Nevica plastica sulla Valle d’Aosta

La ricerca condotta attorno a quattro rifugi alpini: “I residui dei nostri rifiuti finiscono nelle acque che beviamo”.

Nevica plastica sulla Valle d’Aosta
di Alberto Abburrà
(pubblicato su La Stampa del 26 agosto 2020)

Nevica sempre meno. E già questa non è una buona notizia. Ma c’è di più: ora insieme alla poca neve scende dal cielo una grande quantità di plastica. Per avere un’idea del fenomeno basta dare un’occhiata ai risultati dello studio condotto in occasione dell’ultimo Tor des Geants, l’ultratrail più duro e famoso del mondo che fino al 2019 si è svolto nel mese di settembre in Valle d’Aosta. I numeri mettono i brividi anche d’estate: la stima dei ricercatori è che ogni anno, solo sull’arco alpino valdostano, cadano 200 milioni di generiche particelle, di cui 80 milioni sono frammenti di microplastiche. Il che vuol dire 25 kg di materiale riversato a pioggia su una delle zone più incontaminate d’Italia e d’Europa.

«Abbiamo fatto i prelievi in un periodo in cui la neve residua era poca, il nostro timore è che questa cifra sia addirittura sotto-stimata – spiega Roberto Cavallo che insieme alla cooperativa Erica ha ideato e curato la ricerca – Dobbiamo pensare di vivere in uno smog di plastica. Ci circonda, si degrada e adesso sappiamo anche che si muove».

Che la plastica abbia ormai infestato campagne, fiumi, laghi e mari purtroppo non è una novità. Tracce di plastica erano già state trovate anche sulle Alpi nei pressi dello Stelvio, in Svizzera, e più recentemente perfino nelle remotissime isole Svalbard e in Antartide. Ma questa analisi (realizzata dallo European Research Institute in collaborazione con l’Università di Milano) aiuta a circoscrivere il fenomeno e soprattutto prova a dare una risposta alla grande domanda: come ci arrivano questi frammenti sulla vetta delle nostre montagne? Avendo analizzato campioni di neve accumulata durante una sola stagione invernale, quella 2018/2019, e non accumuli più datati nel tempo, come i ghiacciai, la risposta appare chiara: questi pezzetti di micro-plastica (che hanno fino a 5 millimetri di diametro) non sono solo il risultato della frammentazione di rifiuti dispersi in zona, ma arrivano dal cielo attraverso le precipitazioni.

Lo studio, finanziato dalla Regione Valle d’Aosta, si sofferma anche sulla tipologia di materiale ritrovato. Dagli otto litri di materiale prelevato in quattro siti diversi sono emerse 40 particelle e la metà di queste è risultata plastica. Ci sono diversi tipi di polimero. Il più presente è il polietilene (39%) che probabilmente deriva da sacchi e sacchetti in film. Poi vengono Pet (17%), Hdpe (17%), poliestere (11%), Ldpe (6%), polipropilene (5%) e poliuretano (5%).

Più difficile stabilire l’origine e il viaggio di questi pezzetti inquinanti anche se la loro origine non è un mistero. Parliamo di fibre rilasciate dai capi di abbigliamento sintetico, imballaggi, confezioni, residui di cosmetici, dentifrici o creme solari.

«Il problema delle microplastiche è ben più vasto di quanto possiamo immaginare e non può che destare preoccupazione», conclude Cavallo. In particolare i timori sono legati ai rischi che queste particelle disperse nell’ambiente potrebbero avere sulla salute dell’uomo. È certo che ormai fanno parte della catena alimentare. Un’indagine della State University di New York sostiene che frammenti plastici siano presenti nel 90% delle acque commercializzate in bottiglia. L’Università di Edimburgo si è spinta oltre stimando che in un pasto ogni persona ingerisca almeno cento di queste particelle. Con quali conseguenze ancora non si sa, ma è difficile immaginare un impatto zero. Uno degli studi su questo tema condotto dall’Arizona State University e pubblicato pochi giorni fa ha confermato tracce di plastica negli organi di alcuni pazienti deceduti. Un’altra notizia che non lascia intendere nulla di buono.

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Nevica plastica sulla Valle d’Aosta ultima modifica: 2020-11-23T05:27:01+01:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Nevica plastica sulla Valle d’Aosta”

  1. 9
    grazia says:

    A proposito dell’abbigliamento in materiali sintetici, più passa il tempo e meno li sopporto, soprattutto se le temperature sono elevate e se devo indossarli per molti giorni di seguito. Sto tornando, piano piano, agli indumenti di fibre naturali. 
    Per il resto, proprio quando si stava cominciando a diminuire l’uso della plastica, siamo entrati in un’epoca contraddittoria che porta gli utenti a convincersi che sia più “igienico” bere una bevanda calda nel bicchierino di plastica piuttosto che in una tazzina di ceramica e, dulcis in fondo, le nuove regole impongono ai bar solo cibo da asporto.

  2. 8
    Luca says:

    Le microplastiche nascono anche dalla nostra lavatrice, qualsiasi capo sintetico ne rilascia, eppure la gente quando compra i pile fatta da bottiglie riciclate si sente in pace con la natura. Penso a tutti quegli sciatori che ogni tot stagioni cambiano capi d’abbigliamento e poi se ne vanno agli impianti, godono del divertimento offerto dalla natura ma al contempo la deturpano. Ecco l’immagine dell’uomo moderno, che consapevolmente o meno fa danni ma l’importante e fare la settimana bianca, arrivare in rifugio con Bobcat, motoslitte, funivie o elicottero per mangiare cose che potrebbe trovare in una comunissima trattoria.

  3. 7
    Andrea Parmeggiani says:

    @filippo
    Hai ragione, ho letto in modo superficiale l’articolo – purtroppo per motivi di tempo – , e non mi ero accorto che parlava di particelle vere e proprie (infatti si dice fino a 5 mm). E’ giustamente evidente che non possono essere a causa dell’incenerimento.

  4. 6
    palms says:

    A Petrocelli un profondo e sentito grazie.
    (Dieci, cento, mille Petrocelli!)

  5. 5
    Filippo Petrocelli says:

    Le ragioni plausibili sono tante, di sicuro non c’entrano gli inceneritori che come noto le plastiche le bruciano. Le microplastiche, ossia i micro frammenti delle plastiche trasportate dai fiumi ai mari, sono entrate a pieno titolo nel ciclo dell’acqua (dunque della vita). La cosa più probabile è che, così leggere, vengano trasportate in atmosfera dallo stesso vapor acqueo che dai mari sale a formare le nubi, dunque venga poi rilasciato con le precipitazioni (nevose in questo caso) a terra. 
    Voglio chiarire, però, non è mia intenzione fare la difesa d’ufficio degli inceneritori che presentano senz’altro delle criticità ambientali e per la salute. Ma il comprendere certi meccanismi chimico-fisici può aiutare a formulare ipotesi più credibili e indirizzare meglio le scelte, anche politiche. L’ambientalismo moderno ne ha un gran bisogno. Nel caso di specie, sie ne deduce che il riciclaggio possa sì essere una strada preferibile ma in prospettiva insufficiente a contenere il fenomeno (ricordo che le microplastiche sono entrate anche nella catena alimentare marina..), tanto più che dallo studio dell’articolo si capisce che la maggior parte di questi micro frammenti provengono dai film plastici, che non sono oggetto di riciclaggio. 

  6. 4
    Andrea Parmeggiani says:

    @Filippo 
    Allora qual’è la ragione scientifica vera dell’origine delle microplastiche? Dato che mi sembri esperto in tema puoi erudirmi…

  7. 3
    Filippo Petrocelli says:

    @Parmeggiani
    Questa è un’ affermazione che nella sua sintesi tranciante ci dimostra quanto mai che viviamo nell’epoca della post verità: ossia non è vero ciò che è dimostrato dalla scienza (che si tratti di nuovi studi o di teorie consolidate) ma è vero ciò che ognuno crede nel suo profondo. Potremmo cominciare a proporre alle riviste scientifiche la pubblicazione di qualche post di facebook dei tanti improvvisati neo-scienziati, in luogo di studi e sperimentazioni difficili da capire, costosi, lunghi, a volte persino vani.
    P.S. la combustione produce senz’altro qualcosa di inquinante (come diossine, gas acidi e metalli pesanti e ovviamente CO2) ma di sicuro non microplastiche. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Anche la chimica, a quanto pare…

  8. 2
    Carlo R. says:

    Non sono un chimico né un fisico ma non ricordo chi disse che “l’uomo è riuscito ad inventare un materiale la cui durata è pressoché infinita, ma è usato per costruire cose usa e getta”. Da alcuni studi le plastiche deteriorandosi arriverebbero a frammentarsi in pezzi talmente piccoli da essere sollevati e portati in giro dal vento, come fossero granelli  sabbia; non mi sembra così impossibile che possa piovere plastica, come a volte piove acqua con sabbia. Alla fine, qualunque sia la verità scientifica, ci siamo messi in un bel guaio..

  9. 1
    Andrea Parmeggiani says:

    Non porto prove scientifiche a dimostrarlo, ma mi pare evidente che è il risultato dell’incenerimento dei rifiuti.

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