L’ometto

L’ometto
di Luca Visentini
foto di Luca Visentini
(pubblicato su Momenti di alpinismo 1983)

L’ometto di sassi lo puoi trovare sulla cima di una montagna: sempre più spesso, al suo posto, incontrerai una croce di metallo.

L’ometto di sassi puoi scoprirlo ad intervalli regolari durante la salita e sta ad indicarti l’orientamento e la direzione; è più facile però che ti imbatta in un segnale di vernice sulla roccia o in un cartello.

Hanno entrambi lo stesso valore? Così si crede, purtroppo. L’omino di pietre è un segno di quanto sia naturale il rapporto dell’uomo con il monte. Ciò che lo sostituisce è artifizio.

Una volta, dentro un sogno ad occhi aperti, incontrai Paul Grohmann mentre saliva per la prima volta sulla cime del Sassolungo. Di tante montagne che egli esplorò e conquistò in quella seconda metà del secolo scorso, il Sassolungo costituisce probabilmente la sua impresa più riguardevole. Bene, in quel sogno vidi davvero il grande alpinista di Vienna che insieme ai suoi compagni usciva dall’ultimo canale ghiacciato e s’incamminava tranquillo verso la vetta. Li osservai mentre riposavano; fecero quindi un breve giro lungo il margine della sommità, spingendo lo sguardo sull’abisso che guarda la Val Gardena. Un poco di ilarità e di compiacimento traversò i loro volti mentre immaginavano gli abitanti di laggiù che tanto temevano il Sassolungo da considerarlo inaccessibile.

Ancora qualcosa mancava, prima che si accingessero a tornare per la lunga via di discesa. Un’operazione importante, per la quale avevano unito tutte le loro energie e la loro esperienza.

Cercarono qua e là, lungo la piattaforma della cima, pietre di varia grandezza e le ammucchiarono a forma di piramide. Fecero in modo che il vertice appena realizzato si potesse scorgere anche dal fondovalle.

Da quel momento la vetta del Sassolungo era mutata e il mucchietto di sassi, sempre appartenenti alla sommità del monte ma ora non più sparsi, dimostrava la prima visita dell’uomo in quel luogo straordinario.

L’ometto di sassi è un simbolo. Provo ammirazione pensando alla nobiltà di quel gesto: a Grohmann come a tutti quei pionieri, pastori, cacciatori, guide alpine e «senza guida» che lasciarono le vette segnate dalla presenza del loro omino di sassi.

Agosto 1879. Michele Innerkofler e Georg Ploner siedono di fronte alle Tre Cime di Lavaredo. Scrutano attentamente la Cima Ovest da ogni lato, ma non vi scorgono traccia di ometto.

Ploner, detto «il Carbonin», uno dei primi locandieri alpini, studia da anni la possibilità di vincere una ben determinata montagna. È innamorato della Ovest e la vuole per sé. Ne ha parlato a Michele, la più grande guida del momento.

È una brutta sorpresa quando Gustav Gröger e Luigi Orsolina, a tarda notte, scendono dalla cima e annunciano la loro vittoria.

Ora il Carbonin, seduto su di un masso, confida all’amico di provare ugualmente, poiché di quell’ometto proprio non v’è traccia. Dal racconto dei due presunti conquistatori conoscono pressapoco lo svolgimento della via.

Arrampicano senza entusiasmo, ma al termine del canalone meridionale scorgono un ometto con i nomi di Orsolina e Gröger scritti ad olio, al di sopra di un dente secondario.

Probabilmente, a causa della nebbia, i due l’hanno scambiato per la cima principale.
Proseguono allora per il cengione e le ultime paretine, giungendo sulla vetta, dove costruiscono il «loro» ometto. Quella vetta! Il piatto terrazzino al vertice della Ovest possiede un fascino eccezionale. Non è il solito luogo comune; non tutte le cime raggiungono un tale isolamento nel cielo.

Un pomeriggio di agosto arrivai anch’io su quel terrazzo, da solo. Quel giorno, stranamente non v’era traccia di alpinisti sulla Ovest: con calma mi guardai attorno e notai le pietre dell’omino. Erano le stesse accatastate dai due leggendari pionieri?

Nell’estate del 1978 salii la Torre Nord del Vajolet con un’amica. Da anni non si avevano più notizie di quella via e neppure il gestore del rifugio sapeva darmi qualche indicazione.

Lungo l’itinerario, complicatissimo, trovammo di tanto in tanto dei piccoli ometti preziosissimi per l’orientamento. Senza di essi non saremmo mai riusciti a districarci, poiché la prospettiva del canale, dal basso, si presenta come una confusa sequenza di rocce e spacchi. Gli ometti erano in gran parte crollati e li ricostruimmo con orgoglio.

Alcuni anni più tardi tornai sulla cima e ritrovai gli omini ben conservati. La via era ora conosciuta e pubblicizzata, ma non un segno di vernice, non una croce di ferro!

Il passaggio dell’uomo, lungo l’itinerario e sulla vetta, era ancora affidato a quelle primitive pietre.

«Valorizzatori» della montagna, associazioni che riempite le cime con le vostre targhe… vi prego, lasciatela così la Torre Nord.

Durante la salita al Col da Moncion, ad un certo punto la traccia che porta sulla vetta si stacca da un sentiero maggiore che traversa in altra direzione.

Si è costretti a seguire l’esile pista con difficoltà, perché ogni tanto sparisce. Ad un tratto, lungo il prato, si scorge un bastone conficcato nella radice di un tronco.

Da lontano può apparire un ramo naturale e solo quando lo raggiungi hai la certezza che il bastone è stato collocato da qualche pastore per riconoscere il percorso, soprattutto nella poco evidente discesa dai pascoli superiori.

Quel segnale, ed un successivo ometto semicrollato che si trova più in alto, poco sotto la cima, nell’attraversamento di un tratto non chiaro, sono gli unici suggerimenti che il viandante può utilizzare nella ricerca della via. Ai pastori di Moncion sono sempre bastati. Cerchiamo di andare per i monti allo stesso modo.

Sulla vetta del Sasso delle Dodici, notevole montagna proprio in faccia al Giardino delle Rose, sorgeva una vecchia croce di legno, ottenuta con due robusti rami. Probabilmente appartenevano ad uno degli ultimi larici isolati ai piedi del salto roccioso finale.

La rudimentale croce, innalzata dai vecchi valligiani, chissà per quanti anni avrebbe ancora resistito. Ma la scorsa estate giunge in Val di Fassa un benestante turista germanico. Sceso dal Sasso delle Dodici, probabilmente scosso e deluso dalla modestia di quel simbolo, regala alle autorità un milione di lire affinché venga eretta una più distinta croce di metallo. Da quaggiù ora, osservo il vertice del monte, dove so che si estende un nascosto e incredibile prato; l’abbaglio della possente e moderna croce è indicato con soddisfazione da non pochi amministratori e abitanti.

Mi domando il perché di questa corsa all’acquisto di uno spazio sui luoghi più isolati del nostro mondo. Ahimé! Quant’erano romantici quei due rami…

Una sera capito sull’esigua sommità di una cima poco visitata, lungo la catena meridionale di Vaél. Il posto è incantevole e, nonostante la bella giornata di settembre, non si scorge alcun alpinista.

Che splendida solitudine! Ma cos’è quel segnale metallico? Mi avvicino e noto un cartello, bilingue, che avverte: «Lasciate la montagna pulita».

In quel luogo, così appartato e sul quale giungeranno sì e no dieci persone nell’arco dell’intero anno, l’unico elemento innaturale e di disturbo è rappresentato dal cartello. Lo stacco dalla roccia e lo scaravento giù dalla parete. La cima è ritornata pulita.

In un gruppo più lontano, giungo dopo ore di cammino assurdo tra colonie di mughi e faticose pietraie, seguendo tracce interrotte di vecchi sentieri di guerra, sulla cima di un monte. La salita non viene riportata neppure sulle pubblicazioni più accurate.

Esco sullo spazioso prato sommitale sorprendendo un branco di camosci che scappano in tutte le direzioni. Da quante stagioni non vedono un uomo quassù? C’è un palo, probabilmente conficcato dai soldati nel ’15-’18; un ometto di sassi lo sostiene. La cima è così isolata, così fuori dal mondo… Prendo un foglietto dallo zaino e scrivo il mio nome, aggiungo la parola «solo» e poi la data. Nascondo il biglietto sotto l’ometto e ingenuamente decido di venirlo a ripescare tra qualche anno. Così, per gioco e perché sono felice della mia piccola impresa. Mi ritrovo commosso per quel gesto. Che importa se sono sopra la Croda dell’Arghena e non sull’Everest!

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L’ometto ultima modifica: 2021-05-15T05:53:00+02:00 da GognaBlog

16 pensieri su “L’ometto”

  1. 16
    grazia says:

    Li amo anch’io, gli ometti. Li aggiusto quando li trovo poco stabili, li integro quando le pietre sono cadute, li costruisco quando non ci sono. Mi piace trovare questi segni posti da qualcuno prima di me e mi piace che il prossimo viandante trovi un segnale che indichi la giusta via. E poi amo i cartelli di legno e quelli metallici, mentre trovo fuori luogo quelli fatti di resine che il sole e le intemperie mandano in frantumi e sbiadisce, portandosi via la tracotanza dei piccoli umani.

  2. 15
    andrea gobetti says:

    Ma le donnole amano gli ometti?

  3. 14
    albert says:

    Per  ridurre al minimo  la necessita’ di cartelli e segnali, forse occorrerebbe incentivare anche a scuola l’ uso di carte topografiche precise, con bussola magnetica tradizionale in bagno d’olio e  traguardo  e altimetro + tanta pratica  nel passaggio da carta a  territorio e viceversa. Abilita’  adatta sia per persone normali che per i super atleti dell’Orienteering.

  4. 13
    Roberto Pasini says:

    @12. “Piutost che nient, l’e’ mei piutost” direbbe il piero, zontaghe il “po”. Easy, man. 

  5. 12
    lorenzo merlo says:

    C’è anche chi si ripete riuscendo a non dire niente ogni volta.

  6. 11
    Roberto Pasini says:

    @piero, zontaghe “po”. Come altri mammiferi con liquidi e tracce, anche noi marchiamo il territorio. Con simboli e segni vari. In passato analogici, ora anche digitali, come gli interventi sui social, anonimi o firmati. L’istinto di base è comune. Cambiano le forme. Il messaggio è sempre lo stesso: io sono passato di qui, io c’ero, e forse qualcuno guardando questo segno si ricorderà di me quando non ci sarò più. Poi sicuramente possiamo discutere della qualità e della quantità dei segni che noi umani lasciamo (dagli ometti alle croci, alle bandierine tibetane, ai graffiti, alle iscrizioni, alle madonnine, alle statuette, ai segnali FIE o CAI) a seconda dei gusti,delle culture e delle epoche. Cosi’ come della quantità e qualità ( per forma e contenuto) degli interventi sui social. Ma le preferenze personali e gli stati d’animo influenzano molto le valutazioni. La firma, reale o fittizia, di solito è tuttavia una garanzia. Dopo un po’ sai già cosa probabilmente trovi. Anche qui come altri animali, tendiamo ad essere ripetivi nei percorsi. Quindi tolleranza e selezione nella lettura, eventualmente. Buona domenica. Piove.

  7. 10
    Massimo Silvestri says:

    Non so se Luca Visentini sia iscritto a questo blog …. ma ancora lo ringrazio per questo suo vecchio articolo sul supplemento della RDM dell’83.
    Quanto da lui espresso lo condivido ancora oggi a distanza di tanti anni …..
    In merito alla Land Art, argomento contermine, penso conosciate tutti questo sito (e questi luoghi): http://www.artesella.it/it/
    Saluti.
    MS

  8. 9
    albert says:

     https://gognablog.sherpa-gate.com/le-verniciature-della-famiglia-beltrame/
    Ripescato dal 2014
      Mi trovai anni fa in val  Cimoliana e mi chiesi la ragione di un intermittente ticchettio proveniente dalle crode.. che fosse il martello da  bocciardare?

  9. 8
    albert says:

    https://www.spaziofilosofico.it/numero-06/2669/la-saturazione-nellera-delle-reti-sociali-dallo-spazio-al-tempo/
    ometti come opera d’arte
    https://www.google.com/search?q=land+art+con+pietre&client=firefox-b-d&hl=it&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=2ahUKEwjEyICC3svwAhUHtaQKHdkqB8UQ_AUoAXoECAEQAw&biw=1920&bih=938#imgrc=8Qm4lXOoVjxtCM
     finora non superati i 1500 caratteri e nonho letto di un limite agli interventi, ma c’e’ chi e’piu’realista del Re !In tema di bolli rossi e ferraglia , questo blog se ne occupa  da parecchio .

  10. 7
    Roberto Bianchini says:

    Un ometto può far pensare, tutto il resto no.

  11. 6
    piero says:

    Beh riguardo le marcature del territorio l’Albert,zontaghe na o è per l’ appunto un compulsivo ossessivo un vero testimonial del io ci sono da leccarsi ….. ( a piacere mettere i nomi a scelta  dei saturatori di spazi)…bravi ometti  fate i bravi Ometti!!

  12. 5
    Giovanni Baccolo says:

    Bellissima lettura. Mi piace che una cosa così semplice e modesta sia il simbolo di un approccio alla montagna, alla natura e in fin dei conti a molte altre cose.

  13. 4
    albert says:

    Una variante e’la campana su trabiccolo metallico…infarcito di sassi… che  compulsivamente ogni escursionista  DEVE  azionare con scuotimento frenetico  della cordicella…se la cima e’facile ..in certi periodi e’fastidio garantito.
    Ho mandato a memoria questo lapidario commento Visentiniano in era presocial , contenuta in guida alle Pale n 1,  , circa un rifugio.”La garantita frequentazione estiva sembra autorizzare i l personale  ad una gestione ai limiti del nevrotico”:che toccata in punta  di fioretto, degna di un  Cyrano de Bergerac!.
    Ricerca sul web”la marcatura del territorio”:odorosa, acustica, visiva, elettrice e mista.

  14. 3
    Paola Cesco-Frare says:

    Si. Luca, purtroppo abbiamo perso la capacità di usare i nostri sensi, e vogliamo sempre marcare il territorio con segni ” moderni” che niente hanno di naturale. Come se non ci fidassimo più di quanto la montagna ci mete, gratuitamente a disposizione.
    Ricordo ancora la salita alla Terza Grande, in Comelico, per quella che Mario è io abbiamo, amaramente, chiamato la ” Via dei bolli rossi” perché un numero assolutamente sproporzionato di tali segnali ci ha accompagnato per tutto il percorso. Senza una reale utilità, perché la via aveva una sua logica e sarebbe batato qualche ometto per fare la stessa funzione.
    Grazie di averci ricordato quel semplice gesto di affetto e di generosità verso la montagna stessa e verso chi ne avranno bisogno, che è costruire o ripristinare un ometto. Senza usare metalli, vernici o quant’ altro, ma lasciando la traccia più discreta possibile del nostro passaggio. 
     

  15. 2
    albert says:

    ” Chi togliendosi una volta alle abitudini sempre uguali della vita, desidera ritemprare le forze della mente e del corpo , vada sull’Agnèr e là assiso ai piedi dell’OMETTO di pietra da noi costruito il 18 agosto 1875, spaziando lo sguardo nello stupendo panorama che gli si offre tutto all’intorno , potra godere delle sensazioni profonde e deliziose”-CESARE TOME’
    Tratto da guida  cartacea della collana Itinerari alpini Tamari n 7.Pale di  sanMartino- di Franceschini e Pellegrinon, giacente accanto alle altre 2 massicce  di Luca Visentini.La copertina del libricino e’lesionata da caduta di sassi assorbita per strada, zona galleria val de  Roa…ma almeno avevo il casco da moto,  colpito e scrostato pure quello.Purtroppo oggi siusa lo spray o la carpenteria metallica cromata o zincata, con led alimentati da pannellino fotovoltaico. Sono simboli di gerarchia territoriale studiata in etologia(marcatura del territorio)..ogni specie ha i suoi…alcuni si lavano via con neve e temporali, altri permangono.

  16. 1
    albert says:

     Salendo alla Roda di  Vael, accanto al sentiero trovai un omettino…una delle pietre mancava alla mia collezione (conglomerato di Richtofen)e decisi di smontare l’ometto, togliere l’esemplare e ricostruirlo. Giunto al reperto preso di mira..sollevatolo…sorpresa!Sotto avevano collocato un tampax! allora mi astenni e ricostruii l’ometto aggiungendo altre pietre.
     

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