L’identità del CAI

Circa un anno fa, su invito di alcuni amici, ho aderito all’invito di partecipare alla costituzione dell’Associazione Tutela Escursionisti e Scialpinisti (ATES).

L’ATES, in via di costituzione, nasce “per difendere tutti gli amanti della montagna dai divieti ingiustificati messi in atto dai Parchi Nazionali e affinché si possa continuare a praticare nell’Appennino Centrale attività quali l’alpinismo, lo scialpinismo, l’escursionismo anche di vetta, anche in compagnia del proprio cane, a cavallo o in mountain bike“.

Ero d’accordo che certi “diktat” dei parchi fossero esagerati, a volte persecutori, quindi da respingere al mittente. Ma oggi mi è capitato di leggere il post di Pierpaolo Mori, amministratore del gruppo facebook “Associazione Tutela Escursionisti e Scialpinisti”, che riporto qui di seguito. E’ emersa una natura, prima solo sotterranea, di contrapposizione a una delle finalità del Club Alpino Italiano.

L’articolo 1 del Titolo 1 dello Statuto del CAI recita: Il Club alpino italiano (C.A.I.), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione
nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.

Se nella seconda metà del secolo scorso il CAI non avesse aggiunto alle sue finalità quella relativa appunto alla difesa dell’ambiente naturale montano, da tempo avrei dato le dimissioni anche dal sodalizio CAI.

Ugualmente, certe affermazioni di questo post non posso proprio accettarle. Non riconoscendomi più nelle finalità dell’ATES, ho presentato poco fa le mie dimissioni con un commento al post di Mori.

L’identità del CAI
di Pierpaolo Mori
(pubblicato su facebook il 31 luglio 2022)

E’ uscito un intervento di Carlo Alberto Pinelli su Montagna.tv. Ferve la polemica nel CAI. Il Presidente Antonio Montani è tra due fuochi. Da una parte chi gli chiede che il CAI tuteli alpinismo e scialpinismo. E dall’altra parte quelli come Pinelli che vorrebbero che il CAI fosse la cugina brutta del WWF.

Ho letto anche altri post recenti sui gruppi CAI che riflettono sull’identità del Sodalizio. Ormai il problema è diventato primario per il CAI, capire cos’è e cosa vuole essere.

Per il vertice CAI diventa sempre più difficile tenersi fuori. Tanto più che alpinismo e scialpinismo sono la storia del Sodalizio. Per le passeggiate in comitiva e la tutela ambiente montano ci sono altre decine di associazioni.

La peculiarità del CAI è alpinismo e scialpinismo. Le scuole, la comunità degli appassionati, i rifugi, la tradizione, l’educazione morale. Questo è il CAI, e l’alpinismo e lo scialpinismo (e lo sciescursionismo, l’escursionismo di vetta e il trekking di più giorni, la mtb e la speleologia) ne sono il fulcro.

Il CAI presidia l’ambito delle tecniche, con le Scuole.

Ci sono attività che richiedono competenze tecniche e attrezzature ed esperienza:
– l’alpinismo
– lo scialpinismo
– l’escursionismo di vetta e il trekking di più giorni
– lo sciescursionismo
– la mountain bike
– la speleologia.

Ci sono tecniche, ci sono le Scuole. E queste attività sono anche comunità umane e palestre morali.

Questa è la quintessenza del CAI, la sua peculiarità. Il WWF e le altre 20 associazioni ambientaliste non hanno le Scuole.

Il CAI presidia l’ambito delle tecniche. Può anche fare ideologia, o politica, o chiacchiere. Queste sono attività che il CAI può fare, ma non sono la sua essenza, la sua ragion d’essere. Le Scuole, la montagna e le foreste con un approccio tecnico, in un contesto che crea comunità con valori morali, questa è l’identità, la tradizione del CAI. Il resto è accessorio.

Montani si è proposto come un Presidente che avrebbe ridato peso alla autentica ragion d’essere del CAI.

Ora lo mettiamo alla prova.

Noi stiamo facendo presente che i tempi sono cambiati rispetto a 40 anni fa, quando Pinelli era un giovanotto ambientalista.

È facile rispondere a Pinelli.

Di associazioni ambientaliste ce ne sono 20, di CAI ce ne è uno. Le scuole, la comunità degli appassionati, i rifugi, la tradizione e il valore morale. Questo è il CAI. Ed inoltre è l’unico Sindacato di alpinisti e scialpinisti. Di simil WWF in Italia ne abbiamo 20.

Pinelli ha grandissimi meriti e tutta la nostra stima. Prima era importante dare voce e peso alle istanze ambientaliste, perché da tutti ignorate.

Ora l’ambientalismo è diventato anche sistema di potere e regime e si vedono situazioni dove con la scusa dell’ambientalismo (sacro e intoccabile) si fa tutt’altro.

Adesso invece quelli che vanno tutelati sono gli alpinisti e gli scialpinisti, e il CAI è l’unico che può farlo concretamente.

E poi vanno corrette certe situazioni che con la scusa della tutela ambientale sono degenerate in degrado dello Stato di diritto.

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L’identità del CAI ultima modifica: 2022-08-03T05:21:00+02:00 da GognaBlog

32 pensieri su “L’identità del CAI”

  1. 32
    Giorgio Robino says:

    ma sì Alessandro, mi par che quest’associazione sia più a sostegno delle “montagne delle libertà” che non dei valori ambientali che ti (ci?) sono propri. Noto due o tre cosette che mi puzzano leggendo l’articolo di Mori: 1. il riferimento alle “persone”, che è l’incipt dell’attacco personale stile social. Ah, giusto siamo in campagna elettorale… du coglioni.2. Il relegare il CAI alle competenze “tecniche” è una strategia comoda di divisione del “potere” socioeconomico, dove il CAI viene relegato al “come”… invece che al “perché”. 3. Nell’articolo non ci sono veri approfondimenti che valga la pena di controbattere. Con i “semplici” sai molto meglio quale sia il comportamento da adottare. E sì, distinguersi è una perdita di tempo e di vita ma va fatto. Vero.

  2. 31
    GognaBlog says:

    Hai ragione #30 Bruno Telleschi. Infatti era proprio per oppormi a quello su cui poni attenzione che inizialmente avevo aderito all’associazione.

  3. 30
    bruno telleschi says:

    A prescindere dal contesto, almeno una frase merita attenzione : “E poi vanno corrette certe situazioni che con la scusa della tutela ambientale sono degenerate in degrado dello Stato di diritto”. Con il pretesto della sicurezza popolare e della tutela ambientale si moltiplicano le consorterie locali (dai comuni ai parchi) che vogliono impedire ai cittadini la libertà e  la bellezza del paesaggio. In palese contrasto con la costituzione repubblicana: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale” (articolo 16).
     

  4. 29
  5. 28
    Carlo Crovella says:

    Per fornire un tassello conclusivo, mi allontano un po’ dal tema del post sovrastante, in quanto il civile dibattito dei gironi scorsi ha allargato le riflessioni all’ipotesi che il CAI debba correre dietro ai giovani clinber.
     
    Confermo quanto ho scritto, ma preciso che tutto ciò si riferisce all’ipotesi di completo stravolgimento del CAI, nel senso di abbandonare i soci/istruttori “vecchiscarpun” (a cominciare dal sottoscritto) per mutare completamente in un’istituzione che coinvolga i climber scatenati: sono conv9into che sarebbe il suicidio del CAI perché si perderebbero i “caiani” affezionati al CAI e non si riuscirebbe a coinvolgere in modo sistematico e prolungato (per decenni e decenni) i climber.
     
    Tuttavia esiste un’ipotesi intermedia, che è già praticabile (anzi in molte località è già praticata da tempo), in quanto esistono già all’interno del CAI sia gli strumenti che le fattispecie organizzative: ovvero si può organizzare i Corsi di Arrampicata Libera (AL) nell’ambito delle Scuole di Alpinismo. Occorre avere i relativi titolati (IAL: Istruttore Arrampicata Libera), adempiere a tutte le pratiche burocratiche (nullaosta, relazione finale ecc ecc ecc), ma il meccanismo esiste da tempo e quindi è ben oliato. Credo che in quasi tutti i capoluoghi metropolitani esistano tali corsi. Non resisto alla tentazione di citare l’esempio torinese, dove le Scuole di alpinismo sono addirittura tre (Gervasutti, Motti e la Alberto Grosso del CAI Uget, ma non eccludo che vi siano altre iniziative di sola arrampicata), operative nei corsi tradizionali da decenni, con l’aggiunta dei corsi AL, un alcuni casi da diverso tempo. Ovviamente io non partecipo a questa specifica attività, ma nell’ambiente si sa che essa è di grande soddisfazione sia per gli allievi che per gli istruttori. I corsi AL alternano uscite in falesie naturali con serate nelle palestre indoor cittadine (più le classiche lezioni teoriche ecc). Cito a memoria e potrei sbagliare, ma mi pare che ogni corso AL “giri” annualmente 30-40 allievi, per un totale di 100-120 posti. Rispetto alla totalità dei residenti torinesi (andando anche oltre i confini comunali) sono “niente”, ma sono già qualcosa e i corsi sono cresciuti moltissimo nel tempo.
     
    Al di là dell’isola felice subalpina (dove il ragazzetto infiammato di passione per l’arrampicata può capitare con l’istruttore Manera che, ultraottantenne, gli “fa vedere” come si fa), qualsiasi Scuola può mettere in piedi i corsi AL. Gli strumenti ci sono, però ci vuole la voglia di… ricorrere all’olio di gomiti. Certo ci vogliono anche gli istruttori in grado di muoversi su certe difficoltà, che magari non saranno proprio l’8a, ma certo non sono il IV classico. Ma per iniziare basta un titolato specifico (IAL) e tanta voglia di farsi il mazzo sul piano organizzativo. A mio parare è questo il punto chiave: facile, dall’esterno, dire “Il CAI deve essere così e non cosà” oppure “il CAI deve fare questo e non quello”… Credete veramente che il futuro debba passare anche (o addirittura “solo”) attraverso i Corsi di AL? Bene, trovatevi un IAL, organizzate il corso AL, il primo anno avrete 4 allievi (forse), di questi due resteranno come aiuti istruttori, il secondo anno avrete un organico di 3 persone (l’IAL originario più i 2 aggiunti) e gli allievi saranno 7-8, forse 10, di questi 3-4 resteranno come nuovi aiutoistruttori, magarti uno dei primi due va a sua volta a fare il corso IAL, il terzo anno avrete un organico di 6-7 (sommatoria partendo dall’IAL originario) e raggiungerete i 15 allievi e così via… La strada è ben segnata, ma certo trattasi di strada lastricata di grande fatica organizzativa, impegno, grane, responsabilità, rotture, litigate ecc ecc ecc… però a “insegnare” dall’esterno cosa deve essere o non essere il CAI non si aggiungerà nulla. Chi crede davvero in un obiettivo, deve mettersi in gioco per dirigere il CAI anche verso quell’obiettivo.
     
    I corsi AL si aggiungono all’attività tradizionale, sia didattica sia sociale. Pertanto anche i “caiani vecchioscarponi” continuerebbero ad avere il loro spazio all’interno del CAI e potrebbero portare avanti la loro missione didattica. Dal canto mio, non mi metto certo in competizione tecnica con gli IAL, a me interessa molto di più insegnare la parte complementare dell’approccio alla montagna. Quella culturale, etica, comportamentale. E qui, concludendo, mi ricollego al tema cardine del post soprastante: educare alla montagna significa anche forgiare la sensibilità ambientalista. Ho già detto che si va dalla banalità di riportare a casa tutti i proprio rifiuti, fino alla coscienza morale sul tema “ambiente” che può spingere teoricamente tutti e 330.000 soci CAI a firmare la petizione “Cime Bianche ” o quella “NO Pista Bob Cortina”.
     
    Un CAI “esclusivamente” tecnico si inaridirebbe e presto scomparirebbe: diventerebbe una società sportiva (e non un club di appassionati: la differenza è abissale). Nelle società sportive riesci a rimanerci finché riesci a garantire certe prestazioni tecnico-atletiche, poi inevitabilmente vieni marginalizzato. Ma se il CAI esiste da 160 anni è proprio per la sua natura di club di appassionati e non  di società sportiva. Vedremo cosa accadrà nei prossimi 160 anni…

  6. 27
    Luciano Pellegrini says:

    Sono rimasto basito, nel conoscere che esiste una associazione di persone menefreghiste, che vanno in montagna: Associazione Tutela Escursionisti e Scialpinisti (ATES). Persone che dovrebbero difenderla, invece vogliono fare quello che vogliono loro, fregandosene delle leggi, del buon senso, sordi al grido di allarme, DI DOLORE, DELL’ECOCIDIO DEL PIANETA. MA CHI SONO? Persone con L’ANSIA DI PRESTAZIONE?                                                          Comunque, le associazioni ambientaliste ufficialmente riconosciute dal ministero dell’Ambiente, fatto soprattutto di volontari, sono circa OTTANTA. TROPPE!
    https://www.mite.gov.it/pagina/elenco-delle-associazioni-di-protezione-ambientale-riconosciute

  7. 26
    Carlo Crovella says:

    È indubbio che noi torinesi, non solo della Gerva, viviamo in un’isola felice. Parlo tra l’altro di una realtà CAI che è molto più ampia dei confini strettamente cittadini. Per es ci sono diverse scuole di scialpinismo nell’area provinciale: non sono grandissime (ma neppure piccolissime) e sono molto vive e attive.
     
    Sul resto, proprio accettando il suggerimento di guardare “oltre” Torino, sono sempre più convinto che per correre dietro ai giovani, della serie descritta da Enri, dovremmo snaturare il CAI così profondamente che ciò corrisponderebbe a due sconfitte: alla fine non “acchiapperemmo” i giovani da 7c-8a (troppo individualisti, e poi sono incostanti: oggi arrampicano infiammati come diavoli e domani si danno al base jumping con analoga passione) e contemporaneamente perderemmo il popolo CAI tradizionale…
     
    Un 15enne nell’attuale CAI non può iscriversi alle Scuole. Deve aspettate i 18 anni per questioni di responsabilità giuridica. Ma a quel punto se si muove su gradi 7-8, quanti istruttori lo possono seguire? Direi che il 99% di noi istruttori non riuscirebbe neppure a fargli da secondo di cordata. Allora dovremmo rottamare completamente il corpo istruttori a livello nazionale e ricostruirne uno nuovo capace di muoversi 3 gradi sopra l’attuale. Come potremmo farlo? Impossibile. Ci sono due problemi insormontabili. 1) un nuovo organico così forte non ce l’hai dalla sera alla mattina: ammesso di riuscire a metterlo insieme (e io dubito perché quelli talentuosi non si fermano a fare l’istruttore volontario gratis…), ci vogliono minimo minimo 10 anni per assemblarlo. 2) Da miei calcoli dei mesi scorsi, per altre indagini, ho sommato agli istruttori titolati (alpinismo+scialpinismo+escursionismo) una stima di altre tipologie di istruttori (sezionali, aiutoistruttori, accompagnatori giovanili ecc ecc ecc). Sono giunto ad una cifra che si aggira fra i 10.000 e i 15.000 individui a livello nazionale. Allora di tutti questi volontari, oggi affezionati soci e istruttori CAI, che ne facciamo? Li rottamiamo dall’oggi al domani? Bene, e poi?
    Ci può stare che si rottami l’istruttore Crovella, preso come esempio di istruttore vecchioscarpun, se il CAI ci guadagnasse da una rivoluzione così profonda. Io temo invece che perderemmo i vecchioscarpun senza affiliare neppure un ottavogradista. Sarebbe lo svuotamento del CAI, non un suo arricchimento.
     
    Mi viene da dire che, riprendendo un dibattito di qualche mese fa, forse forse non è un male che, in ambito arrampicatorio, sorgano le cosiddette ASD (Associazioni Sportive Dilettantistiche), cui si possono rivolgere i giovani come descritti da Enri (per es quelli che non colgono neppure il tema CAI-CAAI). Lasciamo invece il CAI a chi si riconosce nei suoi caratteri salienti e tradizionali, che sono quelli definiti nello Statuto del 1863. Fra questi rientra la difesa dell’ambiente e quindi l’educazione ambintalista, che poi era il tema chiave dell’articolo.

  8. 25
    Giacomo Raffa says:

    Purtroppo non vedo nemmeno io il Cai come riferimento per i giovani, o almeno non per tutti.
    Tuttavia alla nostra scuola (parlo per forza di esperienze personali, Verona) si avvicinano in molti, anche ben forti, della fascia 20-30 (forse più 25-35). La distinzione Cai – Scuole secondo me è importante, ci torno a breve.
    Proprio come dice Enri, magari questi giovani fanno il 7b-c, però passano dal Cai per imparare a usare protezioni mobili, oppure per cascate di ghiaccio o per le nozioni di alta montagna. E’ importante intercettare anche loro, non bisogna disinteressarsene! (peraltro averli magari dopo come istruttori, tanta roba!!)
    Anche al corso di alpinismo base, sono sempre più rari quelli che non sanno arrampicare, grazie alla diffusione soprattutto delle palestre indoor. Però magari non sanno fare i nodi, interpretare una relazione, i bollettini, scovare una via…sono molti, e come riferimento le Scuole sono ancora valide e conosciute.
    Ma ci siamo come scuola, e ancora il passaparola la fa da padrona. Oppure i genitori/nonni che suggeriscono “vai a fare un corso al Cai”, ma poi dipende da che scuola trovi. Non c’è come riferimento il Cai nella sua figura centrale. Ci sono le scuole, come fossero isole.
    Quello che secondo me manca è una comunicazione organica verso l’esterno. Da questo punto di vista, il Cai centrale non fa praticamente nulla, e ogni scuola è un po’ lasciata a sé nelle iniziative.
    Sono stati citati internet e i video: perché per le manovre ci sono i video (super-datati) di una singola scuola (Franco Aletto, Roma) e invece nulla di “ufficiale” dalla CNSASA? Al massimo delle dispense (che riesci a trovare solo se sai già cosa stai cercando, altrimenti…), notoriamente meno accattivanti…
    C’è da dire, tuttavia, che i corsi di alpinismo base fanno il pienone ovunque, quindi è poco sentita l’esigenza di farsi conoscere.
    Fanno il pienone anche perché (ahimé) l’attrattiva verso l’istruttore volontario del Cai è pochissima, e quindi siamo in 4 gatti a essere attivi. Non concordo quindi con l’analisi di chi è soddisfatto “perché c’è sempre gente che non viene presa, facciamo sold out”. A me spiace sempre quando non si riescono ad accontentare i soci. Tuttavia occorre prendere atto che i numeri sono questi, e probabilmente la situazione peggiorerà ancora col “calo delle vocazioni”.
    A latere: non mi stupisce né quanto scrive Enri (realtà molto diffusa!) né quel che scrive Crovella, che da torinese ha effettivamente una posizione privilegiata con delle scuole di altissimo livello. Ecco, probabilmente al secondo gioverebbe una visione più ampia, che forse scalfirebbe un po’ l’immagine che ha dalla sua isola felice: quella realtà credo sia un fiore all’occhiello, e non tanto la rappresentazione “tipica” delle scuole cai (non sono poi molte le scuole con accademici attivi, come la Gerva, e istruttori che ripetono itinerari di buon livello. Ci sono, ma sono magari un paio/gruppetto per scuola. Il livello medio -parlo almeno per la mia scuola di 30 istruttori- è più “normale”).

  9. 24
    albert says:

    Fa quel che può, quel che non può,( scialpinismo in stagioni  di neve scarsa  e ghiacciaismo  con ghiacciai in sparizione corsi e serate  in sale  e palestre torride di pianura  )non fa.

  10. 23
    Mario says:

    21@22 direi che allo scalatore sportivo ( non al garista ma anche a chi fa della arrampicata uno sport di prestazione, anche in ambiente montano)…allo scalatore sportivo delle competenze tecniche o storiche che gli puo’ offrire il Cai importa meno di zero.  Vero anche che sovente lo scalatore sportivo ha  una coscienza ”ecologica” alquanto sviluppata  e la esercita in vari modi. Altra cosa sono ancora  le falesie che con la scusa della sicurezza e del decoro sono ridotte a parchi giochi. 

  11. 22
    Enri says:

    Ultimo commento e poi mi taccio comunque. Carlo hai interpretato correttamente, ma ciò che fa la differenza è che tu consideri i giovani come li chiami tu “climber di alto livello” quali persone che non faranno mai parte del target del CAI. Io dico un’altra cosa e cioè, siccome il mondo esterno è cambiato ed oggi mediamente chi inizia un’esperienza alpinistica ha molte più possibilità di praticarla nel concreto e di migliorare rapidamente nelle prestazioni fisiche, dico è un peccato che il CAI faccia fatica ad intercettare questa fetta di praticanti proprio perchè darebbe loro le utili competenze tecniche e culturali sulla montagna, a prescindere dal fatto che scalino sul difficile o sul facile. Intendo dire, ancora ai miei tempi e parlo di 30 anni fa, se uno voleva andare in montagna, si iscriveva al CAI o aveva qualche guida alpina di riferimento. Punto. O l’uno o l’altro. Oggi, per quello che è la mia modesta visione, accade che spesso si inizia in palestra indoor, poi per passa parola, poi capita che uno ti dica ma perchè non andiamo a fare un ghiacciao…..il tutto creato sulla base di internet che ti propone esperienza analoghe immediate anche agganciandoti con un video (questo è un problema),  voglio dire, non mi sembra che il CAI sia il riferimento attualmente per chi si vuole avvicinare alla montagna. Forse mi sbaglio, anzi probabilmente è cosi e probabilmente ho una visione parziale. però mi sembrava anche in discussioni passate di non essere l’unico ad avere questa evidenza.
    Detto questo mi taccio e comunque auguro che il CAI possa proseguire a svolgere una attività che, perlomeno nella scuola di Alpinismo, ho sempre ritenuto valida ed importante.
    Saluti
    Ps
    in ogni caso confermo che se andate a parlare ad un giovane di differenza fra cai e caai vi guarderà con occhi stralunati…
     

  12. 21
    Carlo Crovella says:

    Evidentemente io sono  “vecchio”, non solo anagraficamente, ma anche e soprattutto ideologicamente. Ritengo che i ragazzi di 10-15 anni che si muovono sul 7c-8a-9x-10k, così come gli sciatori ripidisti “seriali” o i collezionisti sportivi dei 4000, siano categorie per definizione già perse per il CAI e quindi estranee al CAI. Inutile correre dietro a questi cavalli di razza, anche coinvolgendoli si sentiranno sempre “stretti” nelle briglie del CAI. E’ una battaglia persa in partenza, lasciamoli vagare selvaggi nelle praterie montane, perché su altre tipologie di individui si deve puntare.
     
    Ripeto che probabilmente le mie valutazioni sono condizionate dal fatto che, nella realtà torinese, il CAI, dai gruppi giovanili fino alle Scuole blasonate, non ha problemi di scarsità di iscrizioni, anzi in genere ogni anno si lasciano fuori alcune persone, perché si sono registrate oltre il numero fisso.
     
    Non ho idea di quale percezione tu abbia, oggi come oggi, dell’organico Istruttori delle Scuole CAI. Le frequenti? oppure frequenti singoli istruttori a titolo personale (es compagni di cordata in uscite private)? il punto è dirimente: solo chi fa parte del mondo didattico CAI ha un’idea fondata su tale mondo.
     
    La sensazione è che tu elabori la tua valutazione, non soddisfacente, delle Scuole CAI (e quindi dell’istruttore “tipo”) in modo indiretto e soprattutto per differenza. Ovvero fai un ragionamento del tipo: io (Enri) vedo la maggior parte dei giovani che NON  fanno parte del CAI, per cui ne deduco che l’ambiente CAI, le Scuole CAI e gli istruttori CAI nel loro insieme NON sono all’altezza, o quanto men o non hanno appeal per attirare i giovani nel mondo CAI.
     
    Non è così. Quei giovani, intendo quelle categorie particolari (i cimber adolescenti da 8a, i ripidisti seriali, i collezionionisti sportivi dei 4000, i runner, i bikers sfegatati, i downfillisti ecc ecc ecc) NON faranno MAI parte del CAI a causa della la loro natura e della loro visione. Inutile correre dietro a questi individui.
     
    Dal canto mio, ritengo di avere una discreta visione delle Scuole CAI e dell’aggregato degli istruttori, nel loro insieme che comprende alpinisti, scialpinisti, arrampicatori, escursionisti ecc ecc ecc. Questo perché bazzico diverse Scuola, in alcune sono in organico, in altre ho addentellati profondi e sistematici. Dalla mia esperienza diretta, deduco che, come somma algebrica della totalità degli istruttori, l’organico a livello italiano sia molto elevato e di grandi capacità e preparazione.  Anche se sostanzialmente composto da illustri sconosciuti, almeno al mondo mediatico.
    E, tanto per restare attinenti al tema dell’articolo, si avverte abbastanza diffuso il fatto che l’insegnamento agli allievi verte sui tre fattori: preparazione tecnica in senso stretto, studio delle montagne e visione ambientalista. Piuttosto, il mondo delle Scuole CAI deve stare attento a non perdere il secondo e il terzo “pezzo” e puntare solo sul primo (come implicitamente auspicato dall’autore dell’articolo qui sopra). Quella sarebbe davvero la morte delle Scuole CAI. Il rischio di correre dietro ai giovincelli che fanno l’8a o ai ripidisti seriali o ai colezzionis sportivi dei 4000 ecc ecc ecc,  è proprio questo: focalizzarsi esclusivamente sul risvolto prestazionale e perdere tutto il resto, che è invece il vero succo della didattica della montagna, in particolare nella tradizione CAI (tradizione che, nel prossimo decennio, compirà 100 anni)

  13. 20
    Enri says:

    Io ho scritto quello che ho scritto non per far scivolare nessuno nelle mie tesi ma per pragmatismo. E solo per pormi una domanda: come mai la maggior parte dei giovani che vedo in giro e che conosco per vari motivi non va al CAI, non passa per il CAI per iniziare un’esperienza di alpinismo?
    Io non ho mai detto che gli istruttori CAI devono essere Barmasse o Moro e non ho mai detto che il CAI deve sfornare dei fuoriclasse. Dico solo che, a mio modesto avviso, il problema di attrarre persone io ritengo esista e uno dei motivi è che spesso non vi è una classe di istruttori all’altezza. All’altezza di quello che è il mondo moderno. Con le dovute eccezioni che certamente ci saranno. Forse mi sbaglio. Il tutto per dire che se un’organizzazione non ha modo di attrarre persone, non potrà concretamente svolgere i suoi compiti e realizzare i suoi obiettivi che, legittimamente non sono solo tecnici ma anche diciamo comportamentali, culturali. Se riteniamo che questo non sia un problema, come non detto. Mi taccio. Mi chiedo cosa direbbe un ragazzo di 20 anni leggendo gli articoli sull’identità del CAI o a suddivisioni fra CAI, CAAI e cose simili, roba che leggevo sulla rivista della sezione oltre 30 anni fa e mi suonava già vecchia allora…..
    Saluti a tutti

  14. 19
    Carlo Crovella says:

    Il rischio e di scivolare senza accorgersene nella tesi dell’autore del post. Attirare nuovi adepti, e quindi nuovi soci CAI, è certamente un tassello importante del problema. Può darsi che io lo sottostimi un po’ perché a Torino (nelle diverse Sezioni e nelle numerose Scuole) non abbiamo proprio questo problema, per fortuna. C’è sempre la fila fuori e le iscrizioni on line , che si aprono alle ore 0.0, si chiudono in due-tre minuti. Certo è che i “grandi”, i top, non vengono più a fare l’istruttore CAI. Ve lo vedete un Simone Moro, un Harve’ Barmasse, una Tamara Lung ecc ecc ecc (cito i primo nomi che mi vengono in mente) che trascorrono la dominica prestandosi come  istruttori, tra l’altro a titolo gratuito??? Mah…
     
    Quindi gli organici CAI non possono che essere composti da “amatori”, in genere sconosciuti al grande pubblico mediatico, ma di sicura capacità e affidamento. Queste qualità sono orami testate dai corsi per titolati. Per cui l’attuale organico CAI nel suo complesso è ampiamente all’altezza, sotto tutti i punti di vista.
     
    Tra l’altro il CAI, e quindi le sue Scuole, va visto come una “produzione di serie” e non come la Squadra Corse. Quest’ultima, la Ferrari della situazione, potrebbe essere il CAAI, che, guarda caso, è in affanno (vedi dibattito inverno scorso qui sul blog), anche perché i top vivono nel loro star system e non si mescolano con il mondo CAI.
     
    Le Scuole CAI non debbono avere l’obiettivo di produrre cavalli di razza. Quelli, se ci sono, emergono per il loro talento naturale e, proprio per questo, si distaccano dal CAI. Il CAI (meglio: le sue Scuole) debbono avere l’obiettivo di produrre tranquille berline da turismo e non scattanti F1. Fuor di metafora: produrre anche solo quarto-quintogradisti, che però fan le loro cosine per benino, dalla preparazione dello zaino allo studio maniacale delle montagne, all’amore per queste fino ad arrivare alle scelte di carattere ambientalista. Queste ultime variano dalla banalità di portarsi a casa anche le bucce d’arancia (tra l’altro, nome storico di una via di Arnad) fino a firmare la petizione contro i nuovi impianti nel Vallone delle Cime Bianche.

  15. 18
    Lorenzo Fioravanti says:

    Studiare le montagne è l’altra faccia del problema. Se le studi e le conosci, te ne appassioni, le ami. Se le armi le rispetti. Questo è il vero succo dell’insegnamento.

    Se le rispetti forse puoi riuscire a lasciare un segno indipendentemente dal grado di difficoltà che affronti. C’è un grosso malinteso nel confondere un climber con un’alpinista; se si ha la volontà di affrontare un ambiente scalando sei parte di questo in toto oppure stai semplicemente arrampicando.
     

  16. 17
    Enri says:

    Io mi stavo ponendo, se volete, un tema di come si attraggono le persone, i giovani in primis (non per abusare di questa categoria ma se non si parla ai giovani qualsiasi aggregazione sociale muore). Se non si riesce ad attrarre non si riesce nemmeno ad educare, anche ai fini meno tecnici e non meno importanti. Ma se le persone non arrivano l’obiettivo non si raggiunge. E io credo che una solida classe di istruttori preparati, molto bravi sia la chiave, magari non l’unica ma certo una delle principali. 

  17. 16
    Carlo Crovella says:

    La versione del 14, legittimissima, punta tutto sul risvolto tecnico. Prrsonalmente non credo che l’obiettivo delle scuole CAI  e del CAI nel suo complesso sia quello lì. L’ho scritto stamattina, non mi ripeto. È sul versante “educazione ambientale” che si gioca la vera partia. Non già insegnare ad attrezzare una sosta o come utilizzare l’ARTA (cose che volendo si imparano tramite tutorial YouTube), ma insegnare a “comportarsi” correttamente in ambiente, iniziando da piccole cose per formare la giusta visione.
     
    Cerco un esempio nella mia memoria. Negli anni 70 la ns scuola di scialpinismo, ai massimi storici numerici, insegnava (nel senso che “obbligava”) a ciascun partecipante (sia istruttori che allievi) a riportare giù i propri rifiuti non biodegradabili (esempio: la scatoletta di tonno, dopo aver mangiato il tonno). Mentre, in quell’epoca, non eravamo sensibili ai cosiddetti rifiuti biodegradabili (es le bucce d’arancia) perché si diceva che tanto ci pensano i corvi, poi arriverà presto una nevicata a seppellirle, si deterioreranno e “concimeranno” le alte quote, aiutando le future piante…
     
    Pensieri da anni 70. In breve pero’ ci siamo accorti che, se in un gruppo sempre più numeroso, ciascuno abbandonano in cima le bucce del proprio arancio… alla fine, quando ol gruppo inizia a scendere, la cima è diventata un immondezzaio. Allora è emersa le sensibilità di insegnare (“obbligare”) tutti i partecipanti a portare giù anche i propri rifiuti biodegradabili. Tutti portano giù tutto. Da allora’ l’impostazione è così profondamente accettata da tutti, sia istruttori che allievi, che ognuno l’ha ormai recepita anche nelle uscite private. Ormai nessuno di noi lascia un giro neppure la pelle del salame.
     
    Ebbene questo esempio, apparentemente stupido, è invece Il perno di una concezione di estremo rispetto per l’ambiente. Chi ragiona automaticamente in questo modo, altrettanto automaticamente crede in una montagna non consumista, meno antropizzato, più naturale… Chi si iscrive a scuole con questa filosofia non imparerà né il 7a né a sciare sui 60 gradi. Ma quando esce dai nostri corsi rispetta l’ambiente, dalla stupidaggine del comportamento individuale fino alle grandi scelte sul tema.
     
    Lo scopo del CAI non è fare ambientalismo, ma educare dell’ambientalismo.
     
    Studiare le montagne è l’altra faccia del problema. Se le studi e le conosci, te ne appassioni, le ami. Se le armi le rispetti. Questo è il vero succo dell’insegnamento.
     
    E questa è, a grandi linee, la riproposizione ai giorni nostri dell’art 1 coniato da Quintino Sella.

  18. 15
    Pierlorenzo Bagnasco says:

    Trovo che il CAI debba occuparsi di alpinismo, scialpinismo e (anche) di escursionismo ma non di ambientalismo in senso stretto. Quest’ultimo è campo delle mille associazioni esistenti. Occuparsi di tutto fa fare tutto male, e infatti…

  19. 14
    Enri says:

    La farei molto piu’ semplice, piuttosto che filosofeggiare di identita’. Il Cai ha il suo massimo senso nelle scuole di alpinismo, scialpinismo. Se vuole vivere in futuro ed avere seguaci deve proporre corsi di livello molto buono che vuol dire istruttori molto bravi. Il resto non conta. E’ cosi oggi? Il cai ha una classe di istruttori di ottimo livello tecnico fisico mentale didattico, che quando la gente finisce il corso vuole fare quello dopo o lo dice ad altre 100 persone? Perche’ se non e’ cosi le cose si complicano. Oggi la gente, solo per il fatto di scoprire che si puo’ far free climbing o cascate di ghiaccio solo per aver visto un video su internet, spesso ha percorsi rapidissimi. Un principiante chiede ad un amico di portarlo in falesia, questo in 3 mesi se ne ha voglia scala su 6b… minimo. Oppure si fa portare 4 volte in montagna ed alla quinta vuol fare di piu… 
    Ovvio che non ha comunque esperienza ma se poi va ad un corso cai in cui scala meglio della media degli istruttori qualcosa non funziona. Impara i nodi e le manovre in due sedute e poi sparisce. Non puo’ funzionare. Non perche’ tutti gli allievi debbano diventare fuoriclasse ma perche’ l’istruttore deve essere in ogni caso di ottimo livello. Non vado ad insegnare corsi di guida sicura se sono sempre andato su una autostrada dritta o quasi…
    Io sono stato un paio di anni istruttore cai da giovanissimo, in un momento in cui gli istruttori erano per la maggior parte di ottimo livello, gente che aveva nel curriculum le vie della brenva, magari un 8000, e i piu giovani scalavano sul 6c …parlo di 35 anni fa… si creava un effetto magnetismo, gli allievi volevano scalare con gli istruttori anche dopo il corso, io uno dei miei compagni fissi di scalata l’ho trovato come mio allievo al corso. E poi alla fine dell’estate si andava alla riunione di settembre in cui tutti facevano a gara a chi aveva fatto le salite piu’ dure…. diciamolo pure un po’ di sana competizione… questo a mio avviso creava un’atmosfera molto buona… oggi e’ cosi? Il cai sa essere attraente e quindi puo’ realisticamente perseguire la sua missione oppure e’ un insieme di appassionati della domenica che si mettono un imbrago per poi godersi la cena o per socializzare? Per carita’ va bene anche questo ma non credo fosse cio’ a cui pensavano i fondatori. I miei due soci di scalata hanno figli: due tra i 10 ed i 14 anni scalano rispettivamente sul 7a e sull 8a. L’altro ha 18 anni ha fatto piu’ 4000 lui da tre anni che ha iniziato che non so chi…. il Cai come intercetta questa generazione? Perche’ probabilmente sti ragazzi, anzi sicuramente, non hanno tuttora idea di come si attrezza una sosta, di come si pone un nut o anche di come si passa un cordino di fronte a due golfari in falesia… 
    Eppure al cai non ci andranno….
    Ma se il cai, come ogni organizzazione sociale, non comprende il mondo esterno sara’ destinato a scomparire o al piu’ a rimanere un gruppo di merenderos per dirla con Crovell. 

  20. 13
    marco vegetti says:

    Ma davvero leggo la lamentela per i “limiti” imposti dagli Statuti dsi Parchi Nazionali? Ma state scherzando? Andate al Capitan, allora. E portatevi il contenitore per la pipì e il sacchetto per la cacca. Perché se buttate da basso e vi acchiappano son cazzi amari! Potete anche provare a parcheggiare/campeggiare fuori dagli spazi consentiti per legge, ma il ranger che arriva a sanzionarvi non sarà il pacioccone che fa diatribe con l’orso Yoghi… E noi ci lamentiamo?

  21. 12
    Matteo says:

    i principi che sono in quell’articolo non appartengono al CAI” su questo sono assolutamente d’accordo, ma francamente mi pare che le pecche di Mori siano altre e più gravi, cioé pretendere che le istanze ecologiche non debbano fare parte delle preoccupazioni del CAI…a essere maliziosi si potrebbe pensare che forse è perché non vuole concorrenza in un suo qualche “orticello”
    Attenzione: questo non significa affatto che il CAI debba essere l’ultima istanza delle istanze ecologiche relative alla montagna, anzi, ma solo che ne sia un (autorevole) interprete.
    E in passato mi ricordo diverse battaglie a riguardo.

  22. 11
    Lorenzo Fioravanti says:

    Intendo che Mori pare abbia la convinzione che il solo a tutelare l’art.1 dello statuto del CAI possa essere il CAI soltanto, ma i principi che sono in quell’articolo non appartengono al CAI solo perché qualcuno a suo tempo li ha messi per iscritto.

  23. 10
    Mario says:

    @8 🙂  Certo che Montani se la deve proprio sudare questa Presidenza. Tra lettere e risposte, fuoco amico, fuoco nemico, spinte e tironi ,  indagini, fuoriusciti, sottoassociazioni eccetera c’e’ da uscirne barcollanti. 

  24. 9
    Matteo says:

    Lorenzo, ce l’avevo con Mori e l’ATES, non con te e lo si dovrebbe capire dalla citazione delle sue esatte parole (che, appunto, sono importanti!)
     
    Tu invece attribuisci un’opinione a Mori che forse sarebbe più di Crovella  e la contesti (“sarebbe quindi il CAI a dover indicare quali siano le manifestazioni di alpinismo“), ma io rispondevo al post.
     

  25. 8
    daniele piccini says:

    In sostanza questo costituendo ATES , se ho ben capito, nasce per tutelare tutti quelli che in montagna vogliono fare un pò come gli pare ( alpinisti, escursionisti di vetta, escursionisti ma di solo trekking, scialpinisti, sci escursionisti, ciclisti con mtb, cavallerizzi con cavallo ma anche escursionisti con cane), altre specie animali non sono citate ma penso che nessuna come ad es. criceti, conigli da compagnia, maialini vietnamiti ecc.ecc.possa  essere esclusa ma solo nell’Appennino perchè notoriamente le Alpi non sono frequentate da questa umanità. Tali rivendicazioni vengono supportate dal fatto che le suddette variegate categorie abbiano frequentato scuole CAI e quindi siano in possesso di un alto grado di istruzione in appenninismo e di conseguenza portatrici di alti valori morali. Ma veramente qualcuno  ha avuto anche solo per un attimo un istintivo moto di simpatia per questi personaggi?? 

  26. 7
    Lorenzo Fioravanti says:

    Matteo, se leggi bene parlo di etica ragionata (e condivisa) e non di morale imposta. Ciò vuol dire che la tutela dell’ambiente, al cui interno inserisco tutto anche gli uomini stessi, è frutto della profondità – quando c’è – e della riflessione messa a confronto e non di una morale che è poi la stessa cosa dell’ideologia che finisce per diventare poi pensiero “superiore” e imposto come legge. Le parole sono importanti. Saluti. Lorenzo

  27. 6
    Matteo says:

    Curiosa opinione quella per cui la tutela dell’ambiente non faccia parte dell’educazione morale, riconosciuta come essenza del CAI, e venga invece significativamente accomunata a “ideologia, o politica, o chiacchiere”, attività magari lecite, ma che non fanno parte di questa essenza.
     
    Hai fatto bene a dare le dimissioni da ATES!

  28. 5
    Alberto Benassi says:

    Nessun governo, nessun ente parco, nessun’associazione con pretese elitarie può regolare l’andare in montagna, tant’è che ciò che esse fanno, lo sta facendo diventare un percorso fin troppo segnato: bolli ogni 10 metri, crocevia ovunque, segni di attacco delle vie, spit, ferraglia su passaggi comodi, eccessivo ampliamento di rifugi e nuovi impianti di risalita…come lo chiamiamo conoscenza e studio delle montagne

    NO!
    lo chiamiamo Luna Park, ridicolizzazione di un ambiente naturale e della responsabilità personale. 
    E di questo il CAI dovrebbe prendere coscenza e cambiare rotta.

  29. 4
    Lorenzo says:

    Secondo Mori sarebbe quindi il CAI a dover indicare quali siano le manifestazioni di alpinismo, quali siano le forme di conoscenza della montagna quindi del rapporto con essa, magari anche quali siano le paure accettabili e i rischi. Lo studio della montagna sarebbe da delegare  alle forme e alle modalità scelte dal CAI (visto che c’è la scuola), tutelare l’ambiente montano pura discrezione del presidente o di qualche collegio che esprimerebbe il suo parere di verità su impianti di risalita, ampliamento di rifugi e quant’altro (vista l’educazione morale). Credo che questa pretesa sia una pisciatina fuori dal vaso. L’ambiente, montano nel caso, appartiene naturalmente ad ognuno e la gestione e frequentazione è gestita da un’etica ragionata e non da una morale imposta. Nessun governo, nessun ente parco, nessun’associazione con pretese elitarie può regolare l’andare in montagna, tant’è che ciò che esse fanno, lo sta facendo diventare un percorso fin troppo segnato: bolli ogni 10 metri, crocevia ovunque, segni di attacco delle vie, spit, ferraglia su passaggi comodi, eccessivo ampliamento di rifugi e nuovi impianti di risalita…come lo chiamiamo conoscenza e studio delle montagne?    
     

  30. 3
    Carlo Crovella says:

    Il punto è cruciale, ma sintetizzare gli argomenti in poche battute è molto complesso. Ogni volta che rileggo l’arti 1 dello Statuto del CAI mi stupisco della lungimiranza di Quintino Sella, che circa 160 anni fa aveva già “letto”  le tematiche dell’andar in montagna proiettandole anche nel contesto dell’attuale società postmoderna. Saper andare in montagna, intendo in sicurezza e consapevolezza, è l’assioma di base. Quindi la tecnica è inevitabile.  Ecco spiegato tutto l’ambaradan delle Scuola, cui va il mio rispetto (facendone parte da oltre 40 anni consecutivamente), anche se a volte questo mondo è un po’ “ministeriale” (corsi, bollini, nullaosta, aggiornamenti esasperati – il nodo illustrato nel manuale di quest’anno è diverso da quello dell’anno scorso che a sua volta era diverso da quello dell’anno prima…). Però, caro alpinista, se non hai la forma mentis impostata correttamente, è molto probabile che tu vada in montagna “a muzzo”, è inutile che ci giriamo in giro.
     
    Ma questo principio (l’andar in montagna in modo maturo e responsabile) non è soltanto “tecnico” e basta. Imparare ad andare in montagna (=alpinismo in ogni sua manifestazione, primo concetto dell’art 1) significa abbracciare anche gli altri due principi  citati dall’art 1 dello Statuto: la conoscenza e LO STUDIO delle montagne, in particolare italiane (ma a questo punto, con la globalizzazione che c’è, non solo…), e la difesa del loro ambiente naturale. Per andar in montagna con cognizione bisogna STUDIARE: passar serate a tavolino a consultar guide, cartine, manuali. E poi occorre modulare il proprio comportamento in modo tale da rispettar l’ambiente: arrivo a sostenere che è l’alpinista maturo che “sa” da solo dove è bene NON andare (cambiando meta, obiettivo, disciplina…), non è l’ordinanza dell’autorità che lo reprime. Tutti questi strepitii per la repressione delle libertà in montagna sono capricci da mocciosi.
     
    Solo con questa terna di elementi pienamente vitale nella sua testa, un “alpinista” può davvero dirsi tale, cioè completo, maturo, consapevole. Il grado, la difficoltà, l’engagement sui quali detto alpinista si muove sono irrilevanti: ci può essere un quartogradista che è un alpinista maturo e responsabile (sui tre punti delineati, per cui è il socio CAI ideale) e ci può essere un ottavogradista completamente scentrato, che si muove solo grazie al puro talento arrampicatorio, ma che è di fatto un fenomeno da circo. Costui non è il vero socio CAI, come non lo sono tutti quelli che antepongono le personali performace tecnico-sportive al vero amore per le montagne e il loro ambiente.
     
    Da qui un corollario fondamentale: non sono soci CAI “ideali” né gli alpinisti top (perché in genere il loro talento li spinge fuori dai range dell’art 1), né i merenderos che salgono al rifugio per una polentata e, magari, timbrano la tessera CAI con il logo di quel rifugio.
     
    Il “vero” CAI è quindi composto da un insieme di individui che si pongono fra questi due estremi. Secondo miei calcoli assolutamente spannometrici, l’insieme dei “veri” soci CAI (“alpinisti”) non va oltre i 100.000 individui a livello nazionale. L’eccedenza rispetto agli attuali soci (330.000 a livello nazionale) serve solo per giustificare gli ingenti finanziamenti pubblici da parte dello Stato, soldi che spesso prendono le strade più incontrollate e incontrollabili.
     
    Un CAI di veri alpinisti NON è un CAI di ottavogradisti o similari (per quelli, al limite esiste il CAAI che va rivitalizzato, come abbiamo sottolineato, anche su questo blog, diversi mesi fa), né un CAI solo ricreativo (di merenderos), bensì un CAI di individui il cui approccio alla montagna è saggiamente equilibrato fra i tre concetti espressi dall’art 1 dello Statuto.

  31. 2
    Alberto Benassi says:

    tutela dell’ ambiente e tutela delle attività che in esse si possono praticare (alpinismo, escursionismo, ect. ect.) dovrebbero essere per il CAI un’ unico obbiettivo. Perchè legate l’una con alle altre .
    Il CAI promuove l’alpinismo, l’arrampicata, l’escursionismo ma allo stesso tempo indicare ai suoi soci praticanti la strada del rispetto e non del solo prendere. Il traguardo non deve essere un luna park da spremere.

  32. 1
    Corrado Luci says:

    Cioè, invece di riunire in un’unica voce le esigenze del territorio e quelle di chi lo frequenta, frammentiamo e contrapponiamo le diverse esigenze?
    Così anziché avere progetti coerenti e condivisi da proporre alle istituzioni ci si presenta con litigi da cortile?
    E inoltre, è davvero così difficile comprendere che le attività di cui si vogliono tutelare gli interessi esistono a dipendenza di un ambiente naturale il cui delicato equilibrio richiede (in quanto costantemente minacciato) un’attenta e ferma difesa? 
    Stupidità o malafede?

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