Le piccole porte del cielo

Metadiario – 190 – Le piccole porte del cielo (AG 1994-018)
(scritto nel 1995 e 2019)

Il settembre 1994 fu caratterizzato dalla fine dei lavori nella “casetta” di via Scarpa e quindi dal trasloco da corso Vercelli 8. Nonna Marisa ed io volevamo a tutti i costi far trovare a Bibi una casa perfetta, che dunque continuava in maternità il suo soggiorno a Levanto. I primi tempi, a dispetto della perfezione dei lavori, non furono affatto semplici perché la povera Elena, dopo un primo mese di totale tranquillità, si era messa a piangere tutte le notti per dolori al pancino, costringendoci a un riposo continuamente interrotto. Si placava solo verso le sette di mattina, quando si svegliava Petra… Nonostante visite pediatriche e cure, la cosa continuò almeno fino a novembre. Eravamo quasi alla disperazione quando per fortuna i mali cessarono e finalmente potemmo riprendere a dormire.

Monte Campo dei Fiori (VA), 9 ottobre 1994. Da sinistra, Bibi con Elena, Petra, Fausto Sforza e Fabrizio Sforza.

Sul fronte lavorativo capitavano cose discretamente interessanti. Montana aveva organizzato nella primavera 1994 (con lavoro di mesi) un mastodontico convegno ambientale in Val Camònica: ne era uscita l’ambiziosa pubblicazione Men and Mountain. Purtroppo i miei rapporti con la Cassin avevano subito un deterioramento. Contrariamente alla mia consolidata abitudine di non litigare mai con nessuno, quella volta mi rivolsi all’avvocato Bufano e riuscii a vincere la causa. Stranamente, dopo un po’ di anni di gelo, i rapporti con Tono Cassin e gli altri familiari ripresero. Con la rivista Alp si era ingranata una buona marcia: si era pensato con la redazione di fare un grande servizio sulle Dolomiti di Val d’Ega. Era giusto la stagione dei colori autunnali, così in fretta e furia ci accordammo con l’APT di Nuova Levante per avere ospitalità per qualche giorno. La sera del 25 ottobre arrivammo in valle accolti da una gentilissima e assai carina direttrice dell’ufficio del turismo. Con Birgit Kerl ci fu affiatamento immediato e in breve avevamo fatto un programma di massima per i giorni dopo.

Ingrid Robatscher e Alessandro Gogna in Val Ciamin, 26 ottobre 1994

L’idea era di documentare un certo numero di proposte per conoscere più da vicino i due gruppi del Catinac­cio e del Latemàr. Questi, avvicinandoli dall’alta Val d’Ega e dalla Valle di Tires, offrono grandi possibilità di azione, dai frequen­tati e sicuri sentieri alle escursioni in ambienti solitari e selvaggi, dalle passeggiate in foreste secolari ai panorami nel bel mezzo dei regni verticali.

Il 26 ottobre però Birgit non poteva accompagnarci: le avevamo espressamente chiesto una presenza femminile per le nostre fotografie, dunque lei ci presentò Ingrid Robatscher, altra simpatica e solare sud-tirolese. Con questa salimmo verso la Tschamintal (Valle di Ciamìn) e ci fermammo per alcune bellissime immagini alla malga Rechter Leger 1603 m, in posizione davvero strategica nel cuore del meno conosciuto Catinaccio settentrionale.

La sommità dell’Hammerwand

Il giorno dopo, ma qui assieme a Ingrid c’era anche Birgit, salimmo al Nigglberg (Monte San Nicola) 2164 m: una gita di quasi mille metri di dislivello che non si deve in alcun modo perdere. La prima parte si svolge per pascoli e boschi, la seconda sale un ripido pendio fino a raggiungere la Cresta del Maglio, enorme crinale che divide lo Sciliar a nord dalla Valle di Tires a sud. Il Monte Nicola è uno dei punti panoramici più belli. Partimmo dal Garni Valbon 1200 m seguendo una strada sterrata verso ovest-sud-ovest e raggiungendo Wuhnleger 1402 m, una splendida radura con laghetto e malga, in vista del Catinaccio. Pro­seguimmo nel bellissimo bosco più ripidamente fino al rifugio Mon­te Cavone 1737 m. Proseguimmo verso est-nord-est più o meno in piano fino ad una sellet­ta sotto un grande salto roccioso. Aggirato questo un po’ a destra salimmo un pendio ripido in mezzo a un bosco rado con mughi fino a raggiungere il crinale. Facemmo prima una breve deviazione a sinistra per la vetta della Croda del Maglio (Hammerwand) 2128 m, con grande panorama sulla Valle d’Isarco. Poi raggiungemmo la vetta tra i mughi del Nigglberg.
La sera grande cena in locale tipico in compagnia delle nostre due nuove amiche. Molto piacevole. Purtroppo le previsioni non erano il massimo, ma ugualmente il mattino del 28 ottobre partimmo tutti e quattro alla volta dei boschi che sono alla base del Latemàr. Nella notte aveva nevicato. Dai Prati del Latemàr (Latemàrwiesen), raggiunti dal Passo di Costalunga, seguimmo un indimenticabile percorso in mezzo a grandi massi per raggiungere la zona delle grandi frane. Proseguimmo più o meno in piano verso ovest in ambiente solitario e suggestivo fino al baitello di Mitterleger (Radura di Mezzo) 1839 m. Volevamo proseguire, ma la faticosa marcia nella neve ce lo sconsigliò.
Nel pomeriggio decidemmo di tornare a Milano, date le previsioni ancora pessime. Marco tornò ancora a fare escursioni con Birgit e Ingrid per concludere il lavoro.

Di ritorno da Mitterleger (Latemàr), 28 ottobre 1994. Da sinistra, Marco Milani, Birgit Kerl e Ingrid Robatscher.
Sosta tra i massi sotto al Latemàr, 28 ottobre 1994. Da sinistra, Ingrid Robatscher, Birgit Kerl e Alessandro Gogna
Di ritorno da Mitterleger (Latemàr), 28 ottobre 1994.
Alpe Mera (Valsesia), 31 ottobre 1994. Da sinistra, in piedi: Patrizia Lattuada, Bibi con Elena, Giovanna Massola, Mariolina Garraffo, Simone Ferrari: da sinistra, in primo piano: Pierandrea Lattuada, Pietro Giusto, Paolo Giusto, Petra, Flavio Lattuada, Tommy Ferrari.
Petra ed Elena, dicembre 1994
Gita al Monte San Genesio (LC), 13 novembre 1994. Da sinistra, Bibi con Elena, Petra, Alessandro Gogna, Giulia Castelli. Foto: Mario Verin.

Il Lago di Ginevra
Quando fra i 15.000 e i 10.000 anni or sono il clima terrestre subì un brusco innalzamento di temperatura, i grandi ghiacciai che coprivano buona parte delle Alpi iniziarono a ritirarsi. In termini geologici non impiegarono molti anni, circa 3.000, per raggiungere le estensioni degli ultimi secoli. Vennero così alla luce grandi avvallamenti, in gran parte di origine tettonica ma allargati e approfonditi dall’azione erosiva delle acque e dei grandi ghiacciai che li avevano ricoperti. Tali depressioni furo­no il naturale punto di raccolta dei fiumi alpini; si crearono così i grandi laghi subalpini posti al piede dei primissimi rilievi sia a nord che a sud della catena: quindi anche il Lago di Ginevra, caratteristico per una forma ricurva, quasi a banana. Le sue sponde furono colonizzate dall’uomo e alcuni villaggi pala­fitticoli sorsero sulle rive del lago. I romani, per la mitezza del clima lacustre, qui fondarono Nyon (già allora una sorta di tranquillo avamposto-ospizio per anziani, perché Cesare vi di­slocò alcune compagnie di veterani). Lo stesso clima mite permise la coltivazione della vite di cui ricor­diamo le coltivazioni di Lavaux estese per più di 20 km lungo le rive da Pully a Mon­treaux. Per concludere, una nota: Lémano è l’altro nome del lago. Meglio non dimenticarlo, specie se si è sulla sponda del cantone Vaud, magari a Lo­sanna; loro preferiscono Lémano poiché dicono: “il la­go non è proprietà esclu­siva di Ginevra, è anche nostro”.

La vetta del Château d’Oche. Sullo sfondo le cime delle Alpi del Vaud e dell’Oberland Bernese. Prealpi di Savoia, Francia. Foto: Marco Milani.

Dent d’Oche
È l’umidissima domenica mattina del 20 novembre 1994 quando Marco Milani ed io ci svegliamo a poca distanza da Bernex, dopo aver passato una buona notte a dormire in furgone. In programma abbiamo la salita dello Château d’Oche, una cima gemella della Dent d’Oche: su quest’ultima Marco era stato poche settimane prima.

Le previsioni meteo danno per oggi tempo sereno in montagna, ma nebbia sul lago. E infatti qui siamo al limite della coltre: in mattinata si abbasserà di quota e si stabilirà attorno agli 800 metri.

Dopo una frugale colazione ci portiamo a La Fétiuère: qui il cie­lo è ormai chiaro sopra di noi, ma l’umido della mattina ci mette fretta. Vorremmo infatti salire al più presto e abbandonare ogni spiacevole sensazione.

Altri stanno arrivando, alla spicciolata, ogni auto per sé. Scen­dono quieti, calzano gli scarponi, un’ultima sistemata allo zaino magari fatto la sera prima, e via. Bonjour, bonjour. Un gruppetto sosta più degli altri, maneggiano corde e caschi.

Questi piccoli fatti ci ricordano la nostra Grignetta, una monta­gna della stessa altezza, la più vicina alla nostra città. Nelle domeniche di primavera la Grignetta è presa d’assalto, perché è veramente la montagna “fuori porta”.

Qui, nella regione dello Chablais, le città più vicine sono Tho­non-les-Bains ed Evian-les-Bains. Ma anche Ginevra non è distan­te, mentre Losanna è dalla parte opposta del grandissimo lago. Perciò anche qui, alla domenica, i gitanti sono numerosissimi e la salita alla Dent d’Oche è una classica escursione d’inizio o di fine stagione. Lo testimonia la lucidità del sentiero, con calcari lisci e lucenti come vecchie acquasantiere.

Soltanto nei luoghi di pellegrinaggio, nelle salite a certi san­tuari troviamo gradini così levigati e consunti; e infatti sono proprio queste salite che sostituiscono le ascese purificatorie di un tempo.

L’atto dell’elevazione fisica è sempre stato presso tutte le ci­viltà utile e meritorio. Utile perché la salita favorisce una pu­rificazione non solo fisica, ma anche morale. Meritorio perché faticoso, quindi espiatorio di qualche colpa. Nel qua­dro generale di queste credenze o, meglio, di queste necessità di fede, i luo­ghi alti sono lo spazio dove si consumano le nozze tra terra e cielo, quindi tra gli uomini e i loro dei. Sono perciò le porte tramite le quali si accede al cielo. So­no ingressi sufficiente­mente grandi perché l’uomo possa riconoscerli e servir­sene, ma abbastanza piccoli se paragonati all’immensità della volta celeste.

Dai pressi della vetta del Château d’Oche, lo spazio si allarga sul lago di Ginevra (Lac Leman) sotto il mare di nebbia, sul villaggio di Novel e sul Grammont. Sullo sfondo le cime delle Alpi del Vaud e dell’Oberland Bernese. Prealpi di Savoia, Francia. Foto: Marco Milani.

Oggi nessuno ammetterebbe di salire le montagne perché sente il dovere di espiare e di purificarsi dalle proprie colpe. Tutti so­stengono di perseguire il proprio benessere fisico e tanto più l’escursione è facile e condivisa con altri, tanto sembra più ve­ro l’abbandono delle vecchie esigenze.

E invece, dimenticati gli stregoni, i sacerdoti e gli eroi che garantivano il contatto dell’umanità con l’universo, la gente co­mune oggi sale le montagne per compiere da sola il rito che una volta demandava agli iniziati. Ad ascensione compiuta, a vetta raggiunta, la montagna lascia esplodere nel nostro inconscio tut­ta la sua potenza creatrice, quindi è come se noi stessi rivives­simo, per un istante, l’avvenimento magico e misterioso della creazione. E l’ascensione è la via, faticosa, perigliosa, è la preparazione a quell’istante. Le montagne sono porte, oppure pon­ti: l’azione dell’ascendere è ritualmente purificatoria, così co­me l’immersione nel mare per traversare la “grande acqua”.

Pensare questo genere di cose, ed esserne convinto, fa camminare con me la visione che ho di questa piccola montagna. Attorno a noi, così presto, non sono moltissimi quelli che salgono e chissà se badano ai loro pensieri. Ci sono i solitari racchiusi nel loro mondo, gli sportivi in calzoni corti che corrono perché hanno più freddo e sono più leggeri. Per tutti costoro, in alto, è in attesa uno stambecco, che li vedrà avvicinarsi, li guarderà con quello sguardo anziano e bambino al tempo stesso e giudicherà se sono degni di passare attraverso le piccole porte del cielo.

Ma non dirà loro niente, per non influenzare la libertà di capire o non capire quello che stanno facendo.

Anche noi incontriamo il nostro stambecco, un esemplare maschio, con corna arcuate e ricche di pesanti anelli. Marco lo vede per primo e mi fa cenno di star zitto e di avvicinarmi piano. Ora l’animale è dietro a una costola, saremo a circa 150 metri dalla vetta. Propongo di preparare subito teleobiettivo, macchina e ca­valletto in modo da poter fermare il suo sguardo nell’attimo prima che decida di allontanarsi. Febbrili sono i preparativi, ma inutili. L’animale non si lascia avvicinare più di tanto, non si concede. Lo spingiamo sulla cresta, io da destra, Marco da sotto. Ma non c’è mai un momento buono, quello dell’incontro tra lui e lo sfondo. Ci guarda, ci guarda interlocutorio, ci sorprende con la sua indifferenza.

In cima allo Château d’Oche ci si apre lo spazio. Il mare di neb­bia copre il Lago di Ginevra, uniforme, come un mare appena agi­tato dal vento. Oltre, la catena dei Giura svanisce a nord len­tamente, verso la Germania. A oriente, le montagne del Vallese e pure quelle dell’Oberland Bernese. A sud, invischiato nella fo­schia del controsole, il Monte Bianco e i suoi satelliti.

In vetta lavoriamo, poi ci riposiamo mangiando qualcosa. Decidia­mo di attendere il tramonto che si preannuncia radioso. Al momen­to in cui il sole va a ca­larsi al di sotto dell’orizzonte, le montagne si dipingono di rosso e le nuvole dell’orizzonte opposto acquistano colorazioni bluastre.

Alessandro Gogna in vetta alla Dent d’Oche, Prealpi di Savoia, 20 novembre 1994. Foto: Marco Milani.

Abbiamo terminato. È ora di estrarre le pile frontali e scendere in valle. Come sempre c’è la piccola paura di non poter ripassare indietro per la piccola porta del cielo. C’è la vaga paura, un’ansia lieve, che la porta rimanga chiusa, co­me se dovessimo per sempre rimanere qui, il posto che così a lungo e tante volte abbiamo cercato. Perché mai ora abbiamo paura di non potercene allon­tanare?

Sentiamo l’odore, la scia delle centinaia di migliaia che ci han­no preceduto: quelli che se ne sono andati prima, quelli che han­no avuto paura prima. Sotto, l’alpeggio abbandonato non si di­stingue più, forse d’estate almeno una vaga luce la si può vede­re. Forse d’estate non c’è il mare di nebbia che cela le luci del grande lago, del mondo delle acque minerali, delle vacanze seni­li, dell’ordine e della tranquillità.

Poco più in basso, a discesa iniziata, a grandi falcate nella notte seguiamo il percorso a ritroso del pendolo delle nostre in­chieste. Qui la montagna è felice, non è abbandonata. Anche gli impianti meccanici che salgono al sentiero del Balcon du Léman si perdono nella quiete della notte. È tutto così rassicurante.

Siccome non eravamo del tutto soddisfatti del capitolo dei Grandi Spazi delle Alpi relativo al Fer à Cheval, il giorno dopo 21 novembre salimmo al refuge Grenairon 1950 m, e poi ancora più sopra fino a 2070 m, senza però riuscire a migliorare di molto la qualità delle foto che avevamo già. Alla sera saliamo alla Chartreuse du Reposoir, ancora per fare foto migliori di quelle in nostro possesso: lì ci capitò il buffo episodio già raccontato in Metadiario-178 (I fantasmi delle cime). Il 22 novembre salimmo alla vetta del Prarion, al cospetto del Monte Bianco.

Uno dei compiti che continuavo a rimandare per mille ragioni era quello di scrivere i testi per il volume 2 dei Grandi Spazi delle Alpi (che comunque sarebbe stato il primo ad uscire). Mi ridussi a portare un bel po’ di biblioteca a Levanto e quindi a scrivere nelle vacanze di Natale. Però trovai ugualmente il modo di fare qualche breve escursione.

29 novembre 1994. Petra festeggia all’asilo i suoi tre anni.
Milano: Elena in braccio al papà, dicembre 1994
Levanto: Elena in braccio al papà, gennaio 1995
Le piccole porte del cielo ultima modifica: 2019-03-21T05:37:36+01:00 da GognaBlog

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1 commento su “Le piccole porte del cielo”

  1. Grazie, Alessandro, per lasciare misteriosamente e coraggiosamente aperta la porta sulla tua vita.

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