Una vita d’alpinismo – 83

Il 20 maggio 1979, già a Skardu, avevo sognato mio padre, e non era stato molto piacevole: «Ci sono delle grandi acque intorno, una piscina si sta riempiendo con acque tumultuose. Poi Wilhelm Bittorf (un giornalista di Der Spiegel, NdR) ed io ci troviamo in mezzo e lui vuol fare delle prove, tipo il nuotare da solo in questa forte corrente. La mia paura sale gradualmente, assieme all’acqua che diventa sempre più forte; non so come, ma dobbiamo salvare mio padre. È una lotta dura ma riusciamo ad afferrarlo, lo capovolgiamo per svuotarlo dell’acqua, lo facciamo vomitare. Mio padre è svenuto, coricato in un angolo della stanza; con spruzzi d’acqua gli pulisco la bocca dal vomito, non avrei potuto praticargli la respirazione artificiale con la bocca sporca di vomito. Arriva lo zio Ubaldo e chiede: “C’è qualcuno in posizione orizzontale?”, poi vede suo fratello, cioè papà. Nel frattempo questo è stato messo in ascensore e comincia a rinvenire…».

Lettere a mio padre dal K2
1) Skardu, 25 maggio 1979
Caro papà, non provare a cercare Skardu su una carta geografica a meno che non sia molto buona! Robert Schauer e io siamo qui dal 17 maggio e ancora stiamo aspettando che arrivino gli altri con tutta la roba. Abbiamo ingaggiato i portatori, in modo che sia tutto pronto quando arriveranno, per non perdere tempo.

Il fatto è che qui non arrivano aerei se non è proprio tempo stupendo. Se partissimo dopodomani, cosa di cui dubito molto, arriveremmo al campo base il 10 giugno. Ma non credo che domani arriveranno aerei, il tempo è troppo brutto. E il guaio è anche che non partono neppure le lettere, come questa. Chissà quando ti arriverà.

Siamo alloggiati in un albergo decente, con acqua corrente e perfino lo scaldabagno, pertanto l’attesa non è poi così spiacevole. Siamo a 2300 metri di quota, in un paese perfettamente musulmano. Ti guardi intorno e vedi solo maschi. Le donne sono rintanate in casa, se ne vedi qualcuna subito scappa o si gira dall’altra parte a meno che non sia perfettamente incappucciata. L’aria è molto secca, le jeep sollevano molta polvere. Cominciamo un po’ a stufarci del cibo che il nostro albergatore ci propina, ogni giorno sempre lo stesso. Qui c’è pochissima verdura fresca, la devono portare in aereo e gli aerei non arrivano mai…

Non vediamo l’ora di avere a disposizione la nostra alimentazione, che però è ancora tutto a Rawalpindi. Con Robert ci capiamo in inglese, almeno qualcosa di utile in questa attesa: imparare a esprimermi meglio. A volte mi sorprendo addirittura a pensare in inglese… e questo è bene per rendere più corrente la lingua. La salute è buona, la dissenteria di prammatica è già passata, quindi tutto va bene. Degli altri non sappiamo niente. Purtroppo non potrò darti un gran che di notizie. Da Skardu al campo base, andata e ritorno, il “postino” impiega sedici giorni e ti assicuro che deve correre.

Scrivimi pure all’indirizzo che vedi scritto dietro, può darsi che qualcosa lo riceva. Spero che a casa, sia a Genova che a Milano, tutto vada bene.

L’importante, credo, è che tu non stia in pensiero. Cerca di non farti assalire da quella paura strisciante che ti spinge ogni momento alla ricerca di notizie alla radio o alla televisione o sui giornali. Il tempo deve passare e passerà, non c’è dubbio. Sappi che ti ho nei miei pensieri più di quanto tu creda, in questa luce anche i nodi alla gola e il pianto possono essere piacevo­li. E’ una luce molto bella quella che avvicina un figlio a un padre che ha perso da tanto tempo, occupato com’era nella sua crescita. E’ come uscire da un brutto sogno e vedere che la realtà è migliore, che due persone possono essere vicine anche se sono lontane tanto da non potersi quasi scrivere oltre che parlare. Spero di scriverti dal campo base, pensa a me il meno possibile. Ciao, tanti cari saluti, Alessandro.

2) Concordia, 7 giugno 1979
Caro papà, approfitto del fatto che domani alcuni portatori ci lasciano e tornano a Skardu per affidare loro questa lettera. Speriamo che un giorno arrivi. Da Skardu siamo poi partiti il 28 maggio e abbiamo camminato senza interruzione fino a oggi. I primi quattro giorni abbiamo sempre dormito in radure vicino a villaggi, poi gli abitati sono finiti. Il setimo giorno, ultimi alberelli. L’ottavo ci siamo inoltrati nel ghiacciaio del Baltoro, che forse è il più lungo della Terra. Il nono giorno abbiamo ancora dormito sull’erba, accanto al ghiacciaio. Poi basta, solo ghiacci e neve.

Qui siamo a quota 5000 metri. Domani dovremo fare l’ultima tappa che ci porterà al nostro campo base, a 5300 metri (le due quote qui sono sbagliate: Concordia è 4687 m e il campo base è circa 5050 m, NdR). Il tempo per fortuna è bello. Non credo di esagerare dicendo che qui le montagne sono di una grandiosità infinita, il K2, il Broad Peak, il Chogolisa, il Baltoro Kangri, i sei Gasherbrum, il Masherbrum… dovresti vederli sembra di essere totalmente in un altro mondo.

La salute è buona, il morale del tutto alto, la concordia è unanime. Reinhold è un ottimo capo-spedizione, e finora è andato (quasi) tutto molto bene. Purtroppo la nostra dottoressa Ursula Grether il 1° giugno è caduta da uno scoglio in riva al fiume e s’è rotta un malleolo. L’elicottero, chiamato via radio, l’ha portata via. Adesso dovrebbe essere a casa da un po’ di giorni. E’ stato un incidente stupido, avrebbe potuto succedere su uno scoglio di Nervi. Peccato, perché era simpatica e brava. Ora ci rimane Robert Schauer a fare da medico.

In questo momento non ho idea di dove sia Nella e di cosa voglia fare. Per questo non le scrivo. Per favore telefonale o a casa o casa di sua sorella Marina. Certo che se è partita per raggiungermi non la trovi, perché avrebbe dovuto partire verso il 15 giugno, e questa lettera ti arriverà certamente dopo. Spero sia partita con la moglie di Schauer, se no può approfittare di una delle spedizioni che vengono su per il Baltoro. Se arriverà a Concordia, manderemo un portatore d’alta quota a prenderla. L’itinerario per venire qui è lungo ma non pericoloso. Solo da Concordia al campo base bisogna che sia accompagnata.

Io qui m’interesso soprattutto della cucina, che per forza di cose, dati i continui spostamenti giornalieri, non può essere sopraffina. Ad ogni modo, se qualcosa di cucinato si mangia, lo si deve a me. Cerco di istruire il nostro cuoco e portatore d’alta quota, Razur Alì (che tutti chiamavamo Rosalì, NdR), di dargli tutte le direttive perché faccia le cose come le vogliamo noi, anche se il tocco finale spetta sempre a me. Il grosso lavoro è togliere e mettere, sera e mattina, le varie cose nei container, il tutto al freddo, la sera senza poter leggere bene i numeri, la mattina in fretta e furia perché i portatori premono per prepararsi il carico e partire. E’ ogni volta una confusione, specialmente nei primi giorni, quando siamo arrivati ad avere un massimo di 148 portatori. L’indirizzo della spedizione è cambiato, ed è scritto dietro. Quello precedente va bene lo stesso  ma è più lento. Scusa la solita brutta calligrafia, ma sono in tenda e sto scrivendo con la pila frontale.

Spero che per te sia tutto bene. Ti prego di avere la forza di accettare ancora una volta tutto questo, ma era una cosa che dovevo fare. Ora che sono qui non mi pento, anzi. Nei momenti di riposo, al calduccio del saccopiuma, ti penso. Ma spero che tu non ci pensi troppo. Tanti cari saluti, Alessandro.

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Una vita d’alpinismo – 83 ultima modifica: 2017-05-06T05:20:29+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 83”

  1. 6
    Silvia says:

    Grazie. Scrivi sempre cose che arricchiscono lo spirito.

  2. 5
    Vittorio Lega says:

    Grazie Alessandro per la bellezza delle lettere che hai condiviso, chi ne scrive più, soprattutto di questa caratura? Una bellezza suscitata oltre che dalla tua penna anche da una distanza fisica allora quasi incolmabile, oggi invece inesorabilmente appiattita da una facilità di comunicazione che banalizza i messaggi!

  3. 4
    Monica says:

    Davvero caro da parte tua condividere il rapporto epistolare con tuo padre: attraverso l’apparente aspro e ligure rapporto tra un figlio unico e il proprio padre mi pare che si rivela il carico di tenero sentimento che c’era e che travalicando il tempo c’è tuttora!
    Sono aspetti importanti della Vita da rivelare con pudore e con coraggio : un po’ come chiedersi le onde del mare …dove iniziano dove finiscono…?

  4. 3

    Era più bello il mondo quando era più lento e più complicato

  5. 2
    lorenzo merlo says:

    Nientemeno

  6. 1
    Enrico Spalla says:

    Ho condiviso molto volentieri con questo post:
    una lettera termina così
    “….Spero che per te sia tutto bene. Ti prego di avere la forza di accettare ancora una volta tutto questo, ma era una cosa che dovevo fare. Ora che sono qui non mi pento, anzi. Nei momenti di riposo, al calduccio del saccopiuma, ti penso. Ma spero che tu non ci pensi troppo. Tanti cari saluti, Alessandro. ….”
    Ha un valore immenso. Il rispetto per il genitore , la figura del padre ma la montagna vince, sopra ogni cosa materiale e non !!!
    Grazie Alessandro di aver condiviso questa tua parte di vita …
    da facebook, 6 maggio 2017, ore 11.15

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