Montagne degli dei o altro?

Montagne degli dei o altro?
(per una ecologia della sacralita’ naturale)
di Carlo Alberto Pinelli

L’impresa alla quale mi accingo in questa prima parte del mio intervento non è tra le più facili. Deve collegare le sponde di un baratro davvero molto profondo, il ponte che tenterò di gettare tra i pilastri ideologici su cui hanno fatto il nido le certezze delle nostre società avanzate, da un lato, e la sacralità della natura (soprattutto montana, ma non solo), così come era vissuta nel nostro passato pre-cristiano e come continua ad essere vissuta da svariate culture ormai “marginali”, dall’altro. Davvero molto profondo. Infatti all’interno della società alla quale apparteniamo sembra che gli esseri umani civilizzati possano scegliere solo tra una visione laica, utilitaristica e riduttiva della realtà, e una adesione ai dogmi di religioni trascendenti. In entrambi i casi alla sacralità immanente della natura – liquidata come una forma di arcaico panteismo, o peggio, di animismo – non viene concesso il diritto d’ingresso nella cittadella delle opinioni sensate. Io non perderò tempo per cercare di dimostrare quanto un simile atteggiamento sia schematico, parrocchiale, e psicologicamente inadeguato. Suggerirò soltanto che sarebbe opportuno riflettere sull’opportunità di aprire comunque nelle mura della cittadella in cui ci siamo arroccati, qualche piccolo varco – o qualche finestrella – per permettere al vento della natura non domata dall’uomo di insinuarsi al suo interno, per diffondervi i suoi metaforici profumi e le sue suggestioni poetiche.

Dalla vetta del Monte dei Pizzoni di Valsolda sul Lago di Lugano

In questa prospettiva una delle domande preliminari che dobbiamo porci riguarda proprio il significato di fondo del termine “sacralità”. Quando i nostri lontani, ma non proprio sprovveduti, antenati dicevano che una montagna, o un bosco, o una rupe, erano sacri, cosa intendevano realmente esprimere? Che tipo di emozioni e soprassalti cercavano di circoscrivere, o di valorizzare, o di esorcizzare con quella parola?

Mi è venuto in mente, mentre gettavo le basi di questo intervento, che il modo più diretto per aiutarci a individuare la strada verso una risposta, avrebbe potuto essere quello di affidarci alle suggestioni di un testo letterario. Si tratta del testo con cui Cesare Pavese volle concludere una delle sue opere migliori: I Dialoghi con Leucò.

“Il monte è incolto, amico. Sull’erba rossa dell’ultimo inverno ci son chiazze di neve. Sembra il mantello del centauro. Queste alture sono tutte così. Basta un nonnulla, e la campagna ritorna la stessa di quando queste cose accadevano.
Mi domando se è vero che li hanno veduti.
Chi può dirlo? Ma sì, li han veduti. Han raccontato i loro nomi e niente più – è tutta qui la differenza tra le favole e il vero. “Era il tale o il tal’ altro”, “Ha fatto tutto questo, ha detto quello”. Chi è veritiero, si accontenta. Non sospetta nemmeno che potranno non credergli. I mentitori siamo noi che non abbiamo mai veduto queste cose, eppure sappiamo per filo e per segno di che mantello era il centauro o il colore dei grappoli dell’uva sull’aia di Icario.
Basta un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo. L’incredibile spicco delle cose nell’aria oggi ancora tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati nel cielo, fossero dèi fin dall’inizio.
Non sempre queste cose sono state sui monti.
Si capisce. Ci furono prima le voci della terra – le fonti, le radici, le serpi. Se il demone congiunge la terra col cielo, deve uscire alla luce dal buio del suolo.
Non so. Quella gente sapeva troppe cose. Con un semplice nome raccontavano la nuvola, il bosco, i destini. Videro certo quello che noi sappiamo appena. Non avevano né il tempo né gusto per perdersi in sogni. Videro cose tremende, incredibili, e nemmeno stupivano. Si sapeva cos’era. Se mentirono quelli, anche tu allora, quando dici “ è mattino” o “ vuol piovere”, hai perduto la testa.
Dissero nomi, questo sì. Tanto che a volte mi domando se furono prima le cose o quei nomi.
Furono insieme, credi a me. E fu qui, in questi paesi incolti e soli. C’è da stupirsi che venissero quassù? Che altro potevano cercarci quella gente se non l’incontro con gli dèi?
Chi può dire perché si fermarono qui? Ma in ogni luogo abbandonato resta un vuoto, un’attesa.
Nient’altro è possibile pensare quassù. Questi luoghi hanno nomi per sempre. Non rimane che l’erba sotto il cielo, eppure l’alito del vento dà nel ricordo più fragore di una bufera dentro il bosco. Non c’è vuoto né attesa. Quel che è stato, è per sempre.
Ma son morti e sepolti. Adesso i luoghi sono come erano prima di loro. Voglio concederti che quello che hanno detto fosse vero. Che cos’altro rimane? Ammetterai che sul sentiero non s’incontrano più dèi. Quando dico “è mattino” o “vuol piovere”, non parlo di loro.
Questa notte ne abbiamo parlato. Ieri parlavi dell’estate, e della voglia che ti senti di respirare l’aria tiepida la sera. Altre volte discorri dell’uomo, della gente che è stata con te, dei tuoi gusti passati, d’incontri inattesi. Tutte cose che furono un tempo. Ti assicuro, ti ho ascoltato come riascolto dentro me quei nomi antichi. Quando racconti quel che sai, non ti rispondo “cosa resta?” o se furono prima le parole o le cose. Vivo con te e mi sento vivo.
Non è facile vivere come se quello che accadeva in altri tempi fosse vero. Quando ieri ci ha preso la nebbia sugli incolti e qualche sasso rotolò dalla collina ai nostri piedi, non pensammo alle cose divine né ad un incontro incredibile ma soltanto alla notte e alle lepri fuggiasche. Chi siamo e a che cosa crediamo viene fuori davanti al disagio, nell’ora arrischiata.
Di questa notte e delle lepri sarà bello riparlare con gli amici quando saremo nelle case. Eppure di questa paura ci tocca sorridere, quando pensassimo all’angoscia della gente di un tempo che tutto quello che toccava era mortale. Gente per cui l’aria era piena di spaventi notturni, di arcane minacce, di ricordi paurosi. Pensa soltanto alle intemperie o ai terremoti. E se questo disagio fu vero, com’è indiscutibile, fu anche vero il coraggio, la speranza, la scoperta felice di poteri di promesse d’incontri. Io, per me, non mi stanco di sentirli parlare dei loro territori notturni e delle cose in cui sperarono.
E credi ai mostri, credi ai corpi imbestiati, ai sassi vivi, ai sorrisi divini, alle parole che annientavano?
Credo in ciò che ogni uomo ha sperato e patito. Se un tempo salirono su queste alture di sassi o cercarono paludi mortali sotto il cielo, fu perché ci trovavano qualcosa che noi non sappiamo. Non era il pane né il piacere né la cara salute. Queste cose si sa dove stanno. Non qui. E noi che viviamo lontano lungo il mare o nei campi, l’altra cosa l’abbiamo perduta.
Dilla dunque, la cosa.
Già lo sai. Quei loro incontri (Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, 1947, Einaudi Editore, pag. 168-171)”.

Riprendendo a caldo quanto abbiamo appena letto, viene spontaneo domandarsi: ma noi che viviamo nel labirinto spesso indecifrabile delle grandi metropoli, l’ALTRA COSA di cui parlavano i viandanti l’abbiamo davvero, definitivamente perduta?

Beh, sì, l’abbiamo perduta per sempre, se intendiamo l’incontro con gli dèi: vale a dire con misteriose potenze sovrannaturali, esterne alla nostra psiche. Potenze che abiterebbero i recessi più segreti dell’ambiente naturale, e le sue estreme solitudini, ed avrebbero la capacità di agire attivamente sugli esseri umani, condizionandone gli stati mentali, i comportamenti, il destino. Però siamo proprio certi che la parola “dèi” non ci possa condurre verso approdi diversi? La prima parte di questo mio intervento esplorerà proprio una simile possibilità.

Una tipica caratteristica delle cosiddette “culture arcaiche” era quella di collocare all’esterno della psiche individuale la causa e la responsabilità di emozioni, inquietudini, stupori e turbamenti, in qualche modo “anomali”, spesso suscitati dall’impatto col mistero della natura. I nostri lontani antenati tendevano a immaginare se stessi come passivi ricettacoli; e attribuivano alle radici di quei loro inconsueti stati d’animo un nome distinto, una volontà autonoma, un potere coercitivo. In sintesi, una connotazione “sacra”. Suppongo che nel grande specchio della natura in realtà uomini e donne intravedessero già allora una diversa immagine di sé stessi; la quale però, per essere così insolita, sconosciuta, e generatrice di sgomento, veniva presa per l’effige di un dio, e venerata di conseguenza.

Tutto ciò doveva risultare particolarmente vero quando i nostri antenati erano spinti dagli eventi a confrontarsi con la montagna, la quale si imponeva alla loro esperienza come l’antitesi radicale del mondo quotidiano. Attribuire alle gole impenetrabili dei monti, ai loro appicchi vertiginosi, ai loro ghiacciai, alle loro valanghe, uno sguardo e una intenzione – anche se indecifrabili – significava già, in qualche modo, tessere le prime esili maglie di un rapporto; equivaleva a stabilire i presupposti dell’ingresso, nel recinto tranquillizzante degli spazi dominati dalla cultura umana, di un QUALCOSA che, in partenza, si presentava come incontrollabile al massimo grado. A quel punto sarebbe stato poi compito delle pratiche rituali e magiche, delle preghiere, delle offerte votive, ammansire tali forze selvagge, pilotandole verso esiti vantaggiosi per i singoli e le comunità. L’impresa, certo, rimaneva irta di rischi; però essa almeno contribuiva a scongiurare il devastante scoramento dovuto ad una sensazione di totale impotenza.

Gli uomini e le donne moderni in cui tutti noi occidentali ci riconosciamo, hanno respinto ai margini estremi dei loro orizzonti culturali un simile procedimento di appropriazione magica dei fenomeni naturali, relegandolo nel campo delle superstizioni. Possiamo dar loro torto? Non credo proprio. E tuttavia… Tuttavia nella nostra realtà esistenziale è rimasto un vuoto che solo raramente viene colmato. Per chiudersi alle spalle la porta, ormai inutilizzabile, della sacralità arcaica, troppi di noi hanno finito col perdere la chiave che apre un’altra porta: la porta che può condurci alle radici “sacre” del rapporto biologico tra la specie umana e il resto della natura.

Va riconosciuto che in realtà molti nostri simili, per un verso o per l’altro, quella porta sono riusciti a mantenerla comunque socchiusa, o almeno hanno sentito il bisogno di spingere lo sguardo al di là, anche se soltanto attraverso il buco della serratura. Uno di costoro era Marcel Proust, il quale ha scritto: “Io non ero avido di conoscere che quello che credevo fosse più vero di me stesso; quello che aveva per me il pregio di mostrarmi un poco della forza e della grazia della natura, così come si manifesta lasciata a se stessa, senza intervento degli uomini. Meno essa portava la loro impronta e più spazio offriva all’espansione del mio cuore”.

Proust non era certamente un gran camminatore e tanto meno un alpinista! Però il senso di questo paragrafo può essere esteso con particolare pregnanza al rapporto tra l’uomo e la montagna. Perché proprio quel rapporto, più che altri, sembra favorire l’emergere alla superficie della coscienza di emozioni e stati d’animo curiosamente analoghi a quelli che un tempo venivano vissuti come la prova di una presenza o di una possessione sovrannaturali. Quasi che ciascuno di noi, esponendosi a cuore aperto e in totale libertà di spirito al contatto diretto con un ambiente naturale così sovrumano, misterioso e fuori misura, recuperasse miracolosamente una eco dei turbamenti che avevano provato i nostri lontani progenitori di fronte alla “ierofania folgorante” della montagna. Lo sappiamo bene: i deserti sono sempre stati territori privilegiati di esperienze iniziatiche. E le montagne sono veri deserti, anche se deserti verticali. Luoghi selvaggi in cui coloro che ne sentono il bisogno interiore possono ancora misurarsi con la solitudine, il silenzio, e soprattutto con l’autenticità di un rapporto spazio–temporale dal quale sono escluse, per scelta volontaria, tutte le protesi e i diaframmi protettivi che la società in cui viviamo ci offre, ci propone e impone, con effetti sterilizzanti. Per questo la montagna propizia fortissimi investimenti affettivi: è il crogiolo nel quale fatiche, disagi, pericoli si trasformano da sgradevoli scorie in metalli preziosi.

Facciamo un passo avanti. Il famoso naturalista John Muir sosteneva d’essere arrivato a formulare la teoria scientifica della formazione glaciale della Sierra Nevada sdraiandosi sulle grandi placche di granito, levigate dal passaggio di antichi ghiacciai, per imparare da esse a pensare come penserebbe un ghiacciaio. Espressa in questi termini, la frase appare insensata e potrebbe essere facilmente liquidata come il mediocre gioco di parole di un inguaribile romantico. Infatti, dal punto di vista della logica più elementare nessun nostro simile può credere seriamente di pensare come un ghiacciaio. O, se per questo, di pensare come un falco, o una marmotta, o uno stambecco. E’ bene lasciare ai cartoni animati un simile tipo di infantile antropomorfismo.

Dobbiamo riconoscerlo: ciascuno di noi è condannato al soggettivismo di specie. Esistono confini biologici che nessuno riuscirà mai a varcare. Ciò è pacifico. Quello che non è altrettanto pacifico è che le donne e gli uomini di oggi conoscano davvero – per averla esplorata a fondo – l’estensione reale di quei confini. La cultura dominante, dalla quale siamo stati nutriti, e l’organizzazione della società in cui viviamo, tendono a costringerci entro steccati assai più angusti; facendoci credere che al di là si stendano solo pericolose sabbie mobili, dalle quali l’io individuale potrebbe venir risucchiato e annullato. Non è così. Come ha scritto giustamente lo storico statunitense Eric Leed, i confini sono fatti da coloro che li attraversano. Vale a dire, da coloro che hanno il coraggio di attraversarli. A sua volta Gregory Bateson affermava: “I problemi principali del mondo sono il risultato della differenza tra il modo con cui la natura opera e il modo con cui l’uomo pensa”. Se ciò è vero, ne consegue che la soluzione di tali problemi deve passare attraverso la conquista di un pensiero nuovo, che non si ponga come antagonista dell’opera della natura. E di questa si riconosca parte. Esplorare e abitare i veri confini biologici, al di là dei ben più angusti confini culturali che ci siamo costruiti a un palmo dal naso, ossessionati come siamo dal timore di perderci nell’indistinto, ci avvicina alla meta auspicata da Bateson, perché ci aiuta a liberarci da una concezione campanilistica e miope della cultura, vissuta in senso claustrofobicamente antropocentrico, per immergerci nel grande fiume della cultura “sapienziale”. Una cultura più sciolta, libera e aperta che il filosofo norvegese Arne Naess ha felicemente chiamato “Ecosofia”.

Anche il filosofo francese Mikel Dufrenne lo ha detto molto bene: “Esiste una connivenza di fondo tra noi esseri umani e la natura. Questa intimità primordiale, genetica, può liberarci dalla pressione dei poteri esterni e delle strettoie della nostra formazione culturale, per permetterci di gustare alla sorgente il sapore del sensibile”. E non dimenticarlo mai più.

Ecco che in questa prospettiva, l’affermazione apparentemente avventata di John Muir diventa pienamente condivisibile. In realtà noi non dovremmo aver bisogno di sforzarci a immaginare come pensano i ghiacciai, i falchi e quant’altro ci circonda. Il pensiero umano, quando, come ci insegna ancora Gregory Bateson, accoglie in sé i linguaggi unificanti della poesia e della metafora, diventa AUTOMATICAMENTE il pensiero della natura, intesa nella sua globalità: ghiacciai e falchi compresi. La natura, attraverso i processi dell’evoluzione, si è costruita pezzo per pezzo un organo pensante. Quell’organo pensante è l’intera specie umana. Sarebbe sciocco illuderci di poter giungere a pensare come i falchi; dobbiamo però essere consapevoli che alla nostra specie è affidato il compito di pensare PER i falchi; e per le marmotte, i delfini, e via enumerando. Il dramma del Pianeta ha origine proprio dal tradimento che abbiamo compiuto, non volendo riconoscere quale fosse il significato della missione assegnataci. E non comprendendo che la nostra sviluppatissima corteccia cerebrale non si intendeva posta solo al servizio delle nostre pulsioni predatorie, dei nostri sogni ardimentosi e dei nostri egoistici disegni, ma anche di ogni altra manifestazione della natura, animata o inanimata che fosse.

E allora? Allora, ritornando al dialogo scritto da Cesare Pavese, l’ALTRA COSA potremmo anche non averla definitivamente perduta; e potremmo tutti riconquistarla attraverso un processo di purificazione e rinascita interiore. Henry David Thoreau ha scritto: “Quando voglio ri-crearmi (cioè crearmi di nuovo), cerco il bosco più intricato, più fitto ed esteso. Vi entro come in un luogo sacro, un Sancta Sanctorum. Lì è la forza, il midollo della natura”.

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818, olio su tela, cm. 74,8 x 84,8, Amburgo, Kunsthalle

Ora sappiamo che la cosa veramente sacra nell’incontro con gli dèi della natura non erano in realtà gli stessi dei; era l’emozione profonda, a volte sconvolgente ma sempre supremamente umana, alla quale gli dei accettavano di prestare il loro volto immobile e ben altrimenti enigmatico. Quella stessa emozione, quel senso di reverente, inesauribile meraviglia che proviamo di fronte al “midollo” della natura restano sacri anche oggi, seppure spogliati da ogni connotazione metafisica. Sono sacri perché ci rivelano poeticamente il significato della nostra presenza biologica su questa Terra. E aggiungo, continuano testardamente a ricordarci quali dovrebbero essere le nostre responsabilità nei confronti della Terra.

E’ proprio questo, che ho tentato di tratteggiare, il retroterra culturale e filosofico dell’associazione Mountain Wilderness, fondata nel lontano 1987 da un folto gruppo di alpinisti e cultori dell’ambiente montano, provenienti da ogni angolo del Pianeta. Mountain Wilderness fin dall’inizio si è definita portatrice di una visione neo-umanistica del rapporto tra gli esseri umani e i grandi spazi deserti delle montagne del mondo.

Ma cosa significa, in poche parole, ambientalismo “neo-umanistico”? Nelle nostre intenzioni si tratta di un approccio ai temi ambientali che deve porre al centro della sua “mission” le donne e gli uomini, per renderli consapevoli che non è possibile vivere “di solo pane” e che non ci sono soltanto aspettative materiali che attendono d’essere soddisfatte.

Difesa dunque di un rapporto autentico e creativo – non utilitaristico ed economicistico – tra gli esseri umani civilizzati e la natura, all’interno di una visione del senso della vita olistico e “sapienziale”.

E’ una posizione che non si contrappone al “taglio” dell’ambientalismo scientifico, non sottovaluta le ricerche di questo, le sue argomentazioni, i suoi timori. Concorda sull’urgenza di trovare soluzioni ai problemi gravissimi derivanti dall’effetto-serra, dalla crisi idrica, dall’inquinamento galoppante, dalla sovrappopolazione, dall’esaurimento delle risorse primarie, dagli attentati alla bio-diversità. Però crede che tutto questo non basti. Gli stili di vita alternativi, necessari per tentare di uscire dal gorgo e raggiungere le sponde felici di una società stazionaria e conviviale, non verranno mai adottati dalla maggioranza degli esseri umani solo sulla spinta di timori e previsioni razionali. Perché ciò accada, prima che sia comunque troppo tardi, è necessaria anche una rivoluzione del cuore. A fianco e a sostegno degli scenari certo non ottimistici che ci mette davanti agli occhi l’ecologia scientifica, dobbiamo avere il coraggio di innalzare i vessilli di un amore viscerale e disinteressato per la natura incontaminata. Noi combatteremmo contro la deforestazione dilagante, contro l’inquinamento delle acque, contro le emissioni che provocano il buco dell’ozono, contro la estinzione delle specie animali e così via, anche qualora, paradossalmente, da queste tragedie planetarie non venissero minacciati – come invece purtroppo accade – la nostra salute fisica e il nostro benessere materiale. E combatteremmo semplicemente perché boschi intatti, animali selvatici, acque limpide, ghiacciai, hanno dato e danno alla nostra vita un senso al quale non siamo disposti a rinunciare, per nessuna ragione.

Ma c’è di più. Il proposito di salvare il pianeta dalla cancrena di uno sviluppo irresponsabile resterà lettera morta se non cominceremo, mentre eliminiamo i rifiuti esterni, a liberare anche la nostra psiche da tutte le immondizie che la ingombrano.

Noi occidentali, cittadini della fetta opulenta del mondo, abbiamo oggi un bisogno di natura molto maggiore di quanto ne avessero i nostri progenitori, che nella maggior parte dei casi vivevano a contatto con ambienti naturali, se non addirittura in simbiosi con essi; di questo bisogno cominciamo tutti, in un modo o nell’altro, ad essere consapevoli. E’ un desiderio che, pur traducendosi in atteggiamenti spesso confusi, maldestri, contradditori, dovrebbe tuttavia venir preso in seria considerazione, perché denuncia la richiesta di un antidoto contro la complessità stressogena e la dilagante artificiosità dell’esistenza quotidiana. Siamo allo stesso tempo artefici e vittime di un progressivo straripamento della dimensione metropolitana, la quale tende a colonizzare ogni aspetto dell’esistenza materiale, della formazione culturale, della vita di relazione e dell’esperienza esistenziale di ciascuno. E’ una dimensione che si impone come unica, monolitica manifestazione della realtà. E che fagocita ogni altra possibile scelta. Se è vero, come pare sia vero, che i processi di conoscenza degli esseri umani si attuano principalmente attraverso serie di concatenate opposizioni (ad esempio: solo perché abbiamo esperienza del freddo possiamo divenire consapevoli del concetto di caldo, e viceversa), quanto più uno dei termini della contrapposizione tenderà a emarginare, a invadere gli spazi del suo opposto, tanto meno esso stesso resterà oggetto di esperienza critica, cioè di conoscenza. Al di là del suo apparente trionfo, il suo destino sarà quello di scivolare fuori dal cono di luce della cultura, per finire in una penombra indistinta, fatta di condizionamenti automatici e “pavloviani”, accettati dai soggetti senza reazioni critiche, quasi appartenessero all’ordine biologico o a una ingovernabile fatalità, da accettarsi ad occhi chiusi. In particolare, la possibilità che noi esseri umani abbiamo di comprendere e interiorizzare il meccanismo urbano in cui siamo immersi, è legata specularmente alla possibilità di sperimentare il suo opposto. E quale è il suo opposto più radicale se non la natura incontaminata, libera dalle cicatrici che potrebbero procurarle le ventose dei tentacoli urbani? La riconquista periodica di un rapporto emotivamente intenso con gli ambienti naturali non antropizzati si delinea così anche come uno strumento necessario per capire il mondo urbano di cui siamo ingranaggi pensanti, invece di subirlo passivamente. In questo modo la natura, sede della autenticità, può divenire lo specchio in cui si riflette, organizzandosi in un alfabeto leggibile, la città reale; e anche quella metaforica che ci portiamo dentro comunque: enorme manufatto, figlio della storia e dei rapporti sociali, per definizione e destino, artificiale.

Purtroppo, nella maggioranza dei casi, ai nostri simili difettano gli strumenti culturali di base, necessari per mettere seriamente in discussione i mille condizionamenti subiti. Pochi sono in grado di scavalcare davvero il guard-rail psicologico che li separa dagli imprevedibili risultati di una dialettica liberatoria. Di conseguenza le soluzioni adottate finiscono per deviare verso esiti antitetici ai presupposti di quel confuso bisogno di natura; e anziché costituire una risposta valida, lo soffocano in fasce. E’ triste constatare come sia facile convincere chi è stato sempre prigioniero dentro una comoda gabbietta che la scelta a sua disposizione sia solo quella di decidere in quale altra gabbia trascorrere le pause dagli impegni di lavoro, ironicamente chiamate “tempo libero”; quasi che fuori dalle sbarre fosse non solo pericoloso, ma anche disdicevole spingersi.

Se difendiamo con intransigenza un certo rapporto tra gli esseri umani e la natura montana, fondato sull’autenticità, non è perché pensiamo ad un processo automatico, una reazione chimica che si attua in qualunque condizione. Abbiamo a che fare semmai con una porta stretta, che crediamo sia molto importante lasciare aperta, anche se non tutti avranno la determinazione di varcarla. Nessuno può seriamente credere che la montagna o i deserti di per se stessi, quasi magicamente, posseggano il potere di nobilitare l’animo di coloro che li frequentano, spinti da ogni genere di ragioni. Già Voltaire trovava ridicolo tale ingenuo atto di fede.

L’ambientalismo “sapienziale” o neo-umanistico si fonda sulla convinzione che si agiti sul fondo di ciascuno di noi una voce segreta che chiede di parlare, ma alla quale la cultura dominante non offre un alfabeto comprensibile e condivisibile. L’incontro con i grandi spazi naturali potrebbe diventare quel linguaggio e dunque permettere l’erompere in superficie di potenzialità espressive – e creative – che altrimenti saremmo destinati a ignorare per sempre. E’ vero: la montagna può essere paragonata ad uno specchio fedele fino alla crudeltà, nel quale, per qualche prezioso istante, ci è concessa l’opportunità di gettare uno sguardo su alcuni tratti sconosciuti del nostro volto interiore. Però è altrettanto vero che lo specchio da solo non basta; bisogna anche possedere la volontà di specchiarvisi, spogliandosi da ogni maschera di comodo. In altre parole, non è sufficiente che la nostra psiche venga esposta alla “luce” della montagna per essere positivamente impressionata come una sorta di pellicola fotografica. La lezione della montagna può permeare di sé solo chi si è già fatto permeabile; solo chi abbia già maturato in sé la disponibilità al cambiamento.

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Montagne degli dei o altro? ultima modifica: 2024-05-04T05:33:00+02:00 da GognaBlog

25 pensieri su “Montagne degli dei o altro?”

  1. Caro Frank, divago volentieri perché al solo pensiero di montagna-sacra mi si rizzano i peli degli avambracci, ma la musica ammazzata dall’acustica del Palasport di Genova era una vera tortura per artisti e pubblico.
    Ricordo che ogni concerto a cui sono andato era reso orribile dal riverbero incontrollato delle onde sonore che così risultavano inascoltabili. Infatti me ne sono sempre andato dopo pochi brani.
    Sono un audiofilo, che ci posso fare…?
    Ora il Palasport è in ristrutturazione e gli equalizzatori ambientali degli impianti utilizzati dai musicisti, hanno fatto passi da gigante in quanto a resa acustica. Speriamo bene!
    Anche se il massimo l’aveva dichiarato Claudio Barbier, dicendo che per lui sarebbe stato fantastico scalare una via sulla nordovest del Civetta slegato con i Rolling Stones che suonavano sui prati del Col Reàn.
    Ognuno ha la sua sacralità. 
     
    It’s only rock’n’roll but I like it.

  2. Più vado avanti, più comprendo che se si sa descrivere il Sacro più non si tratta di quello (semi cit.). D’altronde se “totalmente altro” deve essere, lo deve risultare anche rispetto la nostra comprensione. Per ciò che concerne la montagna invece, credo sia possibile per tutti, ierofanie a parte o comprese, stabilire un dialogo, quello scambio vitale in grado di arricchire e rinnovare il senso di sé e la percezione del mondo, in una profonda connessione emotiva ed esistenziale, trasformativa. E credo persino possa accadere ovunque, montagna antropizzata o no. Secondo me la possibilità che questo possa accadere risiede soprattutto in una piccola preposizione, quando si passa dal pensarsi IN o PER la montagna al CON. D’altronde le preposizioni servono proprio per stabilire la relazione che desideriamo dare agli elementi di una frase/pensiero. Sono persino dell’idea che questo cambiamento, questo passare al “pensarsi con”, possa accadere anche in modo inconscio ed emergere in seguito, in modi per ognuno unici e in seguito forse sempre più consapevoli. Che poi, detta così, quel “passaggio al con” potrebbe assomigliare molto a un’irruzione del sacro ma caspita, adesso che ho detto che se lo dico non è quello, mi devo per forza tacere qui ;-). Grazie per quanto pensato, scritto e trasmesso. 

  3. Caro Comix, io Zappa l’ho incontrato di persona ad un concerto a Genova (mi pare fosse il 9 giugno 1988 al Palasport), in seguito ad uno scambio epistolare. Quanto ai libri bisogna leggerli (e capirli), non parlarne. Quello lasciamolo fare al ministro Sangiuliano.

  4. La validità di quanto scrive Pinelli non può, secondo me, prescindere dalla vena di poesia, veduta col paraocchi e ingenuità che contiene.
    Parole e concetti molto belli e nobili, ma applicati agli elementi sbagliati. Peruffo incluso.
    Almeno, così mi viene da pensare leggendoli.
    Poi capisco che ai più possano piacere e incantare, ma è perché i più non vivono IN montagna. 

  5. PARTE SECONDA
     
    Nel testo di Pinelli siamo lontani anni luce da ingenue visioni romantiche e neoromantiche dell’alpinismo (come “utopia” e “perfezione”, “eroismi” di varia natura, come ho letto in questi giorni) e non ha niente a che vedere con la dicotomia cittadini/montanari. Il sacro che si vuole introdurre in questa riflessione non ha nulla a che fare con le costruzioni mentali delle nostre culture monolitiche (confessioni religiose, dottrine metafiscihe o altro). Il sacro (qui) è una “porta pericolosa” aperta verso la libertà, creatura effimera della nostra esperienza, quali noi stessi siamo. Fossero anche solo attimi di libertà. Come quelli che viviamo in montagna, in parete, sulle creste, nelle selle, sugli altipiani, nei bivacchi sotto le stelle o le intemperie. Di fronte al vuoto, alla complessità, alla bellezza, alla differenza di dimensione, tra noi, l’abisso, le altezze. E’ un dialogo con il mistero. Senza risposta. 
     
    Credo che le parole di Pinelli vadano lette con maggiore cura di quanto si faccia di solito. 
    C’è molto da imparare e molto da discutere. Seriamente. Grazie ad Alessandro per averle pubblicate e a Pinelli per averle condivise. 
    PS Unica nota stonata. La deriva dei commenti. Perché non stare sul pezzo? Il blog rischia di perdere valore e interesse. Grz.

  6. Divido in due brevi parti.
    PRIMA Riflessioni e pensieri sempre importanti quelli di Betto Pinelli. 
    Non vedo cosa centri il “poetico” nei commenti. 
    A parte la meravigliosa citazione di Pavese, non c’è nulla di poetico in questo testo, piuttosto c’è pensiero razionale, filosofia e pratica, pure storia del pensiero, tutte proiettate verso l’irrazionale. 
    Per generare poesia (“sacralità”…), ma non per fare poesia mentre si scrive, neppure per ironizzare sulla vita dei montanari diversa da quella dei cittadini. 
     
    Il sacro come percezione (in forma di pre-sentimento) del limite – dell’abisso dentro e fuori di noi – resta una delle porte da attraversare, e qui Pinelli lo fa intuire. L’alpinismo offre questa possibilità, a chi si vuole ingaggiare, a diversi livelli. Possibilità offerta a tutti. Ma non per tutti. Costa fatica, rischio, esposizione. Ma anche gioia e divergimento (concetto più sottile del divertimento e che bisognerebbe introdurre nel nostro linguaggio). E voi tutti, alpinisti, lo sapete bene. 

  7. Strimpella, scusate,noto bloggher dall’argomentazione scordata, solfeggisava in tutte le tonalità lo stesso motivett

  8. Sbarella,noto monocommentatore, caduto in trance manichea bloggava commenti seriali da cybercaiano: buoni Vs cattivi era il leitmotiv delle reprimende in salsa morale. Talvolta bulino Vs otto ripasato, sci Vs pizza. Top: gita Vs divano: per questo argomento citò con tanto di link di rimando 24 suoi interventi in altri post.
    Stringerla,noto bloggher dall’argomentazione scordata, solfeggisava in tutte le tonalità lo stesso motivetto da più di 100 interventi.

  9. Tutti gli approcci sono legittimi, esistono tanti modi di vedere la montagna quanti sono i suoi frequentatori. L’unica preoccupazione che ci deve accomunare tutti è che le montagne (che le vediamo come mucchi di sassi o come scrigno di momenti poetici, poco rileva) andrebbero preservate, pena non aver più il contesto cercato da ognuno. La differenza è che i poeti molto raramente “rovinano” le montagne, proprio per l’approccio che hanno, chi invece ne fa fonte di business spesso, pur di far soldi, porta il caos della città su in valle, con il rischio di rovinare irrimediabilmente  la valle. A quel punto, la valle non ci sarà più, né per gli uni né per gli altri.

  10. Concordo sul non essere favorevole al consumismo ma in quanto alla genuinità i sassi ne hanno assai di più di tutte le seghe mentali che si fanno in molti.
    Crivelli, prova ad andare al tuo solito bar col solito barman a ordinare il solito  e a non ordinare niente dichiarandoti appassionato poeta di esercizi commerciali, magari usando il bagno e incollando una bustina di zucchero. Dopo un  po’ troveresti la porta chiusa.
    Poi proprio tu che lavori nell’economia dove il consumo è la base per la creazione del prodotto che ti da da vivere. Bella faccia di tolla a dichiarare che non porti nulla in valle….
    Ma ci siamo abituati alla tua storia della volpe e l’uva. 

  11. A questo punto penso che sia proprio l’oggetto a predisporre i suoi fantamici alla prolissità mistica, all’argomentazione che mira allo stordimento più che alla ragionevolezza. Pinelli, gran sacerdote di un culto per soli iniziati: dall’altra parte la massa opprimente.
    Se non fosse per una certa pseudo cultura arrogante, che si impanca a sapere ispirato ed esclusivo, si potrebbero anche tenere in considerazione le istanze di queste minoranze viziate.
    Così, per un generico senso di inclusivita riservargli qualche montagnuzza ripopolamento di wildernes un tanto al kilo, insomma una specie di clubmed per ubercaiani.

  12. Purtroppo chi, montanaro dall’inizio o montanaro acquisito, vuole fare soldi con attività in montagna, non può che trasportare la città in montagna, vedi movida, apericena, cubiste, rifugi 7 stelle, jacuzzi, funivie per turisti in ciabatte ecc. Sennò non si attira la massa, che proprio quel modello cerca. Una montagna scabra e scomoda NON attira la massa. Al contrario il cittadino, innamorato della sacralità dei monti, ha un approccio opposto: se si cerca l’aspetto poetico, si rifugge dal casino e dalla folla, a maggior ragione se questa è consumistica. Vi sono quindi due tipologie di cittadini che, pur frequentatori della montagna, sono molto diversi. I secondi, cioè i “poeti” (schiera cui appartengo anche io) non portano business ai montanari, ecco perché molti valligiani preferiscono i primi. Ma almeno a tavolino, teniamole separate queste due categorie di cittadini che “passano la domenica in valle”. 2) Nella diffusione statistica delle opinioni, tutte legittime, esiste anche la categoria di chi vede nelle montagne non dei mucchi di sassi , ma lo scrigno di una sacralità, un tempo più religiosa, oggi più spirituale, ma genuina lo stesso. Senza imporre la 2nda concezione (che io considero più nobile), occorre preservare degli spazi anche per i poeti. Se arriviamo ad una montagna SOLO consumistica, una volta che si è esaurita la “moda”, in montagna resteranno soltanto dei manufatti fantasma, come i comprensori di sci anni ’70, ora completamente abbandonati

  13. E il cavalletto mancante, secondo me, sta proprio nel credere nella sacralità delle montagne.
    I monti sono solo increspature della crosta terrestre e come le pianure, i mari e le città, offrono spazi su cui vivere.
    A prescindere da discorsi religiosi che oggigiorno trovo anacronistici, finché le montagne saranno viste come un altare/sfogatoio a disposizione dei cittadini e a loro misura, non ci sarà mai una considerazione equilibrata di questo ambiente. Lo dico da nato in città che vive in montagna e che quindi conosce entrambi gli ambienti. 
    Il montanaro spesso guarda alla città anche come luogo ambientalmente deteriorato in cui si può fare tutto pur di produrre lavoro con la solita scusa del “stiamo lavorando per voi”. 
    Credo che il montanaro abbia comunque a cuore la terra in cui vive perché, pur curandone necessariamente una parte, ci tiene a mantenerne un’altra più vasta come natura l’ha fatta.
    L’errore è piegarsi a quei cittadini che salgono in montagna solo de vi ritrovano la città. Diversamente la montagna fa paura e uno la evita.

  14. Di sicuro un bell’articolo che dà molti spunti di riflessione.

     

    Credo anch’io che si tratti “solo” di recuperare il senso di sacralità che abbiamo perduto, di sentire come il nostro corpo si faccia unicamente custodia e compagno di energie che possono spingersi ben oltre i suoi esigui confini, divenendo mare-falco-vento-vulcano-albero e tutto ciò che arriviamo a percepire, se solo ne abbiamo la volontà.

     

    Un libro che amo molto è “Sur la piste animale” di Baptiste Morizot, dove viene raccontato come per seguire la pista di certi animali sia fondamentale acquisirne l’essenza, divenire quegli stessi animali.

  15. Ah… temo che sia un conflitto senza soluzioni, senza un possibile compromesso. Non c’è nessuna particolare mala fede da parte di nessuno. S’è solo (si fa per dire…) un insanabile conflitto di interessi fra due categorie antitetiche. Si tratta quindi di una sorta di sopraffazione, di una parte sull’altra (o viceversa). Difficile che, operativamente, possa prevalere l’aspirazione poetica di chi guarda alle montagne come al regno del sacro. C’è solo da augurarsi che, dall’altra parte, ci sia quantomeno uno loro “sfruttamento” serio e non beceramente consumistico come purtroppo stiamo assistendo sempre più spesso. Se non correggiamo queste (sempre più diffuse) distorsioni, alla fine non ci saranno più montagne, né per i cittadini che auspicano luoghi aulici, né per i residenti che ne fanno terreno di lavoro.

  16. Tutto molto poetico.
     
    “Peccato” che la montagna sia abitata anche da esseri umani con gli stessi diritti e necessità di chi vive in città. 
     
    Come la mettiamo?

  17. Andate da soli sui monti.
     
    Giunti su un poggio o una cima, sedetevi e attendete che si plachi l’affanno del respiro. Poi, nel silenzio, ammirate montagne e vallate all’intorno.
     
    Infine meditate.

  18. Più che la volontà di specchiarvisi è il desiderio e la necessità di entrare in quel mondo…se non  ne senti il bisogno non lo farai mai.

  19. Da sempre io vedo la contrapposizione metropoli-montagna: non significa ripudiare la prima, anzi (ho “scelto” di vivere in città). Ma la metropoli è il luogo della quotidianità (lavoro, famiglia, sport di città, interessi culturali, cinema, libri, conferenze, riunioni, impegno civico, ecc, tutto vissuto NON come una prigione, ma come il principale centro nevralgico dell’esistenza), mentre la montagna è il luogo di una evasione dalla quotidianità (evasione momentanea perché la domenica sera si rientra nel cliché ). Proprio perché luogo di evasione, la montagna deve rimanere “sacra”, cioè naturale e poco frequentata. Se, a puro titolo di esempio, in cima al Piccolo Cervino, grazie alla recente funivia, trovo lo stessa movida cittadina, non è più luogo selvaggio di evasione. Le montagne sono deserti verticali, dice Pinelli, e il loro fascino è alimentato dalla scarsa (se non nulla) antropizzazione, sia in termini di attività commerciali (e relativi residenti stabili) sia di fruitori giornalieri. Su tutto questo impianto ideologico (che io vedevo già decenni fa),  ora si inserisce anche il tema ambientalista, che accentua la gravità dell’eccesso antropico. Le montagne resteranno sacre (e quindi fonte di emozioni per noi umani) solo se continueranno a esser “faticose” da conquistare. 

  20. Se la sacralità degli antichi nasce dalla superstizione, nei moderni può rinascere solo con il rifiuto della tecnica, che è la madre dell’utilitarismo e di ogni profanazione di chi alla contemplazione antepone la competizione. L’uomo nuovo è un poeta che non spaccia per ambientali le merci artificiali del capitalismo, ma cerca un rapporto naturale e spirituale con le cose.
     

  21. È con un sussulto dell cuore che ho letto questo bellissimo e illuminante articolo. Trovare il Pavese dei Dialoghi mi ha riportato indietro alla metà degli anni ’60, quando li ho scoperti, poco più che ventenne. Hanno accompagnato, come un vangelo, la mia scoperta della Montagna, dando voce è struttura, al mio pensiero già sensibilizzato per una naturale propensione a vedere nella Natura la mia casa. Grazie di cuore, per aver ricordato un autore sorprendentemente capace di farci vedere al di là di quella porta, stretta attraverso la quale dovremmo passare per essere più umani. E grazie a MW per quello che fa, affinché qualcosa resti intatto anche per chi verrà dopo di noi. 

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