Le ragioni inascoltate del popolo di Genova, 20 anni dopo

G8 Genova 2001. La peggiore ingiustizia perpetrata sul movimento NoGlobal è stata ignorare i temi politici che legittimamente sollevava.

Le ragioni inascoltate del popolo di Genova, 20 anni dopo
di Angela Mauro
pubblicato su huffingtonpost.it il 6 luglio 2021)

Negli ultimi 40 anni, la quota del surplus di reddito andata all’1 per cento più ricco della popolazione è oltre il doppio rispetto a quella fluita alla metà più povera della popolazione globale. Negli ultimi 25 anni, lo stesso 1 per cento più ricco ha bruciato il doppio di carbone rispetto al 50 per cento più povero, acuendo l’attuale crisi climatica e ambientale”. Così il rapporto Oxfam, edizione 2021. A vent’anni dal G8 di Genova, culmine del movimento noglobal nato a Seattle nel 1999, le cifre sulle disuguaglianze sociali e sullo sfruttamento del pianeta non sono cambiate. Semmai sono peggiorate. La peggiore ingiustizia perpetrata sulla ‘generazione Genova 2001’ è stata quella di non ascoltarla. Il peggior danno che quella generazione ha combinato è stato quello di non riuscire a darsi una forma organizzativa dopo Genova, dopo la ‘macelleria messicana’ alla Diaz, le torture a Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani, la repressione in piazza, le devastazioni dei black bloc. Francamente, non era semplice. E poi ci fu l’11 settembre che spazzò via quasi tutto.

G8, Genova, 2001. Foto: ANSA.

Ma dal punto di vista politico, c’è tanto da dire, se vent’anni dopo siamo ancora a discutere dell’1 per cento più ricco contro il 99 per cento più povero della popolazione. Quasi fosse una novità magari portata dalla pandemia, che, come si sa, ha solo esaltato i problemi rimasti irrisolti prima. Grazie al movimento noglobal queste percentuali sono inquadrate, finite nei media, diventate materia di discussione e di nuovo di protesta con ‘Occupy Wall Street’ nel 2011, ondata figlia dello stesso vento di Genova dieci anni dopo. Voleva denunciare gli abusi del capitalismo finanziario, dopo il crollo di Lehman Brothers e la crisi che seguì. Non gli è andata meglio in termini di ascolto ottenuto, ma c’è da dire che anche da ‘Occupy’ è nato il ‘Black lives matter’: fondato sulla rivendicazione anti-razzista e contro gli abusi delle forze dell’ordine negli Usa, è il movimento che ha contribuito all’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca. Mica frottole. 

Manifestazione (con la mano dipinta di bianco) a favore dell’immigrazione. Genova, 19 luglio 2001. Foto: Sean Gallup/Getty Images

Ma il movimento di Genova inglobava tutto. Non era selettivo, non si fermava ad una sola rivendicazione. Aveva la forza della massa, dagli anarchici ai cattolici, per prendere i due estremi. E si era messo in testa di offrire non solo una panoramica di critica alla globalizzazione allora nascente, ma l’approfondimento per ogni tema. Senza social. All’epoca esisteva solo Indymedia, che i ventenni di oggi forse nemmeno conoscono, era un embrione di comunità social autogestita: insomma senza Mark Zuckerberg che poi sui social ha costruito il ‘suo’ impero contribuendo a seminare disuguaglianze anche nel mondo del web. Genova invece tentò la via collettiva, miracolo composito di migliaia di reti e associazioni, ognuna con una propria specializzazione in modo da poter scandagliare il fondale delle disparità, dei torti fatti al pianeta e alle comunità del sud del mondo, del rapporto squilibrato tra mondo della finanza e politica, multinazionali e governi pur fondati sulla democrazia, Big Pharma e istituzioni pubbliche. Furono portati alla luce ‘rapporti’ ben dettagliati su ciò che non va in questo mondo, tanto veritieri da risultare attuali ancora oggi, purtroppo.

C’erano la rete internazionale di Attac e la campagna Sbilanciamoci sui temi della spesa pubblica e delle alternative di politica economica. Greenpeace e le altre reti ambientaliste in un intreccio che coniugava sempre i temi dell’ecologia con l’uguaglianza sociale e il no allo sfruttamento del sud del mondo, alla deforestazione, la pesca e gli allevamenti intensivi. Finanche i rapporti con Big Pharma erano inquadrati, sulla scia delle rivendicazioni di Nelson Mandela sui farmaci contro l’Aids nel suo Sud Africa. Forse la questione di genere, pur presente, fu l’unica a non ‘sfondare’. Il processo decisionale nel movimento era spesso maschile: ecco, questa è certamente una rivendicazione esplosa col ‘Me too’ negli Usa, non a Genova vent’anni fa. 

Circa 25.000 sono stati i dimostranti di quel 19 luglio 2001. Foto: EPA/Anja Niedringhaus.

“Ma c’erano i black bloc, che hanno sfasciato tutto”, è il commento più in voga quando si parla di Genova. Ero lì, come tanti altri cronisti. Sostenere che le devastazioni di banche, auto e quant’altro abbiano avuto il potere di fermare il discorso pubblico per vent’anni e seppellire le rivendicazioni del 2001 è francamente esagerato e fuorviante. Si guardi ai giovanissimi di ‘Fridays for future’: giganti che sono riusciti a portare l’ambientalismo nel dibattito mediatico, politico e tra i giovani senza sfasciare le vetrine. Eppure anche loro non stanno raccogliendo tanti risultati: il ritmo di lotta ai cambiamenti climatici deciso dai governi e dalle organizzazioni internazionali è ancora troppo lento, sostiene Greta Thunberg.

No, anche senza i black bloc, i contenuti di Genova si sarebbero dispersi. La storia non si fa con i ‘se’, certo, ma dopo quel luglio del 2001 troppi fattori sono intervenuti a intimare l’alt. Ci furono le inchieste giudiziarie, che portarono molti inviati a rimanere a Genova, dopo quel 19-20-21 luglio di manifestazioni, per seguire il resto in tribunale (io ero tra quelli, inviata per l’Apbiscom diretta da Lucia Annunziata). Il filone di indagine sulla morte di Carlo Giuliani, la repressione in piazza e alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto, mille rivoli di inchieste da tenere occupati i pm della procura di Genova per anni, mille risvolti dell’orrore che riempirono giornali e media vari in un racconto che servì da denuncia, ma che alla fine non diede vita ad una commissione parlamentare d’inchiesta sul G8 di Genova: dopo un’altalena di discussioni nella maggioranza del governo Prodi nato nel 2006, l’Idv di Antonio Di Pietro e l’Udeur di Clemente Mastella votarono no con l’opposizione a fine 2007, pochi mesi prima della caduta dell’ultimo esecutivo guidato dal professore. 

G8, Genova, 2001. Foto: ANSA.

Anche questo fu altro stop carico di delusione per la generazione Genova, che nel frattempo, con le manifestazioni contro la guerra in Afghanistan e Iraq, i contro-vertici di Salonicco, Evian, Cancun, Copenhagen, i forum sociali di Porto Alegre, Firenze, Parigi, aveva tentato di non annegare nello ’tsunami’ più grande di tutti: l’11 settembre, il volo sulle Torri Gemelle che ha voltato pagina alla storia, drasticamente. Nuovo capitolo, Jihad e fondamentalismo islamico, lotta al terrorismo, militarizzazione ovunque. Solo la pandemia ha portato un messaggio mediatico di maggiore successo e ci son voluti vent’anni.

La pena più grande è che è finita spazzata via la speranza. Sì, la speranza di un mondo migliore, affermazione certamente naif, slogan dell’epoca non per questo meno naif. Ma dal punto di vista sociologico e politico, si può certamente dire che quello di Genova è stato l’ultimo movimento animato dalla speranza di riuscire a costruire un’alternativa di sistema, mosso da una passione positiva verso il futuro. Dopo, sono arrivate le delusioni, la risacca. In Italia è nato il Movimento Cinquestelle, che pure ha alcune e lontane radici a Genova (per la vena ambientalista), ma è roba ben diversa, più di rancore che fiducia nel prossimo, la rabbia del ‘vaffa’ invece che la solidarietà, più furia e vendetta giustizialista che passione positiva per costruire un ‘altro mondo possibile’.

A Genova c’erano gli ultimi che ci credevano, diciamo così. Non riuscirono a darsi una forma organizzativa, perché l’idea di verticalità non era un’opzione e quella collettiva era complicata. Con la Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti il rapporto si sfilacciò forse già prima della nascita del governo Prodi nel 2006: il partito non volle sciogliersi nel movimento. Si ripiegò nella candidatura di alcuni punti di riferimento no-global, uno dei portavoce, Francesco Caruso, i leader dei Giovani Comunisti Nicola Fratoianni e Giuseppe De Cristofaro, ora entrambi ancora in Parlamento per Sinistra Italiana. Una risposta molto molto parziale.

G8, Genova, 2001. Foto: ANSA.

Dopo vent’anni, un’intera generazione conserva ricordi di gioventù a Genova, che pure non era movimento solo giovanile: c’era eterogeneità persino nell’età anagrafica. Forse si voleva tutto, troppo. Dopo vent’anni, tanti interrogativi restano aperti. Ma c’è una certezza, amara: i messaggi di Genova si sono imposti nel mainstream, sono diventati quasi senso comune, senza gli opportuni provvedimenti e forse con sempre maggiore assuefazione pubblica man mano che passa il tempo. Nel mainstream, eppure ‘randagi’, ‘un po’ randagi ci sentiamo noi’, canta Paolo Conte in ‘Genova per noi’. Appunto. 

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Le ragioni inascoltate del popolo di Genova, 20 anni dopo ultima modifica: 2021-10-24T04:37:00+02:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Le ragioni inascoltate del popolo di Genova, 20 anni dopo”

  1. 12
    Matteo says:

    Caro Marco, ammetto di aver sbagliato scrivendo la teoria della curva dell’elefante, in quanto la “curva dell’elefante” rappresenta la realtà; un fatto, non una teoria.
    Altra questione è l’interpretazione della curva, cioé la redistribuzione: quella è una teoria, o meglio, un uso fraudolento dei termini per far apparire vera la propria tesi.
    Non ho nessun bisogno di portare dati affidabili per dimostrare alcunché, mi bastano quelli sottesi alla curva dell’elefante. 
     
    Mi spiego meglio. 
    Se moltiplichi ogni percentile dell’asse x per il valore medio di reddito di quel percentile e quindi moltiplichi per la crescita percentuale di reddito che gli compete, vedrai da solo che non c’è nessuna reale redistribuzione ma una curva monotona crescente,  la cui curvatura è andata accentuandosi.
    In altre parole c’è stata una polarizzazione del reddito verso i percentili più alti, che è cosa ben diversa da una redistribuzione.
    E’ comunque vero che i percentili medio-alti (dove ci poniamo tu ed io) hanno avuto un incremento minore dei medi e dei medio-bassi (fasce di Cina e India). In ogni caso un modesto +10% del 75esimo percentile vale un bel po’ di più del +68% del 25esimo percentile.

  2. 11
    Marco Lanzavecchia says:

    Matteo la “teoria” della curva dell’elefante non è una teoria ne nel significato di vulgata del termine teoria e neppure in quello proprio, di spiegazione proposta di un fatto.
    E’ un fatto.
    La ricchezza si è redistribuita come indicato dalla curva dell’elefante.
    Perché, percome e in conseguenza di che, sono argomenti descrivibili con teorie, non il fatto stesso. Quindi, o tu o chi per te, mi riporti dei dati affidabili in cui si dimostra che le variazioni di ricchezza nei vari percentuali di reddito NON sono state quelle o, come sempre, le chiacchiere stanno a zero.
    Il fatto di adattare i fatti alle proprie idee è una caratteristica degli approcci ideologici. Chi utilizza un approccio scientifico fa il contrario.
    Siccome tu pensi che il capitalismo sia bruttone e cattivone (idea rispettabile… io non credo che sia bello o buono, ma semplicemente reale) allora negli ultimi 25 anni non è andata come è andata ma come tu desideri che sia andata. Lo trovo curioso.

  3. 10
    Matteo says:

    Marco, immaginavo non ti avrei convinto, quindi vorrei segnalarti che la frase “La globalizzazione nei fatti è stata la più grande ridistribuzione di ricchezza in senso equalitario della storia dell’uomo”  è viziata da un errore fondamentale e poiché l’errore è evidentemente funzionale a una posizione ideologica, non  esito a definire la frase stessa come falsa e fraudolenta.
    L’errore fondamentale sta nell’uso delle parole “ridistribuzione della ricchezza”.
    La globalizzazione non ha affatto redistribuito la ricchezza (o pensi seriamente di aver rinunciato a qualcosa di tuo per un qualche negro subsahariano o indios brasiliano?), ma ha aumentato in maniera esponenziale lo sfruttamento accettando che una piccola parte di questo andasse a chi opera il lavoro sporco dello sfruttamento medesimo.
    La teoria della curva dell’elefante mi pare proprio un’evoluzione per salvare quella del trickle-down e va di pari passo con le teorie alt-right sul clima (il riscaldamento non esiste; nel passato è anche più caldo; esiste ma non è grave; è grave ma l’unico modo per porvi rimedio è affidarsi al capitalismo)
    Il problema vero non è la distribuzione ineguale di ricchezza, ma che quella che è definita come “produzione di ricchezza” è, in ultima analisi, solo “sfruttamento di risorse finite” e che la situazione attuale di “produzione” basata sull’incremento infinito semplicemente non è più sostenibile.

  4. 9
    Roberto Pasini says:

    Polarizzazione, Paranoia, Proiezione. È il campionato dì triathlon che si svolge quotidianamente su tutti i social tradizionali frequentati dagli “anziani” (over 20). La competizione per il titolo mondiale è ferocissima. Noi credo che siamo a fatica a metà classifica, diciamo 4c, con qualche punta ogni tanto perso l’alto. Ma l’8a ce lo scordiamo, malgrado l’impegno. Su Instagram, Tik Tok et similia i ragazzi gareggiano su terreni diversi, più moderni ma non necessariamente migliori. Vediamo come butta con le prossime invenzioni del mago Zurli’ ( alias Zucherberg).

  5. 8
    Marco Lanzavecchia says:

    Matteo mi complimento per la raffinata argomentazione. 4 slogan e credi di aver risposto. Penoso. 

  6. 7
    lorenzo merlo says:

    L’economia al centro e l’uomo a fare in culo. Grande. Come avevi gia dimostrato, senza soluzione di continuità, finora.

  7. 6
    Matteo says:

    “La globalizzazione nei fatti è stata la più grande ridistribuzione di ricchezza in senso equalitario della storia dell’uomo”
    Meno male, così potremo morire tutti quanti felici, allo stesso modo, con la proboscide, la coda e la gobba dell’elefante infilata su per il lyskamm.
     
    Elefante che, d’altra parte, non se la passerà mica tanto bene nemmeno lui e ci avrà già preceduto sulla via dell’estinzione

  8. 5
    Marco Lanzavecchia says:

    Quelle dei “no global” erano ragioni, o meglio torti, sbagliati.
    Nessuno nega la buona fede ma erano originate da una prospettiva claustrofobica ed occidente centrica.
    La globalizzazione nei fatti è stata la più grande ridistribuzione di ricchezza in senso equalitario della storia dell’uomo: ne è prima importante testimonianza il fatto che non solo la percentuale ma persino il numero assoluto dei morti di fame del mondo si è ridotto di due terzi.
    Consiglierei, invece di pascersi di puttanate populiste, di leggersi Branko Milanovic e comprendere la curva dell’elefante.
    E questo non ha nulla a che vedere col fatto che la proboscide del medesimo sia una sconcezza. Come pure la sua miserevole codina, Ma quelle sconcezze non togono l’immenso merito al gigantesco dorso convesso. 

  9. 4
    lorenzo merlo says:

    Grazie Corrado. E anche ai votatori. 

  10. 3
  11. 2
    Geri Steve says:

     
    STRATEGIA DELLA TENSIONE.
     
    Purtroppo è stata una Strategia ricorrente e vincente. L’Italia è stata il suo maggior banco di prova, ma è stata applicata dovunque, basti ricordare l’11 settembre 2001.
     
    Negli anni ‘ 60 le  violenze durante le manifestazioni, innescate da Potere Operaio e poi Autonomia, sempre coperte dalla polizia, hanno  dissuaso dalle manifestazioni chi non le condivideva.
     
    Poi le BR hanno convinto la gente che il problema fosse la violenza, senza guardare a chi la programmava e la gestiva. Si è rifluiti dalla politica, con l’aiuto di droghe gestite da mafia e servizi.
     
    A Genova,  poi tante altre volte, il gioco di complicità fra i black block e le polizie (che non ne hanno mai arrestato alcuno, in nessun paese !) ha funzionato bene e sono stati troppo pochi quelli che hanno capito.
     
    I pestaggi (a Napoli e poi a Genova), le molotov fasulle e le torture, hanno dimostrato chiaramente cosa volevano governo e polizie ma, come scrive la Mauro, i contestatori hanno la colpa storica di non aver saputo organizzare la controinformazione sulla Strategia. C’erano riusciti, senza internet, gli anarchici dopo piazza Fontana e non ci sono riusciti i no-global !
     
    Poi Huntigton ha teorizzato lo scontro di civiltà e i terroristi islamici lo hanno praticato con successo.
     
    I no-global avevano capito che il problema era globale e ne avevano capito gli aspetti economici e finanziari, ma quelli che avevano capito di essere in una guerra globale condotta dalla classe dominante non hanno saputo comunicarlo efficacemente.
     
    Geri

  12. 1
    lorenzo merlo says:

    Andate a votare e non rompete le palle!

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