L’elefante ha partorito un topolino

Di questo articolo esistono anche altre versioni:
quella più tecnica uscita sul #97 della rivista Neve e Valanghe di AINEVA:
https://aineva.it/pubblicazioni/neve-e-valanghe-97/

l’articolo originale, presentato alla conferenza ISSW (in inglese):
https://arc.lib.montana.edu/snow-science/objects/ISSW2023_O12.04.pdf

e la medesima versione, in italiano:
http://www.caimateriali.org/images/pdf/ISSW2023_paper_276-ITA.pdf

L’elefante ha partorito un topolino
(dove iniziare lo scavo? I numeri parlano chiaro!)
di Davide Rogora e Gianni Perelli Ercolini
(pubblicato su Lo Zaino n. 20, febbraio 2024)

Le novità sono presto dette. Quando mai ci si dovesse trovare a tentar di salvare la vita di un compagno di gita travolto e sepolto da una valanga, le operazioni di scavo vanno iniziate in prossimità della sonda andata a segno per localizzarlo. Mica balle: “… iniziare a valle, e spostarsi di tanto quanto è sotto…”, “… cominciare a scavare più indietro, del doppio della profondità di seppellimento…”; ecco, fate così e al vostro socio gli bruciate un tot di punti percentuali delle chances che avrebbe di scamparla se invece faceste come si dice di fare nel manuale dei CAIANI.

Le distanze caratteristiche utilizzate durante gli esperimenti: A) l’approccio “canonico”, schieramento vicino alla sonda; B) l’approccio a confronto, schieramento “da lontano”. Foto: Luca Orsignola.

Nota bene, sepolto significa tutto sotto, non un po’ dentro un po’ fuori. Può esser poco o tanto, ma tutto. Poco è fino a mezzo metro con neve coesa, ovvero 70 centimetri con neve soffice. Soffice è quando lo scarpone vi sprofonda tutto, e in queste speciali circostanze il manuale specifica chiaramente come comportarsi diversamente.

Qualora fosse sotto un metro, la faccenda sarebbe già molto seria. Meglio non improvvisare, imparare ex ante un protocollo d’azione collaudato e ogni tanto allenarsi per evitare l’impedimento da ruggine accumulata. Così facendo, a parità di altre condizioni determinanti, si avrà quantomeno la coscienza in pace per aver fatto… tutto il possibile. Per la giustificazione tecnica di questa affermazione vedremo oltre, un po’ di pazienza.

Queste brevi note vorrebbero invece raccontare la storia, il dietro le quinte, di come e perché si sia giunti a ciò; e una storia che si rispetti dovrebbe allora cominciare così:
C’era una volta il direttore di una scuola centrale di scialpinismo, di un grande e blasonato Club di alpinisti, che trovandosi a dover aggiornare i contenuti del manuale con cui insegnare, si pose l’ambizioso proposito di stabilire quali tecniche adottare, fra le varie possibili, sulla base di evidenze tangibili e ripetibili anziché sulla base della ‘voce dei senatori’…”.

Egli auspicava il dibattito “scientifico” di tutte le tesi in quello specifico ambito (l’intervento di soccorso in valanga) mediante il confronto fra tutti i portatori d’interesse: istruttori del Club, esperti in neve e valanghe, guide alpine e soccorritori, sia civili che militari per giungere ad una sintesi che superasse lo status quo del “noi facciamo così”, “quelli fan cosà”, “gli altri van per la loro strada”… come era. Correva l’anno 2012 (!) e seguirono alcuni incontri, qualche timida prova in campo, ma fu presto chiaro che fra dichiarazioni d’intenti e svolgimento di incarichi c’è di mezzo il solito mare del dire/fare.

Opera del pittore-sciatore Tiziano Colombo intitolata: l’Angelo della salvezza.

La storia prosegue, e si capì ben presto che per arrivare a un dunque sarebbe stato più efficace concentrarsi sul dominio specifico di competenza, l’autosoccorso, procedendo il più speditamente possibile con le forze del Club e i pochi enti esterni concretamente interessati. Furono tempi di intenso lavoro. Sia concettuale, per osservare cosa/come si facesse in giro per il mondo, affinare le tesi pro/contra, specificare i protocolli più rispondenti all’esigenza. Sia, non certo meno importante e assai pratico con numerose e faticose sessioni di sperimentazione in campo, innevato. Sforzi che più di una volta hanno visto molti volontari dedicarsi alla causa dalle prime luci dell’alba, al far della sera.

Gestazione conclusa, travaglio assolto, nel 2017 la Scuola Centrale di Scialpinismo del famoso Club mette un punto fermo: l’aggiornamento del protocollo di autosoccorso in valanga è definito, e finito. Visto, si stampi!

I tempi misurati durate gli esperimenti: t1) il raggiungimento della punta della sonda – t2) l’allargamento della buca tale da accogliere un simulacro fisico di dimensioni predefinite. Foto: Luca Orsignola.

Cosa c’era di così “nuovo” nell’elaborato offerto alla comunità didattica (ma non solo) del famoso Club? In sintesi, tre caratteristiche: lo stato dell’arte sul come fare, scelto in base ad evidenze oggettive e ripetibili; la progressività chiaramente indicata del cosa imparare, in funzione delle capacità iniziali dei soggetti interessati, distinte su tre livelli d’esperienza; l’abbandono dell’approccio enciclopedico, cioè il tentativo di descrivere tutte le tecniche note e possibili per amor di completezza.

Liberi tutti, allora, fino al prossimo aggiornamento, previsto per le calende e chi vivrà vedrà, se saranno romane o greche. Nel frattempo però si registrava, osservando fonti web o partecipando ad eventi rivolti ad un pubblico più ampio dei soli soci o allievi dei corsi del famoso Club, che i concetti del nuovo “manuale”, se non addirittura i medesimi contenuti, erano riutilizzati o addirittura copiati a piè pari, anche da altre figure di spicco tanto dalla sfera dei professionisti quanto da quella del soccorso organizzato, ma anche da volenterosi divulgatori o da accademia di noto brand di attrezzature outdoor. Però con una specifica e ricorrente eccezione: la prescrizione sul “dove iniziare a scavare”. Infatti, in queste fonti si trova la perentoria indicazione di allontanarsi dalla sonda andata a segno di una quantità multiplo della profondità di seppellimento.

Le caratteristiche della composizione del campione dei partecipanti.

E qui nacque il rovello. Ma perché questo aspetto era controverso? Quale poteva essere il motivo che animava i dissenzienti? Pur tornando con la memoria alle accese discussioni che caratterizzarono alcuni confronti, l’unico razionale ricordato era il primum non nocere perorato, fino ad accapigliarsi, dal più genuino fra i soccorritori per vocazione, cioè la motivazione sostenuta che “a rischiar di calpestare” il soggetto sepolto c’era da fargli più male che bene. Pur nelle more di un robusto approfondimento probabilistico, questa esigenza fu nondimeno contemplata nei c.d. casi speciali messi anch’essi “a manuale”.

Tempi medi per raggiungere le vie respiratorie: 8’ 28’’ con metodo “canonico” (in verde) – 11’ 01’’ iniziando a 1x la Profondità di Seppellimento (in rosso).
Decadimento medio della probabilità di sopravvivenza: dettaglio nell’intervallo 0-15 minuti; rielaborato dalle fonti degli Autori citati.

La storia fa il suo corso ma il dubbio rimane e, un bel giorno, si decide di farlo fuori. Nasce cioè l’idea di affrontare tecnicamente la questione e fare ciò che occorre per provare se far così o far cosà conduce a risultati apprezzabilmente diversi. Un po’ come accertare che l’acqua bollente scotta, ma la ricerca è la ricerca, bellezza. Così come fior di accademici han dato una misura [1] al senso comune che in bici assistita si fa meno fatica o a pari fatica si va più lontano, checché sostengano gli strenui sostenitori del “si fa fatica lo stesso”, … noi ci siamo (auto)imposti di dare una misura agli effetti sussistenti fra iniziare a scavare da vicino o da lontano, dal punto di vista del soggetto sepolto, però.

On stage: mentre raccontiamo la-rava-e-la-fava all’International Snow Science Workshop 2023, a Bend (Oregon). Foto: Claudio Artoni.

Deciso, fatto. Grazie a tanti volontari che hanno aderito alla chiamata, chi di buon grado, chi un po’ sospinto, e sono stati parecchi, 72 per amor di precisione, sono state scavate tante buche (42), metà in un modo e metà nell’altro. Col metodo “a manuale” e con la variante che, senza voler esagerare per tirar l’acqua al proprio mulino, imponeva di allontanarsi dalla sonda ad una distanza pari a quella di seppellimento (1.3 m, per la cronaca), e non 1.5x o addirittura 2x come taluni tengono a raccomandare.

Una delle esecuzioni sperimentali durante la sessione al Passo del Sempione. Foto: Riccardo Borghi.
Una delle esecuzioni sperimentali durante la sessione al Passo del Tonale. Foto: Luca Orsignola.
Supervisione della corretta esecuzione tecnica dello scavo nel corso degli esperimenti. Foto: Paola Veronelli.

In questi esperimenti lo scopo è stato quello di misurare e registrare il tempo impiegato dai soggetti in azione (squadre di 3 elementi ciascuna) per raggiungere due traguardi essenziali al tentativo di salvare la pelle al compagno: individuare la punta della sonda, ovvero capire da che parte ha la testa e allargare il buco fino a tot (80 cm, verificati), cioè potergli liberare naso/bocca e di conseguenza anche il torace. Farlo respirare, insomma.

È saltato fuori che a cominciare da lontano ci si mette più tempo. Bella scoperta! Verrà da dire a qualcuno. Ma, risparmiando lo spiegone statistico (che si può però leggere nell’articolo tecnico [2]), aggiungiamo che la differenza è proprio reale, non è imputabile al caso o alle inevitabili imprecisioni di misura o al particolare gruppo di persone che hanno svolto i test. È significativa e in media si tratta di due minuti e mezzo in più. A questo punto: fate un bel respiro, trattenete il fiato … e provate a contare 1001, 1002, 1003 … fino a 1150. Anzi no, a ben pensarci quelli che scavano potrebbero essere i sottoperformanti, rispetto alla media; ecco, allora continuate a contare: fino a 1260! Siete ancora lì?

Più passa il tempo, meno probabilità restano di scamparla. La c.d. curva di sopravvivenza è arcinota a chiunque abbia sentito parlare almeno una volta di valanghe e (auto)soccorso, e tutti avranno ben in mente la soglia dei 15-18 minuti oltre la quale pressappoco solo 1 su 3 riescono ad evitare l’asfissia. Forse è meno consueto pensare a questa circostanza come un tasso di riduzione, una candela che si spegne alla velocità di circa -2.8 punti percentuali, per ogni minuto che scappa via … da cui è immediato ricavare quanti se ne sciuperebbero a non fare come dice “il manuale”: mediamente -7% ma, se cascassimo male, fino anche -12% o peggio. Meditate gente, meditate.

Siamo andati a raccontarlo anche all’International Snow Science Workshop 2023, la conferenza periodica che riunisce da tutto il mondo professionisti, educatori e accademici impegnati a vario titolo in tema neve e valanghe, per confrontarsi sugli esiti delle più recenti ricerche. Non si è messo a ridere nessuno, anzi, a seguito della presentazione dei risultati, anche la Commissione Soccorso in Valanga di CISA/IKAR ha richiesto una replica durante il congresso annuale che nel 2023 si è svolto proprio in Italia, a Dobbiaco.

Fine della storia, sperando che il topolino scaturito dallo sforzo dell’elefante possa indurre una stilla di riflessione a chiunque voglia o debba raccomandare o praticare un agire metodico attuando il disseppellimento di un soggetto coinvolto in valanga.

Ci abbiamo impiegato un sacco di tempo e uno sforzo notevole; siamo riconoscenti a tutti quelli che hanno “lavorato per la scienza” scavando con impegno, agli scienziati veri che ci han dato una guardata per controllare di non andar dicendo fesserie, ma soprattutto siamo contenti di aver fatto un lavoretto con buona volontà e destinato agli altri, proprio come abbiamo imparato a fare da quel Direttore da cui questa storia è cominciata e al quale ci ispiriamo in un ricordo struggente.

Sursum corda.


Note
[1] Mountain bike a pedalata assistita, V. Mitterwallner et al., Journal of Outdoor Recreation and Tourism, 2021 https://doi.org/10.1016/j.jort.2021.100448 – Traduzione IT in: Mountain bike a pedalata assistita – GognaBlog (sherpa-gate.com)

[2] Dig close, dig fast. A study on the consequences of excavation start point choice in avalanche companion rescue, Davide Rogora et al., International Snow Science Workshop Proceedings 2023 http://arc.lib.montana.edu/snow-science/item/3023 Traduzione IT qui: http://www.caimateriali.org/images/pdf/ISSW2023_paper_276-ITA.pdf

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L’elefante ha partorito un topolino ultima modifica: 2024-04-01T05:03:00+02:00 da GognaBlog

221 pensieri su “L’elefante ha partorito un topolino”

  1. 221
    Marcello Cominetti says:

    Solo per sdrammatizzare.
    Tita Piaz sta conducendo la salita dello spigolo Delago al Vajolet con, legata alla corda, una nobile e bella signorina. Lo spigolo è bello ripido e il quarto grado dichiarato è insalibile se uno ha quel grado come suo limite. 
    La signorina implora la guida di tirare la corda ma Piaz glielo concederebbe solo in cambio di una notte (o cengia, non è specificato nelle leggende locali) d’amore. La signorina si nega e la guida tace. Lasciando la corda legata alla sosta, Piaz si slega, corre giù per la via normale della torre, che non è per nulla facile, infila in volata lo spigolo Delago e giunge alle spalle (leggi chiappe) della signorina incrodata che incredula non crede ai suoi occhi.
    Sempre la leggenda dice che alla fine si concesse, perché il diavolo, si sa, ha il suo fascino.

  2. 220
    marco vegetti says:

    Rispetto a Tita Piaz di sicuro!

  3. 219
    Fabio Bertoncelli says:

    Marco, rifletti bene prima di scrivere che Giusto Gervasutti era  “inquadrato”.
     

  4. 218
    marco vegetti says:

    Torno su “prima alpinista poi istruttore”
    Per entrare a far parte del Corpo Istruttori è necessario presentare una richiesta scritta, corredata di adeguato curriculum, al Consiglio Direttivo della Scuola.
    La frase è tratta dal Regolamento della Scuola G. Graffer della SOSAT di Trento. scuola da cui proviene e di cui era direttore il Presidente della CNSASA… La Scuola è storica quanto la “Gervasutti” ma il “patron”, chiamiamolo così, non era un “inquadrato” Giusto Gervasutti ma uno “spirito libero” come Tita Piaz… Ecco…

  5. 217
    Dm says:

    Il Cai ma soprattutto gli istruttori  hanno grossi problemi di responsabilità.Per questo nel corso degli anni il CSMT e la Scuola Centrale hanno messo a punto una serie di tecniche e manuali che sono all’avanguardia. Tutti gli istruttori devono seguire queste direttive e tecniche NON per ideologia ma perchè allo stato attuale sono le migliori disponibili.per salvare la pelle. Salvare la pellaccia sia con gli allievi che con l’attività individuale. Poi ci sono gli esperti che ne pensano che tutto questo sia superfluo.

  6. 216
    marco vegetti says:

    Creovella, ETICA NON SIGNIFICA IDEOLOGIA….

  7. 215
    Carlo Crovella says:

    Beh, dipende dai personaggi. Se sono tuoi “simili”, sia detto senza voler esser offensivo, ovvio che si pongono sul versante opposto al mio. Ma questo non è sintomo di quale sia la tendenza di fondo più rilevante nel sistema (poi bisogna vedere personaggi di che anni, perché il trend di cui parlo è roba in corso… mi riallaccio al concetto “storicamente datato”, ecc ecc ecc…). in più non conta né quello che pensa il singolo istruttore rigido né il singolo istruttore libertario, bensì quello che pensano negli organi centrali e nella scuola Centrale ancor più che nella CNSASA. Se vai a un esame per titolati, hai un bel dire eh ma me l’ha detto quel mio amico… Se non si ha la testa “caiana”, in quegli esami si parte male, a prescindere dalle effettive capacità tecniche individuali.
    Circa il documento che hai citato e che non avevo prontamente a mente, per pura curiosità ho dato una rapidissima scorsa. Secondo me non sei abituato al linguaggio molto ministeriale della CNSASA (come di tutto il CAI). Ovvio che non troverai mai, in nessun documento ufficiale italiano, un capitolo intitolato IDEOLOGIA, richiamerebbe troppo il ventennio…. Però i temi sono riscontrabili, per punti sintetici, a pagina 3 ai due paragrafi “Base culturale” e “Formazione specialistica degli istruttori sezionali”. Mi pare che una voce indichi “etica dell’alpinismo”, che è una voce ripresa in modo ben più analitico in un manuale CNSASA dove si descrive il principio dell’autodisciplina come pilastro cardine dell’approccio alla montagna. Ciao!

  8. 214
    Matteo says:

    “io ho impressione che…Ne deriva che…Questo non “quadra” …”
     
    Ecco così va meglio.
     
    Io che ho conosciuto parecchi istruttori della Gerva e ho arrampicato alcuni di loro ho tratto impressioni diametralmente opposte alle tue circa al loro “inquadramento” e alla loro mentalità rigida e omogeinizzata.
    Comunque non pretendo per questo di dedurre una tendenza generale delle scuole CAI…ma nemmeno sulla Gerva, a dire il vero!

  9. 213
    Carlo Crovella says:

    Il discorso è incentrato in particolare sugli istruttori titolati, perché sono essi che vanno prima ai corsi/esami e poi agli aggiornamenti e, tornando nelle rispettive scuole, portano i messaggi anche per gli istruttori sezionali. Per considerazioni più generali, su cosa sia più fondato e cosa prevarrà, vale il contenuto del 207 cui rinvio. Se mi guardo intorno nella realtà in cui opero strutturalmente, non sono una mosca bianca, ma la mentalità è sostanzialmente quella che descrivo. Non solo nella scuola cui appartengo, ma anche in quelle limitrofe. Conosco a fondo anche l’altra scuola di scialpinismo torinese, perché mia moglie ne fa parte da sempre e io ho fatto l’istruttore anche lì. E la mentalità è rigida anche lì. Inoltre bazzico spesso per altre scuole del circondario, mi capita di tenere lezioni teoriche o conferenze per gli allievi o di esser ospite di giornata sul terreno. Anche lì stessa mentalità. I nostri rappresentanti presso gli organi centrali non hanno certo una mentalità completamente opposta alla mia. O il nord ovest vive una realtà separata o c’è qualcos’altro che non torna.

  10. 212
    Carlo Crovella says:

    La rotazione degli allievi fra gli istruttori è un fattore positivo, ma deve rimanere entro range fisiologici. Qui stiamo parlando di visioni ideologiche opposte. Come possono uscire allievi, tutti all’incirca in un “certo”” modo, se ci sono proposte ideologiche antitetiche? Inoltre, ribadisco: come può esistere un modello omogeneo a livello nazionale, se c’è una dispersione così ampia sul piano ideologico? Oltretutto non può capitare, all’atto pratico, che lo stesso allievo si “giri” tutti i 10.000 istruttori italiani, ma per forza di cose capita che (per questioni geografiche) gli allievi al massimo “girano” tutti gli istruttori di una SOLA scuola. Il punto è che stanno emergendo profonde differenze ideologiche fra scuole e scuole. Per es, io ho impressione che nella scuola di Benassi all’incirca anche i suoi colleghi abbiano la sua mentalità (molto diversa da quella della nostra scuola). Ne deriva che allievi che seguono corsi CAI, ma presso scuole diverse, rischiano di venir fuori con mentalità molto diverse, addirittura opposte. Questo non “quadra” a livello complessivo… Fare tutto questo sforzo di omogeneizzazione e poi continuare ad avere un sistema spezzettato in una miriade di scuole con “mentalità” diversa… non vedo dove stia l’omogeneizzazione del messaggio didattico e del modello didattico.
    Nota: chi non è interessato al dibattito, basta che non legga. Se continuate a autopunirvi, non protestate.

  11. 211
    Matteo says:

    “parlo proprio di “allineamento ideologico” che è una cosa che sta a monte di quello tecnico-metodologico. …
    Per poter dare agli allievi la stessa forma mentis, non possiamo che essere allineati sul piano ideologico, sennò, ripeto,…”
     
    allineamento ideologico di cui non c’è la minima traccia nelle Linee-guida-Istruttore-Sezionale-CNSASA del 2018.
     
    Per cui, parla pure di ciò che vuoi, ma sii conscio che sono solo tue fisse, non tendenza generale e tantomeno legge universale a cui adeguarsi.

  12. 210
    Alberto Benassi says:

    un allievo si sente dire una domenica “autodisciplina” e la domenica dopo, da un altro istruttore, “spingere”

    Invece è proprio qui che è giusto,  istruttivo e allarga la mente. Rotazione dell’allievo con i vari istruttori durante il corso. Istruttori che hanno tutti una linea su piano didattico tecnico delle manovre, ma una visione filosofica non completamente uguale. In modo che l’allievo possa  vivere e valutare le differenze di mentalità, proprio perchè non c’è un modo unico di praticare l’alpinismo e la montagna in genere. Le differenze sono un pregio non un difetto, questo in tutti gli aspetti della vita.
    Come si dice qui da noi : se fussimo tutti uguali, sarebbimo anco toghi.

  13. 209
    Alberto Benassi says:

    di ristrutturazioni dell’organico,

    In poche parole sei un tagliatore di teste, uno di quelli dal lincenziamento facile.
    Naturalmente dei poveracci  sacrificabili, dei più deboli.

    non possiamo che essere allineati sul piano ideologico

    Per allinearmi con te sul piano ideologico, dovrei proprio dare fuori di testa.

  14. 208

    In alpinismo lo sfinimento porta alla morte.
    Qui, a un estremo rompimento di coglioni.
     
    Non è una bella caratteristica! C’è poco da vantarsene.

  15. 207
    Carlo Crovella says:

    Matteo. No no, è quello il punto chiave che VOI continuate a non capire: parlo proprio di “allineamento ideologico” che è una cosa che sta a monte di quello tecnico-metodologico. Infatti è inutile che spigoliamo sui dettagli tecnici, spaccando il capello in 16 sulle singole manovre (“tuti il nodino a destra” oppure “tutti il nodino a sinistra”), se poi non diamo la stessa IDENTICA forma mentis agli allievi. Per poter dare agli allievi la stessa forma mentis, non possiamo che essere allineati sul piano ideologico, sennò, ripeto, un allievo si sente dire una domenica “autodisciplina” e la domenica dopo, da un altro istruttore, “spingere”. Non può funzionare un sistema così. Cmq, perché ve la prendete tanto? Se avete ragione voi, l’evoluzione dimostrerà che le mie sono solo paranoie. Se invece ho ragione io, il sistema (e non io) porrà in automatico le questioni.
    Bertoncelli. Non ho sbagliato mestiere. Svolgo la professione più azzeccata con le mie caratteristiche. Io sono sostanzialmente un “negoziatore” (di compravendite aziendali, di trattative sindacali, di ristrutturazioni dell’organico, di contenziosi industriali…). Lo faccio su mandato dei clienti e in genere raggiungo gli obiettivi del confronto, quanto meno su diversi punti, e tutto ciò proprio per “sfinimento” delle controparti. D’altra parte opero così ormai da quasi 40 anni… 

  16. 206
    Fabio Bertoncelli says:

    Carlo, tu hai sbagliato lavoro. Il tuo destino era l’avvocatura.
    Avresti vinto tutte le cause, per sfinimento. Sfinimento della controparte, sfinimento del giudice, sfinimento della corte, sfinimento del pubblico, e financo sfinimento delle guardie e degli uscieri. Nei giorni delle udienze in cui avresti dovuto sfoggiare la tua oratoria ci sarebbe stato un fuggi fuggi.
    Oppure il giudice, conoscendoti, ti avrebbe espulso dall’aula ancor prima che aprissi bocca.
     
    Dice il saggio: “Col Crovella beati i sordi”.

  17. 205
    Matteo says:

    Secondo me, come spesso ti capita, fai una discreta confusione con i termini usando “allineamento ideologico” per intendere “allineamento tecnico e metodologico” dell’insegnamento e da questo errore arrivi a conclusioni campate per aria con riferimenti tutti tuoi su autodisciplina, liberi tutti e libertarismo 

  18. 204
    Carlo Crovella says:

    Un punto chiave continua a sfuggire: il mondo didattico del CAI non è la sommatoria disomogenea di tante preferenze individuali, per cui c’è un istruttore “rigido” e un altro che “spinge”.  Se così fosse, verrebbe meno il principio dell’omogeneizzazione didattica nazionale, cosa che presuppone in primis l’allineamento ideologico. Sono stupito che tale impostazioni non sia nota e condivisa. Forse, centralmente, si preferisce procedere morbidamente e non si fanno polemiche con gli istruttori in carica, tanto il tutto maturerà con i vari ricambi generazionali. Se volete far proseguire le vs scuole, prima o poi dovete mandare i vs giovani agli esami per titolati. Non conosco tutti e 50 i componenti della Scuola Centrale, ma alcuni sì, che però occupano ruoli chiave in SC. E posso dire che sono ancora più rigidi e inflessibili di me su questi punti. Se formate i vs giovani con mentalità non conforme a quella decisa centralmente, i vs giovani rischiano di andare agli esami e dire delle cose che… non li fanno partire col piede giusto. Nella Scuola (dove sono inserito), che fa dell’inflessibilità e dell’autodisciplina la sua connotazione didattica fin dalla fondazione (73 anni fa), i giovani istruttori li formiamo secondo quanto sto dicendo. Eppure ciò non impedisce che possano crescere assai sul piano tecnico individuale (anche alpinistico), come dimostra il fatto che uno è stato accettato nel progetto EAGLE TEAM.

  19. 203
    Matteo says:

    L’istruttore CAI non è un qualsiasi insegnante…Tutti devono dire le stesse cose, a cominciare dai punti ideologici.
    Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato
    A me pare proprio che oggi si dica: “una volta istruttore, lo sei sempre, sia nelle uscite ufficiali che in quelle private”.
    Libertà individuale? Ma dove? Se ammetti margini di libertà, addio unico messaggio didattico! 
     
    Crovella, non sei mai stato bravo ad arrampicare…particolarmente sui vetri!
    Lo stridore di unghie si senta da qui.

  20. 202
    Carlo Crovella says:

    A me pare invece che siate voi a non aver letto attentamente i miei contributi. Non ha MAI scritto che l’istruttore deve annullare la sua attività privata, anzi. Ho scritto che NON deve essere quest’ultima la sua variabile dominante rispetto al norme che definiscono il ruolo dell’istruttore: quindi domina il suo status di istruttore anche nella sua attività privata. Anche nell’attività privata va espresso un modus operandi che deve essere coerente con il principio cardine di ciò che si insegna, cioè l’autodisciplina. altrimenti si predica bene e si razzola male e il messaggio offerto agli allievi rischia di essere contraddittorio o quanto meno nebuloso. Questo “messaggio didattico” è quello omogeneo del CAI, non il messaggio didattico di Tizio o di Caio o di Sempronio.

  21. 201
    Matteo says:

    P.S.: sono proprio curioso di vedere cosa scriverà nell’articolo che mette in lista di scrivere!

  22. 200
    Matteo says:

    La cosa più bella è che Crovella dimostra di non aver letto con sufficiente attenzione le Linee guida per Istruttore Sezionale operante nella CNSASA (per lo sci-alpinismo), che definiscono il potenziale istruttore come:
     
    “Si tratta di una figura che svolge effettivamente attività scialpinistica frequentando sia percorsi sciistici che itinerari che si sviluppano su ghiacciaio e su terreno di misto.”
    (neretto mio)
     
    indicano chiaramente solo competenze minime tecniche e da nessuna parte citano fantomatiche posizioni o impostazioni ideologiche. 
     
    Ma dove Crovella mostra chiaramente i suoi limiti e carenze è nell’area dei comportamenti e dei modi di fare, dove su 3 punti contenuti mi pare alquanto deficitario:
     
    02 Disponibilità all’ascolto e alle critiche
    03 Capacità di imparare dalle esperienze proprie e altrui 

  23. 199
    Alberto Benassi says:

    Anche l’attività individuale deve essere coerente con quanto insegnamo. Il principio base è l’autodisciplina, vedi manuali, e non “spingere”. Per cui l’istruttore anche nelle uscite private deve attenersi ai principi, sennò che messaggio diamo agli allievi? 

    Siamo all’assurdo più totale. Non sapevo che avere un buon livello alpinistico fosse un difetto per un istruttore. Ma mi sa che sia solo farina del tuo sacco.

  24. 198
    Vise says:

    Aneddoto, serio.
    Niki Lauda parve, per buona parte della vita, avercela con la Ferrari. Interviste, comportamento, atteggiamenti. Eppure… eppure chiese di essere seppellito con la tuta con la quale vinse il mondiale con la Ferrari.
    Come mai questo aneddoto? Per spiegare che certi aneddoti potrebbero sembrare voler denigrare il sodalizio. Invece racchiudono affezione e amore, a volte legati anche a delusione, dispiacere e altro. 

  25. 197
    Vise says:

    Per un attimo ho immaginato la discesa dal Monte dei Cappuccini dopo l’incisione delle nuove tavole della legge (caiana):
     
    1. Non avrai altro freno fuori di me(zzo barcaiolo).
    2. Non nominare il nome del CAI invano, attieniti ai regolamenti e non pensare in maniera autonoma.
    3. Ricordati di pagare il bollino, meglio se con il raddoppio dei massimali E indossa sempre la giacchetta.
    4. Onora gli istruttori ed i manuali, per ordine di qualifica e titolo.
    5. Non uccidere il drago. Il chiodo è buono solo quando “canta”.
    6. Non commettere adulterio aderendo ad altre associazioni.
    7. Ma non era al massimo VI+? Non rubare, estrai le staffe, non superare i limiti delle possibilità umane.
    8. Non dire falsa testimonianza, se uno mente su una cima, una via, un tiro, un passaggio, smascheralo e umilialo pubblicamente.
    9. Non desiderare la salita d’altri, trovane una tua,  magari con 200 corsisti.
    10. Non desiderare l’attrezzatura d’altri, prendila in “prestito”
     
    Mi immagino, l’incontro, alla discesa dal “Sinai d’occidente”, con un’orda di miscredenti con secchiello o “grillo”, con vistosi abiti colorati e una testa pensante. Già vedo il “moderno conduttore del popolo caiano” a scagliare rabbiosamente le tavole contro un ponte o un parapetto, per poi vederle finire nel Po

  26. 196
    Luciano Regattin says:

    Ultima pagina dal manuale CNSASA con le linee guida per gli istruttori:
    STILE E IMMAGINE – 4
    Non essere autoritari
    Evitiamo di svolgere il nostro ruolo sia nei confronti degli allievi che degli altri Istruttori avvalendoci della presunta autorità derivante un riconoscimento formale.
    (Il neretto è mio, manca un “da” prima di “un riconoscimento”, Crovella potresti avvertire chi di dovere).
    Non aggiungo altro, è inutile e frustrante cercare il colloquio con chi non vuole saperne di confrontarsi.
     

  27. 195
    Carlo Crovella says:

    Sono cmq stupito che non abbiate mai sentito questi discorsi. Sono attivi da minimo 10 anni. Qui da noi “pestiamo” molto su questi punti, li consideriamo più importanti dell’uniformita’delle manovre. Boh, si vede che il distributore dei manuali si è dimenticato di passare da voi… Metto in lista un articolo anche su questi punti, vedremo cosa me verrà fuori.

  28. 194
    Carlo Crovella says:

    Anche l’attività individuale deve essere coerente con quanto insegnamo. Il principio base è l’autodisciplina, vedi manuali, e non “spingere”. Per cui l’istruttore anche nelle uscite private deve attenersi ai principi, sennò che messaggio diamo agli allievi? Facciamo loro una capa tanta dell’autodisciolina e poi ci vedono che siamo i primi che non la rispettiamo, cacciandoci in situazioni critiche… Non saremmo più credibili

  29. 193
    Carlo Crovella says:

    Temo che non abbiate letto i manuali CNSASA che trattano la parte ideologica. Sono un vigore minimo da 10 anni, forse di più. Gli istruttori li devono studiare ne più ne meno di come si studiano i manuali tecnici. La centralizzazione del modello ha coinvolto anche e soprattitto la parte ideologica. La visione cui vi riferite è datata, perché precedente alla centralizzazione. Prima poteva valere l’idea del singolo lpinista che accumula esperienza con la sua attività e poi la riversa ai giovani. Da ciò, ogni alpinista/istruttore è diverso dagli altri. Ora il CAI ha una visione ideologica ufficiale di cui il modello didattico ne la modalità di diffusione. Cerco di esprimermi terra terra per farmi capire bene. L’istruttore CAI non è un qualsiasi insegnante che spiega come andare in montagna, ma è (in sintesi) il diffusore del “modello CAI di andare in montagna”. Tutti devono dire le stesse cose, a cominciare dai punti ideologici. Inutile che in 10.000 istruttori CAI si allineino tutti su come ci si lega, se poi “a monte” agli allievi uno dice “autodisciplina” e l’altro dice “osa”.

  30. 192

    I soldi si fanno da seduti (è solo un esempio), l’alpinismo sulle montagne. Le due cose sono piuttosto incompatibili.
     
    L’alpinismo è incompatibile con qualsiasi cosa.
    Crovella non lo sa, ma è così. 

  31. 191
    Fabio Bertoncelli says:

    @ 189
    Con lo scappellamento a destra o a sinistra?
    (copyright conte Mascetti)

  32. 190
    marco vegetti says:

    184 CROVELLA:
    “. Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato”
    Ma con tutte le cose che fai, hai imparato a leggere? Tutte le scuole di alpi9nismo del CAI chiedono a chi vuol diventare Istruttore un curriculum. Secondo te di cosa? Di partite a calcetto? Biciclettate con gli amici? Vita sentimentale e/o sessuale? Numero di grigliate? 
    Secondo me, chiedono curriculum di attività alpinistiche. Per cui, Crovelluccio, prima se alpinista e poi, forse, diventi Istruttore. 

  33. 189
    Matteo says:

    Ovviamente a richiesta deve saper fare il Mezzo Marchand col Poldo Ripassato a Clavicembalo in Sala Istruzione in non più di 36″.

  34. 188
    Matteo says:

    Ma certo Alberto, un Istruttore se vuole rimanere tale e mantenere il suo posto prestigioso nella ferrea gerarchia nelle Sezioni del NUOVO CAI con tutte le cose che contano veramente, NON deve essere un alpinista, anzi è meglio che non vada proprio in montagna, perché potrebbe inquinare la Retta Ideologia con il contatto con gente equivoca che sculetta sugli spit o (iddio non voglia!) veste tutine aderenti.
     
    Eppoi non vorrai mica che si rischi che un qualunque giovane istruttore possa essere allenato e magari -orrore!- passare avanti a un Istruttore Anziano o al Direttore della Scuola.

  35. 187
    Alberto Benassi says:

    Dimenticavo, naturalmente sono assolutamente vietate le solitarie, soprattutto quelle slegato.

  36. 186
    Alberto Benassi says:

    A me pare proprio che oggi si dica: “una volta istruttore, lo sei sempre, sia nelle uscite ufficiali che in quelle private”.

    Mi ricordavo bene. Quindi secondo questo principio, nella mia attività personale, non posso andare a fare salite diciamo pericolose, di roccia  friabile, scarsamente proteggibili, esposte a cadute di sassi o ghiaccio, o salite che presuppongono attraversamento di ghiacciaio pericoloso per crepacci e seracchi,  perchè da istruttore non si possono chiaramente consigliare. Sarebbe un predicare bene e un razzolare male.

  37. 185
    Carlo Crovella says:

    Mi farò parte attiva per procurarmi i riferimenti in testi della CNSASA che evidentemente non conoscete o non ricordate. Piuttosto che spezzettarli in mille commenti, vedrò di confezionare un articolo specifico sul tema della posizione ideologica. Ciao!

  38. 184
    Carlo Crovella says:

    @182 l’ho già spiegato al 161. Cmq lo ripeto.
     
    Vedo invece che non riuscite a metabolizzare il concetto cardine, ovvero il cambiamento epocale avvenuto in termini di indirizzo centrale, che è proprio sul versante ideologico oltre che su quello tecnico. Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato, rispetto al trend iniziato 20-25 anni fa e chiaramente in corso. A me pare proprio che oggi si dica: “una volta istruttore, lo sei sempre, sia nelle uscite ufficiali che in quelle private”. Questo per evitare che si predichi bene e si razzoli male. Libertà individuale? Ma dove? Se ammetti margini di libertà, addio unico messaggio didattico! Per cui il trend comporta una rivoluzione copernicana:  è la personalità da istruttore che domina su quella dell’alpinista/scialpinista, in ciascun individuo, e non viceversa. Sennò non fai l’istruttore CAI. Infatti il messaggio didattico deve essere univoco (su ogni piano, anche ideologico) anche da parte del medesimo istruttore, sennò genera disorientamento negli allievi. A giudicare dalle decisioni che, piano piano, vengono prese centralmente, si sta omogeneizzando l’intero modello non solo a livello nozionistico, ma soprattutto in termini di mentalità. 

  39. 183
    Marcello Cominetti says:

    Ma ancora gli date retta.????

  40. 182
    Albrto Benassi says:

    Crovella, mi vorresti spiegare cosa intendi quando affermi che:  quando uno è istruttore, è istruttore sempre?

  41. 181
    Matteo says:

    L’ultima cosa, già detta ma repetita juvant, è che commetti un evidente errore censurando la frase “io sono prima alpinista e poi istruttore” semplicemente  perché è ovvio, logico ed essenziale che si debba esserlo.
     
    E scommetto che la tua tanto decantata, rigida e inquadrata scuola sabauda verifica periodicamente l’attività dei suoi istruttori proprio per garantirsi che restino abbastanza alpinisti da poter essere poi istruttori accettabili.
     
    Quindi anche nei fumi dell’odio per parole come libertà e libertarismo, non insultare la tua e l’altrui intelligenza.

  42. 180
    Matteo says:

    La prima cosa che vorrei sottolineare è che mi pare ovvio che se esistono “due posizioni contrapposte e radicali“, mi pare ovvio e logico che chi ne sostiene una; la ritenga l’unica possibile e cerchi di ostracizzare l’altra. Tu lo fai costantemente e verbosamente e non si vede perché l’opposto non debba essere ammesso!
    La seconda è che tu pretendi debba esistere qualcosa come una omogeinizzazione ideologica, che nulla c’entra di per se’ con l’insegnamento tecnico di una qualunque disciplina, ma solo con la visione gerarchica di una organizzazione.
    A meno che con il termine si intenda esplicitamente la modalità di insegnamento, ma non mi pare che tu intenda solo questo con quei termini. Anche perché nessuno (e sottolineo nessuno) ha messo in questione la modalità di insegnamento delle scuole CAI, ma solo tu ravvisi che questa debba essere correlata a un preciso modo di intendere l’andar per monti, a una posizione ideologica appunto. E solo tu hai deciso che chi non si conformi alla tua posizione ideologica sia un “libertario” ovvero un fautore di andar per monti “liberi tutti” e a minkia.
     

  43. 179
    Carlo Crovella says:

    2) A parte ciò, mi pare che (proprio volendole mettere in alternativa: o vige una o vige l’altra) la visione “rigida” sia molto più coerente con il sistema centralizzato, così come si è configurato (almeno da 25 anni in qua) e soprattutto come si sta sempre più configurando, passetto dopo passetto. Sfogliate i manuali, le comunicazioni, le circolari, i protocolli, i regolamenti, oppure andate agli aggiornamenti periodici per i titolati, agli esami per diventare titolati, partecipate a convegni, eventi, congressi di area didattica… e poi riportate quante volte avete letto o sentito concetti tipo “montagna libertà”,  “spingere gli allievi” “io sono prima alpinista e poi istruttore” e tutti quelle altre idee che vi piacciono tanto. Guardando come si evolve il sistema didattico del CAI, non si riscontrano gli estremi cui “agganciare” tutta questa famiglia di idee “più libertarie”.

  44. 178
    Carlo Crovella says:

    Può darsi che esistano due posizioni contrapposte e radicali (e, nel mezzo, infinite sfumature) sul tema “omogeneizzazione ideologica degli istruttori all’interno del modello didattico CAI”. Da un lato la posizione “rigida” alla Crovella (ma non solo, non immaginate quanto sia diffusa…) e dall’altro quella “più libertaria”. 
    1) Innanzi tutto non è chiaro perché, specie a giudizio di certi commentatori (che in alcuni casi non hanno mai fatto parte del mondo didattico del CAI o ne hanno fatto parte en passent tempo fa… quando tutto era molto meno codificato di oggi) debba esser legittima solo l’ala “libertaria” e non anche quella “rigida”. Ovviamente si sostiene questo perché piace ai relativi commentatori, ma non è detto che la visione rigida sia per forza di cose illegittima e da ostracizzare.

  45. 177
    Alberto Benassi says:

    Si insegna che l’alpinismo nasce con la salita del Monte Bianco. L’alpinismo non nasce dal sogno? Dall’idea?

    VISE, la data della prima del monte Bianco è puramente convenzionale. La storia è molto più complessa. Perchè proprio il monte Bianco e non un’altra montagna? Solo perchè è la vetta più alta?
    Certo che l’alpinismo nasce da un sogno, tutte le ascensioni vengono prima sognate. 
    Questo potrebbe essere un buon argomento da discutere con gli allievi di un corso.

  46. 176
    Vise says:

    Non so se questo è lo spazio giusto ma mi chiedo… nel 2024 ancora interpretazione del Gervasutti Pensiero? Che poi se mi sporgo dalla finestra, idealmente, posso vedere dove è nato e ha vissuto buona parte della sua vita. Non dove ha compiuto buona parte delle sue salite. 
    Mi chiedo, invece di Gervasutti, perché non leggo tra questi commenti le impressioni relative alle imprese di Sean Villanueva? “The Moonwalk Traverse” era un meraviglioso articolo che se non mi sbaglio sul GognaBlog era comparso, poi tolto e poi fortunatamente ricomparso. 8 commenti in tutto, questo articolo rischia di arrivare, anche per colpa mia, che quello non me l’ero sentita di commentarlo, a 200.
    Faccio delle riflessioni estemporanee… Si parla di didattica CAI, uniformità, etc. Si insegna che l’alpinismo nasce con la salita del Monte Bianco. L’alpinismo non nasce dal sogno? Dall’idea? E con la sua realizzazione (cima/via) quell’idea, almeno temporaneamente, “finisce”? Eppure, questo è quello che si insegna, 1786, data da insegnare agli allievi. Eppure, da casa vedo una cima salita otto anni prima, e non mi pare per fini scientifici…
    Penso alla prima salita del Cervino, a come fu mancata da Carrel secondo le ricostruzioni e penso pure alla prima invernale al K2.
    Forse noi europei e noi italiani abbiamo trovato il modo per cucirci addosso e raccontarci delle belle storie, tra cui quelle relative al salire i monti.

  47. 175
    Vise says:

    #161 crovella
    “Una volta istruttore, lo sei sempre”
    Questo risponde a diverse domande che mi sono fatto negli anni.
    Spiega l’istruttore con la pancia, quello che non sta in piedi, quello che non vedi mai, eppure…
    Grazie

  48. 174
    Matteo says:

    “Si vede proprio che apparteniamo a due mondi diversi”
     
    Se tu che vivi in un mondo diverso…da tutti gli altri, compresi molti consoci di mia conoscenza.

  49. 173
    marco vegetti says:

    E’ saltato il seguito: “Copio e incollo tutti gli interventi di Crovella sul caso e sento cosa ne pensa lui. Insomma, è pur sempre il Presidente della CNSASA!”

  50. 172
    Carlo Crovella says:

    Si vede proprio che apparteniamo a due mondi diversi, senza dire che uno sia meglio o peggio dell’altro. Non resta che stare a vedere come si evolverà il tutto.  Ho la sensazione che anche nel comparto delle scuole si sta verificando una separazione simile a quella che sto vedendo fra le Sezioni CAI di grandi dimensioni (in genere appartenenti a centri metropolitani) e sezioni piccole o piccolissime. Lo stesso potrebbe accadere fra le scuole CAI, dove la scuole di grandi numeri sono condannate dalla loro stessa natura a essere molto rigide, mentre quelle medie e soprattutto piccole manterranno un ambiente più familiare, più alla buona. Lì magari sopravviverà la mentalità che piace di più, mentre nelle grandi scuole  sono sicuro di no, lo vedo tutti i giorni. Il punto cardine è che la grandi scuole hanno molti istruttori, cioè hanno molto voti al momento dell’elezione dei componenti degli organi direttivi sia nazionale che territoriali. Di conseguenza, sono le grandi scuole che possono numericamente  condizionare l’evoluzione del sistema, non le piccole. Cmq, vedremo.

  51. 171
    marco vegetti says:

    Comunque Crovella è INCREDIBILE. Il semplice alpinista non basta, l’istruttore CAI non basta, il Direttore di una Scuola CAI on basta, una Guida Alpina non basta. Mi sa che alla fine BASTA SOLO CROVELLA. Anzi gli suggerisco di mandare lettera (anonima se vuole) alla CNSASA denunciando l’eresia di Benassi e Battimelli. Così poi ridiamo sulle risposte. Oggi scrivo al Direttore del CNSASA, visto che è un carissimo amica di lunga data.

  52. 170
    Matteo says:

    Sarebbe da chiedere a un po’ di torinesi, una decina diciamo, tutti membri del CAI, CAAI, istruttori e alpinisti, cosa ne pensano di tal Crovella.
     
    Io l’ho fatto.
    🙂

  53. 169
    antoniomereu says:

    Devo essere masochista,leggo tutto del blog, ultimamente sig.Crovella mi fa venir in mente Jorge, il bibliotecario de il nome della rosa; il riso uccide la paura e senza la paura non ci può essere la fede.

  54. 168
    Carlo Crovella says:

    Guardate: non sapete davvero di cosa state parlando. Ciò che rileva NON è cosa pena il singolo istruttore su cosa sia giusto, ideologicamente o eticamente o moralmente, ma cosa viene deliberato centralmente. Il sistema non funziona in termini di mega dibattito fra tutti gli istruttori italiani, ma procede per decisioni centrali che scendono a cascata. Certo si procede in modo morbido, per il fatto che l’impegno da istruttore è una libera scelta in un contesto di volontariato, ma si procede. Le regole sono molto chiare e si infittiscono progressivamente, basta leggere. Ripeto: sono stupito che la cosa non vi abbia ancora raggiunto, l’unica spiegazione che intravedo l’ho già esposta (per quanto riguarda quelli che NON fanno parte dell’area didattica del CAI: essi non dovrebbero neppure parlare, 1) non sono edotti sullo stato dell’arte e 2) in ogni caso sono personaggi estranei). Staremo a vedere l’evoluzione, la storia dirà se la mai impressione è fondata o meno. I personaggi che conosco sia in ambito CNSASA che, soprattutto nella Scuola Centrale, mi paiono molto decisi in merito.

  55. 167
    marcello cominetti says:

    Crovella è socialmente pericoloso. Andrebbe diffidato.

  56. 166
    Matteo says:

    P.S.: la concezione ideologica che permette l’affermazione “Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato”  credo sia l’esatto opposto di quello che dovrebbe essere(e che in realtà è)
    Se non sei alpinista come puoi pensare che si possa essere istruttori di alpinismo?!?
     
    Se non sei prima alpinista (sci-alpinista, arrampicatore) NON PUOI E NON POTRAI MAI essere istruttore.
     
    E non a caso devi presentare un curriculum e dimostrare di saper fare, prima di diventare istruttore (e dovresti anche presentarlo per continuare ad esserlo)
     
    CROVELLA SMETTILA!

  57. 165
    Matteo says:

    “Vedo invece che non riuscite a metabolizzare il concetto cardine”
     
    Io direi che sei tu che non riesci a metabolizzare proprio un *****!
     
    Ti hanno detto che sei autoreferenzialmente obnubilato dalla tua propria ideologia e stai dicendo idiozie senza senso Guide Alpine, Istruttori CAI con anzianità e curriculum decisamente superiori ai tuoi, insegnati FASI, alpinisti fortissimi, forti, normali e patetici arrancatori come me, giovani, vecchi e di mezz’età, sciatori, arrampicatori e escursionisti…chi vuoi che scriva ancora? Mattarella e il papa?!

  58. 164
    Alberto Benassi says:

    . Per come conosco io l’aria che tira, specie a livello di Scuola Centrale, se uno si presenta ad un esame da titolato e dice “io sono prima alpinista e poi istruttore”, secondo me viene “impalato” seduta stante.

    Allora, ti do 2 risposte:
    1)  se tutti quelli che si presentano ai corsi vengono “impalati” voglio vedere con chi li fa il CAI  i corsi;
    Ci va il presidente nazionale?
    Ci vanno i presidenti di sezione?
    2) prima di essere ammesso ad un corso viene presentato un curriculum di ammissione, che naturalmente varia a seconda del tipo di corso che fai. Se ad esempio fai il corso da istruttore di alpinismo devi avere un curriculum alpinistico (oltre che didattico): roccia, ghiaccio, alta montagna. Quindi un pò alpinista lo devi già essere. E per come la penso io (ma io sono datato) , lo divi continuare ad essere, perchè la tua attività di istruttore ci può solo guadagnare, trasmettendo ai tuoi allievi, oltre che delle nozioni tecniche e didattiche, anche dei VALORI che sicuramente saranno diversi e potranno essere recepiti in modo diverso. Ma del resto, non siamo tutti uguali e infatti non esiste un alpinismo o un’arrampicata.
    P.S. il termine “impalati” te lo potevi risparmiare.

  59. 163
    Alberto Benassi says:

    Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato, rispetto al trend iniziato 20-25 anni fa e chiaramente in corso.

    Benissimo, ne prendo atto, sono datato..
    Evviva il chiodo a campanella, abbasso i Totem Cam.

  60. 162
    Carlo Crovella says:

    Ho già detto che nelle scuole CAI di grandi dimensioni il fenomeno dell’omogeneizzazione, anche e soprattutto del pensiero, è già ampiamente concreto: se non hai “quella” mentalità, in quelle scuole non arrivi proprio a fare l’istruttore e forse non ti iscrivi neppure come allievo. Probabilmente nelle Scuole CAI piccole e/o più lontane dal centro decisionale nazionale, la cosa maturerà piano piano, col ricambio generazionale. Trattandosi di un incarico di volontariato, non si vogliono fare epurazioni antipatiche (principio condivisibile), ma le nuove generazioni di ciascuna scuola prima o poi dovranno andare a sostenere gli esami da titolati, se si vuole far continuare a vivere le scuole stesse (senza un INA come Direttore non c’è nulla osta per definizione e tutto il resto di conseguenza) . Per come conosco io l’aria che tira, specie a livello di Scuola Centrale, se uno si presenta ad un esame da titolato e dice “io sono prima alpinista e poi istruttore”, secondo me viene “impalato” seduta stante.

  61. 161
    Carlo Crovella says:

    Vedo invece che non riuscite a metabolizzare il concetto cardine, ovvero il cambiamento epocale avvenuto in termini di indirizzo centrale, che è proprio sul versante ideologico oltre che su quello tecnico. Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato, rispetto al trend iniziato 20-25 anni fa e chiaramente in corso. A me pare proprio che oggi si dica: “una volta istruttore, lo sei sempre, sia nelle uscite ufficiali che in quelle private”. Questo per evitare che si predichi bene e si razzoli male. Libertà individuale? Ma dove? Se ammetti margini di libertà, addio unico messaggio didattico! Per cui il trend comporta una rivoluzione copernicana:  è la personalità da istruttore che domina su quella dell’alpinista/scialpinista, in ciascun individuo. Sennò non fai l’istruttore CAI. Infatti il messaggio didattico deve essere univoco (su ogni piano, anche ideologico) anche da parte del medesimo istruttore, sennò genera disorientamento negli allievi. A giudicare dalle decisioni che, piano piano, vengono prese centralmente, si sta omogeneizzando l’intero modello non solo a livello nozionistico, ma soprattutto in termini di mentalità. 

  62. 160
    Matteo says:

    ” ognuno di noi pratica la montagna, l’arrampicata, l’alpinismo, ect. come più gli piace, cioè in libertà…
    mi sembra una spinta …a una presa di coscenza e conoscenza di se stessi e degli altri che la pensano diversamente da te.”
     
    Ma ciò è il male assoluto!
    Follia! Bestemmia! Eresia!

  63. 159
    Alberto Benassi says:

    Crovella,
    – un conto è la manovra tecnica. Il mezzo barcaiolo, la sosta fissa bilanciata, il fattore di caduta, l’assicurazione ventrale, ect. ect.  Quelle sono,  PUNTO!!
    – un conto sono gli aspetti filosofici/ideologici dell’arrampicata, dell’alpinismo, che non possono essere standardizzati perchè ognuno di noi pratica la montagna, l’arrampicata, l’alpinismo, ect.  come più gli piace, cioè in libertà,  e non vedo perchè questo non debba essere detto ad un allievo. Non mi sembra una spinta al suicidio, caso mai a una presa di coscenza e conoscenza di se stessi e degli altri che la pensano diversamente da te.

  64. 158

    Oh, ma sei proprio tanardo!
    Il modello didattico tecnico è e dev’essere unico, ma non quello ideologico. Perché non siamo, per fortuna, tutti uguali.

  65. 157
    Carlo Crovella says:

    Non credevo esistessero ancora sacche di una mentalità storicamente datata rispetto all’evoluzione in corso. A me risulta che ci sia stata una virata “politica” verso il modello unico, a partire da circa 20-25 anni fa, con la fusione fra le due Commissioni, e tuttora in corso, passo dopo passo. Il modello unico non può che presupporre un pensiero unico, altrimenti non si raggiunge l’obiettivo del messaggio totalmente omogeneo su tutto il territorio nazionale e in tutte le discipline tecniche. Figlio di tale scelta politica centrale è che non possono esserci differenze nel messaggio didattico trasmesso agli allievi. Per fare un esempio: non ci può esser differenza fra il messaggio didattico che riceve l’allievo iscritto a una scuola di scialpinismo di Torino e finito nelle grinfie del caiano Crovella e il messaggio che riceve, nella stesso momento, un allievo iscritto in una scuola di alpinismo toscana o romana e legatosi in cordata con “libertari” del calibro di Benassi o Battimelli. Se ci sono differenze, allora non c’è un messaggio didattico unico. Chi ha occhio attento vede che si sta andando, passo dopo passo, verso una standardizzazione non solo nazionale, ma addirittura trasversale alle discipline (cioè non ci saranno filosofie e nozioni diverse neppure fra scuole di alpinismo e scuole di scialpinismo ecc: il modello CAI è “unico”). 

  66. 156

    Il caiano Crovella un merito però ce l’ha, quello di essere riuscito a far cantare l’oselin de la comare alla Hitlerjugend mentre arranca al passo dell’oca.

  67. 155
    Alberto Benassi says:

    Un altro eretico, addirittura un Direttore. Non c’è più religione!

  68. 154
    Matteo says:

    “E credo di sapere di cosa parlo, dato che nella mia scuola ci sto da 57 anni. …
    E non chiederti, come hai fatto con Benassi, come sia possibile che il direttore della mia scuola tolleri che io dica queste eresie, perché il direttore della mia scuola sono io”
     
    Punto, set, match.
    🙂 🙂 🙂  🙂 🙂 🙂 🙂 🙂 🙂
    Standing ovation per Batman che da solo ha visto più montagne di 10 nCrovelli in 100 anni!

  69. 153
    Vise says:

    Concludo con una battuta, io me lo immagino così… dato che i tanto amati manuali affermano che appena partiti dalla sosta bisogna mettere subito una prima protezione… me lo immagino estrarre la sua pistola piantaspit presa direttamente da Cliffhanger e via… Bang! e prima protezione messa! 

  70. 152
    Vise says:

    Chiedo in generale, dato che a un certo punto ho letto la parola “convegni”. Faccio una domanda relativa ai congressi, quelli in cui si vota, per intenderci. Qualcuno ricorda di avere letto programmi di chi si è proposto per essere votato? Chiedo. Io non ricordo. 
    Relativamente ai componenti delle commissioni, mi pare che il sito del CAI, non sia nemmeno così aggiornato relativamente agli attuali commissari
     

  71. 151
    Vise says:

    @107 Crovella
    Io sapevo mi sarebbe stata fornita questa risposta. A questo punto Crovella, poteva rispondere subito che la domanda andava posta agli organi tecnici e non a lei. Invece ha voluto rispondere per poi replicare così, come già tante volte ci ha abituati in questo blog.
    Se ci tiene a saperlo, diverse domande tecniche sono state poste al mio organo tecnico di riferimento, a voce, a un congresso e poi in forma scritta.
    Evidentemente le risposte non sono arrivate.
     Recentemente, contattato on line da “mamma CAI” ho compilato un questionario on line del CAI sulla parità di genere (politiche sociali). Li contatterò direttamente per riportare un paio di episodi che ho visto coi miei occhi e che non riguardavano direttamente me, all’interno di quella che lei descrive sempre e a tutti i costi come un’isola sempre felice 

  72. 150
    Fabio Bertoncelli says:

    “Benassi, è il solito povero rompicoglioni toscano, magari (non sia mai!) pure maremmano!
     
    Proverbi toscani:
    1) “Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio.”
    2) “Meglio due morti in casa che un maremmano a due chilometri di distanza.”

  73. 149
    Gianni Battimelli says:

    Crovella, ma ti rendi conto che stai confondendo l’ovvia necessità di un insegnamento uniforme e entro certi limiti standardizzato, che nessuno mette in discussione, con l’imposizione di una sorta di pensiero unico, non solo tecnico ma anche ideologico, che peraltro non mi pare sia codificato da nessuna parte nei manuali della CNSASA? Mi sembri il sergente Hartmann di Full Metal Jacket (“noi tempriamo veri uomini”). Almeno parla per te e non ergerti a rappresentante dell’unica e santa ortodossia delle scuole di alpinismo del CAI. E credo di sapere di cosa parlo, dato che nella mia scuola ci sto da 57 anni. Fermi restando i vincoli dettati da ragioni tecniche e di buon senso, qualunque buon insegnante sa (e questo vale per le scuole di alpinismo come per la scuola in generale) che una certa concezione della “omogeneità didattica” è il nemico principale di un insegnamento efficace. E non chiederti, come hai fatto con Benassi, come sia possibile che il direttore della mia scuola tolleri che io dica queste eresie, perché il direttore della mia scuola sono io.

  74. 148
    marco vegetti says:

    CROVELLA:
    cmq  una qualsiasi lezione teorica serale agli allievi, di una qualsiasi scuola CAI dal Brennero a Ragusa, lo stesso identico messaggio deve dare. ”
    Quindi per essere perfettamente in linea, bisogna anche dire le stesse parole, da Brennero a Trapani (chissà perché Ragusa)? Al CAI tornano le veline dei tempi di Manaresi? Guai a dare un proprio giudizio, trasmettere la propria esperienza, raccontare un aneddoto per spiegare una cosa, mai usare una metafora che può essere male interpretata! Libro e moschetto(ne). 

  75. 147
    Carlo Crovella says:

    E’ inutile che mi chiediate continuamente “quali” affermazioni sono quelle incriminate… perché  alcuni di  voi (che manco fanno parte attualmente del mondo didattico) giudicano tali affermazioni non inopportune. Ma il punto è che non siete voi a dover giudicare le affermazioni, perché non avete la mentalità coerente con il modello centralizzato i vigore (non ne fate neppure parte!). Cose come “libertà”, “spingere gli allievi” ecc NON sono più nel novero dell’ortodossia didattica. Si è fatto un lavoro molto pesante per dare una visione molto particolare al messaggio didattico, che non può che essere “conspevolezza, maturità, prudenza”. Frasi come libertà ecc non rientrano più nel glossario ufficiale, ecco perché stridono. Se si tiene una lezione teorica agli allievi (tra l’altro anche il modello di lezione teorica, nei diversi argomenti, si sta standardizzando: non si parla come piace a ciascun, ma secondo modelli standard sempre più omogenei), cmq  una qualsiasi lezione teorica serale agli allievi, di una qualsiasi scuola CAI dal Brennero a Ragusa, lo stesso identico messaggio deve dare. Non è possibile che l’allievo della scuola di Torino o di Milano sente un “certo” messaggio e l’allievo della scuola per esempio toscana senta un messaggio un poi’ diverso. Sennò va a pallino l’omogeneità nazionale della didattica, che è l’obiettivo verso il quale si sta lavorando da 25 anni. Questo è il unto cardine. pensavo che dopo 25 anni fosse ormai tutto chiaro a tutti gli istruttori attivi del CAI.

  76. 146
    marco vegetti says:

    Alberto, infatti era un “magari pure”… Per fortuna che c’è gente qui (tanta) che non si inalbera 😀

  77. 145
    Alberto Benassi says:

    Benassi, è il solito povero rompicoglioni toscano, magari (non sia mai!) pure maremmano! ????

    Rompicoglioni si, maremmano no. Con tutto il rispetto per la Maremma.

  78. 144
    Alberto Benassi says:

    In realtà su Benassi non sono molto interessato.

    Ma come…? quasi, quasi ci rimango male.
    Vedi Crovella dovresti scendere dal trono sabaudo su cui ti sei messo. Io non ho messo in discussione il CAI, ho detto che ci sono cose che condivido e altre no. Su quelle no, voglio dire la mia.
    E prima di essere un istruttore sono un alpinista, come lo ero anche quando ho fatto per tanti anni il volontario di soccorso alpino. Prima di essere soccorritore , sono alpinista.  Ma il mio essere prima alpinista che istruttore o soccorritore  ha dato solo valore aggiunto alle queste due figure , non le ha svalutate. Praticare l’alpinismo con passione e facendo un’attività di un buon livello tecnico, può solo essere positivo per un istruttore.

  79. 143
    marco vegetti says:

    Certo che ‘sto maniaco di Crovella è ben strano. Per il mio “caso” è andato a scomodare qualche dirigente del CAI (la maggior parte dei quali manco ha mai parlato con me) per avere informazioni, ovviamente credendo a loro perché sono dirigenti (se mi diceva potevo indicargli anche io qualcuno, da ex-Presidenti a ex-Segretari della Sezione). Per Benassi ha deciso che non gli interessa scomodare le sue altolocate amicizie (apicali, ops). Con me, l’ha fatto perché milanese, alla faccia sua, sono stato un giornalista di montagna, tra i fondatori dell’Associazione Giornalisti di Montagna, Cervinia, puoi chiedere a Serafin se vuoi o a De Martin; socio per 43 anni del CAI; conosciuto nell’ambiente alpinistico italiano e straniero -vuoi le referenze?- e tutto questo lo ha, come dire?, “infastidito”… Benassi, è il solito povero rompicoglioni toscano, magari (non sia mai!) pure maremmano! 😀

  80. 142
    Luca Visentini says:

    Crovella, continui a non capire che per “caiano”, a prescindere dall’appartenenza al club, s’intende una persona che in montagna si prende troppo sul serio. E tu sei caiano fino al midollo, al di là dei tuoi titoli ma per come ti poni. Un bullo.

  81. 141
    Matteo says:

    “Mi arrovellavo sul perché potesse esprimere cose così in contrasto con le finalità didattiche del CAI”
     
    Quali cose esattamente: riportale o taci!

  82. 140
    marco vegetti says:

    120 CROVELLA:
    da noi, nell’austero nord ovest,
    No caro C.: nell’austero Piemonte/Torino. Parla per quello che conosci dal vivo per esperienza, non per telefonate o incontri di mezza giornata. Prima di parlare degli altri, vai con loro a qualche lezione teorica e a qualche uscita: l’unico modo per vedere se è come tu dici. Il resto sono tue illazioni. Lascia fuori Lombardia e Liguria, Grazie. E non rompere le palle con i tuoi “ho sentito, ho parlato”. Io con qualche Istruttore nazionale ci ho pure arrampicato, fatto scampagnate, bevuto una birra. Compreso il vertice apicale del tuo CNSASA… 

  83. 139
    Carlo Crovella says:

    In realtà su Benassi non sono molto interessato. Tocca a chi di dovere verificare se dica o meno cose dissonanti. Mi arrovellavo sul perché potesse esprimere cose così in contrasto con le finalità didattiche del CAI, visto il modello organizzativo così rigido. La spiegazione potrebbe annidarsi nelle diverse dimensioni delle scuole. Ho dato un veloce sguardo alla sua scuola. Mi pare che siano in 15-17 istruttori. E’ ovvio che, sul piano istituzionale, l’ambiente è più rilassato, più familiare, ci si preoccupa meno di cosa si dice sui risvolti “ideologici” ecc. In scuole grandi e di centri metropolitani inevitabilmente l’impostazione è molto più rigida: il nostro organico istruttori sfiora i 100 nomi, giriamo ogni anno 100 e passa allievi, nei diversi corsi, il tutto deve essere molto più “controllato” dai vertici, molto più schematizzato, molto più rigido, sennò diventa ingestibile. In più c’è la questione di mentalità specifica: da noi nessuno si sogna di uscire dal seminato.
    Sta di fatto che il nostro attuale direttore è un componente della CNSASA  e un altro past direttore è oggi il direttore  della Scuola Centrale. Non è inusuale un fatto del genere, i rapporti fra la nostra scuola e la CNSASA sono sempre stati molto profondi, nei due sensi. Lo stesso vale per altri scuole “grandi” e importanti. Specie con questo secondo “collega” vi basti solo sapere che a far la gara, fra me e lui, a chi è più inflessibile su questi temi, non so proprio chi “vince”…

  84. 138
    marco vegetti says:

    CROVELLA, a proposito di Benassi, potresti fare due telefonate e quattro chiacchiere con i suoi “superiori” così lo sistemano loro (tanto tu conosci tutti i vertici apicali)! Se per caso invece il buon Benassi è più che apprezzato come istruttore, visto che lo è da anni e anni, mi sa che i toscani ti mandano a quel (tuo) paese… Puoi sempre parlare con il TER o con la CNSASA, a te non dovrebbe essere difficile
     

  85. 137
    marco vegetti says:

    109 CROVELLA
    . In particolare è chiaro ai tutti i vertici che l’EAGLE TEAM non fa parte del modello didattico del CAI, quello delle Scuole “normali”.
    Ma glielo hai detto o no che hanno sbagliato a terlo nel CAI e che invece andava nell’Accademico? E cosa ti hanno risposto, SE l’hai detto…
     

  86. 136
    marco vegetti says:

    107 CROVELLA. Ma è esattamente quello che fai tu. Vai a chiedere lumi alle spalle degli interessati, ma non hai neanche le palle di dire a chi chiedi (nel mio caso, ad esempio).
    E ha ragione Marcello: sono stato anche io 40 anni nel CAI e ho continuato a starci pur non condividendo il modo di gestire la mia sezione e dicendolo apertamente. Ma è quello di cui il CAI ha il terrore: persone/soci che pensino con la loro testa. Meglio quelli che piacciono a te, zitti e inquadrati. Sarebbero piaciuti anche a Manaresi.

  87. 135
    Alberto Benassi says:

    Crovella,  denunciami ai probiviri dei CAI così mi mettono al rogo, come idemoniato.

  88. 134

    Nessuno mette in discussione il modello didattico del Cai. Neppure nei commenti del povero Benassi traspare l’ombra di ciò. 
     
    Crovella, sei partito per la tangente e te la sei cantata e suonata da solo. E il bello è che insisti.
    Piantala lì. Il Cai non c’entra,  ti devi curare.

  89. 133
    Matteo says:

    “Benassi possa dire, anche candidamente, cose che nel modello didattico del CAI in vigore sono eresie”
     
    Ma cosa ha detto di così sconvolgente?
    Io non ho trovato nulla, proprio nulla, che avvalori la tua convinzione!

  90. 132
    Carlo Crovella says:

    Ma li ho letti! Solo che non sono idee da “Istruttore CAI”. Se vai ai corsi, agli aggiornamenti, ai convegni oppure se leggi i manuali, le circolari, le comunicazioni ecc nell’ambiente degli istruttori CAI NON senti MAI cose del genere. E’ per questo che sono stranito che Benassi possa dire, anche candidamente, cose che nel modello didattico del CAI in vigore sono eresie. Non credo che Benassi sia andato agli aggiornamenti dei titolati, perché in quelle sedi i nodi sarebbero venuti al pettine. Mi stupisce, ribadisco, che nella sua scuola ci sia tale lassismo e che i suoi responsabili gli lascino pubblicamente dire cose di quel tipo… Qui da noi sarebbe impensabile: o hai la “testa” di un certo tipo (cioè all’antitesi di Benassi) o non sei fatto per fare l’istruttore CAI. Anche quando sono andato in altre scuole o a aggiornamenti e convegni nazionali ecc, la mentalità dominante è quella che indico io, non l’altra
     
    Stiamo girando a vuoto perché chi NON fa parte, o non fa parte in modo congruo, del modello didattico del CAI pretende di spacciar per verità assodate quelle che in realtà sono le sue idee. La conclusione più adeguata è: “fare l’istruttore CAI è per molti, ma NON è per tutti“. Infatti bisogna avere la mentalità coerente con il modello stesso, non è una questione tecnica o di capacità alpinistiche, ma è una questione di mentalità

  91. 131
    Matteo says:

    “non ho MAI sentito, nel modello didattico CAI, i discorsi che ho letto nei commenti sottostanti”
     
    Veramente ti ho appena indicato che NON LI HAI MAI LETTI neppure nei commenti sottostanti, ma come al solito ti rifiuti pervicacemente di prendere atto di una cosa così triviale come la realtà…

  92. 130
    Carlo Crovella says:

    Al di là della fondatezza o meno dei singoli risvolti, il punto che sfugge è che il modello del CAI è “quello”, è ben rigidamente codificato e non è oggetto di interpretazioni o negoziazioni: ci sono innumerevoli manuali, circolari, esami e aggiornamenti periodici che lo testimoniano nero su bianco. Giusto o sbagliato che sia, è così. Se uno vuole fare l’istruttore del CAI, “quella” filosofia deve sposare, senza tutti i sofismi che state dipingendo. O si fa l’istruttore così o NON si fa l’istruttore, non si può dire ma io sì però e poi non è irragionevole quello che dico… NO! Conosco il modello didattico del CAI dal suo interno, non dico che lo creato io, ci mancherebbe, ma ho dato i mie piccoli mattoncini  insieme ad altri contributori qualificati. Ancora oggi sono cmq coinvolto , anche se non ho più comprensibilmente voglia di caricarmi di compiti organizzativi (direttore ecc) e poi ci sono giovani molto preparati e lascio con piacere lo spazio a loro. Ma sono ancora “dentro” a queste tematiche e lo conosco molto bene. In 45 anni, neppure a livello regionale/nazionale, non ho MAI sentito, nel modello didattico CAI, i discorsi che ho letto nei commenti sottostanti e tutte gli arzigoli che ci montate sopra. Proprio NON fanno parte del concetto di istruttore CAI.

  93. 129
    Matteo says:

    E’ proprio perché sono andato a rileggerli che non credo che tu abbia capito cosa vuol dire Benassi (e piuttosto chiaramente). Cito dal #32:
    “alpinismo in libertà non vuol dire “alpinismo incoscente” .
    Anzi, esige consapevolezza delle proprie capacità e dei rischi e pericoli a cui si va incontro”
     
    Affermazioni sulle quali c’è ben poco da eccepire, direi.
     
    Al contrario della tua al #35 “se tu ti senti “prima” alpinista e poi “istruttore”, non capisco bene cosa ti spinga a fare l’istruttore”  che avevo già stigmatizzato al mio #39 e che mi pare quasi affermare che tu preferisca e anteponga l’istruttore all’alpinista, quasi si potesse essere istruttori senza essere alpinisti.

  94. 128
    Carlo Crovella says:

    PS: le GA NON fanno parte del modello didattico del CAI, quindi in genere non lo conoscono nei dettagli e spesso ne hanno solo un infarinatura, che rischia di esser fuorviata dalla visone personale anticaiana, come nel personaggio citato. Benassi dice di esser istruttore dall’84 e pensa che io lo sono da un po’ prima e sono stato direttore di una delle più grandi e importanti scuole di tutto il CAI. Per cui, anche se adesso, per scelta personale, non ricopro più ruoli “attivi”, so perfettamente di cosa parlo. La nostra scuola ha storicamente fornito validi componenti della Commissione Centrale e della Scuola Centrale (non parliamo della Commissione e della Scuola LPV, cioè quelle territoriali) e anche adesso abbiamo alcuni nostri personaggi nei posti di rilievo a livello centrale. Per cui SO di cosa parlo. Sono circa 45 anni che mangio pane e modello didattico del CAI.

  95. 127
    Carlo Crovella says:

    Cmq Matteo, se vuoi maggior precisione sul punto “cose sbagliate”, scendi giù lungo i 120 commenti e rileggiti le cose scritte da Benassi e, in più punti, troverai dei riferimenti (libertà in montagna, spingere gli allievi ecc) che non sono coerenti con il messaggio didattico del CAI da comunicare agli allievi. O Benassi non è mai stato a un aggiornamento o le cose gli entrano da un orecchio e gli escono subito dall’altro, ma questo atteggiamento è sbagliato, nel senso che non è coerente con l’impostazione ormai consolidata da 25 anni. Premesso che da noi (nel nord ovest) manco capitano episodi del genere (chi non la mentalità coerente con il modello didattico, non diventa neppure aiuto-istruttore…), dico che, qualora accadesse, tutto verrebbe messo in chiaro all’interno della scuola stessa, tramite l’intervento del direttore e dei suoi collaboratori. Non si arriva neppure a dover costringere i responsabili regionali a intervenire. Piuttosto questi ultimi, negli aggiornamenti, martellano gli istruttori in modo tale che i “legnosi” comprendano le cose e cambino quindi mentalità.

  96. 126
    Matteo says:

    “Parlate di cose che non conoscete e pretendete di “imporre” a questo mondo”
     
    A me sembra che qui nessuno abbia parlato delle terribili cose da te paventate come “libertà in montagna”  o di “cercare l’avventura”  e  tantomeno di imporre alcunché: se puoi indicami i passi dove questo sarebbe avvenuto.
    Mi pare proprio che le tue fobie ottenebrino un po’ la tua di visione o intelligenza
     
    Inoltre mi pare anche che chi ha scritto finora sappia bene di cosa parla, che sia andare in montagna che sia di scuole CAI…o vuoi mettere in dubbio la competenza di uno che è istruttore dall’84 o di un Cominetti.
    E anch’io nel mio piccolo credo di aver visto un bel po’ di montagne…e magari anche più di te.
    Per cui evita di trinciar giudizi gratuiti perché al massimo qualificano te!
     

  97. 125
    Carlo Crovella says:

    In cosa risiederebbe la mia presunta scarsa intelligenza? Mi pare che siate voi a dimostrare scarsa intelligenza, poiché parlate di un mondo, quello della didattica del CAI, che NON conoscete minimamente. Parlate di cose che non conoscete e pretendete di “imporre” a questo mondo (a voi sconosciuto) la vostra interpretazione su cosa e come dovrebbe agire… quando è tutto nero su bianco, deliberato e accertato e… da decenni!

  98. 124
    Carlo Crovella says:

    ul punto “controllo”, il modello è molto chiaro: LA GERARCHIA è indiscutibile e comporta anche il controllo. Trattasi di decisione che non ho preso io (anche se le condivido), ma sono codificate centralmente. Diciamo che il controllo si cerca di effettuarlo con modalità morbida e preventiva. Cioè attraverso gli aggiornamenti periodici, cui tutti gli istruttori titolati si DEVONO sottoporre (ogni 3-5 anni). Inoltre le scuole serie, con aggiornamenti ai loro istruttori ogni anno, ribaltano al proprio interno la filosofia centralizzata. Negli aggiornamenti, si “pesta” sugli istruttori, ma non solo sulle manovre, bensì anche sulla mentalità e sul messaggio da trasmettere agli allievi. MAI sentito negli aggiornamenti fare discorsi del tipo “libertà in montagna”, “spingere gli allievi”, “cercare l’avventura”… semplicemente perché NON sono contenuti del messaggio didattico del CAI. Prendete i manuali CNSASA prodotti negli ultimi 25 anni e NON troverete MAI affermazioni tipo “montagna regno della libertà”, bensì solo “approccio maturo, consapevole, prudenziale”

  99. 123
    Carlo Crovella says:

    Non sta a me che sono l’antitesi della mentalità “spingere”, spiegare cosa si intenda. Quando però si cita l’EAGLE TEAM a sproposito (con riferimento alla didattica 2normale” del CAI credo che la dissonanza sia molto chiara. L’EAGLE TEAM coinvolge 40 (QUANRANTA persone su 346.000 soci totali!) giovani già motivati di loro e li seleziona severamente anche sul terreno prima di ammetterli.
    All’opposto il modello didattico del CAI è rivolto a tutti i soci e anche ai non soci (che di devono associare). In parole povere: l’EAGLE TEAM è la squadra corse di F1, il modello didattico è la produzione di serie della panda. noi istruttori 2normali2 dobbiamo agire per produrre ottime Panda, ma NON Ferrari di F1. Quando senti un normale istruttore che fa dei “discorsi” da team di F1, c’è qualcosa che non quadra.

  100. 122

    Crovella, è che proprio non ci arrivi.
     
    Il tuo problema risiede nella tua intelligenza limitata a fronte della convinzione di averla superiore a tutti gli altri.

  101. 121
    Matteo says:

    “se davvero l’istruttore X “spinge” gli allievi all’alpinismo impegnato, questa cosa è molto discutibile.”
    Dipende tutto da cosa si intende con “spingere” e “alpinismo impegnato”.
    Credo che anche nell’austero nord-ovest (!) gli istruttori spingano gli allievi ad andare in montagna, impegnandosi a farlo al meglio e con conoscenza…altrimenti che istruttori sarebbero!
    Come non credo proprio che Benassi spinga chichessia a buttarsi a muzzo…
     
    L’invocare l’intervento censorio di direttori di Scuolo, TER e commissioni varie quando c’è qualcosa che non piace (anche se poi non si sa che cosa non vada e Non ci sono affermazioni specifiche dell’istruttore tizio o caio” da poter citare) mi pare decisamente un sintomo della mentalità beceramente associazionistica, autoreferenziale e ingiustificata, che è l’essenza del caianesimo più deteriore.
     

  102. 120
    Carlo Crovella says:

    Se NON vi piace il CAI, basta che non ne facciate parte. Ma non voglio tornarci sopra. Lo stesso per il ruolo di istruttore CAI. Se non piace il protocollo centralizzato del modello didattico CAI, basta NON fare l’istruttore CAI.
    Accipicchia, se devo spiegare il tema “affermazioni”, significa che finora abbiamo perso tempo. Non ci sono affermazioni specifiche dell’istruttore tizio o caio. C’è che se davvero l’istruttore X “spinge” gli allievi all’alpinismo impegnato, questa cosa è molto discutibile. La finalità didattica del CAI è ormai codificata (ribadisco da 25 anni!) e il messaggio didattico da comunicare agli allievi è l’approccio “maturo, consapevole e prudente”. NON tocca ai normali istruttori CAI spingere all’alpinismo impegnato. Se poi alcuni degli allievi hanno in sé il talento e le motivazioni esistenziali, allora percorreranno quella strada, ma lo faranno per scelta individuale, non perché “spinti” o “indirizzati” da un normale istruttore CAI. Per quello che risulta a me, tutto ciò è fortemente discutibile (se davvero viene fatto nella realtà) e le persone predisposte ai controlli dovrebbero intervenire. Non spetta a me, l’ho già detto, ma sono cmq basito: da noi, nell’austero nord ovest, è inconcepibile una situazione del genere, manco si palesa. Chi non ha “quella” mentalità, non dovrebbe far parte del mondo didattico. Così come chi non ha la mentalità “caiana” non dovrebbe autopunirsi nel continuare a esser socio del CAI. 

  103. 119
    Matteo says:

    E quindi cito parte di detto intervento:
     
    “di solito nessuno si riferisce con il termine “caiano” a tutti i soci CAI o a tutto il CAI, ma solo a un certo tipo di socio CAI e a una mentalità piuttosto diffusa nel CAI, quella associazionistica in senso becero, autoreferenziale e autogiustificata, che non riconosce alcun valore  a ciò che non è CAI o che si svolge o avviene al di fuori del CAI. I cultori (ma sarebbe meglio definirli sacerdoti) di tale mentalità spesso vengono definiti anche “Barbacai”, ma non sono tutti i soci del CAI: nessuno si sognerebbe di dare del caiano a  Ughetto, per esempio!”
    “Trovo che la mentalità “caiana” sia però purtroppo parte integrante del CAI fin dalle sue origini e dai suoi fondatori e sia purtroppo maggioritaria nelle cariche sociali e quindi nella politica e nelle funzioni del CAI stesso.”

  104. 118
    Matteo says:

    Mi ero dimenticato di quell’articolo: l’ho riletto e ho letto il mio post #65. Lo ribadisco completamente: è agli atti. [nota: l’Ughetto come prototipo del non-caiano citato nell’intervento è Ugo Manera]
     
    Piuttosto non capisco quale affermazione del povero Benassi abbia potuto scatenare le ire funeste di Crovella…

  105. 117
    Carlo Crovella says:

    utilizzate come preferite il termine caianao, tanto chi è davvero coinvolto nel CAI se ne fa un baffo dei vostri insulti. Piuttosto non è chiaro come mai alcuni detrattori dei caiani siano soci del CAI. io tifo Juventus, mica sono socio di un Inter fan club!
    Il tema “caiano” l’ho già abbondantemente trattato inj un articolo pubblicato sul gogna Blog nel 2020 (vedi link sottostante). E’ agli atti. ma è mai possibile che si debba sistematicamente tornare sempre sugli stessi argomenti? Una volta che un tema è trattato e chiarito, dovrebbe essere messo in bacheca senza tornarci sopra… sennò è tutto inutile. Vien da concludere che è inutile fare la fatica di scrivere, illustrare, spiegare, confutare (le vs idee quasi sempre campate per aria), ecc ecc ecc… tanto basta che passi qualche tempo e siamo al “pian dei babi”.
     
    https://gognablog.sherpa-gate.com/caiano-sara-lei/

  106. 116
    Carlo Crovella says:

    Benassi. Non si tratta di stigmatizzare opinioni anche critiche verso il CAI. La sensazione, almeno così come emerge da certi tuoi scritti, è che tu agisci in contrasto o in modo difforme dalle direttive. Questo non regge più dopo che il modello didattico è diventato centralizzato, e (ribadisco) lo è da circa 25 anni! Se, anche buona fede, ti viene naturale “spingere” o almeno invitare certi allievi a intensificare il loro coinvolgimento nell’alpinismo impegnato, la cosa è molto discutibile. Stride sicuramente con i dettami centralizzati in essere da 25 anni. Non devi rendere conto a me. Ma sono stupito che chi dovrebbe controllarti non ti faccia notare queste tue anomalie. Tocca in primis al tuo direttore di scuola e, a monte, a qualcuno della TER. Se neppure la TER si muove, in linea teorica toccherebbe alla commissione Centrale. Ovvio che la commissione ha ben altre cose di cui occuparsi che il comportamento del singolo istruttore, ma i protocolli di aggiornamento e controllo a cascata sono molto rigidi. Il tuo direttore di scuola non può non essere un Istruttore Nazionale e chi diventa Nazionale ha una “certa” mentalità, se no non lo diventa. Non mi capacito che lui non ti dica nulla, se davvero tu fai questi discorsi agli allievi e arrivi addirittura a equivocare sull’EAGLE TEAM, come fosse la legittimazione, per qualsiasi istruttore “normale”, a svolgere un compito analogo a quello dell’EAGLE TEAM.

  107. 115
    Expo says:

    Spesso girando in montagna si incontrano “spiriti liberi” con idee anarcoidi che mal si sposano con la rigidità di alcune regole Cai.Io non sono organico al Cai , sono socio da tanti anni , e sono grato al Cai per le cose che mi ha insegnato esplicitamente ( essere “bravo” non sempre coincide con essere “prudente” , fiutare il rischio non significa saper allestire una sosta decente o fare un mezzopoldo ).Quando lo sento il termine :”Caiano” mi sembra definire una persona ottusa , nozionistica e verbosa , che parla più di quello che fà , e che è tendenzialmente politicamente schierata a destra.Se me lo dicono non mi offendo , pur sapendo che non è un complimento , e vado in giro con tutti.Qualche volta ho avuto problemi ( superabili ) a relazionarmi con il modo di gestire le gite , a volte un filo rigido , ma dopotutto se capita mi adeguo , perchè l’80% delle mie gite sono organizzate in autonomia.

  108. 114
    Matteo says:

    “Il socio Aci è…acciaiato “
    solo se prova tiri palesemente sopra le sue capacità caiane!<
    🙂

  109. 113
    Marcello Cominetti says:

    Io sono socio Cai ma non mi sento affatto caiano.
    A parte Crovella, che volta la frittata a suo piacimento, non credo che nessuno veda nei ermini caiano e caiota, una connotazione positiva.
    Il socio Aci è…acciaiato :-))).

  110. 112
    Alberto Benassi says:

    A me se mi da del CAIANO importa poco visto che sono iscritto al CAI lo prendo per quello che è: ho la tessera quindi sono caiano.Ma potrei anche essere iscritto all’ACI quindi sono Aciaiano.
    Questo però non vuol dire che non debba esprimere critiche a decisioni, orientamenti, scelte, iniziative  che il CAI prende e non condivido. Non vuol dire che pendo completamente dalla bocca del CAI.

  111. 111
    Matteo says:

    “Non esiste una definizione ufficiale [del termine caiano. ]…per cui la preferenza per darne una valenza negativa, da sfigato, è una interpretazione personale, ctendenzialmente SBAGLIATA. …Chi invece si torva bene nel CAI ha incamerato il termine “caiano” e lo usa in senso positivo. “
     
    Un po’ come essere mandare affanculo potrebbe essere di incoraggiamento e buon augurio per un gay…
     
    Ineccepibile!

  112. 110
    Marcello Cominetti says:

    Crovella, vera scheggia  impazzita. 

  113. 109
    Carlo Crovella says:

    E ci risiamo. fate della filosofia su interpretazione di termini che non sono neppure presenti in vocabolario ufficiale o alla treccani. così come per il termine sabaudità e l’annesso aggettivo sabauto (NON nel significato di riferito alla famiglia Savoia), lo stesso per il termine caiano. Non esiste una definizione ufficiale. per cui la preferenza per darne una valenza negativa, da sfigato, è una interpretazione personale, ctendenzialmente SBAGLIATA. figlia di una prevenzione di fondo verso il CAI. Chi invece si torva bene nel CAI ha incamerato il termine “caiano” e lo usa in senso positivo. La filososia del CAI (approccio alla montagna maturo, consapevole e prudente) è per noi un “valore” non una manifestazione dell’esser sfigato. Volete crogiolarvi in tale errore? fate pure, ma siate consci che l’interpretazione negativa di caiano è una “vostra” peculiarità e non un termien assoluto.
     
    per quanto riguarda l’EAGLE TEAM, è ovvio che sia i vertici CAI centrale (che lo hanno creato) che le autorità collaterali, tipo la CNSASA, siano perfettamente al corrente della natura e della finalità di tale iniziativa. In particolare è chiaro ai tutti i vertici che l’EAGLE TEAM non fa parte del modello didattico del CAI, quello delle Scuole “normali”. E’ un’altra divisione, con regole sue e obiettivi suoi, che non sono nè le regole nè gli obiettivi delle scuole “normali” o degli istruttori “normali” del CAI.

  114. 108
    Carlo Crovella says:

     Benassi, guarda che vivi in un mondo che NON è quello attuale del modello didattico del CAI. Il messaggio didattico è oggi rigidamente governato a livello centrale , così come il comportamento di scuole e istruttori. Non si va a capocchia. un conto è un piccolo range di personalizzazione rispetto al concetto base diffuso centralmente, un altro è esprrmere una visione che è difforme se non addirittura antitetica 8e quindi in constrato) con l’impostazione centralizzata. Due cose m i stupiscono della tua realtà: 1) che tu cointuinui a dire queste cose antitetiche quando il modello centralizzato è in essere almeno da 25 anni: ma dove hai vissuto finora? 2) che nessuno di chi è preposta a controllarti, ti rimetta nel giusto alveo. Ma che fa il tuo direttore di scuola? E, a monte di lui, nessuno si muove a livello di commissione TER (Toscana Emilia Romagna)? ma tu non vai agli aggiornamenti periodici, che dovrebbero in teoria essere ogni tre anni? E nessuno agli aggiornamenti ti ha fatto notare che dici cose “difformi” dell’obiettivo didattico centralizzato del CAI? sono basito di questa realtà, qui da noi sarebbe impossibile… non rispondetemi che “non conosco i toscani”, è fuori luogo sul punto. Il modello didattico del CAI è tale (cioè “centralizzato”) perché deve essere omogeneo in tutta Italia, dal Brennero a Ragusa.

  115. 107
    Carlo Crovella says:

    @102 Appunto! la domanda tecnica la devi porre agli organi tecnici e nopn a me che non ricopro alcun ruolo di tale natura. Rivolgiti in prima istanza alla commissione territoriale competente del tuo territorio e, se del caso, direttamente alla CNSASA. Non avrebbe senso che tu ti basassi sulla risposta tecnica di un personaggio che non ricopre tali ruoli. Io potrei, anche in perfetta buona fede, darti una risposta tecnicamente sbagliata e poi tu che fai? Ti giustifichi ai tuoi controllori dicendo “eh, ma ho fatto così e non cosà, perché un certo Crovella sul gogna blog mi ha detto di afre così e non cosà”?????????? Rivolgiti a chi di dovere: è corretto sia nella sostanza che anche nella forma.

  116. 106
    Alberto Benassi says:

    A me pare che chi NON vuole responsabilità NON fa ne la GA e nemmeno l’Istruttore. 

    Appunto!!
    Faccio l’istruttore dal 1984,  visto che nessuno mi ha mai pagato, chi me l’avrebbe fatto fare se non la passione!!! Al CAI penso di avere più dato che ricevuto, ma visto che nessuno mi obbliga, va bene così. È giusto e logico che ci siano delle regole e una didattica che sono tenuto a seguire ,  ma questo non vuol dire che non ci possa mettere del mio, e non possa esprimere delle critiche su quello che non condivido. E che mi si venga a dire che devo essere STRIGLIATO perché esprimo le mie critiche non lo accetto.

  117. 105

    Emergono chiare le contraddizioni all’interno del Cai di cui accennavo nel mio ultimo commento. E aggiungo gli Sci Club Cai, le gite in mtb, in elicottero, ecc.
     
    Crovella, metti solo confusione (anche in te stesso) quando idealizzi un Cai a tua immagine e somiglianza ma non ti accorgi che quello reale è diverso.
    Caiano, per chi come me è socio ma proprio per questo si sente di fare delle critiche, significa “un po’ sfigato” ed è proprio quello di cui il Cai non ha bisogno in così grande quantità. 

  118. 104
    Dm says:

    Anni fa il bollettino trimestrale della mia Sezione riportava le salite importanti fatte dai soci. Oggi lo stesso bollettino riporta di tutto (attività culturali, ambientali, civili associative etc etc) salite=zero. Oggi il CAI raccoglie tutti e tutto e non è più “solo” degli alpinisti, anzi. Le Scuole sono rimaste l’unico settore “tecnico” (che porta un notevole carico di responsabilità) dove si parla e si insegna l’alpinismo. Stiamo parlando di più un migliaio di Istruttori  che vengono costantemente coordinati, aggiornati e supportati didatticamente che ogni anno trasferiscono a migliaia di allievi una formazione “controllata” e metodicizzata. Oggi chi accompagna un inesperto in montagna in modo organizzato (istruttore o GA, ) lo fa SOLO se  ha grande passione ma nessun compenso, materiale o morale, piccolo o grande può compensare il rischio personale, penale, civile che si assume poichè come tutti ben sappiamo la prudenza e la professionalità non toglie il rischio dell’andare in montagna. A me pare che chi NON vuole responsabilità NON fa ne la GA e nemmeno l’Istruttore. 

  119. 103
    marco vegetti says:

    CROVELLA:
    Continui a citare l’EAGLE TEAM che 1) dovrebbe, secondo logica, esser inserito nell’attività del CAAI e non del CAI (ho già spiegato quali sono i probabili motivi per cui hanno preferito la seconda soluzione, ma concettualmente è stridente) e 2) l’EAGLE TEAM è una divisione indipendente,  NON ha nulla a che fare con il modello didattico del CAI, è un altro “reparto produttivo”.
    E gliel’hai detto alla CNSASA? Al Presidente CAI? O sei talmente pieno di te che pensi che gli altri, persino i tuoi vertici apicali del CAI siano dei poveri pirla che sbagliano e che SOLO tu sia nel giusto?

  120. 102
    Vise says:

    #87 Crovella
    La mia, al n.82  è una domanda tecnica, che richiede una risposta tecnica, non una risposta politica, che altro non è che una non risposta.
    Nel mio intervento si fa riferimento specifico a un documento e a una specifica parte dello stesso

  121. 101
    Carlo Crovella says:

    Io invece affermo esplicitamente che sei tu che prendi roma per toma, nonostante ti abbia spiegato milioni di volte i dati del problema. Mi costringi ad occupare ulteriore spazi nei commenti. Sintetizzo: fai una gran confusione fra natura e finalità del CAAI (l’Accademico), natura e finalità del CAI (il club sì degli alpinisti, ma “medi”) e il modello didattico del CAI (l’organizzazione  per trasmettere agli allievi di scuole CAI il messaggio di consapevolezza, maturità e prudenza”. Continui a citare l’EAGLE TEAM che 1) dovrebbe, secondo logica, esser inserito nell’attività del CAAI e non del CAI (ho già spiegato quali sono i probabili motivi per cui hanno preferito la seconda soluzione, ma concettualmente è stridente) e 2) l’EAGLE TEAM è una divisione indipendente,  NON ha nulla a che fare con il modello didattico del CAI, è un altro “reparto produttivo”. Non spetta a noi, “normali” istruttori CAI, preoccuparci di fare il lavoro dell’EAGLE TEAM. Se li mescoli fai un minestrone pazzesco! Se ti piace di più quella mentalità, dovresti cercare di entrare nell’EAGLE TEAM e non pensare di perseguire le “loro” finalità all’interno di una “normale” scuola CAI.

  122. 100
    Alberto Benassi says:

    98@ EXPO

    .Penso che nessuno in veste di istruttore inviterebbe qualunque allievo a praticare attività particolarmente aleatorie ;

    Io non invito nessuno, ne come istruttore, ne a titolo  personale fuori dai corsi. Però per come la vedo io, si danno degli esempi. Si possono dare in un senso o in un altro. Quando si invita a parlare difronte ad un pubblico una personalità che fa un’ attività estrema e lo si riempie anche di COMPLIMENI per la sua bravura e per il suo coraggio, si da un messaggio, a di là che lo si  inviti o non lo si inviti a raccoglierlo. Se mi leggo un libro di Gervasutti, di Bonatti, ect. mi posso anche immedesimare. Quante volte si dice che su certi libri di alpinismo si è sognato, ci siamo immedesimati nelle avventure li raccontate. Tante volte possono essere stati motivo di stimolo per affrontare una certa scalata, a me è successo. Sono andato a fare quella scalata dopo che ne ho letto il racconto dell’apritore, o del primo solitario, o del primo invernalista. Poi ognuno di noi queste cose le vive in maniera diversa.
    Anche con EAGLE TEAM il CAI da un esempio. Un esempio ai giovani di grande alpinismo.
     

  123. 99
    Alberto Benassi says:

    97@ Fabio. Viene fatto.

  124. 98
    Expo says:

    @ Alberto BesassiUn allievo di un corso certo che lo metti in guardia che l’alpinismo è pericoloso, ma ad una sua domanda,  non gli puoi dire che l’alpismo solitario non si fa. Non gli puoi dire che da soli in montagna non ci si va, perchè è un falso. Magari gli dirai che si fa dopo aver maturato tutta una serie di esperienze, maturato una capacità tecnica, un’abilità, una consapevolezza a quello a cui ti esponi.Beh , ma questo non mi sembra cambi la natura dell’associazione Cai.Penso che nessuno in veste di istruttore inviterebbe qualunque allievo a praticare attività particolarmente aleatorie ; però perchè non ascoltare in una serata quello che hanno da dire personalità dell’alpinismo estremo , free soloers come il compianto Dan Osman o come Alex Honnold , che non si capisce bene come facciano a fare quello che fanno slegati dove noi non ci teniamo neanche..Penso che un allievo su 100 aspiri ad arrampicare slegato su difficoltà classiche , e uno su 10.000 su difficoltà limite.Gervasutti era un simbolo di grande alpinismo , ma non credo ne lui ne il cai  volessero proporre come obbiettivo del caiano l’audacia a rischio della vita  come i primi salitori della N dell’Eiger , che per una medaglia di Hitler sono morti a decine su una parete nemmeno tanto bella.

  125. 97
    Fabio Bertoncelli says:

    A mio giudizio, ciò che – alla prima lezione – si deve insegnare agli allievi dei corsi di alpinismo è quanto segue:
    1) L’alpinismo è pericoloso.
    2) Ciascuno di voi, giovani allievi entusiasti dei monti, ci può lasciare la vita.
    3) Potreste accopparvi perfino usando la massima prudenza.
    4) Se, nonostante i punti 1), 2) e 3), avete ancora l’intenzione di imparare a scalare, noi vi insegneremo a ridurre i rischi. Non a eliminarli.
    5) Chi non è capace di assimilare queste considerazioni fondamentali è pregato di ritirarsi dal corso e accomodarsi in segreteria: gli sarà rimborsata la quota di iscrizione.
    6) Cosí è, che vi piaccia o no.

  126. 96
    Alberto Benassi says:

    […] Il CAI è l’antitesi di tale frase e lo è fin dalla sua costituzione e in particolare lo è nella sua finalità didattica, che ha infatti obiettivi diametralmente opposti.

    Crovella, hai i paraocchi come i cavalli.
    Gervasutti avrà anche potuto intendere tutto l’opposto, sempre che non sia una tua interpretazione (magari errata) alla fine quello che conta è il messaggio che dai e che viene recepito.
    Un allievo di un corso certo che lo metti in guardia che l’alpinismo è pericoloso, ma ad una sua domanda,  non gli puoi dire che l’alpismo solitario non si fa. Non gli puoi dire che da soli in montagna non ci si va, perchè è un falso. Magari gli dirai che si fa dopo aver maturato tutta una serie di esperienze, maturato una capacità tecnica, un’abilità, una consapevolezza a quello a cui ti esponi. Altrimenti non ha senso che le sezioni CAI, ad esempio,  organizzino serate invitando alpinisti che fanno un’attività  estrema, alpinismo solitario, ect.,  che li applaudano, li eleggano davanti ai loro iscritti protagonisti e grandi campioni. Perchè questo è dare un esempio. Non sarà un esempio didattico, ma esempio resta.

  127. 95
    Carlo Crovella says:

    Attenzione e poi SPERO DI CGHIUDERE CON GERVASUTI, INQ UESTA SEDE. Anticipo una obiezione: eh ma il libro di gervasutti si chiude con la famosa frase: sempre dirai al giovane che guarda alle montagne “osa, osa sempre e sari simile a un dio”. Questa frase ha ingenerato un mega equivoco e non solo in voi. Non la si comprende bene e GG la riferiva al solo alpinismo di vertice, cui è esclusivamente dedicato il suo libro. MA NON NE HA MAI FATTO IL SUO MANTRA IN SEDE CAI, meno che mai nei momenti didattici ufficiali. Fior di bibliografia testimonia questa mia tesi.  Chi vuole approfondire il tema, sa come farlo, per cui non vado oltre. Tuttavia mi preme smontare questo MEGA EQUIVOCO che emerge sistematicamente in chi pensa che quella frase sia l’essenza dell’intero l’alpinismo e di conseguenza sostiene che il CAI quel particolare messaggio dovrebbe diffondere. Il CAI è l’antitesi di tale frase e lo è fin dalla sua costituzione e in particolare lo è nella sua finalità didattica, che ha infatti obiettivi diametralmente opposti.

  128. 94
    Carlo Crovella says:

    Ma accidenti mi pare semplice il concetto che ho già dovuto esprimere alcune volte! Ho usato “caiano” riferito a Gervasutti per indicare che GG NON frequentava il CAI né vi investiva gran parte del suo tempo per diffondere l’alpinismo di vertice e/o spingere i giovani a osare. Bensì si attivava per istruire gli alpinisti medi (spesso destinati a rimanerle tali) affinché affrontassero la montagna con “cognizione” (come si dice a Torino). In pratica GG è sempre stato molto impegnato per s-cannibalizzare i cannibali. I caiani, in estrema sintesi, sono quelli che approcciano la montagna senza cugnissiun. poi accanto a tale impegno istituzionale, GG ha innegabilmente vissuto momenti di alpinismo di vertice. ma l’errore è confondere le due cose e soprattutto pensare che GG, essendo un alpinista di punta, facesse proseliti in tal senso quando “indossava” la divisa da istruttore. La sua lucida impostazione della Scuola Boccalatte (di cui è stato direttore per più anni) ha dato l’imprinting iniziale all’architettura della didattica torinese. io dico che noi istruttori torinesi siamo tutti “figli” di Gervasutti, non in termini di volerlo emulare nell’alpinismo di punta, ma come rigida finalità nel ruolo di istruttore CAI. E’ rimasto dai suoi tempi fino a oggi e la tradizione si prolungherà sicuramente

  129. 93
    Expo says:

    Io pero’ non penso che il compito del Cai sia quello di formare delle :”formula uno” dell’alpinismo.
    Giusto va’ inquadrato nel suo momento storico senza tirarlo per la giacchetta piu’ di tanto.
    Cambiando discorso , a volte mi sembra che l’aspetto prestativo stia diventando dominante , e che gli “atleti” stiano prendendo spazio ai “poeti”, che un certo tipo di amore per la montagna si stia trasformando in amore per le trazioni e la meccanica.
    Possibile ?

  130. 92
    Marcello Cominetti says:

    Credo che il caiano dei tempi di Gervasutti non abbia nulla a che vedere col caiano attuale.
    Solo negli anni ’70 ricordo che al Cai si incontravano fior fiore di alpinisti, per questo mi aveva attratto. Nel tempo si è sviluppato il modello che punta alla quantità e non alla qualità. Il  guizzo dell’Eagle team servirà solo a tirare su dei giovani che vorranno fare le guide e non che aspirano a fare l’istruttore del Cai.
    Il Cai odierno mi sembra in un’impasse da cui potrà uscire solo, come sostiene giustamente Crovella, quando eliminerà i falsi soci. Quelli da polentate, numerosissimi, e tutte le contraddizioni che ha al suo interno.

  131. 91
    Carlo Crovella says:

    Corrette le segnalazioni bibiografiche, ma tutta il “lavoro” didattico di Gervasutti è decisamente poco noto. Se uno si limita alla sua autobiografia, esclusivamente limitata alle sue imprese di vertice, resta con l’idea che GG sia SOLO un alpinista di punta, cioè che sia andato in montagna SOLO in quel modo e a fare SOLO quelle cose. Invece c’è tutta un altro aspetto della sua attività: è stato un istruttore molto “caiano” (applicando terminologie attuali) e si deve a lui l’impostazione originaria della didattica torinese (e non solo…) le cui evoluzioni si vedono ancor oggi. Il citato manuale del 1935 è esplicitamente rivolto agli alpinisti “medi”, non a quelli di punta. Mi fermo qui, chi fosse interessato, sa dove pescare le informazioni.

  132. 90

    Ho sempre avuto la sensazione che si tenda a parlare, giudicare e a cucire etichette addosso a chi, non essendoci più,  non può replicare. Il povero Gervasutti,  al di là delle doti alpinistiche, mi è sempre sembrato uno di questi.
     

  133. 89
    Fabio Bertoncelli says:

    Le migliori fonti per conoscere la personalità e le scalate di Giusto Gervasutti sono, prima di tutto, la sua stessa autobiografia alpinistica e poi gli scritti degli amici e di quanti lo conobbero di persona: Renato Chabod, Paolo Bollini, Massimo Mila, Lucien Devies e Gabriele Boccalatte. L’elenco delle ascensioni fu compilato da Andrea Filippi.
    Ringrazio ancora il buon Carlone per la sua ricerca su Gervasutti.
    L’opera piú completa sul Fortissimo si deve alle Edizioni Melograno (1985), ovvero ad Alessandro Gogna; essa contiene, oltre all’autobiografia, numerosi altri scritti. 
    Ricordo che Gervasutti, insieme a Chabod, fu autore del manuale Alpinismo (ed. CAI, 1935).
     

  134. 88
    Carlo Crovella says:

    2) Può darsi che, all’interno del modello centralizzato (che a me pare oggettivo e indiscutibile, senza possibilità di interpretazioni personali), io sia portato a enfatizzare la struttura gerarchica, ma non sono certo esser l’unico, quanto meno nel filone torinese  in cui mi inserisco (che contribuisce sistematicamente sia con elementi nella CNSASA sia nella Scuola Centrale): direi che, al risultato finale del modello didattico CAI, contribuisce molto di più il “mio” ambiente ideologico di quelli antitetici. 3) Su Gervasutti dimostrate una generale confusione. Vi invito ad acculturarvi con maggior precisione, sia perché il personaggio è molto affascinante, sia per evitare di andare fuori dal seminato. se vi infastidisce, per partito preso, leggere le mie ricerche su Gervasutti, ci sono altri libri altrettanto validi, per esempio quello di Enrico Camanni

  135. 87
    Carlo Crovella says:

    Lascio spazio a un prossimo articolo. Qui mi limito a due precisazioni: 1) io mi riferisco alla struttura del modello didattico CAI, governato centralmente dalla CNSASA: per modello didattico intendo l’architettura gerarchica dello stesso, in una cascata che dalla CNSASA scende fino al singolo istruttore, il quale può “metterci del suo”, ci mancherebbe, ma entro certi range accettabili, cioè arrivare a messaggi didattici in contrasto con quello centralizzato (“spingere” non è compatibile con l’approccio ortodosso “maturo, consapevole e di massima prudenza”). Risposta a 82: le singole nozioni possono variare nel tempo, è l’oggetto degli aggiornamenti che a cascata scendono dalla CNSASA fino al singolo istruttore. Se norme sono in contrasto, vale il criterio cronologico (quella successiva sostituisce quella con data precedente), se incomprensibili o nebulose, trattasi di errori, quanto meno nell’esposizione. Ecco perché i manuali e le circolari da sole non bastano, occorre partecipare di persona agli aggiornamenti periodici. 

  136. 86
    Matteo says:

    Ovvero trattasi di caso realmente molto, molto poco prevedibile da qualunque tabella, esperto, “liberi tutti” o Gran Mogol che sia!

  137. 85

    Pare che nessuno sia salito sulla famosa cornice, perché, pare, che la cornice, molto più in alto degli scialpinisti, si sia staccata per i fatti suoi innescando la valanga  in questione.

  138. 84
    Luciano Regattin says:

    77. Nessuno ha mai parlato di corso CAI, ma a parte questo, che nulla c’entra con l’esito della gita, anche tu evidentemente fai parte di quella categoria di individui che, per difendere l’indifendibile, sono pronti a trovare tutte le scuse possibili pur di evitare responsabilità. Il fatto che sia caduta una cornice, non fa altro che dimostrare l’inesperienza di chi ci ha accompagnato sopra dei ragazzini. Cazzo ma tu che vai in montagna da una vita non sai che esistono le cornici? Per favore dai, basta scuse! E questo senza nemmeno considerare il grado 4. Quindi la classica toppa riuscita peggio del buco.

  139. 83
    Lupo Alberto says:

    A proposito dei corsi CAI prudenza bla bla bla, sicurezza, bla bla bla, chiederei a Crovella di commentare questo:
    https://gognablog.sherpa-gate.com/unuscita-anomala/

  140. 82
    Vise says:

    #75 Crovella.
    Incuriosito dalle sue parole relative alla “precisione delle norme centralizzate” ho cercato i documenti relativi ai corsi di cui lei parla. Approfitto quindi per chiederle due cose:
    Mi riferisco al documento “CNSASA – Regolamenti dei corsi sezionali Aggiornamento 11 settembre 2010 (Ver. 3.0)”. In quel documento c’è una tabella intitolata: “Tabelle difficoltà nella progressione e nelle manovre nei corsi sezionali a uso didattico – CNSASA 11-09-10”. In una colonna c’è scritto: “Difficoltà max (anche superabili)”. In riferimento a quanto da lei sostenuto, come va letta quell’informazione? Perché a me non pare una informazione così univoca e precisa.
     
    Cercando ho notato che ci sono documenti diversi che hanno lo stesso nome: “CNSASA – Regolamenti dei corsi sezionali Aggiornamento 11 settembre 2010 (Ver. 3.0)” uno però ha 72 pagine, l’altro 89. Come posso distinguere quello valido? Perché anche questo non lo trovo così chiaro e preciso, bensì fuorviante.

  141. 81
    marco vegetti says:

    Per curiosità vado sul sito ufficiale del 
    C.N.S.A.SA.
    e scopro che il Direttore è un mio carissimo amico!
    Fantastico, così avrò informazioni e delucidazioni dal Capo Supremo!
    😀

  142. 80
    marco vegetti says:

    Giusto Gervasutti, a differenza ad esempio del “libertario” Cassin non è morto nel suo letto ma mentre si ritiravano per maltempo al Mont Blanc du Tacul, una doppia incastrata ew il tentativo di risalire a sbrogliarla non riuscito. Quindi, neanche le manovre più basilari (assicurarsi risalendo) o uno sguardo al tempo in peggioramento. Eviterei di farne un mito del caianesi e della didattica caiana…

  143. 79

    Crovella, credo che Benassi ti stia dicendo che lui non va contro le direttive didattiche e di proposito del Cai sulle scuole di alpinismo, ma semplicemente che, assodato quello (che darei per scontato) un istruttore può metterci del suo, del suo vissuto, della sua esperienza e capacità, del suo modo di fare e agire della sua empatia, del suo essere umano!
    Non penso che un istruttore per il quale la libertà sia un valore imprescindibile, spinga i suoi allievi a scalare senza corda, a proteggersi poco o a mettere le bombe. Semplicemente sarà lui stesso, quando fa l’istruttore o tutte le altre cose. Abbasso la conformità e la mancanza di originalità!!
    E non venirmi a dire che lo penso perché ho dei problemi. I problemi, da quello che scrivi  devi averli tu.
    Se sei un po’ sveglio lo capisci.

  144. 78
    Expo says:

    L’incidente esiste , pero secondo me i piu’ esperti dovrebbero insegnare a diminuire il rischio.
    Se questi ragazzini li avessi portati io in giro con il pericolo 4 , qualche dubbio me lo sarei posto.
    Quanto alle facolta’ divinatorie della neve , e’ vero che esistono condizioni generali , condizioni locali , e singoli pendii , pero’ io che nella vita faccio un altro lavoro , prendo per buono quanto mi dicono i nivologi sulla stabilita’ della neve.
    Ovviamente poi non si vuole imporre nulla a nessuno : chiunque puo scegliere se rischiare

  145. 77
    Dm says:

    Stanno uscendo le prime informazioni  (alcune non sono ancora certe) corrette su quanto accaduto. NON SI TRATTAVA di Corso CAI di sci alpinismo e nessun Istruttore CAI era presente. Non è ancora certo a chi fosse affidata la conduzione tecnica della gita. Indipendentemente da tutto gli incidenti possono capitare e come dice Cominetti il crollo senza sollecitazioni di un pezzo di cornice ( è quella che ha causato la valanga) e difficilmente  prevedibile. 

  146. 76
    Ratman says:

    Quelle aquile del CAI.
    Già.
    Allevare una covata di marmittoni con la speranza che una chioccia di rango li tramuti in alpinisti di vaglia destinati a grandi imprese:
    c’è della ingenuità unità a pressapocaggine in questa idea dagli esiti assolutamente non garantiti e, se nel caso realizzati, di difficilissima capitalizzazione per il CAI. È impossibile produrre il genio, nasce dal caso, al massimo avremo bravi ripetitori e buone guide.
    Sara interessante vedere, nel caso di riuscita dell’esperimento, come i brand che coopteranno questi giovani tra i loro testimonial saranno disposti a convivere con l’etichetta CAI.
    L’idea di costituire un team di eccellenza non è però cattiva. Poteva essere l’occasione per promuovere le eccellenze locali: riunire il meglio delle risorse interne, cioè gli istruttori di alpinismo, motivarli a fare salite di grande respiro sui nostri monti, in fondo la I sta per Italia, e una volta tornati nelle scuole di appartenenza costituire un plus di valore, rimanendo nell’ambito del volontariato.
    Invece si è fatta una scelta xhe non è ne carne ne pesce, perche il CAI non ha le risorse economiche e istituzionali per cooptare questi giovani, che si sono iscritti al sodalizio per cogliere l’occasione.

  147. 75
    Carlo Crovella says:

    Sicuramente non sono toscano, ma continua a sfuiggirti il principio per cui, nel mondo doidattico del CAI, NON valgono le scelte individuali né le consuetudini locali ecc. Il modello è definito con PRECISIONE da normative centralizzate (CNSASA) che volgono per tutti su tutto il territorio nazionale. Ribadisco che non ha senso sprecare spazio nei commenti per spiegare a te e agli altri come sia organizzato il modello didattico del CAI (scriverò un articolo sul tema, spero che Gogna lo pubblichi), ma mi permetto di sottolineare che tale modello centralizzato non è stato concretizzato l’altro ieri, bensì da almeno 25 anni… Non comprendo come singoli istruttori e/o responsabili (sia di scuole che di area) possano ragionare e/o accettare ragionamenti e comportamenti altrui (dei soggetti di cui hanno esplicitamente sia responsabilità che CONTROLLO), in termini diversi o addirittura contrastanti rispetto a una realtà che é NOTA a TUTTI da circa 25 anni.

  148. 74
    Alberto Benassi says:

    Però sono stupito che il direttore della tua scuola non ti riprenda e che, a monte, i responsabili la commissione TER (Toscana Emilia Romagna) non faccia notare al tuo direttore che un suo istruttore si esprime “fuori linea”. Da noi è impossibile

    Crovella,   si vede proprio che non sei toscano . 

  149. 73
    Carlo Crovella says:

    Anche su Gervasutti hai capito una mazza. Gervasutti era caianissimo, applicandogli una terminologia dei giorni nostri. Alternava prestazioni da alpinista di vertice a normalissime uscite ufficiali e didattiche con allievi sconosciuti, che portava ad arrampicare sul II e III grado per “formarli” come dio comanda affinchè potessero poi andare da soli in sicurezza, magari continuando a fare II e III. Le basi della  didattica torinese, tanto nell’alpinismo quanto nello scialpinismo, sono state “impiantate” da Gervasutti: l’obiettivo, fin dai tempi di Gervasutti NON era produrre alpinisti di vertice, ma insegnare a “normali” alpinisti della domenica ad andare in montagna con la testa sul collo.  L’idea di Gervasutti “solo” alpinisti di vertice è imprecisa così come una lettura  del suo personaggio in termini di misoginia, frustrazione e rifugio nel grande alpinismo per compensare l’infelicità esistenziale di fondo. Gervasutti è un caleidoscopio molto articolato e complesso e vederlo “solo” come alpinista di punta è una gravissima imprecisione. Ha vissuto epiche giornate di alpinismo di vertice, e chi lo nega? Ma non ha mai cercato di fare proseliti in tal senso, specie nelle vesti di istruttore, dove invece ha impostato un’attività molto rigorosa (peraltro nel solco della tradizione torinese).

  150. 72
    Carlo Crovella says:

    @70 Continui a girarti in un profondo equivoco. “alpinismo in ogni sua manifestazione”… tale affermazione NON è la legittimazione a livello istituzionale di scelte individuali. Se a te fa piacere cercare nella montagna la “libertà”, questo è legittimo, ma è una TUA scelta, non puoi pretendere che il CAI la comprenda come sua scelta istituzionale. Secondo: nelle austere scuole torinesi di montagna, specie quelle di scialpinismo, vale il detto “istruttore lo sei sempre“. Significa che NON ti comporti da istruttore  “solo” nelle uscite ufficiali, ma anche E SOPRATTUTTO in quelle private. infatti che coerenza esprimi se una domenica sei “rigoroso” e quella dopo sei “libertario”? O in te domina la prima mentalità, e allora sei SEMPRE rigoroso, o domina la seconda e allora non dovresti, per coerenza, fare l’istruttore CAI. Cmq, inutile continuare se non ci vuoi “arrivare”. Anche perché non devi render conto a me, che sono solo un istruttore. Però sono stupito che il direttore della tua scuola non ti riprenda e che, a monte, i responsabili la commissione TER (Toscana Emilia Romagna) non faccia notare al tuo direttore che un suo istruttore si esprime “fuori linea”. Da noi è impossibile una cosa del genere, innanzi tutto perché i controlli sono molto severi, ma poi perché la mentalità è tale per cui chi ha un’altra “testa” non si trova bene e manco si iscrive come allievo…

  151. 71
    Marcello Cominetti says:

    Bertoncelli, se resti a casa sicuramente non finisci sotto a una valanga.
    Pensa che faccio una gita con le pelli quasi ogni giorno per tutta la stagione e non guardo mai il bollettino valanghe. Guardo la neve.
    Il crollo di una cornice rientra tra le fatalità almeno al 70%.

  152. 70
    Alberto Benassi says:

    66@ Crovella, sei troppo inquadrato  schematico per  miei gusti. Non vedi oltre.
    Lo statuto dei CAI recita:

    «libera associazione nazionale, ha per scopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, […]».

    “Alpinismo in ogni sua manifestazione” io me lo spiego in libertà, secondo il proprio stile, la propria  personale filosofia.
    E’ pacifico e auspicabile che un istruttore CAI durante i corsi  deve attenersi a certe regole didattiche, regole di prudenza e di responsabilità legale e morale. Ma questo non vuol dire che debba tagliare le ali a chi può e vorrebbe volare. Non si può remare indietro.
    Ma sei troppo inquadrato, schematico, per capire.  Mi miraviglio che  tra i tuoi idoli ci sia uno come Gervasutti.

  153. 69
    Fabio Bertoncelli says:

    Valanga alla Forcella della Neve (vedi articolo su montagna.tv).
    Il grado di pericolo valanghe era 4 su 5. Ciò nonostante:
    1) In zona c’erano almeno 50 scialpinisti!
    2) Tra costoro la guida alpina a capo del gruppo del CAI di Forni Avoltri.
    3) Uno dei soccorritori, finanziere, ha dichiarato: “Le condizioni di pericolo nella zona non erano elevate, è stata una fatalità”.
    “Pericolo non elevato” con rischio 4! “Fatalità” con rischio 4!
    4) Dalle fotografie allegate all’articolo ciascuno può rendersi conto delle condizioni della neve.
     
    Purtroppo in montagna le disgrazie succedono anche con la massima prudenza. Però andarsele a cercare a tutti i costi è il colmo.

  154. 68
    Expo says:

    guai a chi riconosce i propri errori, non è da vero maschio (mi ricorda qualcuno…).E si capisce !

  155. 67
    Luciano Regattin says:

    60. È sufficiente come conferma?
    https://www.montagna.tv/235698/ragazza-di-14-anni-travolta-da-una-valanga-durante-una-gita-organizzata-salva-ma-quanta-imprudenza/
     
    Quanto a 59, se il tuo commento voleva essere ironico, sei andato fuori tema non avendo nemmeno letto ciò che avevo scritto.

  156. 66
    Carlo Crovella says:

    Guarda hai un minestrone in testa che fa spavento. Non occupo indebitamente spazio nei commenti, ma vedo che non recepisci neppure quello che ti ho spiegato ieri: l’EAGLE TEAM NON fa parte del modello didattico centralizzato del CAI. E’ un’altra divisione. Superfluo stare a spiegare, ora, per filo e per segno le differenze. Ma certo è che all’EAGLE TEAM non si può iscriver qualsiasi socio CAI, ma una selezionata schiera. E’ la “squadra corse” del CAI, progetto che approvo in pieno, ma NON fa parte del modello didattico centralizzato. mescolare le due cose è un errore madornale. Inoltre, se ti riconosci nella mentalità e nella finalità dell’EAGLE TEAM, allora fai l’ “istruttore” al’EAGLE TEAM e non uno dei “normali” istruttori CAI, che sono invece inquadrati nel modello della CNSASA. C’è un equivoco talmente profondo (non solo in te, ci mancherebbe) che chiederò a Gogna di pubblicare un mio articolo sul punto, perché seva chiarire la questione una volta per tutte

  157. 65
    Alberto Benassi says:

    , le autorità regionali strigliano i direttori di scuola che a loro volta (se del caso) devono mettere in linea anche ogni singolo istruttore.

    Crovella,…. “le autorità” …. mi fai proprio ride!!!
    Te l’ho già detto, prima di essere un istruttore CAI,  sono un alpinista, e prima ancora sono un essere pensante e non un bimbetto da sculacciare.
    Quindi a me non mi striglia nessuno.
    Certo che rispetto le regole, e ci metto anche impegno nelle attività che faccio per il CAI.  Ma sulle cose che non condivido  mi sento in diritto di dirlo e anche di rifiutarmi di farle. Se al CAI gli va bene, meglio, altrimenti pace e bene. Non sono stipendiato dal CAI.

    oppure “spingere gli allievi a..”,

    La didattica del CAI invita gli allievi ad un approccio prudente e rigososo. Ma oggi in CAI spinge. Eccome se spinge!
    Basta vedere l’ EAGLE TEAM a creare un gruppo di giovani di elite. Se non è spingere questo. Iniziativa sulla quale all’inizio avevo dei dubbi, ma che condivido, perchè per questi ragazzi è una grande opportunità. E ai ragazzi le opportunità gli vanno date.
    L’alpinismo per me è un’espressione di libertà, se vuoi puoi anche leggere anarchia.
    Che ci sia scritto o non scritto sui manuali o sui regolamenti, non mi fa certo cambiare idea.
     

  158. 64
    Fabio Bertoncelli says:

    “Camminare su una cresta bianca è una delle avventure piú emozionanti, che ci si trovi sulle Alpi, nelle Ande o sull’Himalaya. Camminare sopra l’abisso su un esile filo ci fa sentire vicini al limite. Raggiungere la vetta proprio da questa via e dominare i suoi pericoli e difficoltà: questa è la nostra meta.
    E osarlo è la nostra libertà.”
    (Kurt Diemberger, Alpinismo moderno, a cura di Giancarlo Del Zotto, 1970)
     

  159. 63

    A Crovella non piace il solo nominare la parola libertà.  Lo urta. E lì parte la filippica.  Descontrol total!

  160. 62
    Carlo Crovella says:

    Sul tema specifico “modello didattico”,poco rileva la mia speranzadi montagna in camicia nera. Il modello didattico è ormai centralizzato e governato dalla CNSASA e dalla Scuola centrale. Prendete i manuali degli ultimi 20 anni e trovatemi una sola volta in cui sia scritto roba tipo “montagna regno della libertà” oppure “spingere gli allievi a..”, oppure “in montagna va dove di porta il cuore”. MAI neppure una volta. Troverete invece solo affermazioni della serie: “approccio alla montagna rigoroso, consapevole, prudente”. Questa è la linea guida e che piaccia a me è irrilevante. Il tutto scende a cascata dalla CNSASA alle commissioni regionali/Scuole regionali che controllano l’operato delle singole scuole, sia a priori (analisi dei programmi e timbro di nulla osta) che a posteriori (resoconto consuntivo di ogni annata). Se c’è qualcosa che non è in linea, le autorità regionali strigliano i direttori di scuola che a loro volta (se del caso) devono mettere in linea anche ogni singolo istruttore. Il modello è questo, è constatazione oggettiva. Resto perplesso che nessuno abbia spiegato all’istruttore che, se vuole fare l’istruttore CAI, deve attenersi alle  regole cogenti del CAI. A Torino sarebbe inconcepibile, c’è una mentalità nelle scuole per cui, se la pensi diversamente, manco ti iscrivi come allievo, figurati fare l’istruttore. Ma sono stupito che il direttore di scuola non gli abbia segnalato la questione… Nessuno deve rendere conto a me, ma alle rispettive autorità di competenza.
    Resto 

  161. 61
    Alberto Benassi says:

    Resta il fatto che con tutti i suoi difetti e mancanze il CAI con le sue scuole è sicuramente l’organizzazione che fa più formazione sulla sicurezza in montagna, sicurezza che come tutti ben sappiamo non toglie i rischi.

    Questo è sicuramente vero e non lo contesto. Poi si può discutere sulle modalità.
    Quello che contesto è la speranza di mister Crovella, che vorrrebbe una montagna fatta a sua misura, e tutti in camicia nera,   di un obbligo del patentino per andare in montagna. Se il legislatore dovesse portare avanti questo obbligo, mi aspetto dal CAI un intervento contrario al patentino.

  162. 60
    Dm says:

    Faccio solo presente che uno dei soccorritori intervistati ( della GdF) ha detto che si è staccata un grosso blocco della cresta di forcella che era li da tutto l’inverno e che le condizioni, a suo avviso erano tranquille. Dalle notizie apparse la squadra era li (stesso posto) per fare esercitazione. Se le informazioni riportate da Regattin sono confermate (io non ho trovato altre informazioni in rete sugli accompagnatori) si potrebbe fare qualche altra considerazione. Resta il fatto che con tutti i suoi difetti e mancanze il CAI con le sue scuole è sicuramente l’organizzazione che fa più formazione sulla sicurezza in montagna, sicurezza che come tutti ben sappiamo non toglie i rischi.

  163. 59
    Expo says:

    @ Luciano 58
    Dentro questo forum la politicizzazione tocca livelli estremi e anche delle scelte idiote di due adulti appassionati di montagna che portano tre ragazzini e ragazzine a Forcella Bianca quando il pericolo e’ 4 , diventano per magia dei giovani balilla e ovviamente le loro scelte sbagliate sono uguali uguali a quelle del governo.
    Il governo di chi ?
    Di Conte ?
    Nahhh , allora le persone andavano sulla neve in modo piu’ intelligente.
    Di Prodi ??
    Noooo !
    Quell’anno in montagna non e’ morto nessuno.
    E allora del governo di chi ?
    Ma della Meloni raga !
    Solo con questo governo la gente e’ cosi’ idiota da andare a sciare con il pericolo 4.
    E pure , io ricordo almeno due casi in cui mi e’ capitato di partecipare a gite Cai con il 4 , e da parte mua non e’ certo un vanto.
    Mi fido molto di chi redige i bollettini , e con il 4 , se proprio devo uscire , risalgo le piste.
    Ma il governo non c’entra con gli errori o con il mood delle persone , semmai il contrario.

  164. 58
    Luciano Regattin says:

    Il punto non è CAI o non CAI, lo è solo in parte. Quello che mi lascia basito è il modus operandi dei due adulti che ricorda molto da vicino quello di chi ci governa (non solo gli ultimi beninteso), riassumibile in due punti:
    1. Negare sempre l’evidenza, trovando le cause al di fuori della propria sfera di competenza (la malasorte, il fato!), guai a chi riconosce i propri errori, non è da vero maschio (mi ricorda qualcuno…).
    2. Con tutto quello che viene detto (anche qui sul blog) riguardo ad un certo tipo di educazione che si vorrebbe dare alle nuove generazioni, mi chiedo cosa avrebbero imparato i ragazzini da questa esperienza se non fosse caduta la slavina. Che si deve trasgredire, che, nel caso specifico, chi compila i bollettini valanghe non capisce una mazza e quindi c’è la lobby dei gradatori che tiene alto il grado per tenerci chiusi in casa, che l’importante è divertirsi, che in Italia funziona così e bisogna adeguarsi già da piccoli, che se la facciamo franca poi ci battiamo un cinque e via dicendo. Quindi benissimo che sia caduta la slavina, alla luce del fatto che è andata stra bene. Non so se sarà servito agli adulti e sinceramente non mi interessa, mi interessa e mi auguro invece che se ne ricordino al momento opportuno i ragazzini.

  165. 57
    Carlo Crovella says:

    E’ inevitabile rettificare, sennò altri lettori credono che tali affermazioni siano davvero dette da me. Non ho MAI detto che il CAI deve STRONCARE le velleità individuali, ma che NON DEVE SPINGERE gli allievi, cioè deve lasciarli liberi di scegliere. Il CAI, attraverso la sua area didattica, deve fornire agli allievi la corretta forma mentis e le relative nozioni (anche “esercitate” sul terreno). Se poi un socio o una socia ha in sé il talento e le motivazioni, ben venga che segua il suo sogno. State tranquilli che, in un modo o nell’atro, al CAI di montagna se ne fa eccome. Inoltre sono decenni e decenni che sto dicendo che i soci CAI sono troppi perché nella sua grande pancia albergano quelli che io chiamo i “falsi” soci CAI, quelli che si associano per disporre di servizi vari (sconti, coperture assicurative ecc): liberarcene non sarebbe male. Lo dico da decenni!

  166. 56
    Matteo says:

    “@54 se affermi una cosa del genere, mi spiace ma non hai capito niente di quello che ho spiegato. “
    Dai Benasso, te lo ha già chiaramente spiegato:
     
    “Se tutti i soci CAI fossero obbligati (da una norma di regolamento CAI) a partecipare con profitto ad un ciclo didattico pluriennale di una delle tante scuole CAI (di ogni disciplina), inizieremmo a eliminare i cannibali che sguazzano dento alla pancia del CAI.”
    Il CAI si troverebbe con 1/100 di soci, ma tutti ben allineati, in divisa e con la patacca e il quagliotto dorato, perfettamente addestrati all’autosoccorso in caso di valanga, frana, annegamento, ferita o attacco  appendicite e comandati con mano ferma ma paterna sollecitudine dal Gran Visir de tutt i Caian.
    Peccato però che tra addestramento, ripasso, corso di aggiornamento, stiratura divisa e lucidatura del quagliotto non andrebbero mai in montagna…che poi è il modo migliore per evitare incidenti, diminuire i cannibbbbali e non rovinare le terre alte.

  167. 55
    Carlo Crovella says:

    @54 se affermi una cosa del genere, mi spiace ma non hai capito niente di quello che ho spiegato. Non voglio esser offensivo, ma è la realtà, è corretto sottolinearlo. Ovviamente non sto a ripetere cose che, nei commenti sottostanti, sono scritte in modo chiarissimo.

  168. 54
    Alberto Benassi says:

    Se tutti i soci CAI fossero obbligati (da una norma di regolamento CAI) a partecipare con profitto ad un ciclo didattico pluriennale di una delle tante scuole CAI (di ogni disciplina), inizieremmo a eliminare i cannibali che sguazzano dento alla pancia del CAI.

    Primo non è un obbligo essere soci cai.
    Secondo non sono i soci ad avere bisogno del Cai ma caso mai è il contrario.
    Voglio vedere come farebbe il CAI se i soci lo abbandonano.
    Quindi: non diciamo minchiate.

  169. 53
    Expo says:

    @ 50 ( rose )
    Recentemente ho dovuto spostare delle vecchie rose. Si calcola per approssimazione che una pianta ha tanto di foglie quanto di radici
    Credo che in questo caso per fare sopravvivere abbastanza la rosa interrata sia utile concentrarsi sulla “patata” ,specie con panico e scarsi mezzi ; un quarto d’ora puo’ passare molto in fretta.

  170. 52
    Carlo Crovella says:

    Episodi come quello raccontato dimostrano quanti cannibali, purtroppo, si annidino nella grande pancia del CAI. Se tutti i soci CAI fossero obbligati (da una norma di regolamento CAI) a partecipare con profitto ad un ciclo didattico pluriennale di una delle tante scuole CAI (di ogni disciplina), inizieremmo a eliminare i cannibali che sguazzano dento alla pancia del CAI. Non risolveremmo il problema per intero (perché restano i cannibali extra CAI, che  sono cresciuti a dismisura negli ultimi decenni), ma un  passo avanti lo avremmo cmq fatto. L’equivoco dei detrattori del CAI (ammesso che di equivoco si tratti e non di strumentalizzazione voluta…) è dire: “Da che pulpito! Guarda che anche nel CAI fanno cazzate! eq quindi lascia in pace i cannibali extra CAI!“. E’ vero: purtroppo, ancora ai giorni nostri, nella grande pancia nazionale del CAI, a volte si fanno delle emerite cazzate. Mai negato, ma se ripulissimo il CAI dai cannibali che vi sguazzano dentro, oltre a evitare le cazzate “interne”, toglieremmo anche un elemento di polemica ai detrattori del modello didattico del CAI.

  171. 51
    Carlo Crovella says:

    More solito, alcuni sono caduti in un equivoco. Il modello didattico NON è una arida e distaccata sfilza di nozioni (prima teoriche, poi applicate, poi “esercitate”) e basta. La sfilza di nozione teoriche sono solo la concretizzazione della forma mentis, che è il vero oggetto dell’insegnamento didattico. Appunto l’approccio “rigoroso, consapevole e prudente”. Episodi come quello raccontato al 45 sono particolarmente “colpevoli”, a maggior ragione perché concretizzati in ambito CAI, e non hanno scuse. In quel contesto particolare (almeno stando al 45), con pericolo 4, c’era un’unica cosa fa fare: stare a casa! Condanno senza alcuna esitazione i colpevoli (morali) del fatto.

  172. 50
    Vise says:

    Storia vera.
    Recentemente ho dovuto spostare delle vecchie rose. Si calcola per approssimazione che una pianta ha tanto di foglie quanto di radici (app ipogeo sviluppato di pari lunghezza all’epigego, credo si dica così). 
    La localizzazione delle rose “semisepolte” è stata rapidissima.
    Non ho iniziato a scavare a una distanza pari all’altezza della pianta, non avevo lo spazio e il tempo. Ho scavato molto più vicino e la pianta è stata estratta presto, un po’ trazionandola.
    Le ho piantate da un’altra parte ma al momento non mi paiono godere di ottima salute. Almeno alcune.
    Se fossi partito scavandi da più lontano sarei stato sicuramente più tempo, avrei dovuto scavare una nicchia enorme ma probabilmente avrei salvato più radici e le piante non sarebbero nello stato vegetativo in cui sono.
    Quelle sono rose. Poi, boh…
     

  173. 49

    Come accade in ogni tipo di scuola, il modello didattico tecnico è lo stesso ma il modo in cui applicarlo passa attraverso la “filosofia” dell’insegnante. L’importante è arrivare all’apprendimento minimo garantito dal modello. Dopo  ognuno ci mette del suo.

  174. 48
    Marcello Cominetti says:

    Come direbbe Frassica: lotta tra Titanic!

  175. 47
    Alberto Benassi says:

    appunti usare il cervello o il  buon senso. Stessa cosa.    Cosa che si dovrebbe  insegnare oltre che a insegnare manovre varie da manuale. 

  176. 46
    Expo says:

    @45
    Il cervello salva l’80% delle vite , per il restante 20% servono le altre competenze e attrezzature.

  177. 45
    Luciano Regattin says:

    Breve fatto di cronaca (sarò molto sintetico). Bollettino valanghe dà grado 4 su 5. Guida alpina più referente CAI alpinismo giovanile portano 6 ragazzi tra 11 e 14 anni a fare una gita scialpinistica. Cade la valanga (ma va’, con grado 4 non l’avrei mai detto!) e una ragazzina rimane sotto 1 metro di neve. La estraggono subito dopo e fortunatamente rimane illesa (dopo accertamenti in Ospedale). Qual è il commento del referente? Cito: “è stata solo una sfortuna e una fatalità”. Ora, prima di arrivare a dover utilizzare l’ARTVA e la pala, non sarebbe opportuno cominciare ad utilizzare il cervello?

  178. 44
    Carlo Crovella says:

    Per tornare la tema dell’articolo, una scuola di scialpinismo dei giorni nostri non deve prosi come obiettivo primario quello di fare, nelle sue uscite, più dislivello e/o quello di sciare sempre più sul ripido, ma quello di fare sempre più esercitazioni di ricerca ARTVA  e di conseguente scavo. Non solo, ovviamente, ma uso questo riferimento tecnico per farmi capire: vale per TUTTO lo scenario delle nozioni didattiche, sia teoriche che pratiche. Due allievi devono uscire dal ciclo didattico che sanno fare ricerca ARTVA+scavo a menadito e allo stesso livello, poi uno (meno talentuoso e più tranquillo) farà gite private modeste, corte e facili, mentre l’altro (più talentuoso e incistato) andrà a fare gite più toste e scierà sul ripido. Ma saranno scelte loro: le due evoluzioni personali degli allievi NON sono l’obiettivo dell’azione didattica della scuola. La metafora si declina per ogni disciplina dell’andar in montagna.

  179. 43
    Carlo Crovella says:

    Concepire le “scuole” CAI come il contesto che spinga gli allievi verso un’attività impegnata e impegnativa è concetto storicamente obsoleto: era tipico di alcune scuole di prestigio negli anni Cinquanta-Sessanta. Già nei Settanta le cose hanno iniziato a cambiare. La rivoluzione profonda è degli Ottanta con il varo delle regole che oggi normano il mondo didattico del CAI, centralizzato e omogeneo su tutto il territorio nazionale. Il mondo didattico si insegna le basi e le uscite NON hanno più come obiettivo quello di realizzare prestazioni di livello. Questo accade già nelle scuole di alpinismo, ma in quelle di scialpinismo la cosa è ancora più stringente, per cause specifiche che è troppo lungo descrivere (ma sono intuitive e ho già citato milioni di volte).

  180. 42
    Carlo Crovella says:

    Io faccio moltissime serate presso le scuole CAI, sia alpinismo che scialpinismo, di storia e parlo di Gervasutti o degli sciatori estremi, ma non confondete l’insegnamento della “cultura” della montagna con la spinta a far andare gli allievi su quel tipi di impegno. Anzi me ne guardo bene e (per quel che mi risulta) tutto il mondo didattico del CAI che ne guarda bene, anche per questioni di responsabilità, sia morale che giuridica.

  181. 41
    Carlo Crovella says:

    @38 altra conferma di minestrone in testa. che c’entra una lezione di storia dell’alpinismo con la “spinta” a provare ad emulare Gervasutti??? L’obiettivo della didattica NON è spingere gli allievi, ma formarli sul piano delle manovre (riassumo qui TUTTO) e soprattutto delle forma mentis: l’allievo deve uscire dal ciclo didattico con un approccio maturo, consapevole e prudente. poi sarà la sua eventuale spinta interna a fargli provare “questo” o “quel” tipo di montagna. la variabile chiave è il talento individuale di ogni singolo allievo. Schematizzo per afrmi capire meglio: la didattica “prepara2 un quartogradista mturo, consapevole e prudente. Quello è l’obuiettivo della didattica. Poi ci saranno allievi che, formati, si manterranno sul quarto grado, perché quello è il loro livello di talento, ci saranno altri allievi che, formati con la stessa base didattica, avranno più talento e si cimenteranno in altre difficoltà. poi entrano in gioco anche altre variabili: impegni, famiglia, interessi alternativi. uno può teoricamente avere un talento da 7a, ma se va due volte all’anno probabilmente non lo raggiunge. Tuttavia in quelle due volte all’anno in cui va in montagna, l’approccio è quello acquisito nella didattica (rigoroso, consapevole, prudente).

  182. 40
    Carlo Crovella says:

    @37 che libertà non sia incoscienza può valere per te, ma non necessariamente per i cannibali dove anzi le due cose tendono a convergere. il problema a livello giuridico non riguarda tipi come te o me, ma la “massa”. il tuo errore concettuale è che applichi i ragionamenti a te e poi li estendi alla “massa”.

  183. 39
    Matteo says:

    “se tu ti senti “prima” alpinista e poi “istruttore”, non capisco bene cosa ti spinga a fare l’istruttore”
     
    Questo però è un sillogismo errato: un istruttore deve essere prima un alpinista, sennò cos’è? Un istruttore teorico? Un alpinista di bassa quota? 
     
    Credo che buona parte dei giudizi negativi e delle ironie su CAI e scuole CAI sia dovuto proprio alla presenza di un certo numero di personaggi che benché monturati e “quagliottati” non si avvicinano nemmeno ad essere alpinisti.

  184. 38
    Alberto Benassi says:

    Mamma mia che minestrone che hai in testa! Cosa c’entra il CAI Eagle Team? Il suo obiettivo è fare crescere alpinisti che “realizzaranno” un alpinsmo di vertice, NON che saranno istruttori! Il ruolo dell’istruttore è tutta un’altra cosa! E’ un altro settore. Se ti riconosci più in quello e NON nel mondo didattico, devi cambiare area di attività…

    Quando fai una lezione, ad esempio  di storia dell’alpinismo, e parli di Gervasutti , (a te caro) dai delle informazioni, degli esempi, parli di una filosofia alpinistica, di una mentalità , di uno stile,  che sicuramente qualcuno degli allievi raccoglie.
    Quindi?  Che fai ti contraddici?
    Gli parli di Gervasutti, ma allo stesso tempo guai a te a farti influenzare dal suo alpinismo?

  185. 37
    Alberto Benassi says:

    Crovella , alpinismo in libertà non vuol dire “alpinismo incoscente” .
    Anzi, esige consapevolezza delle proprie capacità e dei rischi e pericoli a cui si va incontro.
    Ma se io voglio praticare l’alpinismo solitario, rivendico il diritto di poterlo fare. Mi ribello alla società securitaria che me lo vorrebbe impedire perchè mi dice che in montagna da soli non ci si va.
    E il CAI in questo senso deve difendere questo diritto. Altro che linea didattica nazionale.

  186. 36
    Carlo Crovella says:

    Mamma mia che minestrone che hai in testa! Cosa c’entra il CAI Eagle Team? Il suo obiettivo è fare crescere alpinisti che “realizzaranno” un alpinsmo di vertice, NON che saranno istruttori! Il ruolo dell’istruttore è tutta un’altra cosa! E’ un altro settore. Se ti riconosci più in quello e NON nel mondo didattico, devi cambiare area di attività…

  187. 35
    Carlo Crovella says:

    @32 Il discorso sulla coerenza fra la tua affermazione e il tu esser “vero” istruttore è un argomento molto interessante, ma fuori tema rispetto all’articolo. Certo, io resto perplesso da quello che dici: se tu ti senti “prima” alpinista e poi “istruttore”, non capisco bene cosa ti spinga a fare l’istruttore. Soprattutto l’istruttore CAI, ruolo che non può muoversi a piacimento individuale, ma dentro i parametri del modello generale, omogeneo e valido sull’intero territorio nazionale.  anche su questo tema si sta andando sempre più verso una centralizzaizone della figura didattica, per svariati motivi, ma soprattutto per quesitoni di efficacia del modello. Se il modello diffonde l’idea di andar in montagna in modo consapevole, autocontrollato, prudente ecc ecc ecc, non mi torna che ci possano essere istruttori che diffondono messaggi diversi o addirittura opposti. si sta andando verso un modello didattico in cui l’impostazione è addirittura rovesciata rispetto alla tua affermazione, ovvero (se vuoi far parte del mondo didattico) prima si è istruttori e poi alpinisti.

  188. 34
    Alberto Benassi says:

    Come mai non si riprendono gli istruttori che non sono “in linea”?

    Siamo istruttori, ma non un branco di galline che beccano dove gli altri sputano.
    Il CAI centrale mi sembra stia sponsorizzando un gruppo di giovani a praticare un alpinismo di alto livello, dietro la guida di alpinisti del calibro di gente come Della Bordella. Forse un Della Bordella non pratica un alpinismo in libertà, seconda la propria filosofia? Oppure lo pratica in base alla linea didattica nazionale del CAI?

  189. 33
    Carlo Crovella says:

    Mi riferivo a Benassi, che infatti ha capito.
    Il punto chiave è: la libertà in alpinismo (intendendo  “andar in montagna”  in tutte le discipline e modalità), è convinzione soggettiva, non assoluta. Confondete la libertà eventualmente negata (in tutto o in parte) dalle leggi giuridiche con l’assoluta libertà individuale che confligge con le “leggi” della natura, che sono pre-umane e spietate (“esse” privativa). Esasperare la libertà individuale, facendone un totem ideologico, in certe situazioni entra in conflitto con le leggi della natura. La società moderna, “sicuritaria”, deve intervenire con leggi giuridiche per stroncare i comportamenti di chi non sa auto-limitarsi da soli. Esempio: nella scala del pericolo valanghe (da 1 a 5), si dice che, con pericolo 4 o 5, c’è un’unica cosa da fare: NON FARE GITE. Nota: le gite non sono sole quelle scialpinistiche, possono esser qualsiasi escursione su terreno innevato (ciaspole, avvicinamenti/rientri da cascate ecc). Ebbene: se tutti fossero maturi, consapevoli e prudenti, ci arriverebbero da soli e non sarebbe necessario neppure il “suggerimento” AINEVA. Siccome c’è sempre qualche fenomeno che, in nome della “libertà”, parte anche con pericolo 4 o 5, vedrete che, prima o poi, la società arriverà anche all’esplicito divieto giuridico.

  190. 32
    Alberto Benassi says:

    28 CROVELLA
    Prima di essere istruttori siamo alpinisti. E la libertà in alpinismo è un concetto essenziale per la sua stessa esistenza.

  191. 31
    Matteo says:

    “Non sono affari miei, ma resto basito a leggere le affermazioni di alcuni che risulterebbero istruttori CAI in attività. … NON HA MAI LETTO NEI MAUALI DELLA CNSASA CONCETTI TIPO LIBERTA’.”
     
    Stavolta non ho proprio capito a che affermazioni ti riferisci e con chi ce l’hai?

  192. 30
    Placido Mastronzo says:

    Ratman dice:

    Anche interessante sarebbe sapere se c’è stato un incremento di incidenti dall’adozione di artva.

    Temo che la curiosità resterà insoddisfatta, in quanto, qualora sia osservato un incremento degli incidenti* da quando è stato introdotto l’artva, sarebbe comunque molto difficile dimostrare che questo eventuale incremento  sia dovuto proprio all’introduzione dell’artva.
    *ovviamente mi riferisco all’incidenza degli incidenti, non al numero assoluto di incidenti, valore, quest’ultimo, che non vuol dire niente.

  193. 29
    Carlo Crovella says:

    l’ipotetico patentino NON è necessario per chi ha la mentalità coerente l’approccio alla montagna basato su “rigore, consapevolezza e prudenza.” Cioè l’approccio che è l’essenza più profonda del modello didattico CAI. Per cui il patentino che, ipoteticamente, prevedo per regolare i comportamenti in montagna, non avrebbe senso per uno come me: il patentino ce l’ho già “dentro” (ovviamente se diventasse obbligatorio per legge, lo prenderei anche io). L’ipotetico patentino, in verità, servirebbe per regolare i comportamenti di chi non ha, spontaneamente, la mentalità rigorosa e metodica.

  194. 28
    Carlo Crovella says:

    Non sono affari miei, ma resto basito a leggere le affermazioni di alcuni che risulterebbero istruttori CAI in attività. Come è possibile? Ho si ha una “certa” mentalità o non ci si trova bene nel mondo didattico CAI. Inoltre ci sono delle direttive della CNSASA (Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo e Scialpinismo) che dovrebbero valere per tutte le scuole, sull’intero territorio nazionale. NON HA MAI LETTO NEI MAUALI DELLA CNSASA CONCETTI TIPO LIBERTA’. Come mai non si riprendono gli istruttori che non sono “in linea”? E’ inutile l’immane lavoro della CNSASA e della Scuola Centrale, se poi ogni istruttore fa come gli pare e,a suo giudizio, sposa o non sposa (o non spasa in pieno) la filosofia del modello didattico del CAI. Lo scopo del modello didattico del CAI NON è insegnare ad andare in montagna “in libertà”, ma con l’approccio di “rigore, consapevolezza e maturità”. Approccio che deve valere dal Brennero a Ragusa, sennò è inutile un modello “nazionale” della didattica. A Torino è impensabile che uno sia istruttore senza avere questa mentalità. Senza arrivare a scomodare le autorità regionali o nazionali, ci pensa il direttore della singola scuola a far “ragionare” l’eventuale soggetto (i casi si contano sulle dita di una mano, praticamente pari a zero).

  195. 27
    Dm says:

    Trovi tutto sul sito AINEVA meno il numero minimo di auto-soccorritori. Sicuramente più sono meglio è visto che è essenziale non solo iniziare prima possibile ricerca/scavo ma avvisare subito il 112.

  196. 26
    Ratman says:

    Sarebbe interessante conoscere alcuni dati.
    Ad esempio percentuale dei sopravvissuti tra i sepolti in valanga: tempo di ritrovamento del sepolto, tempo di scavo, numero dei soccorritori.
    Numero minimo di componenti gruppo di sciatori che potrebbe garantire il salvamento.
    Anche interessante sarebbe sapere se c’è stato un incremento di incidenti dall’adozione di artva.

  197. 25
    marco vegetti says:

    Poi se ti ribelli, il C. ti etichetta come anacronistico, fuori dal tempo e dalla realtà, fascista-antifascista ecc. ecc. ecc. 
    Nulla: o la pensi come lui o nulla…

  198. 24
    Alberto Benassi says:

    Io non t’ìmpongo nulla.
    Vuoi il patentino? Libero di averlo!
    Ma non pretendere che venga imposto a me.

  199. 23
    Alberto Benassi says:

    Ma perchè grave da parte mia? Il trend è coerente con l’impostazione che ho da “sempre”. Ribellati tu, perché pretendi che sia io a ribellarmi?

    Stanne certo che io mi ribello e mi ribellerò!
    Per te è grave perchè uno che dice di amare la montagna come affermi te, dovrebbe avere uno spirito diverso, di libertà.

  200. 22
    Carlo Crovella says:

    Ma perchè grave da parte mia? Il trend è coerente con l’impostazione che ho da “sempre”. Ribellati tu, perché pretendi che sia io a ribellarmi?
     
    Ecco un altro esempio di approccio “woke” al Gogna blog. Vi aspettate che ci siano solo esternazioni del tipo LIBERI TUTTI, IN MONTAGNA SI FA QUELLO CHE SI VUOLE, NO REGOLE, NO DIVIETI ecc ecc ecc.
     
    Liberissimi di pensarla così, a titolo personale. Ma il problema è che voi “pretendete” che TUTTI la pensino così e, se uno si contrappone,  allora dite “è grave”. Anche questa è un esempio del “fascismo degli antifascisti”.

  201. 21
    Alberto Benassi says:

    Che la società vada in quella direzione puoi anche avere purtroppo ragione. Ma la cosa grave è che sei d’accordo, invece di ribellarti.

  202. 20
    Carlo Crovella says:

    E’ la, società sicuritaria che va in quella direzione. Quando si scoprirà che il solo obbligo di legge ad avere con se ARTAV/pala/sonda NON è sufficiente, perché occorre anche saperli usare e non solo averli dietro, la legge estenderà l’attuale obbligo anche al saper usare gli aggeggi. Tale “nuovo” obbligo presumibilmente si esprimerà come ho già descritto (istruzione iniziale e poi aggiornamenti annui con timbro su una scheda… che può anche essere virtuale…e quindi “centralizzata”). Passo dopo passo si va verso una codificazione che punta sempre più alla verifica autorizzativa ad andar in montagna. Se non è un patentino, poco ci manca. Si andrà in quella direzione NON perché piace a me, ma perché la società sta puntando a quello… (e non solo nel settore della montagna)

  203. 19
    Alberto Benassi says:

    11
    Riccardo says:
    2 Aprile 2024 alle 11:53

    Riccardo, esercitazioni ne ho sempre fatte. Sia quando ero volontario di soccorso alpino. Sia da istruttore CAI (dal 1984).
    Ma che per andare in montagna, sua eccellenza Benito Crovella,  auspichi l’obbligo di un patentino, non lo accetto.

  204. 18
    Carlo Crovella says:

    Per chi ha frequentato corsi/scuole senza aver fatto  esercitazioni di scavo in valanga e/o per chi non le vuole proprio frequentare, un valido documento di insegnamento sullo scavo in valanga si trova al fondo di un articolo pubblicato sul Gogna Blog qualche tempo fa:
     
    https://gognablog.sherpa-gate.com/tecnica-di-scavo-in-valanga/

  205. 17
    Carlo Crovella says:

    Alessio, ciò che ti è stato detto è SBAGLIATO e credo che ormai il mondo didattico del CAI si sia allineato o si stia allineando. probabilmente ciò che connota la sua considerazione è  il suo inizio “Anni fa“. Siamo in un mondo in continua evoluzione, in cui bastano 2 o 3 stagioni per cambiare radicalmente le situazioni. Buone gite! Ciao!

  206. 16
    Alessio says:

    Anni fa, durante un corso di una sezione del Torinese, chiesi di farci fare esercitazione di scavo e non solo ricerca. Mi fu detto che sarebbe stato fatto solo (e forse) a fine corso (una volta quindi!) in quanto tema avanzato. Boh, io ho fatto solo SA1 ma vado in montagna su tutti i terreni da 20 anni e faccio almeno 20 uscite l’anno con gli sci. Non mi sembra sensato questo approccio delle scuole (non so se condiviso da tutte). Poi chi è interessato fa auto formazione, ma non siamo tanti.. 

  207. 15
    Riccardo says:

    @14 
    Matteo, in linea di principio sono d’accordo, però il problema è che si ha a che fare con la media della popolazione e l’evidenza dei fatti non è lusinghiera sul senso di responsabilità e buonsenso. a mio avviso, se negli anni ci saranno tanti incidenti con troppi interventi del personale soccorritore (che è prettamente volontario, quindi non mi aspetto che con l’aumento del numero di interventi loro riescano a reclutare nuovo personale), il legislatore giocoforza interverrà. IMHO è una conseguenza del rendere le montagne sempre più parco giochi. 

  208. 14
    Matteo says:

    Riccardo, fare delle esercitazioni di autosoccorso potrà anche essere buonsenso, imporlo per legge e auspicare un patentino per andare in montagna è male.

  209. 13
    marco vegetti says:

    Qualsiasi cosa lo “identifichi”, era una metafora, sempre e comunque. Siete sempre voi che non capite le metafore e nemmeno i detti dialettali da cortile (neppure comunali,  provinciali o regionali, solo da cortile di C., anche quando palesemente senza senso alcuno -le fette di prosciutto INTORNO agli occhi).  😀 😀 😀

  210. 12
    Carlo Crovella says:

    Precisazione sul mio 7, per chi NON mi conosce. L’uso del termine “fascista”, specie qui, va inteso in senso metaforico. Cioè che appartengo a quella linea di pensiero (del mondo didattico del CAI) per cui in montagna si va solo in un “certo” modo (=rigoroso, prudente e di buon senso). Inoltrarsi nella montagna innevata senza saper fare tutto “a occhi chiusi” è stolto come fare gite con pericolo 4 o 5.
    Corretta l’osservazione sulla normativa vigente: limitarsi all’obbligo  di avere nello zaino ARTVA/pale/sonda, ma NON a saperli usare, in prima persona, a occhi chiusi, significa solo avallare la propensione dei gitanti (in caso di incidente) ad avvertire il 118 e scaricare così la grana…
     
    Rinnovo i mie personali ringraziamenti all’autore dell’articolo e a tutti coloro che si sono impegnati nei test empirici (immagino rinunciando, in quei giorni, a gite private…) per il contributo nella faticosa campagna di educazione dei fruitori della montagna (in questo caso innevata, ma lo stesso vale anche per le altre discipline).

  211. 11
    Riccardo says:

    @9 
    ma secondo me non è questione di militarismo, ma di buonsenso nel mantenimento delle capacità individuali. per fare una metafora: come se uno decidesse di andare ad arrampicare in montagna senza un minimo ripasso di nodi, manovre, etc, dopo 1 anno di stop. c’è anche da tenere presente che negli ultimi anni le nevicate tendono ad essere associate a perturbazioni intense, che depositano grandi quantità di neve al suolo, il che rende a maggior ragione necessaria una pronta capacità di autosoccorso nel caso le valanghe siano di dimensioni medio/grandi IMHO. poi il bello della normativa è che impone il kit ARTVA/pala/sonda, ma non di saperlo usare, un ossimoro. 

  212. 10
    marco vegetti says:

    La mia mamma da bambina faceva i saggi ginnici a scuola con la maglietta bianca, ma sopra c’era una M… 😀

  213. 9
    Alberto Benassi says:

    7@e  più e necessario che TUTTI, anche chi fa gite a titolo privato, siano non sono educati a usarli, ma regolarmente addestrati, con esercitazioni annue.

    E tutti in divisa come tanti scolaretti, bene in fila , sugli attenti allineati e coperti.
    Le femminucce con le gonnelline bianche, i maschietti in pantaloncini corti neri e calzettoni lunghi ricamati da prima comunione.

  214. 8
    Matteo says:

    “A buon intenditor, molte cazzate”
     
    Libera citazione.

  215. 7
    Carlo Crovella says:

    Lo so che mi darete del fascista, regolatore dei comportamento individuali e quindi negatore delle libertà dei singoli 8d’altra parte sono accuse fondate, perché corrispondono alla verità del mio posizionamento ideologico)… ma la considerazione che consegue, nel ragionamento sul caso di specie, è la seguente: più l’andar in montagna si “arricchisce” di strumenti tecnologici 8e relative prassi, come lo scavo al seguito dell’individuazione del punto di seppellimento) e  più e necessario che TUTTI, anche chi fa gite a titolo privato, siano non sono educati a usarli, ma regolarmente addestrati, con esercitazioni annue. sicome in Italia il senso di responsabilità individuale è praticamente nulla, per esser certi che si rispetti tutto ciò, non c’è altra soluzione che “imporre”, a livello di normativa giuridica, l’addestramento inziale e poi le verifiche annue, con tanto di timbro sulla data dell’aggiornamento annuo. Senza tale autorizzazione normativa, non si è “a norna” (lo dice la parola stessa). Se non è “patentino” questo, poco ci manca… ma vedrete che piano piano la società si evolverà in quella direzione. Non perché lo vuole Crovella, ma perché è inevitabile, dati i numeri umani e il dominate pressapochismo.

  216. 6
    Riccardo says:

    @1
    totalmente d’accordo. il pressapochismo dilagante in tema di autosoccorso da parte dei fruitori della montagna invernale (non solo scialpinisti) rasenta il ridicolo ormai. Tanto c’è il 118, tanto c’è l’ARTVA. Come se aspettare decine di minuti i soccorritori fosse garanzia di sopravvivenza del sepolto. Il problema è anche quando si esce con gente che non ha fatto corsi/esercitazioni di autosoccorso (test che IMHO andrebbero ripetuti ogni inverno per mantenere l’efficienza), che rischiano di mettere in pericolo il gruppo con la loro incompetenza in caso di incidente. 

  217. 5
    antoniomereu says:

    Pleso…è Ten l’assistente di Nik Carter di 
    Bonvoncini versione scialpinistica.
     

  218. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    @ 3
    Un piccolo uomo giallo, presumo.
     

  219. 3
    antoniomereu says:

    Dile il saggio:
    …Molto meglio essele dalla pala in fletta  colpito ,che con calma  dissepellito intubato e pel ultimo sottellato… 

  220. 2
    Carlo Crovella says:

    L’attività (presumibilmente volontaristica, chissà…) di ricerca empirica degli individui citati dall’articolo è da lodare. Grazie a loro abbiamo dei riscontri in più sul tema “Scavo”. Corollario: le esercitazioni pratiche durante le uscite delle scuole di scialpinismo (che ormai ne fanno una a gita per ogni allievo…), non possono più fermarsi alla sola individuazione del segnale, anche in contesti un po’ più complicati come il seppellimento contemporaneo di numerosi ARTVA (situazione resa oggi meno complicata dagli apparecchi di ultima generazione). Almeno per gli allievi dell’SA2 (specie se prossimi alla conclusione del loro iter didattico pluriennale e quindi in procinto di “fare gite da soli”); l’esperienza pratica dello scavo non può mancare a ogni esercitazione sul terreno. Grazie quindi ai ricercatori e all’autore di questo testo, il cui stile molto “parlato”, ma con un taglio elegante, mi è piaciuto molto. 

  221. 1
    Carlo Crovella says:

    Interessante articolo, come ormai accade per la rivista Lo Zaino. Il tema è molto rilevante, ma (in caso di effettivo incidente) solo se la combriccola dei sopravvissuti è già “disgaggiata” nell’autosoccorso. Spesso si legge, dalle cronache dei quotidiani (con tutte le loro imprecisioni) che in, caso di incidente, quasi sempre i compagni si limitano a chiamare il 118 e attendono poi l’elicottero. Qualche volta cercano il o i segnali e mettono un bastoncino o una sonda per memo ai soccorritori, ma raramente i compagni del travolto si impegnato nella scavo, con questa o quella tecnica. Errore strategico e ignoranza crassa: è una delle conseguenze della mentalità (tipica dello scialpinismo dei nostri giorni, dal taglio più sportivo che avventuroso) per cui l’ARTVA è un talismano e nulla più: serve “solo” per  consentire ai soccorritori di salvare il travolto. L’autosoccorso, se davvero vuole essere efficace fino in fondo, deve comprendere anche lo scavo. 

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