L’Ucraina e il Mediterraneo

L’Ucraina e il Mediterraneo
Desiderio, necessità o speranza?
di Luca Calvi
(scritto alla fine del 1999)

A dieci anni esatti dall’inizio di una rivoluzione, definita di Velluto, anche se tale è stata solo per alcuni Paesi dell’ex blocco socialista – se non vogliamo prendere in considerazione la fine di Ceauçescu, la Bosnia, il Kosovo, Armenia ed Azerbajdžan, tanto per non nominare la Cecenia od il Caucaso più in generale – storici e politologi sentono una necessità “subitanea ed imperiosa” – tanto per rendere omaggio alla retorica del Regime – di tracciare bilanci e consuntivi, falsi ed imprecisi come solo le statistiche possono essere, data la capacità delle stesse di perorare allo stes­so modo le ragioni dei due corni del dilemma di turno. Allo stesso tempo, la necessità, altrettanto imperiosa, è quella di riscrivere orwellianamente le pagine di una storia che non conosce fratture, a dispetto dei cambi di se­colo e millennio, ma continuità sistematicamente ignorate da parte di chi dalle stesse dovrebbe – almeno in teoria – trarre la linfa per una ricerca che, invece, pare votata più alla scienza dietrologica contingente che all’analisi di quella che, non senza spregio, viene bollata come fattografia ad uso ideologico.

Un esempio – indubbiamente tra i tanti, ma abbiamo l’abitudine di sceglierci un solo case study, preferendo l’induttività alla deduttività – è rappresentato dall’Ucraina, una ex-incognita della Slavistica italiana (1) ed europea (2) che ha lasciato la categoria degli sconosciuti per entrare in quella più ampia dei fintamente conosciuti, ampio bacino di carenaggio per storici-cantieristi in vena di restauri di pura facciata.

Del resto, applicare poche mani di vernice storica e storiografica ad un vascello che corre il serio pericolo di entrare nell’ambito mediterraneo così come il Titanic è entrato in quello Atlantico è un’occasione troppo ghiotta, e pseudo-storici di tutta Europa e parastorici e post-giornalisti d’Italia non hanno perso l’occasione di rimettere a mare il vascello stori­co e politico-politologico di un’Ucraina che, a meno di dieci anni dall’indipendenza – un varo durante il quale la bottiglia di champagne ha prodotto la prima falla in prossimità di una chiglia quanto mai debole – si trova a voler navigare e mostrare la propria capacità di farlo tra mediter­ranei icebergs di pseudo-specialisti che sentono il dovere di spiegare non solo la rotta seguita dal vascello Titanenko, ma le motivazioni, care solo a se stessi, della rotta stessa, viste e spiegate dal di fuori senza nemmeno un tentativo di chiedere a chi si trova all’interno del vascello se, per caso, tale rotta abbia una qualche motivazione interna.

Notiamo, inoltre, come il desiderio di apparire prima di essere, con buona pace di Erich Fromm e con soddisfazione di Gianluca Nicoletti e dei teledipendenti, pare aver colpito in primis gli armatori del citato va­scello, pronti a produrre in patria ed all’estero opere altrettanto cervelloti­che, tese a dimostrare il perché inesistente della naturalezza di una rotta quanto mai forzosa (3).

In questo senso, il rapporto tra l’Ucraina ed il mondo mediterraneo viene stravolto e violentato ad uso di un’autopropaganda che serva a ren­dere appetibile all’Occidente – categoria più economica che culturale – una nuova realtà politica dalle antiche radici, le quali affondano senza dubbio nel mare della cultura alimentato dalle acque mediterranee, ma in una accezione che va ben al di là di troppo anguste definizioni di mediterraneità che pare vogliano vedere solo il monocolore dei calcoli conta­bili lasciando perdersi la policromia etnica e culturale che i mondi uniti – e non divisi – dal suddetto mare hanno unito e fatto crescere nel corso di secoli troppo citati e troppo poco analizzati.

Il rapporto tra Ucraina e mondo mediterraneo, nel senso comune­mente attribuito a tale relazione, è un topos sufficientemente recente e si ricollega, soprattutto, alla storiografia ed alla pubblicistica politologica che hanno accompagnato lo sviluppo dell’antiutopia degli Stati nazionali: da parte ucraina, o ucrainofila, dalla fine dell’ 800 e, soprattutto, con il ‘900, si è cercato di sottolineare i contatti tra le terre dell’attuale Ucraina ed i Paesi, visti come avanzati, gravitanti attorno all’orbita del Mediterra­neo, soprattutto dal punto di vista culturale ed economico. Ecco allora ri­prendere i passi di Erodoto, l’eredità degli Sciti, il significato delle colo­nie veneziane e genovesi sul Mar Nero. Il tutto mentre, nello stesso tempo, si sottolineavano i contatti con gli Svedesi e, più in generale, con l’Europa centrale, nella prospettiva di legittimare la definizione di Ucraina come ponte “dai Variaghi ai Greci” (4).

E’, però, con la fine del Primo Conflitto Mondiale e la susseguente di­sillusione sulla possibilità di un’effettiva autonomia ucraina che è l’aspetto utilitaristico a prendere il sopravvento, lasciando ampio spazio ad immaginari esterni all’Ucraina che diventano autoimmaginari ucraini, buoni a giustificare una richiesta di interesse da parti di Stati e realtà poli­tiche viste come possibili ausili per la causa ucraina: se, nei primi anni ’20, il giornalista Benito Mussolini indicava a chiare lettere l’importanza strategica ed economica dell’Ucraina per il futuro scacchiere europeo, sottolineando come la stessa dovesse diventare “… la nostra alleata nel Mar Nero e nella difesa contro il Panslavismo” (5), motivo ripreso da Riccardo Bondioli e da Enrico Insabato (6), tanto per citare gli autori più significativi, da parte ucraina, soprattutto della Diaspora (7), in maggior parte galiziana o galizianizzata, assistiamo ad un coro, non propriamente polifonico, pronto a fare eco ai ritornelli richiesti da parte dell’agognato Occidente europeo. Ecco dunque comparire i primi articoli di Jevhen Onac’kyj (8), tra i quali il sag­gio dedicato alla “Ucraina in funzione europea”, del 1931, nel quale, mettendo in guardia il lettore dal pericolo degli imperialismi dell’asiatica Mosca, ove imperava il Comunismo, già definito “espressione della mentalità semi-asiatica del popolo moscovita […], preparata dall’ideologia degenerata del vecchio socialismo ebraico”, metteva con­temporaneamente l’accento sul pericolo dell’imperialismo della perfida Albione, sottolineando come l’Ucraina fosse “l’unico paese di questa immensa pianura (che viene talvolta nominata Eurasia) che abbia – nel clima, nella geologia, nella flora e nella fauna – caratteristiche prettamente mediterranee” e come tale Paese avesse servito, nel corso della storia, da “collegamento tra l’Asia e l’Europa […], teatro importantissimo della lotta fra le due civiltà, l’asiatica e la mediterranea” (9). Di qui la conclusio­ne che il popolo ucraino fosse quello che “si teneva attaccato al litorale del Mar Nero, come alla porta dei focolai dello spirito mediterraneo […], avanguardia dell’Europa contro l’invasione degli asiatici” (10).

Risultano subito chiari alcuni dei leit-motiv della pubblicistica ucraina che definiremmo “a richiesta” dell’immaginario occidentale di tale parte d’Europa, e che comprendono la contrapposizione Ovest-Est, ovvero Europa-Asia, che fa il pendant con la contrapposizione Nord-Sud, in cui l’Occidente civilizzato è contrapposto ad un Medio Oriente e ad un’Africa viste come terra di barbarie non inferiore alla temuta Asia.

Venuto meno l’interesse per l’Ucraina per le note vicende della Se­conda Guerra Mondiale, con i primi anni ’50 e l’inizio della Guerra Fredda rivediamo, sulla base degli stessi stilemi, lo stesso interesse, la stes­sa retorica e le stesse motivazioni in alcune opere dedicate all’Ucraina ed al mondo mediterraneo, pubblicate in Italia, ma che riflettono il processo parallelo in atto presso tutti i Paesi vincitori della Guerra o beneficiari del Piano Marshall.

Di particolare interesse diventa, dunque, la rilettura di alcuni articoli apparsi nella rivista Ucraina, organo dell’Associazione culturale italo- ucraina (11), all’interno dei quali ritroviamo la stessa identica tematica, in chiave, ovviamente, antisovietica, da parte italiana, con i contributi del già conosciuto Insabato (12) e di Amedeo Giannini e, da parte della Diaspora ucraina in Italia, di Vasyl’ Fedorončuk (13). Sono, però, gli articoli scritti per alcune conferenze in varie città d’Italia da parte di rappresentanti della Libera Università Ucraina di Monaco di Baviera (14) a rappresentare la totale conti­nuità con le opere dell’Onac’kyj, riportando, come fatto dal Mirčuk, tutto l’armamentario ideologico di un’Ucraina che si vedeva delegata sempre più, nella rappresentazione internazionale, ai ricordi sempre più ottene­brati di una Diaspora che andava progressivamente perdendo i contatti con la Terra d’origine. Se il Mirčuk, tuttavia, mascherava il tutto dietro un’analisi della lotta per il predominio spirituale nell’Europa Orientale tra Roma, Bisanzio e Mosca (15), Volodymyr Sičyns’kyj dedicava non poco spazio della rivista Europa alle capacità colonizzatrici dell’Ucraina in funzione mediterranea, mostrando le affinità tra politica, storia, cultura ed economia dei Paesi gravitanti attorno al Mediterraneo e le terre ucraine, barriera contro Mosca (16). Dal canto suo, Dmytro Andrijevs’kyj, nelle pagine della rivista Ucraina, pubblicava il testo tratto da una serie di confe­renze tenute in Italia e dedicate all’analisi del significato della presenza ucraina sul Mar Nero, all’interno del quale sottolineava l’importanza strategica dei Paesi affacciati sul Mar Nero, i quali, per ovvie ed impre­scindibili ragioni, erano destinati a far parte dell’orbita dettata dal Medi­terraneo, il quale, secondo lo studioso ucraino, fa parte di quella che lo stesso definisce “Europa unita” (обєднана Європа) (17).

Di nuovo, però, le vicende storiche fecero passare in secondo piano l’esistenza dell’Ucraina, che tornò ad essere, fino al ribaltone post- gorbaceviano, un’amena Araba Fenice di pochi appassionati di cultura. Questi dieci anni, però, ci hanno mostrato nuovamente gli stessi schemi e gli stessi stilemi (18), con il corollario del già sopraggiunto disinteresse per una terra che per pochissimo tempo ha saputo offrire motivi d’interesse all’Occidente, limitati ad una captatio benevolentiae culturale e politica, ma che offre, invece, a noi, alcuni spunti di riflessione più ampia.

Il rapporto di necessità tra Ucraina e mondo mediterraneo è bilaterale e non, come potrebbe sembrare, monolaterale: l’Ucraina sente la necessità di un riavvicinamento ad un mondo per il quale essa è stata filtro per il mondo dell’Europa Orientale per secoli interi (19), e contemporaneamente per un mondo che pare offrire prospettive di benessere economico. L’Occidente, invece, pare necessitare dell’Ucraina solo sulla base della necessità che ogni Nord ha di avere un Sud, così come ogni Ovest ha bi­sogno di un Est, categorie utili per testimoniare un primato economico cui un falso primato culturale fa solo da corollario. La speranza ed il de­siderio, sulla base di quanto affermato, sono anch’essi antitetici tra Ucrai­na ed Occidente mediterraneo, poiché la speranza di essere accolti nel no­vero degli eletti, da parte dell’Ucraina, va di pari passo con la necessità occidentale di avere schiere di non eletti per testimoniare il proprio pri­mato, ed il desiderio dell’uno risulta, alla fin fine, antitetico rispetto a quello dell’altro.

Risulta triste, a chi cerca di leggere la storia, comunque, vedere come per l’Occidente il concetto di mediterraneo venga visto come contrappo­sizione al mondo di un’Asia che confluisce nel mondo dell’Islam, di­mentico del fatto che la civiltà è giunta da quella sponda del Mediterra­neo che attualmente i creditori in economia e debitori di cultura si affan­nano a voler riconquistare ed omologare. Ancora più triste è vedere l’Ucraina guardare al Mediterraneo come porta per l’Occidente della Co­ca-Cola e della moneta forte, dimentichi di figli come, Mychajlo Andrella, che invitava tutti a guardare al principio gerosolimitano delle fedi cristia­ne (20), o come Vasyl’ Hryhorovyč-Bars’kyj che, dopo aver girovagato per tutt’Italia alla ricerca di una porta per l’Oriente, decise di partire da Ve­nezia, vera porta per un mondo mediterraneo che mostrasse l’unione nella diversità (21). Nell’Ucraina attuale sono nuovamente in auge stilemi logori, abusati e mal compresi come “tra Oriente ed Occidente”, “barriera all’asiaticità”, “baluardo della civilità occidentale”, così come tra le categorie negative vengono reinserite il panslavismo e tra quelle po­sitive il nazionalismo (22), condendo il tutto con stilemi della vecchia retori­ca sovietica, ormai ultimo anello di una continuità che si sta lasciando perdere per dare non gratuito piacere all’Occidente. Risuonano avulsi e vengono mal citati anche i richiami di Chvyl’ovyj a cercare un proprio posto via da Mosca ma distinto rispetto all’Occidente (23), così come quanto mai d’attualità è il richiamo contro l’ucrainizzazione anche del non ucrainizzabile espresso da Ostap Vyšnja (24) sessant’anni fa: una caratteristica dei minori, come recentemente sottolineato da Milutin Mitrovič, è il complesso di superiorità (25) e l’Ucraina, per gli ucraini ucrainizzanti, se­condo Vyšnja, va (26):

Un po’ di autoironia, forse, potrà aiutare l’Ucraina a liberarsi da quelle illusioni che, come ci dice Gianfranco Giraudo, possono essere molto pericolose in presenza del sonno della ragione (27), così come po­trebbe evitare il pericolo di quelle realtà autoetnicizzanti, posticce, camuffate, contro le quali già s’è scagliato Giampiero Bellingeri (28).

Non sappiamo, invece, cosa ci potrà salvare dal sonno della ragione di coloro i quali dettano da Occidente il sonno dell’Ucraina, troppo abituati nei propri scritti al monocolore supino della servile schiavitù della cultura di regime nei confronti dell’economia, incapaci di gustare le policromia offerta dalla molteplice coazione delle culture e delle esperienze storiche di un elemento, il Mediterraneo, che unisce senza omologare da ben oltre il Marocco a ben oltre l’Ucraina (29). Forse è proprio questo “geteilte Himmel” di Christa Wolf, questo “Muro nelle teste” di Antonella Gar­gano (30) il vero Millennium Bug e la nostra preoccupazione è che, a diffe­renza dei microprocessori al silicio e dei moderni sistemi operativi, per il baco della mente ancora non è stato prodotto – o non si è voluto produrre – un antivirus efficace.

Per le 30 Note al testo, vedi il pdf.


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L’Ucraina e il Mediterraneo ultima modifica: 2022-03-03T04:36:00+01:00 da GognaBlog

15 pensieri su “L’Ucraina e il Mediterraneo”

  1. 15
    albert says:

     sul web ho cercato:”Assedio di Famagosta”…da allora son cambiati solo i mezzi distruttivi, piu'”performanti”, sempre in ballo onore, religioni, astuzie, ferocia.

  2. 14
    albert says:

    “Un esempio – indubbiamente tra i tanti, ma abbiamo l’abitudine di sceglierci un solo case study, preferendo l’induttività alla deduttività –
    Mi sono scelto un filmatino minimale: https://video.corriere.it/esteri/putin-tomba-zhirinovsky-un-mazzo-rose-rosse/6b9c5f78-b720-11ec-857a-5568ac9f145b cosa  ho  indotto?…(boccaccia mia statte zitta!) L’induzione e’pericolosa, chissà altri cosa hanno indotto!Pero’ un caso singolo puo’ essere anche un utile contro esempio per mandare alla demolizione logica  teorie spacciate per generalmente valide! https://www.garzanti.it/libri/annamaria-testa-le-vie-del-senso-9788811607816/

  3. 13

    Gli Usa e conseguentemente la Nato non hanno presente il saggio detto: non stuzzicare il can che dorme. Forse è retaggio di antiche e lontane storie che noi europei abbiamo nel DNA ma anche così, siamo andati dietro al sogno americano. Nel 2001 c’era già stato un precedente con quei due grattacieli uguali tirati giù.  Ma la lezione non è servita. Evidentemente. 

  4. 12
    Matteo says:

    “I cannoni della Giamaica portano all’idiozia e sono l’anticamera della morte per chi continua.”
    E Alberto, che non ha bisogno di sostanze psicotrope per raggiungere l’obbiettivo, è convinto assertore della teoria che per spegnere un incendio occorra spargere benzina…allineandosi volonterosamente a “coloro i quali dettano da Occidente il sonno dell’Ucraina” per mantenere “la servile schiavitù della cultura di regime nei confronti dell’economia”.
     
    Non ho risposte, solo paura e tristezza.

  5. 11
    Lusa Mutti says:

    https://www.youtube.com/watch?v=pzPhhEZFfCE
    Giganti: Mettete dei fiori nei vostri cannoni🎵🎵🎵

  6. 10
    Alberto Benassi says:

     
    L’occidente fino a ieri l’altro a fatto affari d’oro con Putin e qualcuno l’ha anche osannato. I denari degli oligarchi russi non hanno fatto schifo all’occidente. ANZI!!!!
    Ma non si sapeva prima chi era Putin e oligarchia che lo sostiene?!?!?!?
    Quindi non facciamo finta di esserci svegliati adesso.

  7. 9
    Alberto says:

    I cannoni della Giamaica portano all’idiozia e sono l’anticamera della morte per chi continua. L’Ukraina combatte per la sua libertà contrio un dittatore criminale ed è nostro dovere morale appoggiarlo, ma tanti fanno distinguo vergognosi e accusano l’occidente. Vergogna!!!!!!!

  8. 8

    Il mago Otelma abitava all’ultimo piano di un antico palazzo del centro storico di Genova in Piazza Fossatello, angolo con Via del Campo. Sua dirimpettaia era la famiglia di una mia amica di gioventù, poi divenuta celebre scalatrice finalese, e spesso ci vedevamo dai rispettivi enormi terrazzi finché un giorno venimmo invitati a una festa. Il mago, appena capì che andavamo in montagna ci voleva appioppare i figli affinché gli insegnassimo a sciare ma noi non ne volevamo sapere. Famosi i suoi raid in vari generi di negozi dove, con tutta la famiglia, si riforniva d’ogni ben di dio, facendo un rito antimalocchio prima di uscire senza pagare. Un genio.
    Sui cannoni, penso che la Giamaica sia l’unico paese al mondo che ne faccia uso ma non violento.
     

  9. 7
    Roberto Pasini says:

    Non c’è bisogno dei maghi. Basta un bravo maresciallo dei carabinieri. Segui il denaro e spesso trovi il bandolo della matassa. Dove “Denaro” non va inteso solo in senso stretto ma come sinonimo generale di “Interesse” concreto.

  10. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    @ 5
     
    Io però continuo a preferire il mago Otelma.

  11. 5
    Lusa Mutti says:

    https://www.funweek.it/strano/baba-vanga-putin-profezia-guerra-ucraina/
    Sta circolando la profezia della veggente bulgara Baba Vanga.

  12. 4
    Lusa Mutti says:

    Qual’è il rischio di un’escalation?☢️🚀 Oggi il pericolo di una guerra nucleare è reale?
     

  13. 3
    Giorgio Daidola says:

    Qualche bella frase qua e là, per il resto illeggibile. Ci andrebbe un Montanelli per riassumerlo in due chiare cartelle. Ma purtroppo di Montanelli non ce ne sono più.  I suoi auto nominati eredi fanno pena, basta leggete Il Corriere della Sera per rendersene conto.

  14. 2
    Roberto Pasini says:

    A parte lo stile barocco, l’articolo ci ricorda che le “narrazioni”, oggi vengono chiamate così quelle che in passato venivano chiamate “ideologie”, sono spesso a supporto del cannone e dei concreti e brutali interessi materiali. Ci eravamo un po’ dimenticati del ruolo che “armi, acciaio e malattie” esercitano nella storia umana. I fatti degli ultimi due anni ce lo hanno ricordato. Altra cosa abbastanza sconcertante è la ripetitività dei comportamenti umani. Gli imperatori, qualunque bandiera sventolino, dimenticano che si può occupare con la forza un paese ma poi bisogna tenerlo e allora sono guai. A casa degli altri sei comunque sempre straniero e occupatore. Puoi comprarli, affittarli, soggiogarli, sedurli, ma non farti sinceramente amare nel corso del tempo. È qualcosa che forse è nel nostro DNA come specie ma gli imperatori non imparano mai. Coazione a ripetere. Nel frattempo gli innocenti pagano con la loro vita, vittime e soldati. Quante volte dovremo di nuovo vedere questo film? 

  15. 1
    Mario says:

    Articolo barocco, quasi illeggibile che lascia l’Ucraina orfana sia di Asia che di Occidente. Sembra che per l’ autore un paese di 44 milioni di abitanti piu’ esteso della Francia ,con un proprio radicato sentimento nazionale  sia una entita’ nulla che non ha diritti ne’ spazio nel consesso internazionale , che debba naturalmente (o doverosamente ? ) essere oggetto e preda del ‘sonno della ragione’ altrui. Equidistanza democristiana, pessimo.  

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