Le Giornate di Autrans

I partecipanti alle Giornate Europee della Montagna di Autrans, svoltesi il 4 e 5 dicembre 1998, approvarono una Carta «etica». Chi sottoscriveva questo documento s’impegnava a comportamenti rigorosamente corretti nella pratica della montagna e dell’alpinismo. L’obiettivo era di contribuire a fondare sulla base di un impegno personale il rispetto per la montagna, facendo propri nei comportamenti individuali i provvedimenti di protezione riconosciuti come necessari. La raccolta delle firme iniziò a Grenoble il 15 novembre 1999. Il documento era in sintonia con altri contributi che lo avevano preceduto, come il Bidecalogo del Club Alpino Italiano (il primo, NdR), le Tesi di Biella di Mountain Wilderness, la Charta di Verona del Club Alpino Italiano, le Tavole di Courmayeur della Fondazione Courmayeur, il Documento della Presolana del Club Alpino Accademico Italiano, il Codice del Supramonte del WWF e di Mountain Wilderness, la Carta del Club Alpino Francese ‘94, la Risoluzione dell’UIAA.

Obiettivo quindi di rispettare la montagna, con i suoi numerosi e variegati aspetti geo-morfologici, climatici, ecologico-ambientali, culturali ed economici, e allo stesso tempo rispettare l’habitat tradizionale di numerose comunità umane, luogo di riposo e di svago, spazio non antropizzato nel quale erano possibili esperienze che potevano giungere fino all’avventura estrema: rispettare la preziosa e fragile riserva di paesaggi incontaminati, di ecosistemi, biotopi e specie viventi spesso al limite delle condizioni di sopravvivenza. Tale complessità, acquisita in tempi geologici e storici, doveva continuare a evolversi nel contesto tecnologico e umano di allora.

Autrans

La degradazione già allora ben riscontrabile dell’ambiente montano e la perdita di qualità del rapporto tra l’uomo e la montagna, inteso nel suo senso più ampio, avevano la loro principale origine fuori dai confini dei territori montani e appartenevano ad un processo perverso che esulava dalla volontà e dalle possibilità di controllo dei frequentatori esterni e degli abitanti locali. Ciò era vero sia che si trattasse di norme (sicurezza, sanità, produzione agricolo-pastorale), sia che si trattasse di interventi di alterazione del territorio (trasmissione di energia, ripetitori, strade d’accesso) collegati agli impatti di altre attività periferiche quali l’urbanizzazione, i trasporti (anche ludici) e la pressione speculativa di iniziative commerciali. Ma era anche vero che le attività dei frequentatori della montagna e degli organismi sociali nei quali essi si riconoscevano, potevano contribuire direttamente o indirettamente a tale degradazione ed a tale emorragia di qualità. Sembrava dunque opportuno che gli alpinisti e gli escursionisti cominciassero a darsi autonomamente delle regole di comportamento precise, non solo per neutralizzare preventivamente ogni minaccia di regolamentazioni supplementari, imposte dall’esterno o dall’alto e scarsamente compatibili con un’attività libera e consapevolmente rischiosa, ma anche per risultare più credibili quando avrebbero chiesto ai governanti e all’opinione pubblica di assicurare un’efficace protezione dei loro terreni di gioco e d’avventura. Questo era lo scopo della Carta 2000.

I più di venti anni passati non hanno fatto che confermare la validità di quanto analizzato e previsto allora. La Carta 2000 è ancora valida: sta a noi fare sì che non sia lettera morta come purtroppo è stata finora.

Carta 2000
(Autrans, 5 dicembre 1998)

Articolo 1 (Libertà di accesso) Il libero accesso ai gruppi montuosi e la libertà di affrontare i rischi che ne potrebbero derivare, fanno parte integrante della cultura dell’alpinismo. Tuttavia, un limitato e motivato controllo degli accessi può essere imposto dalle pubbliche autorità per ragioni di protezione del patrimonio naturale o culturale delle zone montane. I firmatari si impegnano a 1) assumere la piena responsabilità, in ogni circostanza, delle loro libere scelte e dei rischi connessi (vedasi art. 13); 2) rispettare e far conoscere le norme di limitazione degli accessi, spaziali o temporali, stabilite ai fini della tutela ambientale; 3) denunciare le normative che, con lo specioso pretesto della sicurezza o della qualificazione delle persone, o per ogni altro motivo non ambientale, mirino a imporre limiti alla libertà di frequentazione della montagna o all’esercizio amatoriale dell’alpinismo; 4) difendere il principio generale di gratuità dell’accesso, perlomeno in Europa.

Articolo 2 (Strade e piste) La montagna europea è fin troppo largamente servita da strade, vie di penetrazione, piste d’accesso. Lo sfruttamento turistico, forestale, pastorale porta come conseguenza una capillarità ed una estensione sempre maggiore della rete stradale montana. Ciò favorisce, quali che siano le intenzioni d’origine, una penetrazione antropica sempre più diffusa, facile e ingiustificata. I firmatari, nel momento in cui verranno a conoscenza di un ulteriore progetto che implichi una dilatazione della viabilità esistente, si impegnano a mettere in evidenza, presso i promotori e gli enti dai quali dipendono le decisioni in merito, gli effetti negativi, gli impatti, gli inconvenienti che ricadrebbero sugli ambienti naturali qualora tale progetto venisse portato e compimento. Di conseguenza si dichiarano disposti a prendere l’iniziativa per neutralizzare preventivamente il danno incombente, combattendo le ragioni dei sostenitori e facendo appello alle organizzazioni ambientaliste e alpinistiche, alle autorità competenti, all’opinione pubblica. La sistemazione di nuovi sentieri, anche se meno traumatizzante, richiede tuttavia una analoga vigilanza, allorché essa rischi di promuovere una frequentazione non appropriata di aree selvagge, oppure di preparare il terreno per altre pesanti forme di antropizzazione.

Articolo 3 (Mezzi motorizzati in montagna) Nessun mezzo motorizzato, soprattutto se privato e usato a scopi ludici, deve poter circolare in montagna, al di fuori delle strade a ciò espressamente adibite. I firmatari si impegnano a utilizzare, ogni volta che ciò sia fattibile, i trasporti collettivi e di gruppo e propagandarne l’uso. Essi si impegnano inoltre, ogni volta che la questione sarà sollevata in modo qualificato, a sostenere la soppressione o la limitazione delle attuali possibilità di accesso alla media e alta montagna con mezzi motorizzati. Tale impegno presuppone l’obbligo morale di non richiedere mai per se stessi deroghe alle limitazioni esistenti, di rinunciare ad ogni uso di veicoli fuoristrada, motoslitte o aeromobili a motore, di non aggirare i divieti pubblici e di non approfittare degli accessi riservati alle attività forestali e pastorali. In particolare essi respingono ogni utilizzo di aeromobili a motore per il deposito o il recupero ai piedi delle pareti, ovvero per facilitare, preparare, rendere sicuro, osservare, filmare, trasmettere lo svolgimento di gare e corse in montagna; ciò sia che si tratti di trasporti di persone o di materiali. Essi rifiutano infine di avvalersi a scopi ludici personali di voli regolarmente autorizzati per l’approvvigionamento dei rifugi, lo sgombero dei rifiuti, altri lavori in montagna, ecc. Le riprese cine-televisive e i reportage fotografici da elicottero debbono avere un carattere di eccezionalità e debbono venire autorizzati di volta in volta dalle autorità a ciò preposte, in armonia con un’etica della discrezione e del rispetto della natura.

Articolo 4 (Rifugi e opere alpine) Dopo più di un secolo di antropizzazione della montagna europea attraverso la costruzione di rifugi e bivacchi fissi, i firmatari convengono che la rete di accoglienza in quota è giunta ormai a saturazione. Di conseguenza essi si impegnano a non iniziare, richiedere, incoraggiare la progettazione di nuovi rifugi o di bivacchi fissi. Al contrario, essi opereranno affinché la modernizzazione di tali manufatti, già esistenti, si limiti all’adeguamento minimo alle norme sanitarie e di sicurezza, senza aumento di capacità ricettiva e del comfort di tipo alberghiero. I firmatari rivendicano il diritto di esaminare, di concerto con tutte le parti interessate, l’opportunità di smantellare attrezzature e manufatti di ogni natura esistenti in alta e media montagna come, ad esempio, le vie ferrate; ciò al fine di evitare possibili effetti inquinanti, di tenere meglio sotto controllo la crescita e la qualità della frequentazione, di riqualificare certe zone sensibili come «santuari della wilderness».

Articolo 5 (Segnaletica) La segnaletica degli itinerari, al di là delle intenzioni dei suoi promotori, può degradare pesantemente le esperienze che danno un senso alla pratica dell’escursionismo e dell’alpinismo, qualora essa non risulti sicuramente necessaria per evitare gravi errori di percorso, o qualora tenda a mutare il carattere di zone montane particolarmente selvagge. Di conseguenza i firmatari s impegnano a mettere in pratica e a raccomandare, in ogni occasione, un livello di segnaletica minimo il più possibile ridotto e essenziale.

Nelle zone di bassa e media montagna: lungo i sentieri e fuori dai sentieri si suggerisce una segnaletica particolarmente discreta e spaziata. Essa dovrebbe solo rendere meno insicuri certi passaggi oggettivamente difficili e indicare la buona direzione nelle biforcazioni. Lungo un sentiero ben tracciato e senza alternative possibili la segnaletica è inutile e deve essere evitata.

Nelle regioni montane dove la tradizione ha adottato gli «ometti» di pietra o cairns, questi dovrebbero essere sempre preferiti alla segnaletica colorata. Tali ometti dovranno naturalmente essere mantenuti in uno stato efficiente, evitando che la loro proliferazione, per opera di volonterosi ma inesperti frequentatori, ingeneri confusione.

In sintesi, la segnaletica deve rispondere ad un’esigenza minima di informazione e di sicurezza in condizioni di tempo normali. La tutela dei valori collegati al piacere dell’avventura e all’estetica dovrebbero prevalere su ogni altra considerazione.

Nelle zone di alta montagna: sugli itinerari di grande frequentazione la segnaletica va mantenuta in ordine ed eventualmente ridotta, in modo da fornire solo le informazioni veramente necessarie all’orientamento. Lungo le vie di salita che si trovano all’interno di aree di wilderness, è opportuno invece rinunciare del tutto ad ogni segnaletica, contribuendo alla rimozione di quella eventualmente esistente.

Poiché l’evoluzione del clima e le nuove mode hanno portato ad una diversa pratica dell’alpinismo, i firmatari si impegnano ad esaminare e raccomandare ogni possibilità di riqualificazione, nel senso della wilderness, di itinerari un tempo molto frequentati.

Articolo 6 (Rispetto delle vie storiche) Le antiche vie di arrampicata o di alpinismo, che fanno parte della storia del rapporto tra l’uomo moderno e l’alta montagna e che risultano ancora attrezzate in modo molto limitato, devono essere mantenute così come sono, onde conservare il carattere e le difficoltà originarie. Tali itinerari non saranno sottoposti a nuova attrezzatura, salvo per la sostituzione, con materiali tradizionali, di punti di assicurazione o ancoraggi per «doppie» diventati col tempo eccessivamente insicuri. Sarà bene evitare di aprire e attrezzare nuove vie nelle immediate vicinanze delle vie storiche. L’intervallo da rispettare dipenderà dalle caratteristiche del terreno.

Articolo 7 (Apertura di vie d’alta montagna) L’apertura di nuove vie d’alta montagna rientra nelle normali vocazioni dell’alpinismo. Tuttavia, lo sviluppo delle tecniche e degli strumenti disponibili impone di ricordare a tutti gli interessati, con particolare chiarezza, quali sono e restano le regole elementari dell’etica alpinistica. I firmatari s’impegnano a non aprire nuove vie, pre-attrezzandole dall’alto, a limitare al minimo compatibile con la sicurezza la frequenza dell’attrezzatura fissa, e a privilegiare i mezzi che danneggiano meno permanentemente l’integrità della parete, vale a dire fettucce e cordini, blocchetti da incastro e blocchetti a camme, chiodi. Avranno altresì cura di lasciare abbondante spazio fra le vie, in modo che le pareti possano «respirare» e conservare un organico e logico collegamento tra la struttura geologica e il percorso. Vanno pertanto esclusi gli incroci tra vie di difficoltà e di stile equivalenti. I firmatari, quando aprono nuove vie, si impegnano a mostrare il massimo rispetto per il patrimonio naturale caratteristico dei luoghi, evitando di recar danno alla fauna e alla flora. Nelle zone in cui nidificano rapaci rupestri o altre specie di volatili rari, si eviterà qualunque attività nei periodi di nidificazione, della cova e della cura della prole (in Europa, nelle aree al disotto dei 2500 metri, il periodo va, grosso modo, da febbraio a luglio). È doveroso reclamare lo smantellamento delle vie attrezzate in spregio alle raccomandazioni di cui sopra.

Articolo 8 (Attrezzatura di vie di alta quota o di arrampicata sportiva) Andrebbe radicalmente esclusa l’attrezzatura pesante delle vie d’alta montagna, sia sotto forma di linee di spit, sia sotto quella di vie ferrate. L’attrezzatura di nuovi siti di arrampicata sportiva deve essere limitata a settori di media o bassa quota facilmente accessibili. Tale attrezzatura è subordinata al raggiungimento di uno specifico accordo tra le parti interessate, incluse le associazioni ambientaliste e alpinistiche locali, le autorità del posto, il proprietario, i responsabili della tutela del sito, qualora esso insista su un’area protetta. Nella domanda dovranno essere indicati tutti i dettagli degli interventi programmati, nonché le misure destinate a limitare l’impatto dei frequentatori, in particolare strade, parcheggi per auto, accesso, servizi igienici, prese d’acqua, rifiuti e modalità delle segnalazioni direzionali. Sarà esclusa qualunque forma di nuovo accesso per mezzi a motore. L’accordo stabilirà le rispettive responsabilità, le condizioni di funzionamento, gli impegni per la manutenzione e le modalità di informazione del pubblico.

Articolo 9 (Descrizione delle ascensioni e guide) Le relazioni sulle ascensioni e le descrizioni degli itinerari, soprattutto se molto dettagliate, possono venire considerate come una forma indiretta di «attrezzatura» dell’ignoto. Esse infatti sottraggono ad un’ascensione una parte dell’avventura e del fascino della ricerca e consentono ai ripetitori un’esperienza molto più circoscritta di quella vissuta dai primi salitori. Per tale motivo le relazioni dovrebbero essere concepite e redatte con le medesime cautele con cui si procede all’attrezzatura materiale dei singoli passaggi. Se oggi alcune zone divenute classiche sono esaurientemente esplorate e descritte, altre meritano di restare terreni di gioco in cui è possibile sperimentare in tutte le sue sfaccettature l’emozione dell’incontro con l’ignoto. I firmatari della presente Carta s’impegnano a difendere la sopravvivenza di tali aree e ad agire in modo che le relative relazioni pubblicate e circolanti siano succinte o addirittura prive di suggerimenti pratici.

Articolo 10 (Gare e competizioni) Gare e manifestazioni sportive in montagna, pur avendo indubbiamente una forte ricaduta mediatica e spettacolare, possono contribuire molto pesantemente alla banalizzazione del rapporto tra l’uomo e la montagna, favorire la trasgressione dei regolamenti vigenti nelle aree protette e portare a diverse forme d’inquinamento. Pertanto i firmatari concordano che non è consigliabile moltiplicare tali manifestazioni, nonostante il loro carattere di kermesse popolare. Essi s’impegnano inoltre ad orientare le manifestazioni già esistenti in modo da: 1) trasferire l’evento fuori dalle zone protette e lontano dalle aree di wilderness; 2) limitare l’impiego dei mezzi di assistenza, di controllo, di sicurezza, di pubblicità tranne che alla partenza e all’arrivo. Escludere l’impiego di elicotteri, salvo che per interventi di grave emergenza; 3) cancellare ogni traccia dell’evento, costringendo gli organizzatori a farsi carico di ripulire immediatamente la zona da rifiuti, segnavia, attrezzature provvisorie, striscioni pubblicitari, ecc.

Articolo 11 (Inquinamento, rifiuti e rumore) I firmatari s’impegnano ad evitare qualunque azione o iniziativa che possano creare inquinamento e a portare a valle, fino al primo punto di raccolta, i loro rifiuti, incluso il materiale alpinistico inutilizzabile e gli avanzi di cibo a lenta bio-degradabilità. Essi adottano, raccomandano e all’occorrenza impongono un comportamento silenzioso in ogni occasione, sia per evitare di arrecare disturbo alla fauna, sia per rispettare il «senso» dell’ambiente montano a vantaggio degli altri fruitori.

Articolo 12 (Mezzi di comunicazione) I firmatari s’impegnano ad usare apparecchi di comunicazione solo in caso di incidente accertato; l’indicazione non riguarda i professionisti o i volontari abilitati, i quali esercitano i loro compiti di guide alpine o di accompagnatori. Ogni comunicazione limitata alla ricerca di comodità, di sollievo emotivo, di semplice informazione («Mamma, indovina dove sono? In vetta al Monte Bianco!») andrebbe decisamente scoraggiata e derisa. Anche nei telefoni cellulari si nasconde il baco del consumismo.

Articolo 13 (Contenzioso e responsabilità)Il ricorso eccessivo all’autorità giudiziaria, mirato alla ricerca sistematica delle responsabilità in caso di incidenti in montagna, allo scopo di ottenere un qualche risarcimento per danni subiti e la punizione esemplare di errori eventualmente commessi, va condannato con chiarezza e determinazione. Infatti il suo stesso, improprio, carattere sistematico finisce col negare a cittadini adulti la capacità di assumersi in prima persona le proprie responsabilità e attenta alla dignità di chi intende praticare un’attività nella quale si celano anche alcuni rischi obiettivi. Quando ciascuno sia sufficientemente informato e quando la libertà di praticare autonomamente un’attività sportiva nella natura non sia limitata a causa delle condizioni personali (minori, disabili, ecc.), il principio del rischio assunto e condiviso deve essere ammesso e affermato. Pertanto i firmatari s’impegnano a: 1) dare testimonianza in questo senso ogni qualvolta se ne presenti l’occasione; 2) non promuovere e non appoggiare azioni giudiziarie riguardanti incidenti in montagna, avvenuti nell’ambito di un’attività autonoma e non inquadrata, svolta da persone che non godano di uno status particolare di protezione (minori e disabili) e quando non emergano colpe volontarie di grave entità.

Articolo 14 (Diffusione, informazione) La diffusione fra un pubblico più vasto dei principi esposti in questa Carta contribuirà a favorire una fruizione della montagna più attenta e rispettosa dei suoi molteplici valori. Per questo i firmatari si impegnano a propagandare e a sostenere in ogni occasione i principi che essi hanno qui sottoscritto e nei quali pienamente si riconoscono.

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Le Giornate di Autrans ultima modifica: 2020-04-22T05:30:16+02:00 da GognaBlog

15 pensieri su “Le Giornate di Autrans”

  1. 15
    Lusa says:

    Il dopo COVID 19. Necessaria una riconversione culturale e ambientale dell’intera umanità.
    https://www.mountainwilderness.it/editoriale/il-dopo-covid-19-necessaria-una-riconversione-culturale-e-ambientale-dellintera-umanita/

  2. 14
    Alberto Benassi says:

    Il sasso è anche mio e me lo gestisco io!

    NO
    di tuo non ci sei nemmeno te,  visto che ti fanno stare al chiuso.

  3. 13
    Riva Guido says:

    Il sasso è anche mio e me lo gestisco io!

  4. 12
    Lusa says:

    In Alaska non mi sembra si faccia casino per l’eliski.

    In Alaska manca l’etica e la cultura!
    Per rinfrescare le menti leggasi qui riguardo cosa sia l’etica e la cultura della montagna:
    https://www.mountainwilderness.it/etica-e-cultura-della-montagna/

  5. 11
    Alberto Benassi says:

    Articolo 13: se salite su una funivia e questa cade per scarsa manutenzione lo volete il risarcimento?

    certo che lo voglio. Anche se casca il ponte Morando lo voglio. Oltre tutto ho pagato un pedaggio. Oppure quando acquisto il biglietto (molto caro)  firmo un contratto di accettazione della possibilità che possa anche lasciarci la pelle?
    Ma se vado in montagna con le mie gambe e le mie mani , anche se accompagnato da una persona più esperta di me, una certa dose del mio cervello ce la dovrò mettere. Dovrò avere la consapevolezza che ci sono dei pericoli che  non si possono controllare totalmente.

  6. 10
    emanuele says:

    mi sembra l’ennesimo articolo NO MOTO SUI SENTIERI però sì a spupazzamenti mille mila chilometri in auto per provare un tiro di 25m. No alberghi di lusso ma sì alla valorizzazione del turismo di elite in montagna, ossia poche persone con moltissimi soldi. Bello, utopico, egoistico, perchè siamo in tanti, troppi rispetto al territorio che abitiamo. In Alaska non mi sembra si faccia casino per l’eliski. Non mi affido alle carte ma alle persone che non sanno scrivere su un blog e neanche lo leggono, ma danno il buon esempio con i fatti.
    Articolo 13: se salite su una funivia e questa cade per scarsa manutenzione lo volete il risarcimento?

  7. 9
    grazia says:

    Grazie, Alberto, per la tua nostalgia e la tua poesia legata alle montagne. 

  8. 8
    Alberto Benassi says:

    Art.6 del rispetto delle vie storiche.
    per quanto mi riguarda negli anni passati, oramai parecchi, ho partecipato alla richiodatura di alcuni itinerari storici sul monte Procinto in Apuane. Questo  a seguito di una iniziativa che,  poi, è andata a farsi benedire.
    Il Procinto per me una montagna “iniziatica” una montagna “del cuore” , presentava allora una chiodatura piuttosto vetusta, poi con l’avvento dell’ arrampicata sportiva, del cambio di mentalità, era sorta la necessità di richiodare in modo “moderno” le vie.
    Alla fine poi tutti hanno fatto come e meglio gli pareva. Si è vero il Procinto è diventato una grossa falesia, la maggior parte delle persone manco arriva in cima come un tempo si faceva. Tutti scendono in doppia, per rifare, rifare e rifare una’altra via.  I tempi son cambiati.
    Ma sono cambiato anche io. Adesso non parteciperei a  richiodature fatte nello stile di allora ma nemmeno nello stile di oggi. Nel senso che, se di richiodatura si deve parlare, per me va fatta nel rispetto dello stile della via.
    Non me ne frega nulla se il Procinto è diventato una falesia. Ci deve essere spazio per tutti? Bene allora rispettiamo gli stili, le diversità.
    Quando qualcuno mi dice che la via GAMM che ancora presenta chiodi vecchissimi che non terrebbero il peso di una mosca, bisogna richiodarla trapanado, resinando, altrimenti non la rifarà più nessuno, io gli rispondo che non me ne pò fregà nulla. Che mi va bene richiodarla, ma senza trasformarla nella fotocopia di tanta altre vie tutte uguali. Gli rispondo che la diversità è un valore aggiunto. Che l’arrampicata non è fatta solo di pura difficoltà tecnica, ed il valore di una via non dipende solo dall’aspetto gestuale. Se uno cerca solo questo, bene al Procinto ci sono tante altra vie a cui si può rivolgere, lasci perdere la via GAMM, non è nella sua pelle, nel suo sentimento. La lasci ai vecchi bacucchi e nostalgici come il sottoscritto.

  9. 7
    Lusa Mutti says:

    Da leggersi con molta attenzione e seguita profonda riflessione:
    https://www.mountainwilderness.it/le-tesi-di-biella/

  10. 6
    grazia says:

    Confesso che non ho letto tutta la carta per diverse ragioni.
    In primo luogo amo molto di più i fatti che le parole e quando queste diventano molte, finiscono per condurci a un quadro astratto, discostandosi dal mondo reale e dalla vita pratica.
    In linea di massima carte come questa vengono accompagnate in pompa magna da inaugurazioni, fotografie e banchetti in compagnia di personaggi politici.
    Molto spesso documenti come quello proposto vengono redatti da persone che sanno poco della natura, della giusta fruizione degli spazi, del rispetto degli ambienti e dei suoi abitanti, dell’economia delle terre alte, della presenza di una moltitudine di attori e delle relazioni che intercorrono fra di loro.
    Mi viene in mente il comitato “Etna libera”, costituito qualche anno fa all’ombra del vulcano, volendo liberare i crateri sommitali dalle insidie delle guide vulcanologiche. In cima si è sempre potuto andare, in assenza di attività intensa, eppure quando ci salivo in solitaria ho sempre incontrato pochissime persone se non nessuno in assoluto. Aggiungiamo anche che la maggior parte della gente comune non si sogna di arrivare sin lassù ed è assolutamente avulsa da qualunque dinamica politica e di potere che circola sulla Montagna.
    Tutto questo per dire che, se ci può stare qualche regola per alimentare il rispetto della natura di cui siamo parte integrante , per rafforzare l’interazione tra uomo e ambiente e per regimentare la fruizione di una riserva, trovo vacuo lo sproloquio fine a se stesso.

  11. 5
    Alberto Benassi says:

    Paolo tutta scena e parole al vento, è come il protocollo di Kyoto, molto l’hanno firmato ma poi….???

  12. 4
    Paolo Panzeri says:

    E’ interessante vedere che questa notevole “carta etica” sia datata 5 dicembre 1998.
     
    Sembra abbia avuto risonanza simile a tanti proclami politici, basta vedere l’impegno profuso continuamente in 20 anni dalle organizzazioni che l’hanno insabbiata, opps, sottoscritta e portata avanti.
    Forse viviamo troppo di parole.

  13. 3
    Giorgio mallucci says:

    tutti i punti sono ampiamente condivisibili, in particolare credo che vada evidenziata in ogni possibile situazione la consapevolezza che la montagna non è un parco giochi e che chi la frequenta deve accettare la dose di rischio che si accompagna sempre alle attivita’ in natura evitando la ricerca di un responsabile a tutti i costi. Accettando la piena responsabilità personale delle proprie scelte

  14. 2
    Carlo Crovella says:

    Sottoscrivo in pieno la Carta 2000

  15. 1
    Paolo Gallese says:

    Che dire. È attualissimo. 
    Eppure percepisco derive pericolose, soprattutto dopo questa vicenda del Covid 19.
    Dovrebbe essere la comunità alpinistica tutta, i grandi nomi a farsi sentire fin da subito.
    Ma non saprei attraverso quali canali. Troppa divisione, troppi individualismi, troppi “Io”. 

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