L’intelligenza artificiale salverà il giornalismo dalla “grande abbuffata”

L’intelligenza artificiale salverà il giornalismo dalla “grande abbuffata”
di Marco Pratellesi
(pubblicato su lastampa.it il 27 maggio 2021)

La preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale. Ci permette di situarci quotidianamente nel nostro mondo storico“. Georg Wilhelm Friedrich Hegel non aveva dubbi su quale fosse la dieta corretta per essere informati su cosa accade nel mondo. Va detto che il filosofo tedesco (Stoccarda 1770 – Berlino 1831) è vissuto in un’epoca che non offriva molte alternative. Le cose sono poi cambiate, ma per quasi due secoli quella frase non è stata messa in discussione, neanche con l’invenzione di radio e televisione. Tutto sembrava magicamente cristallizzato, fino all’avvento del web, con i siti di news, i social network, le newsletter, una grande abbuffata “all you can read”. Trascinati dall’entusiasmo per la condivisione, ci siamo convinti che la nuova preghiera laica del mattino fossero Twitter, Instagram, Facebook o le tante altre piattaforme social, che insomma con tanta informazione a disposizione non fosse più necessario cercare le notizie perché sarebbero state queste a trovare noi. A raffreddare gli entusiasmi arriva adesso un nuovo studio, pubblicato da The International Journal of Press/Politics, che mette in guardia dalle abbuffate: leggere e guardare le notizie tutto il giorno ci può rendere meno informati (soprattutto sulla politica) rispetto a una dieta più selettiva. Insomma “less is more”, come ha raccontato Virginia Stagni su Italian Tech.

In estrema sintesi, la ricerca, che è molto ricca e vale la pena leggere, contrappone due atteggiamenti: l’abbuffata – il click compulsivo, incentivato da certe testate anche con il clickbait – e la selezione delle notizie che, diciamo così, raccontano e spiegano quei fatti che dovrebbero aiutarci ad essere cittadini più informati sul mondo nel quale viviamo. Fin qui, niente di nuovo: la selezione dei fatti notiziabili è da sempre una delle mansioni fondamentali del lavoro del giornalista. Eppure, questa attività è diventata molto più complicata di quanto non fosse in passato. Cosa è cambiato? Semplice: siamo passati da una fase storica nella quale le notizie erano scarse, quindi un bene prezioso, a un’era di grande abbondanza di informazioni. Per farsi un’idea basti pensare che nei prossimi tre anni produrremo più informazioni di quante ne abbiamo prodotte negli ultimi tre decenni.

Il giornalismo, come professione retribuita, nasce negli Stati Uniti, intorno al 1830, con l’invenzione della Penny Press (https://it.wikipedia.org/wiki/Penny_Press). Nelle città sempre più industrializzate e alfabetizzate, un gruppo di editori illuminati si convince che per raggiungere audience più ampie siano necessarie due cose: ridurre il costo dei giornali da 6 centesimi a uno e pagare dei professionisti in grado di scovare e raccontare in modo semplice le notizie (il bene raro e quindi prezioso). Questi editori erano convinti che la compensazione dei 5 centesimi perduti sulle vendite sarebbe arrivata con le tirature più alte e quindi con la pubblicità, come poi è effettivamente accaduto. Questa semplice formula ha creato il modello di business che ha tenuto in salute la stampa per quasi 200 anni. L’invenzione della Penny Press ha avuto anche altre importanti doti, quali il trionfo delle news sugli editoriali e dei fatti sulle opinioni. Il lavoro dei giornalisti nasce dunque con obiettivi precisi: scovare i fatti, selezionare quali fra questi sono notiziabili e raccontarli a un pubblico sempre più ampio. Questa avvincente storia è raccontata da Michael Schudson in un libro fondamentale: La scoperta della notizia.

Così è stato almeno fino a quando la progressiva e irreversibile digitalizzazione non ha prodotto una vera e propria esplosione di dati, con una produzione di informazioni non più a misura umana. Oggi noi tutti produciamo dati in continuazione, attraverso il web, i sensori, gli smartphone, i satelliti: il risultato di tutto questo è un nuovo ecosistema dove c’è un’abbondanza di informazione mai conosciuta prima. Logico che anche il ruolo del giornalista, filtrare (selezionare) e contestualizzare le notizie da questa massa di dati, sia diventato molto più complesso che in passato. Questo eccesso di informazioni ci pone infatti davanti a una sfida che non può essere risolta solo con i metodi tradizionali del giornalismo.

Nessuna redazione oggi sarebbe in grado, ad esempio, di monitorare ed estrarre tutte le informazioni notiziabili che scorrono in tempio reale nei feed di Twitter o Facebook. Non manualmente, almeno. Ma la tecnologia, che ci ha traghettati nell’era dei big data, ci ha fornito anche gli strumenti per sopravvivere ai rischi della “grande abbuffata”. Il nuovo modello di giornalismo non può prescindere, e sarà sempre più così, dall’intelligenza artificiale, un aiutante del quale le redazioni non potranno presto fare a meno.

La AI ha un ruolo fondamentale per riportare qualità, velocità e sostenibilità nel modello di business del giornalismo moderno. Essa è già utilizzata in tutte le funzioni fondamentali della professione:

1.    Newsgathering: gli algoritmi vengono usati per estrarre dati, cioè filtrare le informazioni irrilevanti e selezionare gli eventi notiziabili;
2.    Produzione: software intelligenti aiutano i giornalisti nella confezione delle news e, in alcuni casi, grazie al Natural language processing e al machine learning, sono in grado di scrivere direttamente le news più ripetitive e basate sui dati, come già avviene in molti campi, dalla finanza allo sport, dal meteo alla cronaca;
3.    Distribuzione: i contenuti vengono diffusi e personalizzati attraverso software di AI.

Se la tecnologia cambia, come del resto è sempre stato, ciò che resta sono le regole standard della professione. Ma se guardiamo avanti non ci sfuggirà come il ruolo del giornalista – se non vorrà essere sopraffatto dai dati (la grande abbuffata) – non sarà più solo scrivere storie, raccontare l’attualità, ma scrivere anche algoritmi editoriali, codificati secondo i principi professionali, che applicati in tempo reale al flusso ininterrotto di dati e informazioni siano in grado di filtrare le informazioni irrilevanti e fare emergere quelle notiziabili. Questa tecnologia di frontiera richiede anche la formazione di nuove figure professionali in grado di affiancare i giornalisti in redazione:

1.    Automation editor: pianifica il workflow in modo che sia aumentato grazie alle potenzialità della AI;
2.    Computational journalist: applica i metodi della computer e data science per sviluppare algoritmi editoriali;
3.    Newsroom tool manager: coordina e implementa le nuove piattaforme e forma i giornalisti al loro utilizzo;
4.    AI ethics editor: assicura trasparenza e usabilità degli algoritmi e dei dati.

Il fatto che ci si riferisca a queste nuove figure professionali con terminologia inglese è anche una plastica evidenza di quanto il giornalismo italiano sia indietro rispetto alla adozione della AI, che le principali redazioni del mondo stanno invece abbracciando ormai da anni. Le ragioni di questo ritardo sono sicuramente molteplici. Ma non è un caso che tutte le principali testate che hanno ottimizzato la produzione di news grazie alla AI siano dotate di R&D Lab (laboratori di ricerca e sviluppo) interni che supportano le redazioni nell’innovazione dei processi produttivi. La mancanza di una cultura di ricerca e sviluppo nella nostra editoria potrebbe essere pagata a caro prezzo. Senza questi software sarà presto impossibile mantenere il giornalismo con un modello sostenibile. L’ora di innovare è adesso. Nell’era della grande abbuffata di informazioni, la selezione e la contestualizzazione delle notizie è tornata ad essere un bene prezioso per la qualità e la credibilità del giornalismo. Come avevamo imparato, quasi 200 anni fa, con la Penny Press.

Per approfondire l’argomento
Michael Schudson, La scoperta della notizia, Liguori 1987.
Francesco Marconi, Newsmakers. Artificial Intelligence and the Future of Journalism, Columbia University Press 2020.
Aldo Fontanarosa, Giornalisti Robot. L’Intelligenza Artificiale in redazione. Prove tecniche di news revolution, Ulisse aspetta Penelope Editore 2020.

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L’intelligenza artificiale salverà il giornalismo dalla “grande abbuffata” ultima modifica: 2022-01-16T04:50:00+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “L’intelligenza artificiale salverà il giornalismo dalla “grande abbuffata””

  1. 3
    Geri Steve says:

     
    LA SELEZIONE DEI FATTI NOTIZIABILI
     

     
    In buona sostanza la grande stampa importante, le radio e le TV non vendono notizie ai loro lettori (o ascoltatori o televisionari) ma piuttosto vendono la loro attenzione a chi li mantiene.
     
    A questi resta però un problema: come cautelarsi da quei (pochi!) giornalisti ribelli che vorrebbero svolgere il loro mestiere e informare il pubblico di ciò che conta?
     
    Ecco che li soccorre proprio l’Intelligenza Artificiale, se i giornalisti vengono espropriati del compito di valutare la “notiziabilità” e questo compito lo svolgono invece oscuri algoritmi che nessuno sa chi, come e perchè li ha calibrati.
     
    Se questi algoritmi vengono adottati dalle agenzie di stampa tipo ANSA, Rainews, Televideo… ecco che tutte le notizie sgradite diventano sostanzialmente inaccessibili a tutti i giornalisti di tutte le redazioni.
     
     
    A questo punto basta eliminare quei pochi, eroici, disturbatori di giornalisti d’inchiesta e il gioco è fatto.
     
    Geri
     
     
     

  2. 2
    Geri Steve says:

     
    LA SELEZIONE DEI FATTI NOTIZIABILI
     
    Su questi argomenti si sono scritte milioni di pagine che questo articolo riesce ad ignorare.
     
    Senza volerlo però riesce a riassumere in queste tre parole un punto cruciale:
    “la selezione dei fatti notiziabili”.
     
    Questo è (o era) uno dei compiti fondamentali del giornalista.
     
    Prima di questo c’è la ricerca dei fatti, che oggi sono sempre più spesso “notizie”, perchè è sempre più raro che il giornalista riesca ad essere testimone diretto dei fatti.
    Poi c’è l’analisi delle fonti, quella della loro attendibilità, della “novità” e quella della rilevanza.
     
    Sono tutti compiti che svolgono appassionatamente i giornalisti d’inchiesta, che però sono razza rara a rischio di estinzione.
    Non solo perchè rischiano di essere uccisi, ma soprattutto perchè sono sgraditi agli editori e ai proprietari perchè i giornalisti d’inchiesta disturbano i poteri che quei proprietari rappresentano.
    Il potere non gradisce che i giornali scoprano notizie importanti e le divulghino ai lettori. Per questo i giornali cartacei, radio e televisivi alle notizie preferiscono i gossip, il teatrino, i talk show con cui riescono a catturare l’attenzione senza informare.
     
    In buona sostanza la grande stampa importante, le radio e le TV non vendono notizie ai loro lettori (o ascoltatori o televisionari) ma piuttosto vendono la loro attenzione a chi li mantiene.
    segue

  3. 1
    Claudio Foresti says:

    Apprezzo l’utilizzo dell’I.A. Ciò nonostante mi sembra di capire che esiste comunque lo spazio per la censura ideologica, politica e non solo. Ci sono in qualche modo i controllori del pezzo. Vanno salvaguardate le notizie politiche. Che non siano fakenews e che siano grammaticalmente corrette. La discriminazione ideologica deve essere esclusa. Per il resto ci sarà sempre esserci la scelta dei lettori.

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