Le Dolomiti dei fratelli Coubal

Le Dolomiti dei fratelli Coubal
di Luca Vallata
(pubblicato su Le Dolomiti Bellunesi n. 2 – 2021)

Quando si parla di cecoslovacchi in Dolomiti, i primi a tornare alla memoria sono immancabilmente i formidabili Jindřich Šustr e Igor Koller, autori nel 1981 della Weg durch den Fisch, la Via Attraverso il Pesce in Marmolada. A ben guardare però, quella fu soltanto la più luminosa tra le moltissime salite frutto delle campagne ceche e slovacche in Dolomiti di quegli anni Ottanta; si pensi ad esempio a tutte le altre vie salite nel gruppo della Marmolada, alle prime invernali in Civetta o alle ripetizioni e vie nuove sulle Tre Cime.

Molto meno note sono invece le vie dei fratelli Michal e Miroslav Coubal di Praga, quasi tutte avvolte in un alone di mistero riverente e solo di recente in parte riscoperte. Le loro fenomenali realizzazioni sono avvenute in un periodo posteriore rispetto all’età dell’oro dell’alpinismo cecoslovacco in Dolomiti, appartengono infatti agli anni giusto a cavallo della caduta del Muro di Berlino. Pur prendendo le mosse dalla severa tradizione degli Alti Tatra e delle torri di arenaria della Boemia e della Sassonia, il fenomeno Coubal rappresenta a tutti gli effetti un caso sui generis.

Bivacco sulla via Svička

Come si vedrà nell’intervista, i fratelli, che per tutta la loro carriera hanno sempre scalato in coppia, non sono mai entrati nella logica delle spedizioni nazionali, modo quasi unico per visitare le Alpi per i membri della generazione precedente alla loro. Ciò però non ha impedito di viaggiare e di aprire sulle Alpi e in Himalaya eccezionali itinerari. Oltre a quelle sulle Dolomiti, sono da segnalare vie Coubal sulla parete nord dell’Eiger, sull’immensa parete dello Scheideggwetterhorn, sempre in Svizzera, e sulla Jungfrau, ma anche sul Lobuje Peak East in Nepal.

Questa intervista a Michal Coubal si vuole concentrare su quella che è stata l’attività dolomitica del duo e su come sia stata preparata e concepita. A fine intervista è pubblicata la lista completa degli itinerari da loro saliti nelle sole Dolomiti tra fine anni Ottanta e inizio Novanta.

Sulla via Svička

Partiamo dalle basi: sei originario di Praga, giusto? E dove abiti ora?
Sì, sono nato a Praga nel 1961. Ora però vivo a Lysá nad Labem, 30 km a est di Praga, assieme a mia moglie Vendula, a mia figlia Anna e a due bassotti giganti, Fufík e Maria. Da trent’anni a questa parte produco giocattoli di legno per bambini. Mio fratello Mirek (Miroslav) invece ha tre anni più di me e fa il geologo.

Parlaci un po’ della scuola cecoslovacca dell’epoca. Dove avete iniziato ad arrampicare e dove vi allenavate?
Io e mio fratello ci siamo avvicinati al mondo dell’alpinismo tramite la speleologia, verso l’inizio degli anni Ottanta. Fin da ragazzini però ci entusiasmavamo leggendo delle avventure di Walter Bonatti, Toni Hiebeler e degli altri.

Le famose torri di arenaria della Boemia e della Sassonia e le montagne degli Alti Tatra erano gli unici luoghi che, fino al 1989 e alla caduta del Muro di Berlino, erano alla nostra portata per praticare arrampicata e alpinismo.

Qua e là ci sarebbe stata anche la possibilità di salite su granito e calcare, ma è sempre stata l’arenaria, il vero banco di prova sul quale si è sviluppata la tecnica e la tradizione cecoslovacca. A questo proposito, il vero centro moderno di questo tipo di arrampicata è sicuramente la zona della cosiddetta Svizzera Sassone, situata in quella che allora era la Germania Est.

In cima all’Agner

Ci andavate spesso?
Io e mio fratello arrampicavamo lì ogni fine settimana, ci arrivavamo grazie ad una nostra vecchia moto e passavamo le notti tra le rocce. Come forse saprai, l’arrampicata sulle torri di arenaria ha una sua storia, severe tradizioni e regole precise. Qui l’apertura di nuove vie può avvenire solamente dal basso e assicurandosi il meno possibile. Le distanza tra un ancoraggio e l’altro è sempre elevata. Non si può usare il magnesio e c’è sempre il rischio di fare lunghi voli.

Negli anni Ottanta io e mio fratello aprimmo decine di nuovi itinerari di difficoltà attorno al Xb grado sassone (7c), in Cecoslovacchia e in Germania.

E gli Alti Tatra?
Sono una piccola, ma stupenda catena montuosa in Slovacchia. All’epoca, Repubblica Ceca e Slovacchia erano, come sai, unite ed erano quindi le uniche montagne che potevamo visitare facilmente. Conservo dei magnifici ricordi su quelle cime, abbiamo salito moltissime vie di più giorni. Ho ancora dei buoni amici lì. Io e mia figlia Anna torniamo ogni anno ad aprire qualche nuovo itinerario.

Ci spiegheresti a quali limitazioni negli spostamenti eravate soggetti? A quanto ne so, fino al 1989 era estremamente complicato per voi visitare gli stati del blocco occidentale.
Fino al 1989, ci era concesso di viaggiare senza limitazioni solamente negli stati del blocco orientale, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Unione Sovietica e Germania Est. Potevamo visitare la Jugoslavia e l’Europa occidentale solamente con permessi speciali. Non era così difficile ottenere il permesso per la Jugoslavia, ma lo era invece per stati come l’Italia.

L’unica eccezione riguardava la Nazionale di alpinismo: per loro era più facile ottenere i permessi. Solamente una ristrettissima cerchia di arrampicatori poteva entrare nella Nazionale. All’epoca funzionava così: ogni sport aveva la sua Nazionale e ogni associazione era soggetta al controllo centrale. Per quanto ci riguarda, io e mio fratello abbiamo quasi esclusivamente scalato in coppia e abbiamo sempre finanziato autonomamente tutte le nostre spedizioni.

Qual è la salita su arenaria della quale vai più fiero?
La nostra via migliore è sicuramente Ty Časy se už nevrátí (Die Zeiten kommen schon nicht zurück in tedesco, Questi tempi non torneranno), salita nel 1987 nel settore Friensteinkegel ad Affensteine in Sassonia, difficoltà Xb (7c). Ci abbiamo lavorato sistematicamente da maggio ad ottobre. Nella parte finale ho fatto un lungo volo dove ho sbattuto il ginocchio, ma comunque siamo riusciti a finire la via. Da quella volta però il mio ginocchio non è più stato lo stesso… Devo dire che, anche se frequentavamo assiduamente l’arenaria, non è mai stata quella la mia arrampicata preferita. Era davvero invece congeniale a Mirek.

La foto che mi viene in mente quando penso ai fratelli Coubal è quella che ritrae uno di voi, su una parete molto repulsiva, con indosso calzature ridicole! Mi risulta fossero un tipo di scarpette da calcio modificate, giusto? Parlaci dei materiali che utilizzavate.
Noi non utilizzavamo scarpette da calcio modificate, anche se so che qualcuno lo faceva. Utilizzavamo invece pantofole di feltro per anziani, erano magnifiche! Non era facile per noi all’epoca recuperare materiale da scalata, ciò ci costringeva ad aguzzare l’ingegno!

Mio padre era capo progettista in una fabbrica di aerei, con i loro materiali e macchinari producevamo i chiodi da roccia. Cucivamo noi stessi le giacche e i sacchi a pelo che andavamo poi ad utilizzare in parete. Costruimmo anche delle specie di portaledge, il cui scheletro tubolare proveniva dalla solita fabbrica di papà. Fu quella che utilizzammo ad esempio sull’Agner, ma senza tubi.

Sulla via Svička con le famose ciabatte
Sulla Storia infinita

Ciabatte per anziani?!?
Eh sì, utilizzavamo queste ciabatte perché in Cecoslovacchia, all’epoca, le moderne scarpette d’arrampicata occidentali erano introvabili. Erano però di ottima fattura (le prendevamo qualche numero più piccole, come si fa per le scarpette normali) e il loro prezzo era molto accessibile. Inoltre erano perfette per l’arrampicata sull’arenaria. Quelle calzature avevano una suola morbida che aderiva perfettamente alla roccia. Inoltre, grande vantaggio: erano molto calde e le si poteva tenere addosso sempre durante la scalata. L’ultima volta che le ho usate era nel 1990, durante l’apertura di Ave Maria sul Lobuje Peak in Himalaya.

Quale è stato il vostro primo viaggio-arrampicata al di fuori della Cecoslovacchia? E quando la prima volta in Dolomiti?
Per entrambe le domande la risposta è 1983, Tre Cime di Lavaredo. Vi siamo arrivati attraversando illegalmente il confine con la Jugoslavia. Non avevamo il permesso per l’Italia, l’ho già detto. Prima di allora avevamo solamente scalato in montagna sugli Alti Tatra. Arrivammo da Tarvisio alle Dolomiti in autostop e scalammo in quell’occasione alcune vie dei nostri sogni sulle pareti nord: la Direttissima Hasse-Brandler alla Cima Grande, lo Spigolo degli Scoiattoli sulla Cima Ovest e altre.

Parlaci allora della Via in Memoria di Claudio Barbier. Come è nata l’idea della via? E come mai avete scelto di dedicarla all’alpinista belga Claudio Barbier?
Tutto è iniziato con il viaggio del 1983. Come ti ho raccontato prima, io e Miroslav eravamo entrati illegalmente in Italia attraverso la Jugoslavia. Eravamo spaventati dall’idea di venire scoperti da qualcuno, così dormivamo in una grotta poco sotto il rifugio Locatelli. Scoprimmo più tardi che il gestore del rifugio Locatelli, il signor Bepi Reider, padre dell’attuale gestore Hugo, seguiva col binocolo tutti i nostri spostamenti in parete. Un giorno, mentre andavo a prendere l’acqua per il bivacco, me lo trovai davanti ad aspettarmi. Ci domandò cosa stessimo facendo e ci offrì ospitalità in rifugio. Da allora siamo rimasti amici. Nel 1988 e 1989 la famiglia Reider ci aiutò economicamente per organizzare il nostro nuovo viaggio (questa volta legale) in Italia e ci diede lo stimolo e l’idea di aprire lì una via.

Il progetto Alpenrose è nato in seguito a questa coincidenza di avvenimenti?
Quando salimmo la via il tempo era brutto; per questa ragione, quando la via che stavamo aprendo andò ad avvicinarsi alla Comici, decidemmo di deviare a destra ed uscire di lì. Pensammo comunque conclusi i nostri lavori in Lavaredo e ci ritenemmo perciò soddisfatti. Fu il signor Reider a dirci, con un sorriso allusivo, che avremmo potuto finire la via l’anno seguente, facendoci intendere che la via meritava un’uscita indipendente. Nonostante io non avessi inizialmente intenzione di mettere piede di nuovo sulla via, venni convinto da mio fratello a tornarci l’anno seguente. Fu così che nacque la Via in memoria di Claudio Barbier. Un’esperienza divertente! Il quinto bivacco in parete lo abbiamo fatto completamente fradici.

Sulla via Svička
Il maggiore dei fratelli Coubal

Raccontaci.
Avevamo con noi il nostro portaledge artigianale: il suo assemblaggio era così complicato che, prima di riuscire a completare l’operazione, venimmo travolti dal temporale. Durante la notte decisi di tenere addosso i vestiti bagnati per asciugarli, mio fratello invece appese tutto quello che aveva ad una corda sotto il portaledge, come fosse un filo della biancheria. La mattina dopo trovò solo una piccola parte dei vestiti che aveva steso… erano rimasti solo una maglietta, un calzino e una felpa. Non ci restò che dividere i vestiti e continuare la via. Questa volta riuscimmo finalmente ad accontentare il signor Reider. Egli era molto amico di Anna Lauwaert, la compagna di Claudio Barbier (autrice del bellissimo libro La via del Drago. La mia storia d’amore con Claudio Barbier – CDA & Vivalda) e il loro comune desiderio era quello di intitolare una via alla sua memoria.

Cambiando contesto, qual è il ricordo più forte che porti invece della Storia Infinita, la vostra via sull’Agner?
Nel 1988 siamo entrati per la prima volta nella Valle di San Lucano; in quell’occasione abbiamo salito la via dell’Acqua con Fero Piaček e siamo rimasti affascinati dall’Agner. Così abbiamo iniziato a pensare ad una nuova linea su quella parete. Il ricordo più forte che ho della Storia infinita è quando, anche lì, siamo stati colpiti da un forte temporale. Eravamo sotto la headwall finale quando si è formato un fiume d’acqua sulla cengia dove ci trovavamo. Decidemmo il nome a causa della lunghezza della via e delle condizioni proibitive in cui la salimmo. Altra cosa, abbiamo sempre avuto grande rispetto per le tradizioni locali: in quell’occasione gli arrampicatori locali, ci domandarono espressamente di non utilizzare spit. Così facemmo e non li portammo con noi.

Stileresti per noi una classifica delle vostre vie più difficili?
Ecco la classifica in ordine ascendente di impegno: Jungfrau, Shackleton’s Land; Tofana, via Svička; Agner, La storia infinita; Scheideggwetterhorn, Trikolora (53 lunghezze, 7 bivacchi); Eiger, Gelber Engel; Cima Grande, Via in memoria di Claudio Barbier.

Si parla sempre dei fratelli Coubal come cosa unica. Come era il rapporto tra voi due fratelli?
La collaborazione con Mirek è sempre stata fondamentale per me, eravamo una coppia terribilmente legata, in tutto. Anche nella vita privata. Eravamo come una persona sola, molto dipendenti l’uno dall’altro.

Le vie Coubal nelle Dolomiti
Via dell’Acqua – Lastia di Gardés, parete sud, 650 m, VII+, 18-19 maggio 1988. Salita dai fratelli Coubal assieme allo slovacco Fero Piaček. 1a ripetizione Samuel Zeni e Luca Vallata, 28 giugno 2019.

Via Alpenrose (Alpska ruža) – Cima Grande di Lavaredo, parete nord, 600 m, IX-, 28-31 agosto 1988. Va a raccordarsi, nella parte finale, alla via Comici. La via è stata liberata dagli stessi primi salitori. Per la salita sono stati utilizzati 8 spit artigianali. 1a ripetizione: Christoph Hainz e Valentin Pardeller, 1990; 1a OS: Mauro Bubu Bole e Corrado Pipolo, 26 luglio 1998.

Via in ricordo di Claudio Barbier – Cima Grande di Lavaredo, parete nord, 600 m, IX -, 5-10 agosto 1989. In realtà si tratta di una variante che va a raddrizzare Alpenrose rendendo la nuova linea, nel suo complesso, in tutto e per tutto indipendente. 1a ripetizione: Christoph Hainz e Valentin Pardeller, 1990; 2a ripetizione: Massimo Da Pozzo e Pietro Dal Pra, 1997; 1a invernale: Christoph Hainz e Kurt Astner, gennaio 1999. A proposito di questa salita Erik Švab e Giovanni Renzi scrivono nella loro guida delle Tre Cime di Lavaredo (Tre Cime, Vie classiche e moderne – Versante Sud): “La via in ricordo di Claudio Barbier è senza dubbio una delle più grandi realizzazioni dell’alpinismo in stile tradizionale in Dolomiti. Quello che la Via del Pesce rappresenta per la Marmolada è la via dei fratelli cechi Coubal per le Tre Cime: una grande salita che ha dimostrato che è possibile superare con protezioni minime altissime difficoltà in arrampicata libera in un ambiente severo. […] È senza dubbio una delle vie più impegnative delle Tre Cime dal punto di vista psicologico e rientra assieme alle vie di Knez tra quelle grandi realizzazioni dell’alpinismo degli anni Ottanta, in spirito moderno, ma con protezioni tradizionali“.

La Storia Infinita – Monte Agner, parete nord-est, 1200 m, VII, 12-15 luglio 1990. 1a ripetizione e 1a invernale: Martin Dejori e Titus Prinoth, 29-30 dicembre 2015. 2a ripetizione: Samuel Zeni e John Vaja, 27 agosto 2016. Ai ripetitori la via si è dimostrata più facile dell’VIII dichiarato in apertura; l’errata valutazione è stata sicuramente influenzata dalle condizioni proibitive incontrate durante la prima ascensione.

Via Svička (La Candela) – Tofana di Rozes, parete sud, 800 m, VIII/VIII+, 6-9 luglio 1994. La via parte a sinistra della grande grotta. Probabile 1a ripetizione: Simon Gietl e Ulrich Viertler, 2008.

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Le Dolomiti dei fratelli Coubal ultima modifica: 2022-10-23T05:32:00+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Le Dolomiti dei fratelli Coubal”

  1. 7
    Luciano Regattin says:

    @4 e @5: direi che gran parte dell’alpinismo proveniente dall’est sia rimasto un po’ sottotraccia, mentre lo sguardo veniva rivolto soprattutto ad ovest, in particolare alle realizzazioni dei francesi. Vorrei ricordare ad esempio (c’è già un bell’articolo qui sul blog) Franc Knez, scomparso 5 anni fa, la cui  via in 3 Cime (sulla Grande vicino alla Comici) credo non sia nemmeno mai stata ripetuta (correggetemi se sbaglio).

  2. 6
    Riva Guido says:

    @ Mario al 5, ma anche a tutti gli altri.  ” . . . , spaventosa la attrezzatura che usavano e temerario lo stile.” Tutto sta a come ti alleni.

  3. 5
    Mario says:

    Negli anni 80 solo il nome ‘via dei cecoslovacchi’  chiunque fossero gli apritori significava implicitamente che li’ si andava a prendersi dei rischi, il che non faceva rima con gli orientamenti nascenti. Ne ho incrociati alcuni  in dolomiti , grandi nella loro modestia, spaventosa la attrezzatura che usavano e temerario lo stile. 

  4. 4
    Alberto Benassi says:

    effettivamente con il livello che avevano e lo stile di apertura che adottavano, le loro vie non potevano che essere temute. Forse anche un certo riserbo a pubblicizzarle, come è avvenuto per  vie aperte da altri in quel periodo,  non le ha fatte conoscere come magari meritavano.

  5. 3
    Emanuele says:

    la storia infinita aperta nel 1990 e prima ripetizione nel 2015…. da l’idea del timore reverenziale nell’andare a ripetere le vie di questa grande coppia.

  6. 2

    Nel 1988 con Gesubambino andammo per ripetere la via Barbier sulla cima grande dei Coubal ma il tempo incerto ci fece desistere. Secondo me fummo fortunati.

  7. 1
    antoniomereu says:

    Non saprei dire se mi colpisca di più la loro modestia, la loro bravura, la povertà di mezzi, il loro ingegno, la passione ,la fratellanza, essere fuori dagli schemi oppure il grande rispetto per l’ Alpinismo …

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