Le meditazioni sullo scoglio

Metadiario – 265 – Le meditazioni sullo scoglio

Il ritorno dal Baltoro, coincidente con l’inizio dell’autunno lavorativo, non fu per nulla una passeggiata. Fino a quel momento, e finché ero in Pakistan, mi ero sempre rifiutato di prendere in considerazione il problema lavoro, ma a quel punto non avevo più scuse.

La K3 doveva pagare troppi stipendi in rapporto al fatturato: era come se Edizioni Melograno dovesse sopperire, ormai abitualmente, alle esigenze di cassa della K3. A quei tempi era abituale, per avere a disposizione del denaro, fabbricare fatture false per diminuire il dovuto di IVA. Era necessario chiudere: un processo che meritava attenzione e circospezione.

Ai primi di settembre, in un sabato pomeriggio di tempo nuvoloso, mi recai da solo su uno scoglio vicino a Levanto, poco prima della galleria della vecchia ferrovia per Bonassola e Genova. Vi rimasi qualche ora, a osservare il mare perdendomi nei miei pensieri. Quando mi rialzai per tornare a casa, la decisione era presa. Il dispiacere era enorme, ma ormai la chiusura della K3 snc era più soltanto una questione di comunicazione ai soci e ai lavoranti, Luca Pennone e Paolo Romanini. Fu difficile esprimere le meditazioni sullo scoglio, ma certo non mi mancavano convincenti argomentazioni.

Di ritorno a Milano trovai anche, nella posta, una delle ultime lettere scritte a mano, fenomeno già allora abbastanza raro. A scrivermi, il 15 luglio 2004, era stato un ragazzo di Savona, Lorenzo Fanni. In seguito ne avrebbe fatta di strada, ma ovviamente nessuno dei due lo sapeva. Mi scriveva più o meno con lo stesso modo di sentire con cui io avevo scritto tanti anni prima a Gino Buscaini. Fu commovente leggere e rispondergli.

Il 25 settembre 2004 mi recai al rifugio Porro (Valmalenco) per il corso di aggiornamento guida: dopo quello del 1998 e quello del 2001, era il terzo che facevo. Sapevo che c’era molta teoria da ascoltare, ma quella volta ci fu anche (il 26 settembre) un’uscita pratica. Ero assai preoccupato perché, da qualche giorno, soffrivo di dolori articolari decisamente atipici. Gambe e braccia erano sottoposte a infiammazione: non zoppicavo, ma poco di mancava. Conoscendo il ritmo al quale le uscite pratiche delle guide venivano condotte, ero fortemente tentato di “marcare visita”. Ma poi l’orgoglio ebbe il sopravvento e decisi di partire con gli altri. Sulla Nord-ovest del Pizzo Cassandra ero legato con Paolo Cucchi, Gianni Rusconi e Donato Erba. L’istruttore era Adriano Greco, al quale era perfettamente inutile chiedere di “andare piano” in considerazione dei miei guai fisici… Un rallysta come lui cosa avrebbe potuto capire?

Il mio inferno ebbe un sollievo solo alla base della parete, quando ci legammo in due cordate. Il ghiaccio era quasi “nero”, ma questo non ci impedì di salire praticamente di conserva sulle punte dei ramponi, quindi in velocità. Per fortuna uscimmo a sinistra, alla Forcella Balabio, e da lì continuammo alla vetta per la cresta nord-est. Dopo una sosta rigenerante in cima, scendemmo per la cresta sud-ovest. Mentre camminavo dolorante pensavo al film Cassandra crossing, il thriller catastrofico del 1976 diretto da George Pan Cosmatos: avevo la continua visione del treno che precipitava nell’abisso e facevo pessimistici paragoni con la mia salute. Arrivai al rifugio in condizioni penose, ma nessuno se ne accorse. Molta disattenzione nei miei confronti era senz’altro dovuta al continuo show di Cucchi che, nella sua indisciplina e con il suo spirito ribelle, provocava risate a non finire e attraeva la numerosa compagnia.

Sulla questione dei dolori dovrò tornare più volte in seguito, perché purtroppo tra alti e bassi la storia non è certo finita, neppure oggi.

Dedicai i giorni 1 e 2 ottobre 2004 ai bambini, tra i quali figuravano anche Elena e Petra. L’idea aveva raccolto adesioni nell’Alpinismo Giovanile della Sezione CAI-SEM, e a condurla c’erano Dolores De Felice e Roberto Raia. Il venerdì eravamo stati a preparare il giro da fare con i bambini; il sabato, mentre loro salivano in treno e corriera, noi preferimmo l’auto. Ci fu un episodio buffissimo al Centro Polifunzionale nel momento in cui ci furono mostrate le stanze in cui dormire. Su ogni porta era il nome della stanza (non il numero) ed erano tutti nomi di montagne della Val Màsino. A noi toccò la stanza “Torrone” e, appena entrati e rimasti soli, Elena ci chiese “ma perché la stanza del terrone”?

Il resoconto di quel bellissimo weekend lo ha fatto egregiamente l’organizzatrice, alla quale cedo volentieri il pallino del racconto.

Il giorno delle puzzole
di Dolores De Felice

… E dopo una lunga attesa finalmente è arrivato il… weekend da ricordare! Due interi giorni con uno dei più grandi alpinisti della storia della montagna: sì, proprio lui, Alessandro Gogna!

Qualche curioso si chiederà perché siamo andati a “scomodare” un tale personaggio per una uscita di alpinismo giovanile…

Forse… per imparare ad arrampicare…? No, no! Per questo, sia la nostra Sezione (SEM) che tutto il CAI possono mettere a disposizione dei ragazzi molti, e ben collaudati, istruttori di roccia.

Allora… forse per avere una giornata da raccontare ai genitori e agli amici?
Questo poteva accadere… ma non era certo il nostro obiettivo principale!

Allora… perché?
Perché i giovani che frequentano la montagna non devono perdere memoria di uomini (e donne) che con il loro straordinario amore, il loro coraggio, la loro forza e la loro straordinaria vita, ci hanno dato – e continuano a darci – un esempio a cui ispirarsi, da cui trarre spunto per imparare a vivere la montagna nel modo in cui essa si merita: con grande amore e soprattutto grande rispetto.
Ecco, perché.

Per questo, abbiamo chiesto ad Alessandro (che ha subito aderito con entusiasmo alla nostra proposta) di aiutarci ad insegnare ai nostri ragazzi l’emozione di avvicinarsi alla montagna con passione e spirito di avventura, imparando anche ad apprezzare i magnifici doni che essa ci offre, inclusi quell’equilibrio e quella serenità che aiutano a vivere con pienezza la propria esistenza anche quando si torna in un ambiente caotico e faticoso come le città in cui viviamo.
Ecco, perché.

E allora viviamola, questa meravigliosa avventura: tutti in partenza verso le bellissime Val Masino e Val di Mello!

Primo giorno (2 ottobre)
Solito ritrovo alla fontana della Stazione Centrale, tanto abituata a vederci che ora ci saluta, persino! L’adesione dei ragazzi è quasi totale: qualche malessere dell’ultima ora ha impedito ai nostri aquilotti di fare il tutto esaurito, ma per questa occasione sono tornati anche coloro che nelle ultime uscite hanno fatto sentire la propria mancanza. Bene, non si poteva chiedere di meglio!

Il treno per Lecco-Tirano ci vede pieni di entusiasmo (anche troppo, con le conseguenze che ben potete immaginare, se ci avete seguito nelle nostre avventure..) e di curiosità per il weekend che si prospetta ricco di promesse e rende frizzante questa grigia mattinata cittadina.

Talmente frizzante che… durante il viaggio si è resa necessaria qualche salutare “tirata d’orecchi”, ma oramai siamo abituati, vero?

A Morbegno l’attesa del pullman per Filorera ci ha fornito l’occasione per spiegare agli aquilotti i temi delle due giornate, ma anche chi avremmo incontrato al nostro arrivo e quali attività fossero previste.

La curiosità cresceva, era quasi palpabile, tanto che il viaggio in pullman è terminato in un batter d’occhio… e in un attimo ci siamo trovati a Filorera.

Ma dov’è, quel signore… l’alpinista? È già arrivato?
Sì, è già arrivato: assieme alla sua compagna Guya e alle sue due deliziose figliole Elena e Petra, che nello spazio di un secondo hanno familiarizzato con i nostri ragazzi, e al momento del pranzo era già come si conoscessero da sempre.

Bello, vederli mangiare tutti assieme nel bel prato che il Centro Polifunzionale della Montagna, gestito dalla gentilissima e professionale Iris Gherbesi, ci ha messo a disposizione, assieme a strutture di accoglienza di grande qualità ed un ambiente davvero confortevole. Complimenti!

Ma si sa che il dovere e il piacere se ne vanno spesso a braccetto e quindi, dopo il momento del ristoro, giunge quello in cui bisogna ricomporsi ed ascoltare gli accompagnatori.

La pausa pranzo ci è stata utile per riprendere, con Alessandro, le fila del lavoro svolto assieme il giorno precedente, in cui siamo venuti in zona a preparare il gioco a cui stavano per partecipare tutti gli aquilotti. Di conseguenza, è stata semplice e piuttosto rapida la spiegazione, con opportuni esempi, di come il gioco si sarebbe svolto e quali nozioni sarebbero servite per potervi partecipare.

Il grande protagonista di questo gioco, a metà fra una caccia al tesoro ed un percorso di orienteering, è stato l’azimuth. Che parola misteriosa… ma cos’è?

Niente di arcano, ragazzi: semplicemente un modo per orientarsi sul territorio usando la bussola in combinazione con alcune nozioni di geometria (l’angolo “giro” di 360°, ve lo ricordate?).

Quindi, l’azimuth nient’altro è se non l’ampiezza dell’angolo rispetto al Nord, calcolato sul quadrante della bussola in senso orario, che indica una specifica direzione ed è usato come preciso riferimento per muoversi lungo un determinato percorso.

Tutto qui: i nostri aquilotti, bisogna dire, non hanno avuto grosse difficoltà a comprendere l’arcano, e in breve hanno potuto dotarsi di uno dei principali strumenti dei grandi esploratori. Non è certo una cosa da poco…

Il gioco (suggeritoci e predisposto con noi da Alessandro) prevedeva la partecipazione di tre squadre, la cui partenza lungo il percorso era dilazionata di 40 minuti una dall’altra. Ogni squadra era formata da 7 ragazzi e almeno due accompagnatori, e aveva a disposizione un foglio illustrativo con le principali istruzioni e alcune bussole per calcolare gli azimuth da utilizzare per muoversi nelle giuste direzioni.

Il percorso prevedeva anche prove di cultura alpina (riconoscimento di alberi), destrezza (salita sui primi rami di un albero per annodare un cordino; calata da una roccia, con l’assistenza di Alessandro e degli accompagnatori) e spirito di osservazione (ritrovamento di oggetti nascosti), ma la vera “chiave” per vincere questo gioco, che si svolgeva “a tempo”, era lo spirito di squadra, la collaborazione di tutti per raggiungere l’obiettivo. La squadra che veramente avrebbe mostrato capacità di lavorare assieme avrebbe risolto più in fretta i vari quesiti e sarebbe arrivata per prima al termine del percorso.

Questo, era il messaggio di base: in montagna l’aiuto reciproco è fondamentale, soprattutto in caso di difficoltà.

In questo gioco non è mancato neanche l’aspetto ecologico: la raccolta di alcuni rifiuti ritrovati nei pressi di un laghetto ha fatto riflettere i ragazzi su quanto sia bello trovare la natura pulita, e non contaminata ed imbruttita da immondizia abbandonata dai soliti maleducati.

La palestra del Centro Polifunzionale ha inoltre accolto l’esuberanza dei nostri ragazzi offrendo loro pareti di arrampicata e un campo da calcetto e da pallavolo. Inutile dire che è stata ampiamente sfruttata… e con l’occasione tanti accompagnatori sono tornati anch’essi ragazzi, per giocare assieme agli aquilotti con gioia e ritrovato spirito di gioventù (anche se qualche piccolo “strascico” questo spirito di gioventù nei giorni seguenti lo ha lasciato…).

Ma non importa: era già ora di cena, e che belle pietanze ci ha preparato la Iris: non sono mancati pizzoccheri, patatine e… un bel gelato ai frutti di bosco a far da cornice! Si poteva chiedere di meglio?

La serata si è chiusa con la visione di una bella serie di diapositive che Alessandro ha mostrato ai ragazzi, le quali illustravano alcune delle sue avventure sulle montagne del mondo, in alcuni casi anche per aiutare a ripulirle dai tanti rifiuti lasciati in giro dalle spedizioni che si avventurano sul “tetto del mondo” (il Tibet) per ammirarne le meraviglie.

Può sembrare assurdo, ma chi va a vedere e a vivere la bellezza delle montagne più alte della Terra fa anche parte di coloro che le sporca. A volte anche indirettamente, perché pare non sia facile tenere sott’occhio tutto quello che i componenti delle spedizioni fanno durante il viaggio di avvicinamento e nelle varie tappe ai campi sotto la cima. Però purtroppo accade… e meno male che c’è anche chi va a pulire e cercare di sensibilizzare sia le popolazioni locali che i frequentatori provenienti da altri Paesi.
Finirà mai questa lotta?

Certo che i nostri aquilotti si sono mostrati davvero attenti ed interessati, nonostante la stanchezza derivante da una giornata molto intensa e il discreto quantitativo di cibo ingerito durante la cena.

Alessandro si è infatti trovato a dover rispondere ad una serie incalzante di domande che hanno lasciato di stucco anche noi accompagnatori. E bravi, i nostri ragazzi!

Uno degli aspetti positivi di tutto ciò è stato che tutti quegli “angioletti” si sono addormentati senza far imbufalire troppo gli accompagnatori, che sono scivolati in un sonno ristoratore di cui ormai da tempo avevano perso memoria.
Che bello!

Secondo giorno (3 ottobre)
La mattina seguente ha accolto il risveglio di tutto il gruppo in buona letizia, e senza farsi troppo pregare i ragazzi si sono vestiti e preparati in un battibaleno, mettendosi in fila per la colazione alquanto rapidamente e dimostrando quindi una esperienza di vita in rifugio davvero invidiabile.

Sembrava perfino troppo bello… ma i nostri ragazzi non sono affatto prevedibili, e quando meno ce lo si aspetta, zac! Ecco la sorpresina (dettagli in seguito…)!

Dopo la distribuzione dei panini per il pranzo al sacco e i saluti e ringraziamenti di rito alla bravissima Iris, il pullman ci ha portato a S. Martino, punto di partenza per l’avventura in Val di Mello e luogo di appuntamento con Alessandro, dopo aver fatto colazione tutti assieme.

Purtroppo, però, la notizia di un improvviso impegno familiare ha obbligato la “Gogna family” a tornare a casa prima del previsto: con molto rammarico li abbiamo salutati (e “qualcuno” con un po’ più di dispiacere e con molta malavoglia, perché le figlie di Alessandro, essendo molto carine ed in gamba, avevano mosso più di un “frullo” nei cuori di vari maschietti…).

Ma tant’è, la vita è ricca di imprevisti, anche quelli meno piacevoli, e bisogna fare buon viso a cattivo gioco facendo, come dicono i saggi, “di necessità virtù”.

Per fortuna la bellezza e la magia di cui è intrisa la Val di Mello ci hanno aiutato a rendere meno spiacevole questo imprevisto, e la nostra avventura ha potuto continuare.

Tanto per cominciare, la valle è verdissima e solcata da un magnifico torrente, in cui i colori dell’acqua contribuivano a creare degli scorci, lungo il cammino, davvero incantevoli.

Un bel cartello sulle glaciazioni ha inoltre offerto lo spunto per un breve momento di spiegazione su questo importante fenomeno, che ha contribuito a modellare il territorio della valle.

Ma a quanto pare i ragazzi, forse indispettiti dall’imprevisto cambio di programma, non hanno sufficientemente apprezzato, almeno in fase iniziale, i tesori della Val di Mello.

E quindi, molti mugugni su quanto fosse lungo il percorso (meno di un’ora e con dislivello praticamente inesistente) e sulla fatica dovuta agli zaini sulle spalle (niente di trascendentale, garantito) hanno costellato il nostro cammino.

Giunti a Ràsica, un bellissimo posto in cui si trova un bel punto di ristoro e in cui la valle si allarga ulteriormente lasciando spazio a prati bellissimi lungo le rive del torrente, abbiamo lasciato gli zaini in custodia ad un accompagnatore un po’ “acciaccato” che è rimasto a riposarsi un po’, e ci siamo avviati lungo un sentierino indicatoci da un gestore del ristoro, che portava, attraverso un suggestivo ed emozionante ponte di tronchi, ad un punto molto bello di osservazione del fiume.

Ci siamo quindi fermati brevemente, indicando ai ragazzi alcuni esemplari della flora circostante ma anche la particolarità dei massi distribuiti lungo il torrente. Qualcuno, ignorando le raccomandazioni degli accompagnatori, ha anche voluto assaggiare l’acqua del fiume, che in effetti era molto invitante, ma è sempre bene essere molto prudenti perché l’acqua anche in montagna può essere causa di… mal di pancia di tutto rispetto!

E anche in questa breve camminata i mugugni degli aquilotti si sono fatti sentire… giungendo al limite della pazienza degli accompagnatori, che dopo pranzo hanno radunato la “truppa” per fare loro un bel discorsetto.

Ed ecco però che (con i ragazzi anche questo può succedere) questo momento di confronto si è trasformato in una bellissima occasione per parlarsi, durante il quale sono emersi aspetti “nascosti” dei nostri ragazzi che ci hanno riempito di orgoglio e, una volta tanto, ci ha fatto comprendere che forse il nostro impegno sta iniziando a mettere frutto.
Che emozione!

E poi, dopo la nostra chiacchierata, che bello vedere i ragazzi giocare ancora assieme, superando anche il timore di salire sulle rocce (che sembrava essersi manifestato il primo giorno, durante l’esercizio di calata con Alessandro), e poi chiamarci per osservare e fotografare un ranocchio o mostrarci le loro sculture con i sassi del torrente.
Dopo tanti “mugugni”, sembrava proprio avessero ritrovato l’entusiasmo!

E poi, durante il percorso di ritorno, è stato bello fermarsi ancora un attimo, per giocare tutti assieme al “telefono senza fili”, con tanta gioia e un ritrovato gusto di stare assieme e godere di ciò che di bello la natura ha da offrirci.

Ma la cosa più bella e commovente è stata vedere qualcuno andare in aiuto di un compagno più piccolo, con qualche difficoltà a continuare, prendendolo per mano ed incoraggiandolo a proseguire.
Perdonateci, lettori, non è retorica: è pura emozione. Che solo i ragazzi possono dare.

Questi momenti, infatti, fanno dimenticare e rendono ragione di giorni e giorni di fatica, e di tutte le preoccupazioni e i dubbi che, umanamente, ogni tanto ci assalgono facendoci chiedere se stiamo seguendo la strada giusta.

Sì, ragazzi, questa è proprio la strada giusta: e i nostri aquilotti ce lo stanno mostrando. Molto chiaramente.

Il disagio del viaggio di ritorno (con un trasbordo pullman-treno-pullman-treno perché la linea ferroviaria era interrotta e un incidente sulla superstrada aveva dirottato tutto il traffico sul lungolago), che ha messo a dura prova anche i ragazzi, i quali hanno però mostrato uno spirito di adattamento davvero encomiabile, è ora solo un vago ricordo, mentre nella nostra mente e nel nostro cuore rimangono impresse le emozioni vissute in due giorni… davvero indimenticabili.

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A distanza di qualche anno scrissi un commento a quel weekend, che riporto.

Il commento mio
“Ci sono dei momenti di grande felicità di cui i bambini sono i principali e inconsapevoli artefici.

Ci sono anche dei momenti in cui uno pensa di non essere mai riuscito a far sentire loro davvero quanto grande e quanto bella sia la Natura che ci circonda. E di non esserci riuscito soprattutto con i propri figli, e intanto il tempo passa e a volte quella sensazione è forte e spiacevole.

Quello che io ho sempre desiderato da loro è la prova che “sentissero” in una maniera speciale la grandezza di ciò che ci circonda: ciò che magari altri bambini non sono chiamati a fare.

In quei momenti sono triste perché penso anche che non ho nessun diritto di chiedere a nessuno di essere uguale a me e nello stesso tempo desidero con tutte le mie forze che loro siano meglio di me.

Le figlie: non camminavano ancora ed io le portavo sulle spalle per i sentieri; quando erano proprio piccole le portavo in uno zainetto che avevo davanti. Sotto il mento le sentivo respirare e desideravo tanto che loro, portate così nei boschi, sui prati e sotto le rocce, cominciassero a respirare anche l’atmosfera magica di un bosco che un papà voleva rivelare alle sue bambine.

La bellezza delle favole, l’incantesimo dei cartoni animati che tante volte li rapiscono davanti alla televisione e la magia di un racconto della mamma prima di addormentarsi sono dei modi per suggerir loro quanto può essere bella una vita se vissuta come una favola. Ma allora occorre essere capaci di meravigliarsi ogni volta, di fronte ad un mare, di fronte ad una montagna o ad un bosco. Di fronte ad un animale libero. E solo amando, ma amando veramente, ciò che li circonda capiscono che cosa le mamme e noi papà gli abbiamo dato quando li abbiamo messi al mondo.

A scuola impareranno a scrivere sempre meglio, le operazioni di matematica e le lingue straniere. Insegneranno loro tante altre cose, e assieme ai compagni prima o poi vivranno tutte le più belle esperienze della vita.
Al papà cosa rimane da insegnare? Cosa può mai insegnare un papà?

Se io fossi nato in questi anni, credo che vorrei diventare un astronauta e visitare i mondi dello spazio. Ci sono ancora tante cose che non ho visto da vicino, possano loro vederlo.

Sognate, bambini, sognate tanto. Liberate quei sogni che di certo sono dentro al vostro cuore, un po’ prigionieri.

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Il 16 ottobre 2004 il senatore Fausto Giovanelli, che avevo conosciuto a Concordia, mi invitò a una riunione enogastronomica che si sarebbe tenuta in uno stupendo casolare di sua proprietà nei pressi di Castelnuovo ne’ Monti, il grosso paese sotto alla Pietra di Bismantova. Torno sempre volentieri in quei posti e così accettai di buon grado. Mi presentai con Guya, Elena e Petra e fu una storica cena con una ventina di partecipanti.
Il giorno dopo decidemmo di andare in Bismantova. Giunti al piazzale, mentre Petra e Guya salivano in numerosa compagnia verso il “cacume” dantesco, con Fausto ed Elena ci avviammo alla volta della via Pincelli-Brianti.

Petra e Guya ci avrebbero aspettati sui prati di vetta, in corrispondenza all’uscita della via che qualcuno era in grado di identificare. Aperta nell’agosto 1940 da Olinto Pincelli e Walter Brianti, quell’itinerario è uno dei più classici di Bismantova, adatto soprattutto a chi non ha grande pratica di arrampicata. Parecchie sono le varianti che vi sono state apportate, ma io volevo seguire fedelmente l’itinerario originale, in modo da avere le difficoltà il più possibile contenute. Superata abbastanza agevolmente (arriva al IV+) la seconda lunghezza, una paretina giallastra che prosegue con un diedro levigato, mi sentivo assai più tranquillo sulle reali possibilità di arrivare tutti in cima. Anche la terza lunghezza, di un certo impegno (IV) fu superata senza problemi. Eravamo ormai sotto all’ultimo tiro, abbastanza impressionante per via di un tetto evidente che occorreva aggirare a destra in piena esposizione. Anche qui la relazione parlava di IV grado. Stavo per partire quando Fausto mi confidò che non si sentiva bene, che aveva la pancia in subbuglio. Non mi preoccupai più di tanto perché comunque era l’ultima lunghezza. Arrivai perciò al prato di vetta e andai ad assicurarmi a un robusto albero, attorno al quale erano già raccolte parecchie persone (tra le quali Guya e Petra). Ma non persi certo tempo nei saluti: recuperai velocemente le corde, facendo salire prima il senatore e poi Elena. Per una dozzina di metri circa la corda di Fausto si lasciò recuperare, ben tesa visto che sapevo che lui non stava bene. Ma un certo punto si arrestò e non c’era verso di smuoverla. Purtroppo anche ad urlare non ci si sentiva. Dopo una decina di minuti di ansietà e di tentativi inutili di far venire su le corde, decisi di fissarle e di scendere il prato assicurato con un prusik fino a che non raggiunsi l’orlo.

Lì finalmente sentii la voce flebile di Fausto che diceva d’essersi sentito male e che si stava riprendendo pian piano. Gli dissi di stare tranquillo che lo avremmo tirato su di peso. Tornai dal gruppetto attorno all’albero e spiegai che bisognava mettersi a tirare. Era inutile fare manovre complicate: mentre uno recuperava la corda di Elena, in quattro o cinque ci mettemmo a tirare violentemente l’altra corda. Forse in mezzo c’erano uno o due rinvii: non rimaneva che sperare che Fausto avesse la presenza di sganciarli. In effetti dopo un minuto comparve la pallida figura del senatore, seguito a ruota da mia figlia. Che, poverina, era avvolta da un pessimo odore e presentava evidenti tracce di una sostanza marroncina. Fausto aveva dovuto fermarsi e in qualche modo liberarsi: peccato che subito sotto ci fosse Elena. Non sapevamo se ridere o piangere, in effetti il povero Fausto sembrava più distrutto dalla vergogna che dal disagio fisico. Al rifugio riuscimmo a lavare sommariamente la povera Elenina, con un ricambio rimediato con i vestiti da lei usati il giorno prima.

Il giorno di Sant’Ambrogio (7 dicembre) ci fu l’infelice uscita arrampicatoria alla Falesia dei Cavalieri, nei pressi di Gravellona. Faceva freddo e la giornata era grigissima. Con Guya, Elena e Petra c’erano anche Luca Mozzati con le figlie Elena e Marta, abbastanza coetanee delle mie. Eppure riuscimmo anche ad arrampicare. Quando sembrava che tutti ne avessimo avuto abbastanza, e con il freddo che era aumentato di parecchio, Luca ebbe l’idea di andare a fare un salto sulla vicina Falesia della Balma, dove provammo un 6b con scarso successo. A quel punto Guya, che non aveva arrampicato ed era stata a tremare ferma e imbacuccata, era un pezzo di ghiaccio. Era urgente la discesa a un qualunque bar. Ne trovammo uno che sembrava gradevole: Luca insisteva per non entrare, ma alla fine lo costringemmo. Le sue figlie, assieme alle mie, con ancora le manine ghiacciate ordinarono una cioccolata calda: osservammo con tenerezza Elena e Marta raschiare con puntiglio e ripetutamente il fondo delle tazzine, fino ad eliminare la minima traccia di dolce marrone.
Poi Marta chiese: “Possiamo portare vie le bustine di zucchero?”.

L’ultima cosa notevole di quel dicembre fu un bel convegno, svoltosi a Lecco il 19, sul tema “Montagna e filosofia”. Potete leggere la mia relazione qui.

L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Riccardo Cassin, vide il confronto costruttivo tra Reinhold Messner e me con due filosofi di chiara fama come Luigi Zanzi, docente di Filosofia della Scienza all’Università statale di Milano, e Giulio Giorello, docente di Metodologia della ricerca storica all’Università di Pavia.

Iniziò Giulio Giorello con la sua relazione “La montagna incantata”; lo seguii con la mia “Montagna romantica”; “Un umanesimo montano” fu il tema di Luigi Zanzi; concluse Messner con “Un pensiero in cammino”. Seguì un dibattito con gli studenti, al quale intervennero pure Riccardo Cassin, Corrado Sinigaglia e Stefano Moriggi.

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Le meditazioni sullo scoglio ultima modifica: 2024-05-21T05:30:00+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Le meditazioni sullo scoglio”

  1. Che tempismo incredibile Alessandro (e che emozione nel  rileggere la lettera, grazie per averla pubblicata)!
    Pensa che dopo 20 anni passati a fare il ricercatore (e a percorrere in punta di piedi le valli alpine) tra una settimana prenderò la prima supplenza come insegnante alle medie!
    Ancora grazie per questo bellissimo Amarcord.

  2. Propongo di ribattezzare la Via Pincelli-Brianti: Via dell’Irrefrenabile Cacatoire Senatoriale. 
     
    Gli spiriti di Olinto Pincelli e Walter Brianti, da lassú, sorrideranno allo scherzo. 
     

  3. “Cassandra crossing” penso ti sia venuto in mente perché ci stavi camminando sotto, è una via di roccia che avevo aperto l’anno prima in quel luogo… 🙂 Cucchi in quel corso di aggiornamento pronunciò una cit. che divenne famosa tra noi della Valmasino: “un incubo! risvegliatemi da questo incubo!”. Penso sia dovuto al fatto che la Nord del Cassandra o la levataccia mattutina non gli andassero più a genio. 

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