Le pedule di arrampicata

Le pedule di arrampicata (GPM 049)
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 25, settembre 1976)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Uno dei fenomeni più curiosi dell’agire umano, è il ritornare sui passi compiuti, riportando alla luce in un ciclo di ricorrenze fatti e abitudini che parevano per sempre lasciati alle spalle. I più forti rocciatori degli anni ‘30/’40, arrampicavano calzando leggerissime pedule di tela o anche di pelle, la cui suola era in feltro, canapa o manchon. Certo l’aderenza sulla roccia non era come quella che la gomma assicura e la presa sugli appoggi minuti pressoché inesistente. Conseguenza diretta di tutto ciò fu la creazione di uno stile in arrampicata libera eccezionalmente spettacolare, basato su una serie di opposizioni armoniche e coordinate, richiedente notevole forza di dita e gran lavoro di braccia. Per un evidente gioco di forze contrastanti e di bilanciamenti successivi, i piedi dovevano essere portati molto in alto, arcuando il corpo all’infuori. Posti di piatto sulla roccia garantivano la progressione, per mezzo dell’opposizione ottenuta con la trazione delle braccia su appigli e fessure. Ancor oggi osservando le foto di Emilio Comici, vero e proprio maestro di questo stile straordinario, non possiamo non restare ammirati di fronte alla dimostrazione di eleganza, potenza e armonia di movimento. Ma dietro alla perfetta impostazione stilistica di Comici vi era certo una preparazione atletica non indifferente e uno sforzo notevole, che d’altronde non appare mai nella progressione dell’arrampicatore stilista. L’avvento del Vibram e della suola rigida, determinò una piccola rivoluzione nel modo d’arrampicare. Corpo eretto, abbastanza vicino alla parete, ginocchia semiflesse, articolazione del malleolo disciolta, peso del corpo distribuito quasi esclusivamente sui piedi, mani basse per garantire l’equilibrio, scarso l’impiego delle braccia in trazione.

Lo stile di Emilio Comici

Ricorso all’opposizione atletica solo in casi di reale necessità, mentre invece ricerca minuziosa dell’appoggio anche infimo (i famosi grattons) su cui posare il bordo anteriore della suola. Un sistema basato sul principio del massimo rendimento con il minimo sforzo, validissimo quindi nel corso di una salita in alta montagna con il sacco pesante in spalla. Certo si tratta di uno stile efficiente, ma assai poco aggressivo e felino. D’altronde non per tutti l’alpinismo si manifesta concretamente nella lotta e nella conquista di una vetta, lungo una salita da compiere nel minor tempo possibile.

Per altri, e sono molti ora tra i giovani, arrampicare è soprattutto un momento estetico, dove si dà grande importanza al come si sale e non tanto al dove si deve arrivare a ogni costo. Il gesto curato al massimo, la leggerezza, l’equilibrio, la sensazione di giocare sulla roccia, per molti valgono tanto quanto la sensazione di aver compiuto una grande impresa alpina. La scuola parigina, che ha in Fontainbleau il suo tempio, fu forse una delle prime a concepire l’arrampicata su roccia come gioco fine a se stesso. E fu proprio un parigino, il celebre Pierre Allain, a creare un tipo di calzatura in tela leggerissimo, che unificava le caratteristiche della pedula anni ‘30 e dello scarpone Vibram: leggerezza, bloccaggio perfetto del piede, suola molto flessibile realizzata in gomma assolutamente liscia, che garantisce un’aderenza eccezionale. Dalle iniziali del suo nome, nacque la P.A., una pedula estremamente versatile che in seguito avrà successo in tutto il mondo. Saranno poi gli arrampicatori inglesi e americani ad abbandonare quasi completamente la scarpa rigida, affidandosi alle pedule flessibili e lisce. Riusciranno a raggiungere in arrampicata libera limiti più che notevoli, sicuramente inavvicinabili con lo scarpone rigido e pesante, soprattutto nella tecnica di incastro in fessura e nel superamento di placche granitiche assolutamente levigate, da risalire solo in aderenza. Oggi i modelli che si sono affiancati alla P.A. sono numerosi, anche se in Italia questo genere di calzature suscita diffidenza e non è ancora molto accettato. Più che altro è un fattore psicologico, ossia si è ancora poco abituati a considerare l’arrampicata come divertimento fine a se stesso. Invece molte sono le pedule leggere che però conservano la tradizionale suola scolpita ed una certa rigidezza. Ritornando ai modelli, flessibili, la tecnica d’arrampicata non è poi così facile da apprendere come si vorrebbe far credere, per chi da anni è abituato ad arrampicare in Vibram e con suola rigida e quindi a ricercare il gratton. In pedule più che altro si arrampica a suola piatta posata sulla roccia, si esercita una pressione con la trazione delle braccia, quando è necessario caricare appoggi minuti si ricorre alla posizione laterale del piede, sfruttando il bordo esterno e interno della calzatura. Sovente in traversata si ricorre al passo incrociato e al movimento con il corpo che fiancheggia e non fronteggia la parete. Talvolta si ricorre anche all’appoggio di tallone. Ma una volta acquisita una certa dimestichezza, la sensazione di leggerezza e di «precisione» sull’appoggio, diviene straordinaria, tant’è che quando si ritorna allo scarpone, l’impressione è per lo meno disgustosa. Prenderemo in esame solo i modelli che personalmente abbiamo provato e sperimentato, elencandone pregi e difetti. Va ricordato che molti ormai arrampicano anche con normali scarpe da tennis o da preatletica, ma il risultato raggiunto quasi sempre è inferiore. Un’ultima considerazione importante, a scanso di equivoci: la pedula ha un campo d’attività molto limitato; il suo terreno di gioco è solo ed esclusivamente la roccia. Non tollera un sacco pesante in spalla. Se si desidera impiegarle durante una salita in quota, si rende necessario un secondo paio di calzature, a meno di ricorrere ad artifici personali e poco usuali, quali il foderamento delle medesime con stracci di lana o calzettoni appositamente costruiti (lavoro artigianale), a sua volta rivestiti da ghette per rendere possibile l’impiego dei ramponi, correndo i rischi e pericoli del caso.

N.B. Abbiamo preso in esame solo quei modelli sui quali ci sentiamo di esprimere un giudizio serio e sufficientemente valido. In futuro pensiamo di esaminare numerosi altri modelli sui quali oggi non possiamo esprimere alcun giudizio. I prezzi indicati sono suscettibili di variazioni.

Segue scheda (qui visibile in pdf e scaricabile).

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Le pedule di arrampicata ultima modifica: 2018-10-22T05:44:54+02:00 da GognaBlog

14 pensieri su “Le pedule di arrampicata”

  1. 14
    Fabio Bertoncelli says:

    Ricordo che, quando al CAI di Modena, intorno al 1977 o 1978, comparvero le prime pedule a suola liscia, il direttore del Corso Roccia le ribattezzò “le muoripresto”.

    Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti. Forse troppa.

  2. 13
    Giorgio V. Dal Piaz says:

    L’articolo e i commenti mi hanno risvegliato lontani ricordi, permettetemi di condividerli, anche se il mio cv alpinistico è di basso livello: ma è una storia di calzature. Ho iniziato nell’immediato dpoguerra con gli scarponi con le brocche di mia Mamma (avevano fatto la traversata del Cervino nel 1933), riprese per fare Presanella e Adamello. Poi sono passato a una specie di pantofola che male bloccava il piede (Campanil Basso). Poi comparvero le pedule  Abram che mi regalarono per il compleanno: una vera rivoluzione (seconda volta al Basso e altre salite in Brenta). Poi iniziai la tesi in Monte Rosa, con base all’Istituto Mosso al Col d’Olen, e rischiai un congelamento usando le Abram sulla cresta del Lyskamm orientale. Era necessario cambiare e per l’estate successiva passai ai Diemberger con collarino di gommetta rossa per impedire ingresso di neve o sassolini. Laureato, con i primi soldi di una borsa fui convinto da Cirin Frachey a comperare i nuovissimi Rebuffat, scamosciati (novità del tempo), più alti del consueto e soprattutto super rigidoni (non conoscevo il neologismo), con risultati  per me fantastici anche su piccoli appoggi in precedenza impraticabili (traversata Piccole Muraglie, Cervino, Roccia Nera e altro). Si consumarono in fretta (come cartografo sono abitualmente un fuori-sentiero, obbligato a salire le ciaplere per raggiungere la base delle pareti e vedere di che roccia sono fatte), li risuolai e poi passai ad altri rigidoni (in media un paio ogni due anni), per approdare in fine ai più morbidi Maindl. Se questo breve ricordo delle mie scarpe (poco nobili) non interessa o è ritenuto fuori tema, prego Alessandro di tagliarlo: nostalgie di un vecchio che per 60 anni ha avuto la fortuna di continuare ad andare in montagna per lavoro (bastard dicevano affettuosamente alcuni amici della Gerva quando raccontavo dove sarei andato per il mio lavoro (stipendiato).

  3. 12
    Matteo says:

    Le Tampico, che scarpe…le ho anche usate con i ramponi, quando c’era un’oretta al massimo su ghiaccio.

    Certo che si andava via belli leggeri, però!

  4. 11
    Luciano says:

    Ho cominciato ad arrampicare sul finire degli anni ‘70 con scarponi e pedule rigide. Quando mi scrissi alla scuola di roccia al Cai Ligure ci dissero che nelle uscite si dovevano usare gli scarponi (neanche le pedule leggere ma rigidissime de La Sportiva) perché poi in montagna con quello ci si andava.  Passai dopo alle Superga, alle Adidas Tampico ecc. Ho ancora le EB e le Berhault della San Marco. Non fu solo un passaggio di moda, fu anche in qualche modo generazionale: “Per nostalgia lo rifaremmo in piedi…” (F. Gucci i)

  5. 10
    Carlo Crovella says:

    Ovvio che oggi, a distanza di 35 anni (forse anche di piu’), esistono scarpette moooolto piu’ performanti delle EB!

    Intendo dire che il salto iperbolico che abbiamo vissuto noi, venendo dai rigidones e passando alle EB (o PA), non l’ ha più vissuto nessuno dopo. Dopo ci sono stati dei miglioramenti progressivi (fino ai nostri giorni), ma non piu’ dei veri salti, delle vere rivoluzioni.

    Nella mia combriccola di roccia c’erano i fan delle PA e quelli delle EB. Discussioni veementi, specie in piola a fine via davanti a pintoni di rosso e panini con le aggiughe al verde.

    Io le ho usare tutte e due, ma chissà perché mi sono rimaste nella memoria le EB.

  6. 9
    Alberto Benassi says:

    secondo me la scarpa conta . Ma conta molto di più il piede che ci sta dentro e la testa che ci sta sopra.

    Detto questo, alla fine bisogna dire che:   “il piede sta dove la mano tiene” anche perchè c’è gente che con i rigidonese fa il 7b.

     

  7. 8
    paolo panz says:

    Secondo me stiamo parlando di un particolare sviluppo tecnologico nel materiale alpinistico e l’oscillazione fra le scelte diventa sempre più ampia, ma la possibilità di scelta è importantissima per le prestazioni nei vari terreni e nelle varie condizioni atmosferiche.

    Io non saprei scegliere a priori fra scarpetta con tomaia molle o di sostegno, dipende dal tipo di roccia, dalla quantità di tiri, dalla stagione, dalla difficoltà e dal tipo della scalata… ho varie scarpette e passo periodi a scalare in un modo e altri in un altro su roccia diversa: molto “culturale” 🙂

  8. 7
    Alberto Benassi says:

    le scarpette che usa Comici nella foto riportata nell’articolo non avevano una suola di feltro, canapa o manchon ma invece in un materiale di gomma simile a quello usato dalla Sportiva nelle sue prime scarpette.

    Questo vuol dire che già ai tempi di Comici erano avanti anni luce. Poi anche nell’arrampicata è arrivato il medioevo con i rigidones.

    Pensando di fondere in un corpo solo tutte le caratteristiche e le necessità di una scarpa (avvicinamento, arrampicata e ritorno)  , si è andati indietro.

     

    Quando Renato al Procinto negli anni 80 arrampicava con le Superga. C’erano i classici armati di super scarponi, che gli prevedevano sciagure a causa di quelle scarpe, a detta loro, molto pericolose…Non vedevano il futuro davanti ai loro occhi.

     

  9. 6

    Ti credo, infatti la La Sportiva prima delle Mariacher (1983?) faceva le peggiori scarpe che c’erano sul mercato. Il paragone cronologico con i tempi di Comici ci sta proprio.

  10. 5
    Andrea says:

    Solo una precisazione: le scarpette che usa Comici nella foto riportata nell’articolo non avevano una suola di feltro, canapa o manchon ma invece in un materiale di gomma simile a quello usato dalla Sportiva nelle sue prime scarpette. Erano e sono tutt’ora un gioiellino, considerata l’epoca in cui sono state confezionate.

    Lo dico perché le ho avute in mano tante volte, facenti parte dell’archivio materiali di Comici presso il GARS- SAG di Trieste.

  11. 4
    Alberto Benassi says:

    Mai più trovate altre scarpette così ottimali per l’arrampicata…

    insomma …?

    A suo tempo sono state delle buone scarpe, ma oggi c’è di molto di meglio.

    Con le EB nel 1985 feci le mie prime 2 vie in Brenta: Aste al Basso e via delle Guide al Crozzon.

    Prima dell’arrivo  queste, ricordo Renato Tommasi figlio dei gestori del rifugio Forte dei Marmi sotto il monte Procinto in Apuane, che  scorrazzava sulle vie del Procinto con le Superga.

    le usavo con dei calzettoni sempre rossi

    Paolo qui…devisamente caiano..!

  12. 3

    Carloooooo, le EB supergratton erano ottime quando c’erano praticamente solo loro. Ho avuto le PA e sembravano degli scarponi da sci!
    Analoga sensazione puoi averla oggi se le prendi in mano.

    Si arrivava dallo scarpone rigido e quindi andava bene tutto quello che permettesse di flettere la suola per fare aderenza. Infatti si usavano le Superga risuolate con l’Aerlite, le Adidas Tampico o le Mecap. Chi si ricorda?

    Oggi le scarpette da arrampicata sono un altro attrezzo che addirittura migliora le prestazioni del piede scalzo, che non è poco.

    L’ultima: l’allora direttore della Scuola di Alpinismo B.Figari del Cai Sez. Ligure di cui facevo parte, Vittorio Pescia (personaggio più unico che raro a cui volevo molto bene anche per la sua schiettezza) chiamava le scarpette, quando erano uscite, scarpe da BULICCIU.

    Visto che è genovese anche lui, fatevelo tradurre da Gogna. Ciao

  13. 2
    paolo panzeri says:

    Su e giù di qua e di là, per tanti anni e le usavo con dei calzettoni sempre rossi leggeri … ora mi sembrano scarpette arcaiche e ridicole … ho provato a risuolarle e indossarle ancora, mah, direi incredibile !!!
    Ora ci sono scarpette specializzate per ogni tipo di roccia e ogni stile di arrampicata.

  14. 1
    Carlo Crovella says:

    Ah le mitice EB grigie e blu!

    Mai più trovate altre scarpette così ottimali per l’arrampicata…

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