo Mila, Cento anni di alpinismo italiano, in Storia dell’alpinismo di Claire-Eliane Engel).

Rivalità nazionalistiche e polemiche tra inglesi e tedeschi
A dispetto dei canoni dettati dagli inglesi, i quali consideravano quasi sacrilego l’alpinismo senza guide, gli austriaci invece sembravano sempre più portati verso questa forma d’alpinismo più avventurosa ma anche più rischiosa. Il conflitto generò non poche polemiche tra i due ambienti alpinistici, tanto che si giunse ad etichettare in un certo modo l’alpinismo tedesco nella letteratura britannica e viceversa. In questi giudizi, sicuramente parziali, vi era una buona parte di verità: infatti molti giovani alpinisti austriaci, come appunto i fratelli Zsigmondy, erano studenti e non molto abbienti. Invece è risaputo che gli esponenti dell’alpinismo inglese erano uomini dell’aristocrazia. Comunque è molto interessante riportare i giudizi espressi dall’una e dall’altra parte.

Nel suo già citato Le grandi pareti Doug Scott (inglese) così si esprime: «L’opinione degli inglesi nei riguardi degli scalatori tedeschi ed austriaci divenne sempre più intransigente; essi erano sempre più inclini a pensare che questi ultimi fossero dei fanatici, pronti a rischiare la vita in ogni scalata. Quest’opinione divenne sempre più radicata fra i membri dell’Alpine Club anche perché non era raro osservare che i migliori scalatori raramente giungevano a trent’anni. Su scala più vasta, inoltre, stavano nascendo rivalità nazionalistiche fra questi Paesi che tendevano a generalizzare i giudizi degli uni e degli altri».

Anche Claire-Eliane Engel nella sua Storia dell’alpinismo (pag. 151) fa accenno alla polemica e dice: «I critici tedeschi e soprattutto Wilhelm Lehner, si sono dati molto da fare per spiegare che tutti i successi delle cordate inglesi nelle Alpi, fra il 1880 ed il 1900, sono dovuti al fatto che, grazie alle loro possibilità finanziarie, i britannici potevano accaparrarsi i servizi delle migliori guide, mentre i tedeschi, che camminavano da soli, erano studenti “liberi e gioiosi” (oh, il ricordo della guerra “fresca e gioiosa!”). Una affermazione del genere è completamente falsa. I grandi alpinisti tedeschi, come i fratelli Adolph, Hermann e Robert Schlagintweit, Ernst Justus Häberlin, Paul Güssfeldt, Moriz von Kuffner, Moritz de Déchy, erano perfettamente in grado di pagarsi le guide e spesso ricorrevano ai loro servizi. L’alpinismo tedesco senza guida è nato nelle Alpi Bavaresi dove gli indigeni, come i cittadini, ignoravano nella maniera più assoluta le montagne. Essi impararono ad arrampicare, si può dire, assieme, come avvenne per gli italiani nelle Dolomiti (giudizio un po’ troppo affrettato, NdA). Occorre consultare con una certa precauzione le opere di erudizione tedesche nel campo dell’alpinismo, perché sono generalmente molto pesanti e spesso inesatte (come sopra, NdA). Gli alpinisti inglesi giunsero spesso al successo a dispetto delle loro guide. Quanto ai tedeschi, essi saranno stati forse “liberi e gioiosi”, ma per molto tempo hanno combinato ben poco nelle Alpi. I fratelli Zsigmondy erano austriaci, e, se sono stati studenti per un certo periodo di tempo, è bene ricordare che questa condizione, felice ma transitoria, dura raramente più di sei o sette anni. Secondo Lehner, la tragedia del Cervino bloccò per quattro o cinque anni ogni grande iniziativa inglese in montagna. L’affermazione è inesatta, perché la Brenva fu rimontata l’indomani dell’incidente, la traversata dell’Aiguille de Bionassay e quella del Monte Bianco per la via del Dôme condotte a termine tre settimane dopo. Un critico italiano, Paolo Lioy, scrive nel 1885: “Le nostre Alpi superano in bellezza e maestà ogni altra montagna“, e continua affermando che gli italiani sono i migliori alpinisti del mondo; dopo di che cita sei o sette nomi, nessuno dei quali è paragonabile all’importanza di Albert F. Mummery o di Clinton Thomas Dent. Così, verso la fine del secolo comincia ad affermarsi un nuovo aspetto deplorevole dell’alpinismo: il pregiudizio nazionalistico».

Ma vediamo un po’ in dettaglio i giudizi espressi da questo Wilhelm Lehner tanto contestati dai britannici. «L’alpinismo fu in Gran Bretagna monopolio pressoché esclusivo delle classi più agiate. Questo può spiegare l’indifferenza degli inglesi al fascino dell’alpinismo senza guide. Essi poterono disporre delle migliori guide e quindi affrontare delle salite di classe elevata che uno scalatore senza guida avrebbe potuto fare solo dopo un lungo apprendistato. Diversa fu la situazione in Germania dove l’alpinismo era lo sport delle classi medie e degli studenti universitari. Ben pochi sarebbero stati in grado di pagare una guida; è questo quindi un caso piuttosto raro, nel quale la mancanza di denaro ha favorito lo sviluppo dello sport. Bisogna poi tenere presente un altro fatto: gli inglesi che giungevano alle Alpi erano uomini privilegiati, finanziariamente indipendenti ed in una posizione tale da poter sviluppare completamente la loro personalità con la libera scelta di una carriera. I tedeschi al contrario avevano ben poche possibilità di svilupparsi completamente secondo i loro gusti e le proprie inclinazioni. Per il giovane tedesco di allora, e di adesso, le montagne apparvero come una possibilità di sfuggire alle costrizioni sociali; tra le montagne egli cercava di sviluppare la propria personalità frustrata dalla routine quotidiana. Gli anglosassoni, ben consci della loro “superiorità di signori” tranquillamente ignoravano la dipendenza nei confronti della guida, mentre il tedesco provava, nel farne a meno, quel senso di libertà che era negato altrove, e contemporaneamente avvertiva il sorgere del suo latente istinto di dominio».

L’analisi di Lehner non è poi del tutto errata, anzi è abbastanza acuta e intelligente, anche se tende troppo a generalizzare. Comunque sentiamo la risposta di parte inglese data ancora da Doug Scott: «In questa grossolana generalizzazione vi è senz’altro qualcosa di vero, anche se non bisogna dimenticare che in realtà la maggioranza degli alpinisti tedeschi erano della scuola tradizionale e venivano dalle città del Nord per compiere le loro salite sulle Alpi per le quali ingaggiavano le migliori guide. I “senza guida” agivano essenzialmente in Baviera, in Tirolo ed in misura minore nelle Dolomiti. Di certo Lehner non aveva una grande conoscenza dei progressi dell’alpinismo su roccia in Gran Bretagna dove le guide non sono mai esistite e probabilmente ignorava i risultati ottenuti da Charles e Lawrence Pilkington e Frederick Gardner che negli anni 1878, 1879 e 1881 compirono un numero notevole di ascensioni senza guida, fra le quali il Cervino, gli Écrins, la Meije, il Finsteraarhorn, lo Zinalrothorn. Bisogna ovviamente ricordare Mummery che portò l’alpinismo senza guida a nuovi e più alti livelli» (op. cit., pagg. 21-22).

Tuttavia, un forte alpinista tedesco, su cui ritorneremo in seguito parlando delle Alpi Occidentali, si espresse con più equilibrio e forse centrò il reale aspetto del problema. Infatti Paul Güssfeldt nel suo scritto In den Hochalpen, ebbe a dire: «Le poche guide di valore erano tutte in mano agli inglesi. In quel periodo essi non parlavano tedesco né io l’inglese, non fu quindi possibile nessun scambio di idee tra di noi. E fu un vero peccato, perché i pionieri dell’alpinismo britannico erano sicuramente uomini informati e di cultura. Gli allegri studenti tedeschi invece non vedono altro che i loro vestiti bene in ordine ed i borsellini ben pieni».

La parete est del Watzmann, alta più di 2.000 metri (Nationalpark Berchtesgaden). Foto: Günter Seggebäing.

D’altronde i due Paesi, Inghilterra e Germania, avevano tradizioni storiche e culturali assai differenti. È naturale perciò che le loro espressioni in campo culturale fossero dissimili ed anche contrastanti. Invece, purtroppo, sovente si vorrebbe isolare l’alpinismo dal contesto storico, sociale e culturale di ogni Paese in cui si è manifestato, in nome di un’attività sacra e superiore che dovrebbe vedere tutti gli uomini uniti da un sentimento fraterno e comunitario. Questa mistificazione ha dure radici e assai profonde. Si dimentica che è l’uomo che fa l’alpinismo e non l’alpinismo che fa l’uomo. L’uomo ha tutto un suo bagaglio storico che lo porta ad agire in modi diversi e ben determinati a seconda del «seme» che è stato gettato nel suo campo. Ed è anche vero che l’uomo può modificare questa semina sovente non voluta da lui, ma imposta dagli ordinamenti sociali e dai sistemi politici ed educativi in cui egli cresce. Comunque l’importanza di questa eredità storica è determinante in ogni manifestazione culturale. È quindi naturale che l’alpinismo tedesco avesse delle caratteristiche tipiche di questo popolo, quali desiderio di sopraffazione, affermazione della propria (presunta) superiorità, sete di conquista e di dominio, eroismo, sprezzo del pericolo e della morte, un certo masochismo abbinato anche ad aspetti sadici nei confronti dei giovani allievi che si avviano sulle tracce degli anziani. È risaputo, infatti, che l’educazione dei giovani in seno alla famiglia era durissima in Germania e che anche la vita militare era impostata ad una disciplina ferrea e quasi disumana. Questa durezza non poteva generare che repressioni di notevole entità, le quali in età più matura trovavano sfogo e realizzazione in atteggiamenti dittatoriali e gerarchici nei confronti dei più deboli, oppure in ribellioni di tipo nevrotico come quelle dell’alpinismo, dove però la rivolta si paga al caro prezzo di un dolore accettato e subito, anzi quasi cercato per fortificarsi nella lotta.

È naturale che gli inglesi, non avendo tali motivazioni storico-psicologiche alle spalle, non comprendessero l’alpinismo tedesco ed anzi ne provassero commiserazione o disprezzo. È la solita storia che si ripete: la critica esterna è sempre estremamente facile; più difficile entrare nel problema altrui e cercare di comprenderlo e giustificarlo. L’esempio è banale, ma può essere efficace. Immaginiamo che una persona sia dentro ad una lampadina accesa e che guardi su una superficie spenta: costui potrà benissimo vedere ciò che succede su quella superficie; ma chi vive sulla superficie non può sapere e capire cosa succede nell’interno della lampadina accesa, in quanto la luce abbacinante non gli permette di scorgere l’interno. Solo se entrasse nell’interno della lampadina potrebbe finalmente capirne i meccanismi di illuminazione.

Emil Zsigmondy e Ludwig Purtscheller, due alpinisti eccezionali
Tra i primi esponenti dell’alpinismo senza guida i fratelli Zsigmondy occupano un ruolo di primissimo piano. Austriaci, studenti in medicina, essi portarono la pratica alpinistica ad un livello decisamente superiore rispetto ai livelli raggiunti in quei tempi. Furono tuttavia assai criticati dai contemporanei per la loro temerarietà, da alcuni definita come incoscienza vera e propria. Si erano formati sulle Alpi Bavaresi e nelle Dolomiti colsero i primi successi. Del gruppo faceva anche parte un altro giovane austriaco, Ludwig Purtscheller, alpinista veramente eccezionale che seppe esprimere un’attività ancora superiore a quella degli Zsigmondy. Di questi ultimi va ricordata nel 1879 l’impresa compiuta sul Feldkopf, nelle Alpi di Zillertal, certamente la più difficile scalata senza guida compiuta in quei tempi. Malgrado le critiche (soprattutto di parte inglese), gli Zsigmondy, di cui Emil era il vero e proprio capo, furono certamente degli innovatori e gettarono le basi per il formidabile espandersi dell’alpinismo cittadino senza guida negli anni successivi. E furono anche alpinisti completi, in quanto la loro attività spaziò su tutta la catena alpina, fino al lontano Delfinato. Proprio sulla parete sud della Meije, nel tentativo di risalire un canalone assai pericoloso per le frequenti scariche di sassi, Emil trovò la morte in un tragico incidente, che fu poi naturalmente strumentalizzato dagli inglesi per dimostrare la pericolosità e l’inutilità dell’alpinismo senza guida. Il loro giudizio sugli Zsigmondy e sull’alpinismo tedesco in generale, in quel periodo, non doveva essere molto favorevole. Anche la Engel nella sua Storia dell’alpinismo non è molto tenera: «Questa abitudine di arrampicare contro ogni consiglio del buon senso, di correre qualsiasi rischio e di aprirsi una via a qualsiasi prezzo, trova adepti sempre più numerosi, specie tra alpinisti tedeschi ed austriaci. Fra i più fanatici si possono annoverare i tre fratelli Zsigmondy. Malgrado le ore passate tra laboratori, ospedali e biblioteche (erano studenti in medicina) essi erano riusciti ad arrivare ad un grado di allenamento davvero! ammirevole. Il migliore dei tre era Emil che, durante i suoi corsi all’estero, aveva sempre impressionato molto favorevolmente i colleghi per la simpatia che irradiava da lui e per la sua semplicità. Oltre ai tre fratelli, il gruppo comprendeva Ludwig Purtscheller, austriaco anche lui e professore di ginnastica. Avevano cominciato nelle Alpi Austriache e continuato nelle Dolomiti. La loro vittoria alla Piccola di Lavaredo era stata frutto di una lunga lotta contro la roccia friabile e contro il cattivo tempo; la stessa cosa può dirsi per la Zsigmondyspitze nello Zillertal. Quando si legge il libro di Emil Die Gefahren der Alpen, si rimane sbalorditi dalla rapida successione di situazioni tragiche nelle quali i tre giovani sono venuti a trovarsi. Sembra che essi abbiano una precisa esperienza personale di tutti i pericoli della montagna. Sono sorpresi da un uragano sul Sass Maor, rimangono feriti dalla caduta di pietre o di seracchi, sono travolti da valanghe, rimangono gravemente congelati in una tempesta di neve sulla Marmolada, si perdono nella nebbia sul Dachstein perché la loro bussola è impazzita, devono bivaccare sotto l’uragano al Monte Rosa, cadono in un crepaccio al passo della Lobbia Alta… Dent diceva che Emil Zsigmondy «era troppo temerario perché fosse possibile imitarlo» ed il suo libro sembra un lungo rosario di tragedie che continuano fino alla sua caduta mortale alla Meije, nel 1885, mentre cercava di scalare una parete vergine. Purtscheller continuò le ascensioni dopo la morte dell’amico, ma rimase gravemente ferito al Dru e morì qualche settimana dopo, nel 1900» (op. cit., pagg. 137-138).

Di Purtscheller basti dire che compì qualcosa come 1700 ascensioni, raggiungendo circa 40 vette superiori ai 4000 metri. Raggiunse una conoscenza perfetta delle Alpi Austriache e Tirolesi, tanto da pubblicare una Guida delle Alpi Orientali (1894) assai apprezzata.

Da segnalare tra le ascensioni di maggior spicco, la salita della famosa parete est del Watzmann, alta più di 2000 metri, che in seguito sarà teatro di imprese assai ardimentose da parte dei migliori esponenti dell’alpinismo austriaco, i quali, probabilmente, hanno voluto lasciare su questa immensa muraglia calcarea come una «firma», a dimostrazione del loro valore e della loro eleganza.

Parlando di Purtscheller, si introduce anche il discorso dell’alpinismo extraeuropeo, che allora andava nascendo e prendendo consistenza. Egli fu uno dei pionieri in quanto portò la propria azione sui monti del Caucaso e dell’Africa. Per ora un breve cenno è sufficiente, in quanto il tema sarà ampiamente ripreso nella specifica trattazione dell’alpinismo al di là delle Alpi.

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Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 2 ultima modifica: 2022-10-16T05:31:00+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 2”

  1. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Che pensate della “Storia dell’alpinismo” di Gian Piero Motti?
    Quando uscí la prima edizione nel 1977 alcuni la giudicarono carente di dati (prime ascensioni, nomi e date) ma ridondante di considerazioni etiche.
    Altri valutarono troppo di parte la narrazione di Motti. Per esempio, Giusto Gervasutti vi viene descritto come un nevrotico in fuga dalla vita sociale. Ciò provocò la ferma contestazione di Massimo Mila, accademico e storico dell’alpinismo oltre che celebre musicologo. Secondo Mila, che conobbe Gervasutti, quelle parole sembrano addirittura delineare il carattere dello stesso Motti! Anche Renato Chabod, che fu grande amico di Giusto, lo descrive in modo molto positivo.
     
    Io penso che l’opera sia di grande utilità, a patto però di integrarla con altre, come la storia dell’alpinismo italiano dello stesso Mila, apparsa nel volume del centenario del CAI. Naturalmente esistono studi piú recenti, come quelli del nostro Alessandro e la “Storia dell’alpinismo” di Roger Frison-Roche con aggiornamento di Sylvain Jouty.
    … … …
    Anche i volumi che stanno uscendo ogni martedí mi sembrano di buon livello. Vi ho trovato informazioni che non conoscevo e, soprattutto, molte fotografie d’epoca di grandissimo interesse storico, di cui diverse non avevo mai visto in vita mia.
    Un difetto però l’ho notato: i volumi dovrebbero essere di almeno cinquecento pagine cadauno! ???

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