Le Feu sacré

Metadiario – 153 – Le Feu Sacré (AG 1989-003)

La prevista puntata in Dolomiti, per Franco, Lino e me si rivelò niente più che un “viaggio della speranza” senza esito. Il 31 luglio ci fu il trasferimento dalla Svizzera, ma l’1 e il 2 agosto fummo costretti a soggiornare in furgone sotto la pioggia battente. Non fu noioso, ma un po’ snervante sì, anche se tentavamo di annegare nelle birre i nostri dispiaceri. Solo il 3 agosto 1989 ci fu dato di arrampicare e ovviamente scegliemmo la parete che si poteva asciugare prima delle altre, la Sud del Piz Ciavazes, già allora ammorbata da troppi scalatori e dal rombo delle innumerevoli motociclette che salivano al Passo Sella.
Scegliemmo l’itinerario più in voga del momento, la via Roberta ’83, aperta in più riprese da Luigi Felicetti e Roberto Platter. Molto elegante, sale a sinistra della classica via Micheluzzi e raggiunge la Cengia dei Camosci con tiri bellissimi, spesso e volentieri assai impegnativi, con difficoltà fino al VII+ (che naturalmente ci impegnammo a fare in libera, riuscendoci). Non contenti, chiudemmo la giornata con qualche monotiro: il primo tiro di Baci da Hononulu, il primo della via Betti e la Variante al Peperoncino.

In arrampicata su Roberta ’83, Piz Ciavazes. Foto da gulliver.it.
L’Hotel Rocher Baron a Saint-Martin-de-Queyrières

Con la coda tra le gambe per gli scarsi risultati raggiunti, facemmo ritorno a ovest e per questo fummo premiati. Con la consueta mezza pensione al folcloristico Hotel Rocher Baron, la mattina presto del 5 agosto guidammo verso il Col du Galibier. Poco prima della galleria paravalanghe, denominata “La Marionnaise”, si stacca sulla destra una piccola strada sterrata: ma la percorremmo in auto solo per qualche centinaio di metri perché in pessime condizioni. Continuammo per la sterrata e dopo due tornanti imboccammo a destra una traccia pianeggiante che seguimmo fino ad un torrente. Salendo per pascoli e pietraie su sentiero incerto e facile da smarrire, pervenimmo al pianoro detritico sottostante la parete; attraversata una zona di blocchi giungemmo alla base della Tour Termier 3070 m con un’ora e mezza di cammino. Oggi si può arrivare più comodamente a questo punto partendo dal penultimo tornante del Col du Galibier e seguendo un bellissimo sentiero poco faticoso fino ai ghiaioni sottostanti la torre. Eravamo quindi alla base di Le Feu Sacré, una delle molte vie che percorrono la parete sud, aperta da Jean-Michel Cambon e Gérard Fiaschi nel 1987. Questa via si rivelò presto un vero gioiello (infatti anche oggi è gettonatissima), già dalle prime tre lunghezze, tutte di 6a su una roccia strepitosa (muretti, placche e una fessura). Poi tutto si raddrizza con un tiro di 6b+ seguito da un altro ancora di 6a. Non ricordo più chi di noi si è sciroppato il settimo tiro, quello di 7a: so solo che siamo saliti in libera tutti e tre. Per questo eravamo decisamente su di giri e affrontammo i rimanenti quattro tiri (6b, 6a+, 6c e 5c) a passo di carica. Era la prima volta che visitavo questo meraviglioso angolo del Massif des Cerces. Quando arrivi in cima alla Tour Termier, sazio di pareti verticali e di vuoto, ti si apre uno spazio pomeridiano di sole a picco su rocce d’incanto desertico, sperduto in un orizzonte circolare e remoto. La discesa è di quelle che vorresti finissero il più tardi possibile, anche se hai sete: caratteristica questa che la pone su un altro piano.

Tour Termier (Cerces), parete sud
Tour Termier, climber su Le Feu sacré, visto dalla via Treize a la Douzaine, 10 agosto 2012. Foto: Marco Furlani.

La settimana seguente fu improntata dal modo di concepire l’arrampicata che impera da queste parti. Un’arrampicata edonista, direi. Quella che non ti apre mondi che ricorderai per sempre ma che è fantastica perché ti fa godere il momento.

Il giorno dopo eravamo alle Tenailles de Mont Brison. Affiatati come i tre moschettieri, infliggemmo all’auto il faticoso percorso che da Bouchier con 3 km di strada forestale dissestata porta al torrente accanto al quale parte il sentiero. Poi, come tre bersaglieri, approcciammo le Tenailles per impegnarci su una delle loro vie più belle, L’Automne a Pékin. Anche questa è una via aperta da Jean-Michel Cambon e Gérard Fiaschi, nel 1988: e fu la prima aperta sulle Tenailles col trapano elettrico. La via, quasi sempre un po’ obliqua a sinistra, va alla ricerca dei tratti più interessanti della parete sud. Sono 12 lunghezze: la seconda, la sesta, la settima e l’ottava si contengono tra il 5c e il 6a, mentre le altre otto sono tutte dal 6b al 7a+. Dopo un po’ d’indecisione sotto alla selvaggia fessura della terza lunghezza (non attrezzata), decidemmo di fare la variante Fiaschi a destra, anche perché non avevamo i friend giusti. Variante, in ogni caso, molto dura, 7a. Il tiro più impegnativo fu comunque l’undicesimo, con un passo di 7a+ che mi venne al primo colpo. Fantastica l’ultima lunghezza in arrivo sul monolite terminale.

Tenailles de Mont Brison, L’Automne a Pékin, 1a L. Archivio: Matteo Giglio.
Tenailles de Mont Brison, L’Automne a Pékin, 9a L. Archivio: Matteo Giglio.
Tenailles de Mont Brison, L’Automne a Pékin, 11a L. Archivio: Matteo Giglio.

Il giorno dopo (7 agosto) eravamo alla base dell’Écaille du Mont Colomb. Salimmo la prima lunghezza di Le Penchant Fatale, poi proseguimmo per Encore du Dévers, ma per arrestarci a metà della quarta lunghezza. Non ricordo il motivo della nostra rinuncia, ma probabilmente fu il solito acquazzone.

Il 9 agosto eravamo solo Franco ed io: scegliemmo la parete sud-ovest dell’Aiguillette du Lauzet 2717 m per via della splendida via Vanessa, aperta dal mitico Gérard Chantriaux, lo stesso di quel capolavoro che è la Voie de Pierrot alla Tête d’Aval (21 lunghezze!), che doveva poi essere vittima di un incidente mortale in parapendio nell’autunno del 2000. Chantriaux aprì Vanessa nel 1987, assieme a Marie-Jo Chantriaux e Alain Paret: cinque lunghezze, in un settore di magnifica roccia grigia, con difficoltà massima di 6c. Via difficile e obbligatoria, con chiodatura vecchia e alquanto distanziata. I tiri nella zona della “conca” sono unici e indimenticabili. Noi proseguimmo per altri tre tiri di IV e IV+ sulla via Gris-gris, fino alla vetta.

Aiguillette du Lauzet, via Vanessa. Foto: picshrink.com.

La sera ci ritrovammo con Lino, ma prima andai alla stazione di Bardonecchia per prendere la Bibi che arrivava da Milano. Tra mosche, formiche, ragni e cicolii di lettini, passammo la notte all’Hotel Rocher Baron, il cui raccapriccio già avevo descritto a Bibi con ampi particolari.

Il 10 agosto fu la volta di La vie en Fauteuil, ancora alle Tenailles de Mont Brison, parete sud. Una via di sei lunghezze, dal 6a al 6c+, aperta nel 1986 da Claude Daynes ed Éric Revolle. Di questa via ricordo solo una gran nebbia, così fitta che a volte impediva di vedere lo spit dopo… Alla nostra cordata di tre (Franco, Lino ed io) qui si era aggiunta Bibi (D’Artagnan…).

Tenailles de Mont Brison, La vie en Fauteuil. Foto da camptocamp.org.

L’11 agosto ci fu la parentesi alla falesia di Céüse, classico luogo da “vorrei ma non posso”, con linee decisamente fuori della nostra portata. Però vedere il posto valse la pena: la parete, lunga ben 3 km, è formata da un calcare molto compatto lavorato a buchi (grandi ma non sempre buoni) e canne sugli strapiombi e da fessurine, buchetti e increspature sulle placche. Facemmo a malapena due viette…

Céüse

Stabilito che il posto non faceva per noi, ci dirigemmo al Verdon, assai più familiare a tutti e quattro. Ci arrivammo, non proprio presto, il giorno dopo, 12 agosto: scegliemmo perciò un itinerario non troppo lungo, Trous Secs. La via era stata aperta dall’alto da Michel Suhubiette nel 1985. Purtroppo faceva un caldo assassino e patimmo alla grande quelle cinque lunghezze. Raggiunta la base della via con le solite corde doppie spaventose, trovammo difficile anche il 6b dei due tiri centrali, figuratevi il secondo di 6c! Uscimmo disidratati a tal punto che non aspettammo neppure di raggiungere il centro di La-Palud e i suoi classici bar: ci fermammo prima all’isolato Auberge des Crétes. Ma fu una fortuna, perché lì trovammo, assetati pure loro, due famosi soggetti da sbarco, ovviamente nostri amici, i bergamaschi Bruno Camos Tassi e Vito Amigoni.

Per una serata altamente etilica ci fu il concorrere di tre fattori scatenanti: il piacere dell’incontro di amici inaspettati, la sete che ci torturava e infine il fatto che Bibi ed io eravamo in partenza per Milano, il che significava la fine della vacanza con Lino e Franco.

Erano lo 16.30 quando bevemmo la prima birra. Ma un boccale tirava l’altro, giunse l’ora di cena e decidemmo di mangiare lì, senza risparmio o preoccupazioni di dieta. Eravamo in sei, tutti esaltati e rubizzi. Poi ci fu il dopo-cena, con altri racconti, lazzi, frizzi e soprattutto altro alcol, questa volta sotto forma di Armagnac. A fatica riuscimmo a staccarci dal resto della compagnia, ed era mezzanotte: quelli avrebbero continuato finché il locale non li avesse sbattuti fuori. Partimmo, davvero dispiaciuti, e affrontammo in silenzio la tortuosa strada per Castellane, poi proseguimmo verso Nizza. Avevamo appena cominciato a riparlare, quand’ecco che, alla fine di una discesa e in corrispondenza di un villaggio che non ricordo, una pattuglia di gendarmi ci fermò con la paletta. Maledizione! Dopo la solita richiesta di patente e carta verde, uno di loro ci spiegò che dovevo sottopormi al test del palloncino! Non era molto tempo che in Italia avevano introdotto questa trappola, ma evidentemente anche in Francia forse era una delle prime volte. Tra l’altro all’una di notte! Rassegnato soffiai nel congegno, il milite si allontanò per tornare poco dopo con un’espressione di vera meraviglia.

Monsieur, le test est hors d’échelle!! (signore, lei è fuori scala!).

Da consumati attori, anche noi facemmo un’espressione di stupore.

Dans ce cas, la procédure veut que l’on refasse le test dans une demi-heure… (in questi casi, la procedura vuole che rifacciamo il test tra mezz’ora…).

Da una parte eravamo contenti di non essere stati ancora condannati, dall’altra eravamo preoccupati per gli ulteriori 30 minuti persi in un viaggio che era ancora davvero lungo: e, con la sicurezza che 30’ non sarebbero stati sufficienti a smaltire, temevamo già un multone e il probabile sequestro della patente… Ci mettemmo con pazienza ad attendere. Io mi rimpinzai di pane secco e biscotti, senza neppure sapere se peggioravo le cose o no. Puntuale il gendarme tornò con il suo odiato congegno, e ancora una volta ci soffiai dentro. Dopo un altro consulto con il collega, ritornò sorridendo:

Vous avez bu ce soir, hein!? (si è bevuto stasera, eh…!?). Come dire: è uguale a prima… Ma a quel punto il suo sorriso si aprì ancora di più e ci fece un chiaro segno di andarcene:
Mais allez-y doucement, attention (ma andate piano, mi raccomando). Rispondemmo che avevamo tutta la notte davanti… e che non avevamo alcuna fretta. Allontanatici di quel tanto, Bibi ed io scoppiammo a ridere: ci raccontammo le rispettive impressioni di quella scena terrorizzante e concludendo che forse ci avevano lasciati andare per pura ammirazione (e quindi anche un po’ d’invidia)!

Il 16 agosto 1989, in trecento siamo saliti ai piedi della Pyramide du Tacul per scrivere, con i nostri zaini e i maglioni colorati, un “pour le parc” sulla neve, di buon auspicio. Una manifestazione assolutamente pacifica, lontana mille miglia dalla pur tranquilla protesta dell’anno precedente quando con Reinhold Messner, Giampiero Di Federico e Roland Losso ci eravamo arrampicati sul primo pilone sospeso della “Telecabina dei Ghiacciai” per srotolare un lungo striscione giallo contro i gusci rossi che sorvolavano i crepacci e i seracchi della Vallée Bianche.

Sotto al Mont Blanc du Tacul, 16 agosto 1989. Preparazione della scritta “Pour le Parc”.

Eppure in valle, a Courmayeur e, dall’altra parte, a Chamonix, perfino una semplice processione da Punta Helbronner all’Aiguille du Midi, in nome del parco, ha dato un po’ fastidio. Ma è anche vero che, nei giorni precedenti, dal sindaco di Courmayeur e dall’Associazione delle Guide Alpine erano venute dichiarazioni di non belligeranza. Il primo, Renzo Truchet (di cui Mountain Wilderness aveva ancora in mente dall’anno precedente il comunicato di fuoco firmato con il presidente della Regione, Augusto Rollandin) aveva ammesso che del parco si può parlare, pur con mille distinguo. E per le guide parlava un cartello, appeso sul muro di sassi della loro sede, nella piazzetta del paese, che invitava i clienti ad attraversare il ghiacciaio, coast-to-coast, a piedi anziché in funivia. Sessantamila lire, una gita adatta a chiunque avesse un minimo di esperienza alpinistica. L’andata e ritorno con la “Telecabine des glaciers” costava di più. Era un’idea lanciata proprio da Mountain Wilderness, in fondo. L’escursione, in compagnia di una guida, dà ben più soddisfazioni di uno sguardo dall’alto inscatolati nelle cabine, s’erano affannati a spiegare i protezionisti, quando anche qualche turista aveva cominciato a inveire contro Messner & C. Di certo i professionisti della montagna di Courmayeur avevano continuato a essere poco convinti della necessità di far piazza pulita della funivia di collegamento Helbronner-Midi. “Non vedo perché scagliarsi contro qualcosa che non dà fastidio a nessuno – diceva Vittorio Bigio, guida alpina e maestro di sci – e per di più già destinata a morte certa. Quando scadrà la concessione credo che a nessuno verrà in mente di rinnovarla“. Il direttore dell’impianto, Roberto Lupi, era più o meno dello stesso parere e lo difendeva solo perché “è un capolavoro dell’ingegneria funiviaria e sarebbe un peccato distruggerlo“.

Ma, questa volta, non era della telecabina che si doveva discutere. Ed era comunque il parco che, nonostante tutti sembrino d’accordo, sollevava parecchie perplessità. I novantamila ettari di protezione integrale richiesti da Mountain Wilderness, affiancata fra gli altri da Valle d’Aosta Ambiente e dall’Associazione Val Ferret, facevano paura agli operatori turistici. E non solo. E’ significativa, al riguardo, la dichiarazione di Gerard Vionnet-Fausset, portavoce delle guide di Chamonix, che a Stampa Sera ha dichiarato di aver visto “nel parco degli Écrins gente praticamente allontanata da casa sua. Non potevano più cacciare, né raccogliere i cristalli nella montagna, erano obbligati a separarsi dal loro cane che nel parco nazionale era ormai proibito. Avremo ancora il diritto, in un futuro parco del Monte Bianco, di bivaccare come facciamo oggi, di sorvolare il monte in aereo o in elicottero?”.

Preoccupazioni risibili e ridicole, ma indice di uno stato d’animo diffuso. Quello stato d’animo che ha suggerito a Mountain Wilderness di muoversi in questo caso con un pizzico di diplomazia in più, evitando certe durezze che l’anno precedente avevano sollevato troppe polemiche.

Ci ritrovammo alle sei del mattino davanti alla stazione di La Palud, con Carlo Alberto Pinelli coordinavamo circa 250 persone. Eravamo fieri della presenza dell’amico Alexander Langer (già allora eurodeputato verde). Da Punta Helbronner ci mettemmo in marcia nella nebbia legati in cordata. Un’altra cinquantina di persone, con François Labande alla testa, era partita dall’Aiguille du Midi. C’era anche una sparuta rappresentanza tedesca e svizzera.

La camminata sul ghiacciaio durò un’ora e mezza. Nel gran pianoro che si apre fino al granito della Pyramide du Tacul presero corpo una alla volta le dieci lettere di “pour le parc”, ben visibili dalle cime circostanti, ma soprattutto dalle cabinette della funivia Helbronner-Midi. Una sosta di circa un’ora, nel sole che intanto aveva preso il posto della nebbia mattutina.

La scrìtta disegnata dagli alpinisti il 16 agosto 1989 sul ghiacciaio della Vallée Blanche. Foto: Mario Verin.

Gli scopi della manifestazione, infine, ripetuti in italiano e francese da Pinelli e Labande prima della marcia di ritorno.

E tanto ottimismo in tutti. Per la riuscita del pellegrinaggio sotto il tetto d’Europa, ma anche per il recente incontro fra i rappresentanti dei governi italiano, francese e svizzero che si erano detti d’accordo sul futuro parco. In più il ministro Giorgio Ruffolo aveva proposto l’istituzione di due riserve che avrebbero integrato a meraviglia la grande area protetta, difendendo da già progettate speculazioni la Val Ferret e la Val Veny.

Una speranza in più, in contrasto con un impianto, già approvato, che per collegare Courmayeur a La Thuile avrebbe dovuto perforare addirittura il Colle di Youla. Intanto però le voci d’opposizione all’autostrada valdostana si facevano sempre più flebili (infatti nel 1994 fu aperto il tronco Aosta Est-Morgex, nel 2001 il tronco Morgex-Courmayeur e nel 2007 il tronco Courmayeur–Entrèves, NdR).

La sera ero già comunque di ritorno a Milano, pronto per ripartire con Bibi la mattina dopo, ancora per il Verdon.

Vi arrivammo nel pomeriggio avanzato, dunque una via breve era di scelta obbligata. In più, l’essere noi due da soli, Bibi ed io, era esaltante ma mi poneva qualche problema di responsabilità, nel senso che non potevamo buttarci su vie remote o poco frequentate, vista la sua non sufficiente esperienza. Il 17 agosto scendemmo a doppie per fare 36.15, una via due lunghezze di 5c e 6°, attrezzata da Michel Suhubiette nel 1987.

Ma già la sera mi ero contraddetto e avevo pensato di fare con lei Peril Rouge, una via di 200 m che sconfinava nella leggenda. Aperta il 5 maggio 1974 da François Guillot, Guy Abert, Jean Fabre e Jean-Marie Picard-Deyme, era affondata nel solitario e selvaggio Imbut, nella parte centrale del Verdon pochissimo frequentato. Patrick Berhault ne aveva fatto la prima in libera nel 1979 (7a+). Noi ovviamente non volevamo ripetere il gesto di Patrick, ci bastava fare la via al meglio. Fu davvero emozionante trovarsi in quel luogo e attaccare quell’itinerario, che dal basso sembrava una mostruosità. Una serie di fessure e di diedri intersecava un ambiente che concedeva poco alla tranquillità, ovunque si volgesse lo sguardo c’era solo roccia, vuoto e torrente impetuoso al fondo. Le difficoltà non sono terribili, ma la via è estremamente faticosa per il tipo di arrampicata davvero atletica. E il peggio fu quasi in cima, quando dovemmo affrontare l’ultimo tiro che è anche quello chiave, un misto di artificiale e brutale arrampicata libera.

Climber in arrampicata su Peril Rouge, Falaise de l’Imbut, Verdon. Foto da whympr.com.

Arrampicare con Bibi era un piacere sublime. Sempre ottimista, scherzosa, avvenente. Avevano davanti a noi ancora giorni di gioia pura. Il 19 agosto salimmo Barbapoupon, una via aperta nel 1979 da Bernard e Daniel Gorgeon, Jacques Keller, Jacques Nosley, Nanouck e Martine Broche. Raggiunto con le doppie di Toujourjamé, salimmo quell’itinerario di 4 lunghezze (fino al 6b+) in velocità e con grande soddisfazione.

Climber su Barbapoupon (Verdon), 2a L. Foto da gulliver.it.

Era agosto e bisognava difendersi dal caldo portando con noi più acqua di quanta ne avremmo potuta avere in maggio. In compenso non c’erano tanti arrampicatori e al campeggio si stava benissimo.

Il 19 agosto salimmo Le rêver c’est bien, le fer c’est mieux, una variante a Rêve de fer attrezzata da Christophe e François Kern nel 1983. Il 20 agosto eravamo su Les filles sales du métier (di Michel Suhubiette). Salimmo un bellissimo muro lavorato a gocce e buchi (tre tiri, 6a, 6b, 6a) per poi uscire su Samba triste (6c, di J. Girale e B. Lassale). Spittatura buona, ma non vicina. L’ultimo giorno, il 21, facemmo un tentativo su Goeule d’Amour al Jardin des Suisses, incredibile itinerario aperto dai fratelli Remy nel 1980. La via risale un’enorme fessura-camino aperta e strapiombante, davvero originale sia per lo stile di scalata che per l’ambiente in cui si svolge, praticamente dentro la parete. Non ricordo più perché desistemmo. Uscimmo dalla parete per Les Bottes, 3 tiri (5c, 5c, 5b) aperti da Raymond Bonnard, Bernard Bouscasse e André Querelle il 19 aprile 1974.
Durante il viaggio di ritorno, effettuato questa volta passando da Briançon, ci fermammo all’Isle sur la Sorgue dove passammo un intero pomeriggio dagli antiquari. Comprammo un tavolo di legno che avrebbe dovuto essere messo in cucina di quella che stavamo attendendo essere la nostra casa, in corso Vercelli 8. Ne approfittammo anche per comprare una bella culla antica da regalare al matrimonio della nostra amica Francesca Priori, previsto per settembre.

Goeule d’Amour, Verdon. Foto da gulliver.it.

Tornati a Milano, nel weekend andai al rifugio Brentei (27 agosto) dove era previsto un grande convegno di alpinisti per i 200 anni della scoperta delle Dolomiti. La scusa era appunto Monsieur Déodat Guy Silvain Tancrède Gratet de Dolomieu, nella realtà con questa ricorrenza inventata di sana pianta si voleva fare un grande evento che portasse ulteriore lustro al turismo dolomitico. A parte questo, il raduno ebbe un grande successo, c’erano veramente i più bei nomi dell’alpinismo mondiale. Molte chiacchierate, molti ricordi, fotografie e una mangiata storica al rifugio.

Incontro al rifugio Brentei per i Duecento anni delle Dolomiti, 27 agosto 1989. Da sinistra, senza tener conto delle file: Renzo Vettori, x, x, Heinz Steinkotter, x, Jim Bridwell, Sergio Martini, y, Michele Dalla Palma, Bruno Pederiva, Luisa Iovane, Tone Valeruz, Heinz Mariacher, Franco Perlotto, Heinz Kammerlander (completamente nascosto da Perlotto), Riccardo Cassin, x, x, Reinhold Messner, x, Silvo Karo, Igor Koller, x, Graziano Feo Maffei, Armando Aste, Ermanno Salvaterra, Christophe Profit, Tomo Česen, x, x, Krzysztof Wielicki, Kurt Diemberger, x, Lothar Brandler.

Ken Wilson, l’ex direttore e anima della mitica rivista britannica Mountain, famoso anche per essere stato una specie di pubblico ministero nel “processo” intentato a Cesare Maestri per la questione Cerro Torre, per qualche motivo era in Italia. Riuscimmo a ricavarci un bel weekend assieme, destinazione qualche bella scalata sul granito svizzero. Con noi era anche Bibi. Durante il viaggio la conversazione fu molto animata, anche perché lui era una forza speciale, curioso e indagatore per natura, entusiasta e irruente. Non molto “inglese”, direi. Gli argomenti per la maggior parte del tempo furono incentrati su arrampicata e alpinismo, ma spesso Ken chiedeva il parere e il consenso di Bibi, come fosse stata un’esperta. Il suo però era un procedimento dialettico del tutto particolare, farsi dare ragione per avere l’illusione che il proprio pensiero fosse più solido.
La nostra meta, quel 9 settembre, era la parete ovest del Gross Bühlenhorn 3206 m (trascritto anche come Bielenhorn), una bella torre a nord del Furkapass e nei pressi del Galenstock. Tra il classico itinerario Niedermann/Anderrüthi e la via Nolens-Volens scegliemmo quest’ultima. Questo è un itinerario aperto dai fratelli Claude e Yves Rémy nel 1987, e sono 9 lunghezze assai continue. Venivamo da Milano, l’avvicinamento (passando per la Sidelenhuette) ci aveva preso un’ora e mezza a causa della neve durissima del ghiacciaio e il traffico con i ramponi: perciò non era presto quando un po’ infreddoliti attaccammo la parete, del tutto in ombra. Ma presto ci scaldammo su quelle lunghezze fantastiche che viaggiavano continuamente tra il VI e il VII+, mai meno. La parte bassa è in placca mentre la parte alta è più verticale ed è in diedro e fessura. E’ indispensabile integrare le protezioni in posto.

La prima lunghezza fu già una bella bastonata che mi diede qualche problema per avere una protezione decente. Subito dopo c’era il tiro chiave della via che esigeva una bella padronanza del VII- obbligatorio. La prima parte, con chiodatura distanziata, era su placche e fessure slabbrate non facili da proteggere ulteriormente; la seconda parte su placca ancora più difficile ma con chiodatura ravvicinata (in libera VII+, entusiasmante). Anche il quinto tiro è una bella legnata di VII. Cercavamo di salire veloci e probabilmente lo eravamo, ma non abbastanza. Giunti alla base dell’ultima lunghezza (la nona) con enorme dispiacere convenimmo che forse era il caso di scendere subito, data l’ora e la preoccupazione di dover scendere il ripido nevaio d’attacco al buio. Cosa che evitammo per il rotto della cuffia, scendendolo legati in cordata con le ultimissime luci. Peccato, aver salito onsight otto lunghezze e non provare neppure l’ultima di VI…

Parete ovest del Gross Bühlenhorn, tracciato della via Nolens-Volens. Foto da gulliver.it.
Parete ovest del Gross Bühlenhorn, in arrampicata su Nolens-Volens. Foto da gulliver.it.
Parete ovest del Gross Bühlenhorn, in arrampicata su Nolens-Volens. Foto da gulliver.it.

Il giorno dopo c’incontrammo come d’accordo con Marco Milani e Glauco Dal Bo. Insieme andammo alle placche di Schöllenen, sopra al paesino di Göschenen, dove decidemmo per la Geburtstagweg. Si tratta di una via su grandi placche, con 8 lunghezze tra il V+ e il VII-. Boulder Highway mi aveva illuso che le mie capacità su placche fossero migliorate, forse lo presi un po’ alla leggera, ma il quinto tiro (quello chiave) mi richiese un riposo su un chiodo, per non cadere. Pazienza, anche perché vidi tutti gli altri, a parte Ken, passare allegramente…

Schöllenen, Geburtstagweg. Ken Wilson in arrampicata, 10 settembre 1989.
Schöllenen, Geburtstagweg. Marco Milani in arrampicata, 10 settembre 1989.

Il 17 settembre Bibi ed io ce ne andammo ad Arco, era un po’ che avevo notato la bellezza del Diedro Manolo (altrimenti chiamato via Cesare Levis) al Pian della Paia (Dain di Pietramurata). Quella era la volta buona! Il 13 ottobre 1978 Manolo, dopo altre salite stupende, si legò ancora con Giovanni Groaz: i due, con l’aggiunta di Marco Furlani (con un dito del piede fratturato), superarono in breve tempo e con la consueta eleganza la parete sud-est del Dain del Pian de la Paia per una fessura-diedro di roccia solidissima che la incide da capo a fondo e che, naturalmente, anche se la via fu dedicata a Cesare Levis, diventò il Diedro Manolo. Le difficoltà dichiarate (V+) sono quanto di più lontano dalla verità… Andatelo a chiedere a chi volete, basta che abbia superato in libera (o magari semplicemente tentato) l’atletico tettino della quarta lunghezza che costituisce il passo chiave, peraltro superato da Manolo con l’uso di una staffa. Con molto umorismo, Furlani spesso suggerisce che il nome non debba essere “Diedro Manolo”, bensì “Dietro Manolo”… La via non ci diede problemi, anche se rimasi un bel po’ sul tettino, ormai un po’ unto, per cercare di passare in libera…

Dopo questo gioiello in fessura e su calcare, nel weekend seguente (24 settembre) con Bibi andammo di nuovo in Svizzera, ma questa volta in Canton Ticino. Conoscevo già la bellezza della Val Maggia, ma volevo fare la via Fantasia alla Parete di Scaladri (Avegno), un risalto placcoso di circa 400 m che nel frattempo aveva visto l’apertura di parecchi itinerari.
La via Fantasia consta di undici tiri ed era stata aperta dal basso nel 1981 da Bruno Moretti, Attilio Bossi, C. Gianolini, G. Moretti e Ivano Regazzoni nel 1981. Una via che, secondo Glauco Cugini nella sua guida Ticino, “ha segnato un passo significativo nell’arrampicata in Ticino“. (Jürg von Känel la data nel 1984 e la attribuisce ai soli Bruno Moretti e Attilio Bossi). Le difficoltà vanno dal 5c al 6b del passo chiave e la tipologia di arrampicata, a parte qualche rara fessura, è quasi sempre la stessa, placca in aderenza. Giusto adatta ai miei possibili progressi, questa volta ce la feci onorevolmente.

Il mio rapporto col Salbitschijen è di assai lunga data perché ne trovo traccia nella mia memoria nel 1964. Nella primavera avevo frequentato con successo il corso di alpinismo della Sezione Ligure del CAI, in estate ero sopravvissuto ad una lunghissima campagna di scalate solitarie nelle Dolomiti, in autunno ero alle prese, ogni sera in sede al CAI, con il mio inserimento nel giro di quelli che “andavano”, così invidiabili, così distanti. Leggevo con voracità qualunque foglio riguardasse la loro attività, primo fra tutti il bollettino sezionale.

Già allora avevo osservato che un buon numero di montagne, sempre le stesse, erano tra le più “gettonate”: la maggior parte dei soci frequentava le montagne a ondate di moda, anche allora evidentemente non c’era molto tempo o voglia per la fantasia. Me ne ero accorto, ma avevo recepito il concetto assai supinamente, forse desideravo soltanto fare anch’io le stesse cose e non criticavo di certo.

Una delle montagne più frequentate dai “migliori” era di sicuro proprio il Salbitschijen, e sempre per la cresta sud.

Una sera l’accademico Euro Montagna, che io consideravo un mito, mostrò le sue diapositive sulle sue scalate e, tra le tante immagini, finalmente capii il perché di tanto interesse per questo famoso Salbitschijen. Oltre ad alcune belle foto di scalata aerea in una giornata radiosa di sole, ecco il gran finale, la salita ad una guglia di granito del tutto incredibile, alta tra i 15 e i 20 metri, posta proprio sulla sommità della montagna. La sua inclinazione verso il vuoto, la sua esile circonferenza, la purezza di linee e soprattutto la posizione in Dülfer dell’arrampicatore che la saliva erano suggestioni tali da non poter più essere dimenticate.

In seguito rividi centinaia di immagini simili a quella, e in un angolino della mente conservavo sempre il desiderio prima o poi di andare a fare anche il mio pellegrinaggio a quello che per me era ormai un luogo di gioventù.

Un ago, un ago di memoria sottile, nella cruna del quale volevo passare una volta per tutte.

1 ottobre 1989, ore 9.30. Con Bibi giunsi, per un pendio di neve ormai dura, all’attacco della parete sud-sud-est della Zwillingsturm 2920 m, la seconda delle tre grandi torri che costituiscono la cresta sud del Salbitschijen (Zahn, il dente; Zwillingsturm, torre dei gemelli, Hauptgipfel, vetta principale). Nostra intenzione era salire una bella via dei fratelli Remy del 1988, la via Jatzi, e dalla vetta proseguire per la cima principale, naturalmente per poter scalare l’ago finale.

La scalata fu bellissima ma un po’ troppo impegnativa per Bibi (anch’io comunque avevo il mio bel daffare) e così arrivammo sulla sottilissima vetta soltanto alle quattro del pomeriggio, in tempo soltanto per poter scendere a corda doppia lungo la via stessa e rinunciare così all’ancora laboriosa risalita alla vetta principale con annessa e inevitabile discesa a piedi e al buio.

Bibi Ferrari sulla parete sud-sud-est della Zwillingsturm (Salbitschijen), via Jatzi, 1 ottobre 1989
Alessandro Gogna sulla parete sud-sud-est della Zwillingsturm (Salbitschijen), via Jatzi, 1 ottobre 1989
Bibiana Ferrari in cima alla Zwillingsturm (Salbitschijen), via Jatzi, 1 ottobre 1989
Alessandro Gogna in cima alla Zwillingsturm (Salbitschijen), via Jatzi, 1 ottobre 1989

In quel settembre ci fu anche una grande miglioria al nostro stile lavorativo. Basta scantinato, umidità, insetti e riscaldamento inquinante: ci trasferimmo in via Montebello 14: l’amico Luigi Costa, che curava le PR per alcune aziende di articoli sportivi in quegli uffici davvero grandi per lui, ci aveva offerto di dividere gli spazi, e noi ne avevamo approfittato. Ci ritrovammo così in un silenzioso e discretamente elegante cortile interno della Milano che lavorava, per noi un passo avanti gigantesco, a modica cifra e con tanto di lussuosa saletta riunioni. Ci furono un po’ di andirivieni di presenze lavorative, ma all’inizio i fissi eravamo Marco Milani, Monica Mazzucchi ed io.

Via Montebello, 14 – Milano

Il gruppo montuoso del Col Nudo-Cavallo funge da spartiacque tra le Prealpi Venete e quelle del Friuli; è l’ultima propaggine alpina, quasi un cuneo sulla sottostante pianura.

Sul versante veneto si trova la notissima Foresta del Cansiglio; essendo per la maggior parte di proprietà demaniale, da molti anni era gestita da enti pubblici: dunque aveva tutti i requisiti per diventare Parco Regionale.

Passando dal Lago di Santa Croce, anche quando non c’era ancora l’autostrada con la sua galleria, non si aveva modo di intuire la grandiosità di quella foresta. Mentre sapevamo che sul versante friulano invece c’era l’oscenità di Pian Cavallo, una stazione sciistica creata artificiosamente dal nulla, pubblicizzata a livello internazionale ma cronicamente senza neve nei periodi di maggiore afflusso, da sempre in grave deficit puntualmente colmato con denaro pubblico.

Purtroppo la Regione Veneto stava predisponendo il Piano Neve, non ancora votato, ma che prevedeva, in assenza di modifiche, un impianto di collegamento tra il Pian Cavallo e la Foresta del Cansiglio, andando così a vanificare la possibilità di realizzare il Parco in modo corretto, cioè senza piste da discesa.

L’arrivo a Casera Palantina (manifestazione per il Parco del Bosco del Cansiglio), 12 novembre 1989.

Per protestare contro questo scempio che avrebbe sconvolto in modo irreparabile uno degli ultimi rilievi alpini del Veneto rimasti senza impianti, il “Comitato per il Parco del Cansiglio”, organizzazione che riuniva le associazioni protezionistiche, il CAI-TAM e la Lista Verde, aveva lanciato un appello per un raduno di alpinisti e ambientalisti. Era stato Toio De Savorgani ad informare la nostra associazione di questa allarmante situazione: volevamo esserci ed essere determinanti. Spedimmo oltre 200 lettere di invito ad altrettanti nostri soci del Veneto e del Friuli.

Se è vero, come è vero, che il Monte Cavallo è stata la prima cima dolomitica di cui sia ufficialmente documentata la salita (Pietro Stefanelli e Giovanni Zanichelli, 1726), avevamo pensato di dare a questa montagna un altro primato storico: da questo raduno è partito il messaggio per intervenire su tutte le Dolomiti, ad esempio con la sottoscrizione di un impegno morale nel quale si dichiarasse la disponibilità personale ad azioni di protesta pubbliche e non violente, come stendersi al suolo per impedire il lavoro delle ruspe oppure legarsi agli alberi per impedirne l’abbattimento, ecc.

Casera Palantina (manifestazione per il Parco del Bosco del Cansiglio), 12 novembre 1989.

La nostra parola d’ordine era “nessun nemico ma tutti amici della montagna” perché volevamo fosse un’occasione d’incontro con gli abitanti che, male informati da amministratori e politici “interessati”, ancora pensavano che Parco significasse solo vincoli e proibizioni.

Invece proprio gli amministratori del Comune di Tambre, Sindaco in testa, ci prepararono un’accoglienza che a definire ambigua è un eufemismo: serrata dei locali pubblici e divieto di sosta valido un solo giorno proprio là dove si era data l’indicazione di parcheggiare (Piazzale di Col Indes), allo scopo di “permettere l’ordinato svolgersi della manifestazione”, come si legge beffardamente nell’ordinanza. Il clima d’intimidazione creato ad hoc e il refrain “siamo noi i padroni a casa nostra” avevano così prodotto i loro frutti: 5 posti di blocco selvaggio con alberi abbattuti lungo le strade di accesso, molti striscioni con la scritta “Greens go home”, qualche decina di pneumatici tagliati, un’automobile gravemente danneggiata e una distrutta.

Casera Palantina (manifestazione per il Parco del Bosco del Cansiglio), 12 novembre 1989.

Erano più di 1200 i partecipanti: le auto multate sono state 280, moltissimi hanno posteggiato fuori del divieto di sosta, da Pian Cavallo attraverso Forcella Palantina sono arrivati in più di 100 per ritrovarsi tutti assieme a Casera Palantina a parlare della necessità di avere un parco senza piste di discesa. Testimoni d’eccezione, uomini come Kurt Diemberger, Mauro Corona e Fausto De Stefani.

La giornata, 12 novembre 1989, si concluse con una grande assemblea, circa 400 persone, alla quale intervennero molti abitanti locali. Il dibattito fu molto vivace, con gli interventi più diversi. Mi ritrovai in un bar a parlare con due o tre locali ed ebbi l’impressione che il dialogo fosse possibile. Emerse soprattutto la necessità di chiarire alle popolazioni locali la fattibilità e la convenienza economica di un parco. Dimostrare contro progetti distruttivi non basta: occorre anche proporre delle alternative finanziabili dalla Regione.

Casera Palantina (manifestazione per il Parco del Bosco del Cansiglio), 12 novembre 1989. Da sinistra, Mauro Corona, Fausto De Stefani e Kurt Diemberger.

Al calar della sera sui pendii innevati di una delle cime del gruppo comparve una grande scritta “W il Parco” fatta con le fiaccole. Proprio questa iniziativa, che aveva il compito di chiudere la manifestazione, scatenò la violenza di chi, sentendosi “provocato”, si era sentito in diritto con il favore delle tenebre di sfasciare le automobili per tutta risposta.

A parte il deprecabile epilogo, la manifestazione riuscì perfettamente e la grande partecipazione stupì tutti, partecipanti, organizzatori e locali. Nei giorni seguenti il Sindaco di Tambre fu denunciato come responsabile morale delle violenze verificatesi.

Altre manifestazioni che organizzammo per Mountain Wilderness in quel periodo furono per l’integrità della Valle d’Ambiez (Dolomiti di Brenta, 28 ottobre 1989) e per Gran Sasso pulitoseconda fase, con il definitivo recupero ambientale del vallone delle Cornacchie (16 e 17 settembre 1989). Ad entrambe non partecipai personalmente.

Il 3 dicembre 1989 tornai ancora ad Arco con Bibi, questa volta per fare la via Tyszkyewicz alla parete est della Rupe Secca. La Rupe Secca 325 m c. è ben distinta dal Colodri vero e proprio, ma può essere definita la sua Anticima Sud. La sua parete est, di 200 m, è molto compatta e verticale e ha poco da invidiare alla vicina sorella del Colodri. Vi spicca un evidente e colossale tetto orizzontale. Il primo itinerario aperto su questa parete fu la via Tyszkiewikz, molto elegante su una serie di fessure e diedri, con molti passaggi atletici ed esposti. Il nome della via Tyszkiewikz, aperta dopo alcuni tentativi il 3 marzo 1976 da Giovanni Groaz e Romano Segalla (V+, A2), ricorda un mercenario di Napoleone che si fermò nei paraggi e salì da solo fino al nicchione alla fine del secondo tiro, dove impresse la scritta “Tyszkyewicz 1804”.

Quando l’affrontammo, la via era assai temuta per l’impossibilità di una buona chiodatura: solo dopo la richiodatura parziale a spit, le ripetizioni si sono moltiplicate provocando in qualche punto l’usura della roccia. La prima in libera fu di Franco Perlotto e Gianni Bisson (1981).

Tutta la via è bellissima, specialmente il tiro chiave (il quarto), di VII+ se fatto in libera (ed, evviva, ce la feci!). La lunghezza più caratteristica è però la sesta, quella in partenza da una caratteristica nicchia, caratterizzata da un’ostica fessura strapiombante di VI+. La mazzata finale è però all’ultimo tiro (l’ottavo) dove attende un altro muretto di VII.

Giovanni Groaz durante una ripetizione della via Tyszkyewicz alla parete est della Rupe Secca, da lui aperta con Romano Segalla il 3 marzo 1976.
Alessandro Gogna sulla via Tyszkyewicz alla parete est della Rupe Secca, 3 dicembre 1989
Bibi Ferrari all’uscita della via Tyszkyewicz alla parete est della Rupe Secca, 3 dicembre 1989
Alessandro Gogna all’uscita della via Tyszkyewicz alla parete est della Rupe Secca, 3 dicembre 1989

Poi nulla di notevole fino a quando mi ritrovai nel viaggio di fine anno in Spagna, con Bibi, Franco e Marvi Ribetti e Claudio Sant’Unione. Fu una serie di giornate passate in varie falesie, per le quali rimando alle tabelle qui sotto.

Di non convenzionalmente sportivo, il 28 dicembre 1989 salii con Bibi la via Pesadillas de Verano alla Panxa del Bisbe del Montserrat (Barcellona): in realtà non sono riuscito a ritrovare questa via nei siti internet e sono costretto a confessare che non solo non ne ho alcun ricordo, ma anche, non trovandone traccia, che magari è il caso di dubitare della sua realtà… In compenso, nella stessa giornata, Bibi, Claudio, Franco ed io salimmo La Panxa del Bisbe per la via Pel Davant, con uscita del Cabra. L’arrampicata non è difficilissima ma, svolgendosi sul caratteristico conglomerato del Montserrat, richiede molta concentrazione, specie a chi non è abituato a scalare sulla puddinga.

La Panxa del Bisbe (Montserrat)
In arrampicata su Pel Davant, Panxa del Bisbe. Foto da gdm.cat.
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Le Feu sacré ultima modifica: 2023-10-17T05:22:00+02:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Le Feu sacré”

  1. Bel racconto, come sempre d’altronde. Siccome alcuni luoghi citati sono stati frequentati è stato un bel viaggio nella memoria. Grazie ancora e buone cose.
                                                                                                                              Tommy

  2. I rinvii li ho sentiti chiamare “coppiette”, ma il nome più bello resta a mio avviso “califfe”, mi fu spiegato, spero sia vero per riferimento alla California dalla quale zona di prima provenienza, vera o presunta

  3. Certo Capo che anche tu sei ben strano…dopo Boulder Highway (ma anche Nolens-Volens) Geburtagsweg è una passeggiata di salute!

  4. A parte questo (che non compromette affatto la piacevolezza dell’articolo) mi piacciono da morire questi racconti. Grazie.

  5. In questa foto Giovanni Groaz (sfidante, tra l’altro a Cortina nel maggio 1991 di Sylvester Stallone a braccio di ferro) scala con le Mariacher La Sportiva ai piedi, quindi l’immagine è almeno del 1982. Mi ricordo che i rinvii all’inizio erano chiamati binomi.

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