Lightning strike

Lightning strike
(Il Fulmine)
(la prima salita della parete nord dell’Arwa Tower in India)
di Stephan Siegrist
(pubblicato su The American Alpine Journal 2008)

Mick Fowler e Steve Sustad sono stati i primi alpinisti stranieri a vedere l’Arwa Tower, nascosta tra due linee di creste sopra la remota Arwa Valley, in una zona ristretta vicino al confine tra India e Cina. Le foto di Fowler della prima salita della vetta nel 1999 hanno fatto il giro del mondo e l’American Alpine Journal ne ha usata una in copertina nel 2000. Ho visto questa foto nella libreria di un amico americano, e sono rimasto così affascinato dalla bellezza di quella montagna che continuavo a fotografare quella copertina. Tuttavia, prima di un tentativo c’era da aspettare. Avevo anche altri progetti in mente e il costo di un permesso in quella zona militare avrebbe fatto saltare il mio budget di allora.

Trascinando carichi verso il Campo Base Avanzato sotto alla parete nord dell’Arwa Tower 6352 m. La via Lightning strike sale proprio sopra all’omino superiore. E’ ben visibile il sistema di fessure a zig-zag. Il fianco nord dell’Arwa Crest è a sinistra. Foto: Visual Impact/Heinz Aemmer.

Alla fine le autorità indiane hanno ridotto l’immenso costo del permesso, e così ci è apparso chiaro che era giunto il momento di raccogliere la sfida. Oltre alla via di Fowler e Sustad sulla parete nord-ovest, una spedizione francese aveva salito due nuove vie sull’Arwa Tower nel 2002, sulla parete sud e sul contrafforte nord-ovest. Nello stesso anno, una spedizione svizzera salì un canale a sinistra della parete nord fino alla cresta est e poi in vetta. Ma la parete nord principale era intatta.

La meticolosa pianificazione e preparazione della nostra spedizione ha richiesto molto tempo. Una volta che la squadra è stata assemblata, i permessi ricevuti, l’attrezzatura spedita e gli ultimi dettagli chiariti, il 28 aprile 2007 abbiamo volato da Zurigo all’India. Dopo diversi giorni su strade sconnesse abbiamo raggiunto Badrinath, e da lì noi e i nostri portatori abbiamo portato i nostri bagagli al campo base a 4350 metri, che abbiamo raggiunto il 5 maggio. Sebbene avessimo molte più informazioni di quelle che aveva Mick Fowler, non eravamo ancora così sicuri che quello fosse il posto migliore per iniziare la scalata.

In ogni caso, prima abbiamo dovuto affrontare altri problemi. Eravamo divisi in due gruppi: una squadra femminile composta da Ines Papert e Anita Kolar, che voleva tentare la via francese sul contrafforte nord-ovest, e il nostro gruppo di Thomas Senf, Denis Burdet e io, che avevamo gli occhi puntati sul granito compatto dell’inviolata parete nord. La nostra prima serata al campo base non è stata tranquilla. Anita era nelle prime fasi di edema polmonare e le sue condizioni sono peggiorate così tanto che abbiamo deciso di sottoporla a farmaci pesanti e trasportarla a un campo inferiore. L’abbiamo infilata in un grande saccone da recupero e l’abbiamo tirata e portata per sei ore durante la notte, fino a un campo militare a Gastoli, che in primavera è vuoto; lì abbiamo trascorso il resto della notte. Grazie al supporto della nostra troupe cinematografica di accompagnamento e di un amico, siamo riusciti a fare questo sforzo senza soffrire di mal di montagna. Spostarsi più in basso ha fatto miracoli sulle condizioni di Anita, e lei e Ines hanno poi continuato per raggiungere Mana e Josimath per farla riprendere.

Thomas Senf fa sicura a Stephan Siegrist sull’ultima lunghezza delle placconate della parte inferiore. La roccia ricoperta di neve e ghiaccio costringe a una progressione lenta, una media di due lunghezze al giorno. Foto: Visual Impact / Denis Burdet.

Tuttavia, non avevamo finito con i problemi di salute. Dopo essere tornati al campo base, tutti noi abbiamo sofferto di problemi allo stomaco. Denis stava così male che ha dovuto stare fermo mentre Thomas e io uscivamo per cercare un campo base avanzato adatto. Dopo alcune ore di ricerca del giusto percorso, abbiamo raggiunto un piccolo passo che ci ha portato nella “Valle perduta” e finalmente ci ha dato una visuale libera sulla possente Arwa Tower. Siamo rimasti entrambi lì a bocca aperta, come bambini che hanno ricevuto un regalo di Natale tanto desiderato. Ai piedi dell’imponente parete nord, a 5300 metri, abbiamo trovato un luogo adatto per il nostro accampamento su un’enorme pianoro ghiacciato.

Era il 18 maggio quando abbiamo trasportato l’ultima attrezzatura al campo base avanzato su sci e slitte di plastica. È stato un lavoro massacrante, soprattutto perché non avevamo portatori che ci aiutassero. Ma eravamo ansiosi di iniziare. Avevamo studiato la parete e concordato le possibilità e lo stile di arrampicata, nonché la via più logica e sicura: una linea a zig zag attraverso il granito compatto, simile a un fulmine. Infatti la via è stata poi battezzata Lightning Strike. Saremmo stati in qualche modo protetti dalla caduta di ghiaccio da rocce strapiombanti, e speravamo di trovare buone fessure.

Presto, tuttavia, abbiamo scoperto che nulla sarebbe stato facile su questo percorso. Sul secondo tiro di roccia abbiamo dovuto usare una pala per liberare le fessure da tutta la neve che si era stabilizzata lì, sotto a uno strapiombo, per via dei forti venti. Ciò ha richiesto un lavoro che ci sembrò infinito solo per vincere pochi metri. Le fessure sono diventate presto così grandi che anche il nostro Camalot più grande non andava più bene. Così sul terzo tiro ci siamo dovuti spostare sulla parete liscia e levigata. Per fortuna avevamo messo negli zaini le nostre scarpette da arrampicata e alcuni spit, ma presto abbiamo scoperto che ciò che ci sembrava possibile studiando le foto di Fowler non era in realtà possibile in arrampicata libera. La roccia compatta e ghiacciata ci ha costretto ad un difficile e lungo artificiale. Ci siamo sentiti come microchirurghi su queste lastre ghiacciate, lavorando con ganci e ancorette al posto del bisturi. Senza quegli aggeggi non avremmo avuto la possibilità di andare avanti. Sapevamo che questa parete nord sarebbe stata una grande sfida, ma neppure nei nostri sogni più sfrenati immaginavamo di dover lottare così duramente nei primi metri. Siamo riusciti a fare solo due lunghezze di corda quel giorno, non molto su una parete di roccia di 900 metri!

Denis Burdet prepara il campo 2, sopra la dodicesima lunghezza della via, subito dopo l’ennesima tempesta di neve. Foto: Visual Impact / Stephan Siegrist.

In sanscrito Arwa significa “cavallo” e questo cavallo non voleva essere domato. Il secondo giorno in parete ha cominciato a nevicare. All’inizio erano solo leggere raffiche, ma poi è diventata una tormenta e la neve cadeva continuamente. Il quarto giorno è stato davvero ventoso e con difficoltà abbiamo potuto sistemare il nostro portaledge. Quella notte piccole valanghe continuavano a scivolare lungo il muro. Mentre giacevo sull’amaca sotto il nostro portaledge, Thomas e Denis dovevano scuotere continuamente la neve dal telo di riparo sopra. Il peso della neve bagnata ha messo a dura prova la nostra piccola casa e le cuciture del baldacchino cominciavano a lacerarsi. Dopo una lunga notte, ci siamo ritrovati avvolti nella neve e nel ghiaccio, proprio come lo era anche la parete. Dato che nevicava ancora ininterrottamente, abbiamo deciso di calarci, lasciare fisse le corde e portare il portaledge a terra. Speravamo di tornare in condizioni migliori.

Nei giorni successivi ha nevicato così forte al campo base che la tenda della cucina e altre tre tende sono crollate sotto il peso. Abbiamo provato a immaginare cosa poteva essere in parete! Il tempo è migliorato il 26, assieme al nostro umore. Due giorni dopo siamo finalmente tornati all’Advanced Base Camp dove avevamo programmato di passare la notte prima di tornare in parete la mattina presto. A causa della neve fresca l’arrampicata ci sembrava problematica, ma speravamo che la mattinata ci rivelasse come procedere. Tuttavia, quella sera Thomas tremava di febbre alta. E’ un tipo magro e tosto che non si lamenta mai: durante la salita era stato in silenzio, e non sapevamo che fosse malato. Non voleva rovinare le nostre possibilità. Ma non abbiamo avuto altra scelta che tornare al campo base.

Siegrist all’inizio della 18a lunghezza, quarto giorno del secondo tentativo. Foto: Visual Impact / Thomas Senf.

Però, con il poco tempo rimasto del nostro permesso, avremmo dovuto ritornare presto se volevamo una possibilità per la vetta. Sebbene Thomas si sentisse ancora male, siamo tornati al campo base avanzato il 30 maggio. Quella sera ha ricominciato a nevicare, ma quando siamo strisciati fuori dalle nostre tende a mezzanotte una meravigliosa luna piena illuminava la montagna. Sapevo che la nostra occasione era arrivata.

Il sole mattutino ci riscaldava quando raggiungemmo la fine delle corde che avevamo lasciato. Sopra, il terreno rimaneva impegnativo e speravamo che più in alto avrebbe mollato un po’. Per tutto il giorno abbiamo faticato a raggiungere un bivacco un po’ protetto a circa 6000 metri, e con l’ultima luce del giorno abbiamo sistemato il nostro portaledge.

La mattina dopo sono rimasto sorpreso di sentire Denis urlare “merde!” Era stato colpito da una roccia sulla spalla, ma per fortuna le cinghie del suo zaino avevano assorbito gran parte dell’impatto e nessun osso si era rotto. Tuttavia, avrebbe dovuto starsene buono buono nel portaledge tutto il giorno. Peccato, pensai, era il suo turno da capocordata! Nonostante tutto, questo è stato il nostro giorno record: Thomas ed io siamo riusciti a fare quattro brevi lunghezze di corda prima di sera.

Il 3 giugno ha nevicato di nuovo senza sosta. Abbiamo usato questa pausa per riprenderci. Fortunatamente, la spalla di Denis si è rivelata “solo” contusa e Thomas, che ancora si stava riprendendo dal raffreddore, sembrava convinto che se mi avesse trasmesso i suoi germi sarebbe guarito più velocemente… Abbiamo passato la giornata a ingoiare aspirina e antibiotici. La vetta era ancora lontana, anche se faceva capolino davanti al nostro naso. Abbiamo passato il tempo con il nostro gioco a carte nazionale, Jass, che ci ha aiutato a distrarci dalle continue domande: cosa sarebbe successo dopo? Abbiamo abbastanza benzina? Quando sarà più facile? Si può impazzire  con queste domande.

Siegrist sulla vetta dell’Arwa Tower. Il passo finale è un vero e proprio passaggio di boulder. Foto: Visual Impact / Denis Burdet.

Durante il giorno era piacevolmente caldo, ma le notti erano scomode. Nel freddo della notte, la bottiglia di urina era ambita. Sdraiato nel saccopiuma, chiamavo Denis: “Tu peux me passer le piss bottle”, e questo prezioso contenitore veniva passato al piano inferiore. Il contenuto poteva avere un odore strano, ma la bottiglia era molto calda.

Il portaledge doveva essere tenuto chiuso tutta la notte a causa degli spindrift. Di conseguenza, l’ossigeno all’interno era assai ridotto per via della respirazione e del fornello; l’accendino sputava solo piccole scintille sul fornello, e ci sono voluti secoli per farlo funzionare. La mancanza di ossigeno significava anche che soffrivamo di mal di testa, e quando la sveglia è suonata alle 4.30 non siamo riusciti a liberarci della sensazione di stanchezza. Ci sentivamo operai di fabbrica. Alzarsi era orribile, ed era sempre la stessa routine: cucinare, mangiare, bere e poi cercare di costringersi a indossare vestiti, scarpe e attrezzatura. Ogni giorno Denis ci ricordava: “Pas toucher le tente!” Se avessimo toccato la tenda di nylon, lo strato di ghiaccio che si era formato durante la notte per il nostro vapore corporeo ci sarebbe caduto addosso. Ogni sera avevamo lo stesso pensiero. “Domani è il giorno della vetta!” E poi, ancora una volta, non lo era. Il sistema di rampe che avevamo visto nelle foto di Fowler, che sembrava facile dal basso, si è rivelato liscio e coperto di neve ghiacciata; dovevamo scavare per trovare minuscole fessure per le protezioni e riuscivamo a fare solo due lunghezze di corda al giorno. Eravamo così stanchi che era difficile concentrarsi e stavamo perdendo troppa attrezzatura. Tempo, benzina e cibo stavano finendo.

Thomas Senf, Denis Burdet e Stephan Siegrist (da sinistra a destra) sulla cima. Foto: Visual Impact / Denis Burdet.

Il 7 giugno la mattina era estremamente fredda e accompagnata da molto vento. Abbiamo tagliato verso la parete nord-ovest e poi abbiamo continuato attraverso la neve alta fino alla cresta occidentale. C’eravamo quasi. La cima era un vero e proprio masso di due metri a 6350 metri. “Allez! Allez!» Ci incitavamo a vicenda come bambini piccoli. Qualche respiro affannoso e ognuno di noi poteva fare il suo turno in vetta: c’era spazio solo per una persona alla volta. Dopo una settimana di massima concentrazione, sforzo, dubbi, fede, gioia, dolore e speranza, ci siamo seduti in cima al sole calmo!

Alle quattro del pomeriggio abbiamo cominciato a calarci in corda doppia. Abbiamo dovuto passare un’altra notte nel portaledge e poi, alle prime luci dell’alba, siamo strisciati fuori, abbiamo sistemato tutto e abbiamo continuato a calarci in corda doppia verso i piedi della muraglia, raggiungendo il campo base avanzato nel primo pomeriggio. Il tempo stringeva e i portatori stavano aspettando di sotto. Così abbiamo proseguito con tutta la nostra attrezzatura fino al campo base, dove siamo stati ricevuti da facce sorridenti e da una grande torta. Cinque giorni dopo stavamo tornando in Svizzera, dove era già ora di iniziare a prepararsi per il prossimo obiettivo.

Sommario
Area: Garhwal Himalaya, India
Ascensione: prima salita in stile capsula della parete nord della Arwa Tower 6352 m attraverso la via Lightning Strike (900 m, VI M5 5.9 A3), di Denis Burdet, Thomas Senf e Stephan Siegrist, 31 maggio–8 giugno 2007. All’inizio della spedizione, la cordata ha salito sette tiri in quattro giorni, lasciando tre corde fisse per la volta finale.

Una nota sull’autore
Nato nel 1972, Stephan Siegrist lavora come guida alpina e alpinista. Ha salito nuove vie in Patagonia, sul Thalay Sagar in India e sulla parete nord dell’Eiger, non lontano da casa sua a Interlaken, in Svizzera. Il suo sito web è www.stephan-siegrist.ch.

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Lightning strike ultima modifica: 2021-12-28T05:58:00+01:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Lightning strike”

  1. 7
    Andrea Parmeggiani says:

    😁

  2. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Andrea, noi tutt’al piú a metà gennaio potremmo aprire Lightning Giovo.
     
    N.B. E sarebbe bellissimo!

  3. 5
    Andrea Parmeggiani says:

    Beh, non è roba per me sicuramente… Mi accontento di leggere questi appassionanti racconti.

  4. 4
    albert says:

    La definizione affibiata a Walter Bonatti da  Giorgio Bocca, cioe'”Il masochista celeste”( in realtà articolo intenso e fuori dallo stereotipo dominante) si può benissimo allargare ai protagonisti di questa ed altre imprese. Sembrano dire..” dai! ce la siamo cavata non ostante le difficoltà, alzati dal divano in stanza riscaldata e prova anche tu!”ma anche…” non e’roba per voi …!”

  5. 3
    Mario says:

    Relativamente a stile e testo del racconto : manca a certi racconti il pathos ed il senso dell’ ‘ humour -relativo’ che e’ proprio degli autori anglosassoni, inglesi in particolare, i cui resoconti sono spesso dissacranti  al punto da diventare opere di letteratura. Senza questo spirito i racconti di salite si assomigliano tutti,: qui era ripido, la’ era scivoloso,qui nevicava…i rurp sono piccoli….i bivacchi penosi… 

  6. 2
    Andrea Parmeggiani says:

    Bel racconto veramente!

  7. 1

    Bello e interessante. La pi bottle, detta anche piscione, è fondamentale per non dover uscire dal sacco a pelo e per usarla con perizia serve parecchio allenamento. 

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