Lupi, montagne e cattiva coscienza: perché il ruralismo romantico rischia di diventare una trappola.
Lupo e retorica
(dalla vicenda del cane di Michele Serra una riflessione sulla convivenza tra grandi carnivori, gestione ecologica e retoriche delle aree interne)
di Mauro Fattor
(pubblicato su greenreport.it il 14 maggio 2026)
Adoro Michele Serra, dunque nulla da dire sulla vicenda del suo cane Osso ucciso dai lupi e su quello che ha provato. Lo capisco perfettamente e condivido il suo dolore. Eppure. Eppure, qualcosa mi viene da dire anche se lui è lui e io non sono nessuno, come direbbe Lucio Corsi. Sarà perché faccio da sempre il suo stesso mestiere, sarà perché ho scelto di vivere in culo al mondo, per usare un francesismo. Che in effetti ci sta tutto.
Vivo nel Massiccio Centrale in una delle zone più spopolate d’Europa dopo la Lapponia. Comune di 228 abitanti sparpagliati in sette frazioni. Nella mia siamo in 17. Zero alberghi, zero ristoranti, bar chiuso quattro mesi all’anno, in inverno, e comunque a 5 km di distanza. Spero che, come credenziali, possano bastare. Mezza montagna. Boschi di castagno. Genetta. Avvoltoi. Castori. Tanto per citare le celebrità. E poi lupi. Il 90% dei lupi francesi vive sulle Alpi, il resto dietro casa mia. Io vivo qui da 5 anni, Serra sulle colline piacentine da 18, è vero. Però, bene o male, io mi occupo di grandi carnivori da 40, lui da molto meno. Non mi reputo un esperto. Ho solo imparato a non tirare mai conclusioni sulla base di singoli casi, di singoli accadimenti, questo sì. Tantomeno l’avrei fatto sulla base di qualcosa capitato a me. Ah, dimenticavo. Naturalmente ho un cane, anzi sono 30 anni che ho cani, prima cani da caccia, poi cani pastore.
Bene. Ci sono molte cose dell’analisi di Serra che condivido e alcune altre che invece mi convincono molto meno o non mi convincono affatto. Partiamo dalle prime. Innanzitutto, il richiamo inequivocabile ai principi della biologia della conservazione, alla necessità di lasciare spazio ai tecnici. Questo significa muoversi nella giusta direzione per mettere un argine a strumentalizzazioni di comodo e a sterili fanatismi. Soprattutto animalisti. Più in generale, quello che funziona è il tentativo di non smettere mai di ragionare attorno ad una questione, quella della coesistenza, che, comunque la si voglia prendere, è e resta complessa. Tra le cose che invece non mi convincono vorrei evidenziarne due.
La prima è una nota stonata anzi direi proprio sbagliata, la seconda scivola nella retorica. Dunque, la prima: il lupo. Non è uno stomaco vagante, usa la testa. Massimo risultato col minimo sforzo e il minimo rischio. È la sua regola. Non serve che la selvaggina scarseggi per fare fuori un cane, non c’entra proprio niente. E non ci dice proprio niente sul fatto che i lupi siano tanti o pochi o troppi. Si chiama predazione intraguild, una via di mezzo tra predazione vera e propria e eliminazione mirata della concorrenza. Il lupo la può fare a prescindere, anche se ci fossero solo due o tre esemplari in tutto il Piacentino. E poi: il lupo al singolare non esiste. Esistono solo i lupi al plurale. In Lessinia hanno imparato a predare i bovini saltando in mezzo ai fili elettrificati, in Toscana e in Emilia- Romagna i cani sono diventati un problema, a San Rossore passano in mezzo agli animali al pascolo ignorandoli bellamente, sul Monte Ventoso, in Francia, hanno una dieta fatta quasi al cento per cento di cinghiale. Selvaggio e domestico. A geometria variabile, anzi variabilissima. Questo vale anche per il rapporto tra cani e lupi. Quello che accade in certe zone dell’Appennino è estremamente raro in altre e, in generale, altrove. Non occorre disegnare paesaggi globali della paura. Domanda: la presenza del lupo ha influito sul mio modo di gestire il cane? Risposta: sì. Ma non lo vedo come una costrizione. Non è sempre al guinzaglio, quando esco con lui ha tutta la libertà che gli serve. Mi accompagna anche in inverno, alla ricerca di tracce, quando faccio le mie uscite programmate per il censimento dei lupi sulla neve, visto che collaboro con la Rete Lupo dell’OFB, l’Ufficio Francese Biodiversità. La sera, poi, quando deve fare gli ultimi bisogni, lo accompagno fuori con una lampada, poi rientriamo insieme. Di giorno sta nel pezzo di terreno recintato attorno a casa. Non girovaga, ma sta benone. Garantisco. Si può fare. È un pezzetto di ecologia della riconciliazione, come la chiamerebbe Baptiste Morizot.
La seconda cosa che volevo dire è più ostica perché detesto la retorica, in particolare la retorica su chi vive in montagna o nelle periferie rurali, e si propone al mondo come baluardo. La retorica sulla resilienza, sulla trincea tenace che fa argine all’abbandono delle valli e dei crinali. La resilienza come sacrificio, come atto consapevole di resistenza. Tutte balle. Chi sceglie di vivere in luoghi isolati e spopolati, sa a cosa va incontro. Lo sceglie. Si vive bene in questi posti per quanto, per certi versi, possa essere difficile. Quando mi alzo la mattina e apro la finestra, e vedo il verde e vedo il sole, faccio un lungo respiro e penso a chi vive in cinquanta metri, magari con moglie e figli, con un solo salario, in una qualunque delle squallide periferie di una qualunque delle città che tutti conosciamo. La vera resilienza abita lì, non sull’Appennino o nel Massiccio Centrale. Tanti altri invece che restano ai margini, lo fanno non per scelta ma perché, per una ragione o per l’altra, non hanno alternative. Per mancanza di mezzi economici. Per mancanza di scolarizzazione. Per deficit di socializzazione. Per paura del cambiamento. Perché il mondo, la fuori, è complesso. Davvero complesso. Non sono “resistenti”, stanno solo nella loro tana. È diverso.
Insomma, quello che accade nelle “zone interne”, non ha niente di diverso rispetto a quello che capita in una qualunque comunità umana. Qui da me, nel Massiccio Centrale, ci sono persone meravigliose, ubriaconi del venerdì sera e pure del sabato, adepti della religione della caccia al cinghiale, l’unica davvero riconosciuta a livello locale, ornitologi che fanno formaggi bio, pastori analfabeti e arroganti, pastori con cui è bello parlare. Li conosco tutti (non è difficile!), parlo con tutti, li rispetto tutti. Anzi, li amo (quasi) tutti. Questo non mi impedisce di vedere che se qualcuno – e non sono io – mette in piedi faticosamente un progetto partecipativo per imparare tutti insieme a gestire meglio l’acqua in tempi di siccità, la preoccupazione principale è quella di mettergli i bastoni tra le ruote perché “non ci facciamo dire come dobbiamo gestire la nostra acqua”. Il guaio è proprio questo, che la “tenace trincea” un po’ utopista, anarchica, positiva e coraggiosa di Michele Serra può scivolare rapidamente e inaspettatamente nel suo esatto opposto. Chiusura. Magari con il deputato leghista Francesco Bruzzone che ti tende la mano. Perché il ruralismo ideologico sa anche essere brutalmente tossico e reazionario e in Italia, quanto a questo, ci sono i campioni europei della specialità. I lupi possono finire metaforicamente impallinati assieme a migranti, froci, negri e a tutto ciò che mette a rischio l’ultima ridotta delle certezze di chi “si fa così perché si è sempre fatto così” e del “padroni a casa propria”. Quando parlo di lupi cerco di non dimenticarlo. Mai.
Mauro Fattor
Laurea in Filosofia Teoretica all’Università Statale di Milano, studi di Filosofia della Scienza e Etologia all’Università di Vienna. Giornalista professionista dal 1990, già caporedattore nei quotidiani Finegil del Gruppo Espresso e del gruppo Athesia. Docente al master di comunicazione Fauna&Human Dimension dell’Università dell’Insubria – modulo Grandi Predatori e modulo Stampa Quotidiana. E’ stato responsabile della comunicazione dell’ATIt. Scrive per National Geographic Italia e ha lavorato per Alp, Rivista della Montagna, Habitatonline e scritto testi per la Rai Radiotelevisione Italiana. Nel 2024 ha vinto il Premio Green Book per il miglior articolo giornalistico a tema ambientale. Nel 1998 ha vinto, inoltre, il Premio “Vittoria Sella” di Mountain Wilderness International e nel 2013 è stato premiato nella sezione saggistica del Premio Itas per la letteratura di montagna. Ha fatto parte della Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano del Club Alpino Italiano e dei Comitati di gestione del Parco Naturale dello Sciliar-Catinaccio, delle Vedrette di Ries, del Parco Naturale del Monte Corno e del Parco Nazionale dello Stelvio, settore altoatesino. Attualmente è associato all’Unità Grandi Predatori dell’OFB, l’Ufficio francese della Biodiversità-Regione Occitania. Si occupa da trent’anni del rapporto tra ambiente, società e media con particolare riferimento ai grandi carnivori. Centinaia sono gli articoli prodotti a partire dalla fine degli anni Ottanta. Ha partecipato a progetti specifici di ricerca su lince e lontra con l’Università di Perugia e il Gruppo Lontra Italia.
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Leggo oggi che in Svizzera nonostante la politica di abbattimento (2025, 77 dopo altri 55 e 92 precedentemente) l’Ufficio federale dell’ambiente, dice che da 319 sono passati a 350 esemplari (e anche i branchi sono aumentati di 4 unità). La dieta dei lupi, controllata dal 2017 al 2024 era composta dall’88% di fauna selvatica e solol’11 di animali domestici o di allevamento. Quindi la soluzione quale è?
Forza Bobby n non sei Solo
I grifoni sono spazzini , ma il pastore non lo sa , maestrino !
@29. Quanta ignoranza! Da quando in qua i grifoni prendano gli ovini?
Probabilmente i pastori usavano la doppietta.
Un ex pastore che ho conosciuto ricorda predazioni di agnelli persino da parte di aquile , e nei balcani anni fa’ un pastore aveva preso in ostaggio un grifone radiocollarato , per farsi pagare gli ovini che sosteneva gli avesse predato.
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https://grandicarnivori.provincia.tn.it/Il-lupo/Storia-del-lupo-in-Italia-e-sull-arco-alpino
Io non ci capisco molto… Ma ho letto che fino agli anni 1970 i lupi erano ovunque sulle Alpi e gli Appennini. A quella data, dopo qualche anno di letterale sterminio, ne erano rimasti, in Italia, circa 100 e soprattutto nel Centro e Sud Italia. All’inizio del ‘900 c’erano persino in Sicilia… Mi chiedo, da profano: dal momento che l’allevamento in quota di ovini e bovini è una pratica che risale alla notte dei tempi, si parla di migliaia di anni, come facevano i pastori?
Aspettavo con ansia la tua approvazione..
Bobby, non vorrei deluderti, ma non sei Batman.
E nemmeno la cioccolata…😁
Un giovedì come tanti , preparo il Bat-caffè , avvio il Bat computer….-Dannazione mi sono tradito !
A costo di pigliare insulti: d’accordo, “le credenziali” ( come le chiama lui ) sono suggestive, bene il prendersi cura della causa, bene il giusto mix di modestia e piglio da guru.
Pero’ a leggere bene nel post ( molto da social) c’e’ poco arrosto e ancora meno scienza… E’ un filosofo, non biologo. E, merda per merda ( cit. Matteo ) concordo con Ratman, il tirare fuori “froci e negri” abbassa decisamente il livello.
Pierlorenzo Bagnasco, attento a non confondere Batman con Ratman, che è un po’ come confondere la merda con la cioccolata! 🙂
Caro Matteo, la cosa si fa triste.
Bagnasco per tua sfortuna non siamo la stessa persona. Siamo perlomeno 3 individui distinti.
Detto questo quale è la tua posizione sul discorso lupo e se puoi contestualizzala. Grazie ciao
Apri gli occhi, guardati intorno, che dentro Roma c’è molto di peggio del lupo: di squali ce n’è tanti.
L’articolo mi è piaciuto molto, soprattutto perché sembra coniugare competenze con esperienze personali.
No comment sui commenti autocelebrativi dei soliti (e non) pseudonimi.
Batman, Bobby e Marco il fetido, probabilmente sono la stessa persona, la cui personalità pare seriamente disturbata, quando non assente.
Ci hai/avete sbomballato.
@15
Hai ragione: pensano che plumbea seriosita retorica o espressiva si trasformi pet magia in argomenti seri.
Roba buona 😉
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Finora si sentiva che i lupi , solo se lasciati crescere , avrebbero magicamente predato tutti gli animali nocivi , nutrie , cormorani , topi e zecche e granchi blu , ignorando gli animali domestici e quelli allevati.
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Poi , visto che ai lupi piacevano di più ovini ed equini , la colpa nella narrazione si è spostata su quei poveri fessi di pastori , che non hanno capito che serviva il cane maremmano ed il recinto elettrico, come veniva spiegato con enfasi da persone che in tutta la loro vita non avevano mai allevato nemmeno una tartaruga.
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Adesso con un triplo salto carpiato siamo passati dalla caccia al cinghiale alla caccia ai negri, l’unica cosa che rimane immutata è la presunzione di chi si sente chiamato dal cielo a spiegarci come bisogna vivere…
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Adesso la simpatica narrazione pseudo-ambientalista
Cazzo Bobby che roba usi?
@12
Fantasioso.
Scusa, ma di mestiere leggi i fondi del caffè?
@8
L’articolo non parla solo di lupi , ma Fattor fa dei lupi i personaggi di una parabola.
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Ovviamente dei lupi o dei cinghiali gli frega molto poco , altrimenti si potrebbe qualche domanda in più sulla gestione degli aggregati di animali e il loro rapporto con l’uomo.
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Come l’uomo non deve assolutamente permettersi, come fanno in Svizzera, di cercare di controllare le popolazioni di lupo con la finalità di conviverci , men che meno deve permettersi di cercare di controllare un fenomeno migratorio selvaggio e scollegato da sbocchi lavorativi, che sta portando alla crescita incontrollata della violenza nelle nostre città.
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Domani qualcuno partirà dalle api e il miele per tentare di infilarcelo sempre là in basso.
Basta con l’ambientalismo colonialista! Il sig. Serra non doveva aspettare che succedesse a lui per intervenire sull’argomento! Il Sig. Fattor invece, che si spende per tutti i quadrupedi della fauna italiana e osteggia la gestione del lupo (e anche dell’orso) in Italia, poi collabora con le autorità francesi che – giustamente – gestiscono il lupo con almeno un 20% di prelievo annuo. Chi si è schierato contro il declassamento del lupo in Europa – a abbiamo lupi dentro Roma e sulle spiagge – ha perso ogni credibilità scientifica!
@9
Dici a me?
Impressionante il livello di incomprensione testuale e pregiudizio ideologico
Cosa sgnifica fare dell’intolleranza un sentimento indistinto che può esercitarsi nello stesso modo contro “I lupi …….. migranti, froci, negri”?
Quale acrobazia teoretica fa l’autore per comporre un insieme così eterogeneo?
La seria pacatezza che si sviluppa nell’articolo, e che raccoglie il plauso della platea, svela nella considerazione conclusiva un autentico livore fino a quel punto tenuto a bada – anche a stento.
Chi vive in montagna/campagna allevando capre come me si trova arreso davanti a voi soloni e ai serra di turno
Siete tutti bravi ma nessuno ci ha capito niente
Solo quando vi divorano vicino qualcuno vi accorgete degli altri, umani e animali
Speriamo solo nell’ estinzione di massa che riporti i termini dentro la realtà
Senza rancore ma anche senza speranza marco dall’Appennino toscano
Chi vive in montagna/campagna allevando capre come me si trova arreso davanti a voi soloni e ai serra di turno
Siete tutti bravi ma nessuno ci ha capito niente
Solo quando vi divorano vicino qualcuno vi accorgete degli altri, umani e animali
Speriamo solo nell’ estinzione di massa che riporti i termini dentro la realtà
Senza rancore ma anche senza speranza marco dall’Appennino toscano
Qui parla chi sa e sa usare il buon senso. Complimenti bello scritto.
Ottimo scritto, bravo!! Sarebbe gradito anche estendere un po’ il perimetro della riflessione, ragionando più in generale sulla convivenza fra grandi carnivori e uomo e sulle possibilità di paletti vari e di come farli rispettare, da una parte e dall’altra, ovvio
Finalmente un po’ di logica, buon senso e correttezza scientifica.
Peccato solo che certi concetti fatichino (eufemismo) ad arrivare ai talebani dell’animalismo e ai pitecantropi.
Forse una visione corretta potrebbe curare qualcuno dalla propria miopia.
Bellissimo pezzo, sentito, sincero e da meditare.
Grazie
Finalmente un articolo intelligente e ben scritto sul tema.