Nicola Pech

Intervista a Nicola Pech
(vice-presidente di Mountain Wilderness Italia)
a cura di Martina Guglielmi
(pubblicato su avevolevertigini.com il 26 gennaio 2026)

Nicola, voi parlate di autosufficienza in montagna. Mi definiresti meglio questo concetto?
Noi, più che di autosufficienza, parliamo di auto-responsabilità e auto-protezione: riteniamo che la montagna, la wilderness, gli spazi incontaminati, oltre a essere un serbatoio di biodiversità, sono anche uno spazio dove l’uomo può ancora ritrovare il confronto con sé stesso, con i propri limiti attraverso un incontro diretto con i grandi spazi dove vivere in libertà la solitudine, i silenzi, i ritmi, le dimensioni, le leggi naturali, i pericoli .Quindi crediamo che tutto quello che l’uomo può fare in quegli ambienti derivi da un confronto serio con sé stesso. È chiaro che, perché questo si avveri, gli ambienti alpini dove pratichiamo le nostre attività devono essere il più possibile mantenuti al loro stato naturale. 

Nicola Pech

Per noi autosufficienza non significa fare corsi di sopravvivenza, ma essere in grado di valutare dove si è, dove si va: essere consapevoli che nelle Alpi esiste il soccorso alpino, ma che non va abusato, ad esempio, e questo non vuol dire essere eroi, perché se ti rompi una gamba e rischi di morire assiderato, il soccorso alpino lo puoi chiamare. È importante avere la capacità di misurarsi con un ambiente e con i pericoli che in questo ambiente esistono. 

Possiamo dire che per noi vale un po’ il concetto ‘insicuri in montagna’: la montagna per sua natura non può garantire nessun tipo di sicurezza. Il problema è che viviamo in una società dove tutto è ridotto a protocollo e con la convinzione che se rientro in quegli standard, nulla mi può succedere. 

In montagna non è così. 

Le nostre azioni generano sempre degli effetti e noi dobbiamo essere responsabili delle conseguenze, in montagna come anche in pianura.

Mountain Wilderness per i Monti della Laga, 1989

Oggi questa esigenza di sicurezza, di mettere a norma tutto, come nelle falesie ad esempio, secondo te andrà anche a ‘invadere’ quello che è il terreno alpinistico, la sua anima libera?
Già parzialmente l’alpinismo è stato intaccato. Se pensiamo agli spit, alle corde fisse, alle bombole d’ossigeno… anche l’alpinismo è già stato fortemente intaccato. 

Questo è un’estremizzazione, ma se ci pensiamo bene, anche una relazione della via o dell’itinerario intacca lo spirito originario, l’avventura: non so dove sto andando e mi devo cercare la strada, il percorso, e per farlo devo entrare in sintonia con la montagna, capire quali sono i suoi punti deboli, che nell’alpinismo classico vuol dire ‘passo dove è più facile, dove i miei limiti fisici, tecnici, di capacità, di allenamento mi permettono di passare’. Oggi le cose sono cambiate.

La tendenza è quella di infrastrutturare anche la montagna: pensiamo agli impianti da sci, alle vie ferrate, alle falesie, alle corde fisse, questi elementi vanno contro allo spirito dell’alpinismo, l’essere capaci di capire quali sono i pericoli e quali sono i propri limiti.

Mountain Wilderness alla Ferrata Bover-Lugli

Quindi voi siete contrari a queste ‘infrastrutture’.
Noi siamo totalmente contrari, lo siamo sempre stati: contrari agli spit, alle corde fisse, soprattutto in Himalaya, che poi rimangono lì e ciclicamente qualcuno cerca di toglierle, come nella nostra iniziativa Free K2. Il senso è quello di toglierle o non mettere, perché chi viene dopo deve avere le stessa possibilità di chi l’ha preceduto, nulla più nulla meno. 

Quali ostacoli avete dovuto e dovete superare per raggiungere i vostri obiettivi e difendere la wilderness?
Noi siamo stati fondati nel 1986: i temi che c’erano allora ci sono ancora oggi. La tecnologia aumenta sempre più le possibilità e quindi l’infrastrutturazione è sempre più massiccia. Ricorderai la funivia del ghiacciaio su cui noi abbiamo appeso lo striscione nel 1988: ora in quell’immenso bacino glaciale hanno costruito una specie di astronave che si chiama Skyway… La nostra grande battaglia non l’abbiamo ancora vinta, ma almeno stiamo facendo qualcosa.

Gli ostacoli incontrati da Mountain Wilderness non sono mai stati né casuali né neutri: sono stati, nella loro quasi totalità, il prodotto di interessi economici voraci, di chi ha guardato alla montagna come a una risorsa da sfruttare e mercificare, senza alcuna considerazione dei danni profondi inflitti agli ecosistemi e alle coscienze di chi la montagna la vive e la frequenta. 

Dalle prime battaglie contro l’eliski fino alla normalizzazione dell’elicottero come fosse un taxi, il problema non è mai stato il progresso in sé, ma l’uso predatorio della tecnologia piegata al profitto. La montagna, da luogo di esperienza e comprensione del proprio limite, è stata trasformata in prodotto. E da lì la massificazione, la richiesta di sicurezza, l’infrastrutturazione crescente: un cortocircuito assurdo che nega l’essenza stessa dell’andare in montagna. 

Tutti hanno diritto di salirci, certo, ma con mezzi leali, assumendosi il peso dei propri passi. Quando quel peso viene eliminato, resta solo il vuoto di un consumo che corrode il paesaggio e, insieme, il pensiero.

Mountain Wilderness contro l’eliski, Adamello 1992. Foto: L. Reboldi.

Gli ambienti incontaminati di quota, anche questa è un’espressione che ho preso dal vostro sito, riguardano solo l’alta montagna?
Eh, bella domanda. Questo è stato spesso oggetto di dibattito.

Ad esempio per Messner sì: l’alta montagna va da una certa quota in su. È difficile avere una risposta univoca. Secondo me no, perché tu difendi la montagna partendo dalla pianura, dalla cultura, dai limiti che devono esserci in montagna come sul piano, e quindi è talmente tutto legato che è un po’ difficile definire la quota. È chiaro che il malgaro che deve portare 150 chili di formaggio ha diritto a un ausilio, però l’elisciatore no, lui non deve portare i pesi, quindi o ci va con le sue gambe oppure non ci va.

Ho letto un articolo di Montagna.tv dove riportano in sintesi un pensiero di Messner sulla conservazione della natura del paesaggio: “quelli porteranno alla rovina della montagna”, ha detto senza mezzi termini, aggiungendo “la wilderness va garantita, ma sopra i 2400 metri, dove non ci sono malghe, né animali; al di sotto, ben vengano impianti di risalita. Attività contadina e il turismo devono poter convivere e quando economicamente il contadino si trova in difficoltà deve poter trovare solidarietà dai proventi del turismo”. Messner vi ‘accusa’ di fondamentalismo. Dato che è stato uno dei fondatori del vostro movimento, che ne pensi a riguardo?
Dal punto di vista prettamente alpinistico già nei suoi primi scritti Messner affronta uno dei temi di cui abbiamo parlato: l’uccisione del drago nell’articolo L’assassinio dell’impossibile. Lì siamo perfettamente in sintonia e Messner rimane forse il più grande alpinista di tutti i tempi, qui non si discute.

Dal punto di vista storico e pratico, lui a un certo punto ha avuto dei dissapori con il direttivo di allora di Mountain Wilderness e quindi ha deciso di andarsene.

Per noi questa scelta è stata un gran dispiacere, perché lui avrebbe dato gran voce alle nostre battaglie. E forse anche lui in qualche modo è dispiaciuto.
Per quanto riguarda il ‘fondamentalismo’, forse c’è stata un’incomprensione o una degenerazione di quanto è stato detto: io, ad esempio, sono d’accordo che le popolazioni in montagna devono vivere e possiamo anche dire che gli impianti di risalita nel corso della storia hanno aiutato alcune vallate a uscire da una vera e propria miseria. Ma dobbiamo porci dei limiti. 

Dobbiamo invadere tutte le Alpi di impianti di risalita? A pro di cosa? A chi vanno in tasca questi soldi? Siamo sicuri che i guadagni dagli impianti di risalita non vadano in tasca solo a pochi impiantisti e che i valligiani si debbano accontentare delle briciole?

Noi non siamo ‘talebani’: noi pensiamo semplicemente che debba esserci una misura, un limite.

2400 metri, 2000… secondo me non ha molto senso identificare una quota in modo rigido.

Io sono alpinista, ma vivo a Milano e certe sconcezze non mi vanno bene neppure qui in città…

Lo Scarpone, 16 marzo 1990

Nella rivista del CAI Lo Scarpone, nel numero del 1990, ho trovato un testo in cui si parla di un libro di Bonatti appena uscito in quel periodo, sul suo pensiero e sulla dichiarazione di Pinelli (di seguito l’articolo). Tu che ne pensi?
Non so a cosa esattamente si riferisse Bonatti, ma posso dirti che quella della furbizia non è un’accusa nuova: fare i ‘furbacchiotti’ è un’accusa ricorrente e pretestuosa verso chi difende l’ambiente.

Probabilmente alcune associazioni ambientaliste lo sono state, hanno avuto della convenienza economica, politica. Di certo non noi: siamo sempre stati pochi e molto agguerriti, senza sovvenzioni pubbliche, con un bilancio che è qualche decina di migliaia di euro all’anno. Nessuno di noi qui diventa ricco. 

Certo, siamo umani e tutti possiamo sbagliare.

Pinelli ha più di 90 anni ed è ancora l’anima di Mountain Wilderness, pur non avendo più cariche esecutive all’interno dell’associazione: è sempre un riferimento, una persona con grande lucidità, capacità di ascolto. Se avrai tempo e vorrai intervistare anche lui, ne rimarrai affascinata.

Sarebbe fantastico. Ti faccio anche un’altra domanda, a cui ovviamente puoi non rispondere: voi siete sovvenzionati solo dai vostri sostenitori?
Noi siamo sovvenzionati solo con le quote sociali e il 5×1000.

Quindi non avete sponsor, aziende che vi sponsorizzano…
No. Quando Mountain Wilderness International ha realizzato il progetto in Pakistan, Girls in Action, aveva due sponsor, ma erano tecnici per l’attrezzatura. 

Girls in action. ©Mountain Wilderness.

Non prendiamo soldi né da sponsor, né da aziende, né dallo Stato. 

Ci furono alpinisti di spicco che al momento della fondazione di MW non aderirono o magari si sono dimostrati contrari?
Bonatti, ad esempio, non ha aderito (Vedi al fondo dell’articolo il testo integrale della lettera di Walter Bonatti, pubblicata su Lo Scarpone, 1987).

Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988. Foto archivio MW Italia.

Quali sono state le manifestazioni più significative, secondo te?
La manifestazione più iconica resta senza dubbio quella sul Monte Bianco: un gesto simbolico e radicale, capace di parlare al mondo senza bisogno di folle. Ma non è stata l’unica. Le grandi spedizioni–pulizia, come Free K2, ci hanno garantito una visibilità enorme: non perché volessimo fare gli ‘spazzini delle montagne’ (come Pinelli ha sempre precisato), ma perché volevamo rendere evidente ciò che rifugisti, impiantisiti e alpinisti lasciano dietro di sé, e usare quella evidenza come strumento di educazione. 

Accanto a queste azioni, ce ne sono state molte altre: contro l’heliski, contro le motoslitte, contro nuovi impianti di risalita che continuavano a erodere territori già fragili. 

Non abbiamo mai pensato che il successo si misurasse nel numero dei partecipanti: ciò che cercavamo era l’eco, la capacità di incidere nell’immaginario e nel dibattito pubblico. E a volte quell’incidenza è diventata realtà concreta, come nel caso dell’istituzione del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga, uno dei risultati più significativi di una lunga stagione di lotte. Segni tangibili che dimostrano come l’azione, quando è coerente e radicale, possa davvero cambiare il destino dei luoghi.

Qual è stata all’inizio la reazione delle associazioni, come i Club Alpini, al movimento?
Di base, noi siamo una costola dell’Accademico: Pinelli è un accademico. Poi Pinelli ha voluto fondare un’associazione a sé, più autonoma.

Ma il CAI rimane comunque per statuto un’associazione anche ambientalista, che si impegna nella difesa delle montagne. 

È chiaro che noi abbiamo un focus diverso e nel CAI siamo molto stimati da qualcuno e considerati estremisti da altri. Ma devo dire che in generale c’è grande solidarietà.

Ti chiedo qual è la reazione dei giovani, il loro coinvolgimento. Avete avuto modo di monitorare questo? 
Bella domanda anche questa. 

I corpi intermedi nella società attuale, come sai, sono gravemente indeboliti. Quando parlo di corpi intermedi penso alle associazioni ambientaliste, ai sindacati… Noi soffriamo, come tutte le associazioni, la crisi dell’associazionismo. La soffriamo meno degli altri, perché siamo un’associazione molto piccola e molto focalizzata sulla montagna, ma abbiamo anche noi un corpo sociale vecchio, con poco ricambio generazionale. Io sono in Mountain Wilderness da dieci anni e quindi sono entrato che avevo 40 anni: ero uno dei giovani. 

Non c’è oggi una partecipazione ampia di giovani ed è un dato che non neghiamo. Tuttavia, Mountain Wilderness non vive questa condizione come una resa, ma come una fase di passaggio. 

Auspichiamo l’ingresso di nuove forze capaci di portare aria fresca, nuove istanze, linguaggi diversi e forme di attivismo più creative e aderenti al tempo presente. Sappiamo che alcune modalità di comunicazione funzionano meglio di altre con le giovani generazioni e continuiamo a sperimentare, a interrogarci, a metterci in discussione. Perché un’associazione che pretende di difendere la montagna non può permettersi di restare immobile: deve accettare di essere attraversata dal cambiamento, se vuole restare viva..

Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988. Foto archivio MW Italia.

Come lo vedi il futuro? Ci sarà più attenzione da parte delle nuove generazioni, secondo te?
Alcuni miei colleghi, da più anni di me dentro Mountain Wilderness, su certe cose mi dicono “tu non hai idea che passi avanti sono stati fatti”.

Ci sono una sensibilità e una consapevolezza diverse oggi. Però io credo poco all’efficacia dell’azione individuale, dovrebbe essere politica, di tutti. Noi possiamo avere tutta la sensibilità e la consapevolezza che vogliamo, ma poi dobbiamo votare le amministrazioni comunali, che magari permettono quel tipo di aggressione alla montagna (con impianti, eccetera, ndr). Questo è il vero disastro. 

A me piacciono quelli che fanno l’avvicinamento in bicicletta per andare a fare scialpinismo, ma è chiaro che sono una nicchia. Va bene, danno il buon esempio, sono belle avventure. Certi avvicinamenti sono molto più romantici, ma poi quanto influiscono questi pochi sulla massa? 

Molto meno rispetto ad azioni strutturate e collettive, che forse sono meno romantiche, meno fotogeniche, ma producono risultati concreti. 

È indubbiamente più eccitante un gesto spettacolare, un’azione simbolica che scalda l’immaginario, rispetto a un ricorso al TAR o a una richiesta di accesso agli atti. Ma è spesso lì, in quei passaggi opachi e faticosi, che si giocano le partite decisive. È lì che si inceppano i meccanismi di chi vuole costruire una funivia su una frana attiva ed è lì che l’azione politica smette di essere testimonianza individuale e diventa conflitto reale. 

Passo del Tonale- Stop eliski, Mountain Wilderness 1998. Foto: Magda Zani.

Guide alpine, guide naturalistiche, altre figure che si apprestano a portare persone in montagna: qual è il loro contributo a tutelare la wilderness?
È impossibile generalizzare. Il mondo delle guide non è un blocco unico, e ogni semplificazione rischia di essere fuorviante. Esistono modi di fare la guida che sono esemplari, come quello di Michele Comi: pratiche fondate su una profonda sensibilità culturale, su un’etica chiara, capaci di formare frequentatori consapevoli e rispettosi della montagna. Se tutti operassero con questo approccio, la qualità della presenza umana in quota sarebbe radicalmente diversa.

Esistono però anche pratiche opposte, decisamente peggiori, come quelle di chi, tra le stesse guide alpine, continua a promuovere l’heliski o forme di fruizione che trasformano l’esperienza in consumo rapido e spettacolarizzato. Lo stesso vale per certi modelli portati all’estremo, come le code sugli Ottomila himalayani: la negazione stessa dell’idea di wilderness.

Accanto alle guide alpine, poi, c’è il vastissimo mondo degli accompagnatori di media montagna e delle guide escursionistiche, che dal punto di vista numerico hanno un impatto forse ancora maggiore. Proprio per questo la loro responsabilità è enorme: possono orientare migliaia di persone verso una frequentazione più lenta, consapevole e responsabile, oppure contribuire alla normalizzazione della montagna come parco giochi. Alla fine, tutto si gioca lì: nel comportamento quotidiano, nell’etica delle scelte, nella visione di montagna che si decide di trasmettere.

1989, Vallée Blanche, la manifestaziome Mountain Wilderness per il Parco Internazionale del Monte Bianco.

Secondo te, chi o cosa ha iniziato a ‘contaminare’ la montagna?
Quello che contamina, secondo me, sono l’arroganza, la cecità, la supponenza, lo spirito colonialista. E ovviamente gli interessi economici.

Quello che rovina tutto è la mancanza della capacità di porsi un limite. 

L’alpinismo non è conquista, ma relazione. La montagna non è un oggetto da consumare né un problema da risolvere, ma un luogo con cui entrare in dialogo. E questo dialogo passa inevitabilmente dal limite: accettare che non tutto è possibile, che non tutto deve essere reso facile, che l’incertezza e il rischio, se scelti consapevolmente, hanno un valore formativo. 

È un’esperienza che ridimensiona l’ego, che smonta l’illusione del controllo totale. E quando questo accade, paradossalmente, anche la montagna ne beneficia: perché chi ha imparato a porsi un limite difficilmente sentirà il bisogno di lasciare un segno inutile.

In un altro articolo de Lo Scarpone del ’91 mi ha un po’ colpito una dichiarazione di Herzog. La costruzione dei rifugi potrebbe, secondo lui, essere coordinata o gestita dalla UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche), rendendola così “una buona volta operativa e utile”. Ecco le sue parole: “visto che c’è il problema delle spedizioni che lasciano rifiuti ai campi base, visto che di queste spedizioni capita che ce ne siano anche dieci nello stesso momento verso la stessa vetta, perché non cominciamo a costruire dei rifugi-base al posto dei campi base?”
Io in Himalaya non ci sono mai stato, ma credo che la situazione attuale sia arrivata ormai a essere insostenibile: essendoci ora così tanta gente, questo presupporrebbe la costruzione di reti fognarie, che le tende venissero portate a valle, una bonifica, una pulizia non solo del campo base, ma anche di tutti i campi intermedi… 

Potrebbe essere che creare un rifugio sia il male minore, ma io non ci credo, perché ritengo che tutte le volte che tu costruisci, colonizzi. Però probabilmente Herzog ne sapeva più di me.

A livello di principio, io comunque sono contrario. Sono certo, però, anche che non sia sostenibile nemmeno la situazione attuale. Ma una soluzione non ce l’ho.

Erano gli anni ’90 e, anche se sono parole che potrebbero tranquillamente essere pronunciate oggi, lui parlava della necessità di un’organizzazione: è proprio quello che hai detto tu. La sua proposta di un ‘rifugio base’ mi era risultata quasi simpatica, ma il tuo identificarla come una sorta di colonizzazione quando si costruisce mi trova d’accordo. Sono due punti di vista interessanti. Ti chiedo un’altra cosa: secondo te è più il potere economico o la ricerca della comodità a ‘contaminare’ la montagna e la sua wilderness?
Le due cose procedono insieme, perché molto spesso la comodità è semplicemente la forma più accettabile del potere economico. A contaminare davvero la montagna non è tanto il desiderio di andarci, quanto l’arroganza di chi pretende di piegare un bene comune ai propri interessi, trasformandolo in merce, in esperienza confezionata, in occasione di profitto.

Lo ripeto: per noi, tutti hanno diritto di andare in montagna. La differenza non sta nell’accesso, ma nella logica con cui quell’accesso avviene. 

Se la montagna diventa un fatto di moda, uno sfondo per un selfie, un trofeo da esibire, allora la wilderness viene svuotata di senso, ridotta a superficie consumabile. Diventa una colonizzazione culturale prima ancora che materiale.

Negli anni Novanta si parlava già della necessità di organizzare, di strutturare, di ‘rendere fruibile’. Sono parole che potremmo pronunciare anche oggi. Anche l’idea del rifugio-base, apparentemente innocua, diventa problematica nel momento in cui si traduce in costruzione, in infrastruttura permanente, in occupazione di spazio: è lì che il passo dalla protezione alla colonizzazione è brevissimo.

Se non fosse di moda andare sul Cervino, se si comprendesse davvero che la montagna può essere un’esperienza di crescita individuale profonda, allora sia il potere economico sia la ricerca della comodità passerebbero in secondo piano. Ciò che le persone cercherebbero sarebbe altro: la solitudine, il silenzio, la fatica. Elementi scomodi, non monetizzabili, ma fondamentali. Ed è proprio questo che rende la wilderness incompatibile con l’arroganza di chi vuole sfruttarla.

E qui torniamo sempre anche alla questione dell’educazione, soprattutto dei giovani, perché sono loro che poi portano avanti quello di cui parliamo. Però è un po’ come la questione se è nato prima l’uovo o la gallina: la mia domanda era proprio questa, secondo te è stata più l’esigenza di guadagnarci sopra oppure è stata la massificazione della montagna a fare in modo che le aziende e gli enti ne approfittassero per guadagnare? È stata la massa ad attrarre il potere economico o il contrario?
È la cultura dello sci di massa, che arriva dagli anni ’70 e che adesso col cambiamento climatico si trasforma in escursionismo di massa, che per avere un valore economico deve utilizzare gli impianti di risalita o i rifugi. Quindi è chiaro che non c’è stata una strategia occulta: la montagna pian piano si è trasformata, c’è stata una grande polarizzazione, gran parte delle valli si spopola e c’è una notevole concentrazione dove ci sono i grandi resort, che una volta erano dedicati allo sci e che adesso diventano della montagna a 360 gradi, con attività di un certo tipo in inverno e altre in estate, con le persone che con l’elicottero vanno a mangiare le ostriche a 2500 metri.

A mio parere, nasce prima l’offerta: l’offerta intravede, con un classico percorso di segmentazione e targeting di un piano di marketing, che ci sono delle nicchie o delle masse che sarebbero disposte a spendere soldi per fare certe cose. Quindi attraverso la comunicazione creo il bisogno e ti porto prima a sciare, poi a fare l’heliski, poi a consumare le ostriche, e quindi ti offro un ambiente simile a quello che tu lasci in città, dove però il panorama ovviamente è più bello e dove tu puoi vivere la stessa schiavitù che vivi in pianura, ma in montagna. 

Questa a me non sembra frequentazione della montagna, ma una cartolina dove tu replichi il tuo solito modello da consumatore in città e che con la montagna non ha nulla a che fare. La montagna è utilizzata solo come uno sfondo, uno scenario.

Ultima domanda: come vedi oggi il contributo del movimento alla tutela della parte in quota del pianeta? Come lo valuteresti oggi quello che è stato fatto?Credo che Mountain Wilderness, pur rimanendo una piccola associazione ambientalista, abbia dato un contributo enorme. Lo ha dato sia dal punto di vista teorico, con le Tesi di Biella, sia da quello pratico. 

Siamo riusciti a portare l’attenzione su temi che erano totalmente ignorati. Alcune volte abbiamo avuto dei successi, siamo riusciti a impedire che quell’impianto venisse fatto o che in quella valle non si volasse più per fare heliski, o che quella ferrata non venisse fatta. Siamo riusciti a far germogliare in alcuni un seme, a incuriosirne tanti altri…

Quindi io credo che nel nostro piccolo il contributo sia stato enorme, e soprattutto lo è stato il grande lavoro fatto dai padri fondatori, da Pinelli, da Casanova, da tutti quelli che in Mountain Wilderness sono entrati. Come hai visto tra i soci fondatori c’erano tutti i più grandi alpinisti degli anni ’80 e molti sono rimasti. 

Abbiamo seminato grandi dubbi. Si veniva da un mondo dove si riteneva che la direzione fosse unica e che quindi la colonizzazione, l’infrastrutturazione fossero la sola strada. Si è posto un dubbio e questo dubbio ha lavorato, ha seminato! 

Come ti ho detto all’inizio, non abbiamo di certo vinto e anzi, se facessi un bilancio, forse abbiamo perso, ma non so neanche se ha senso dirlo…

Non avete perso, ci avete provato e lo state ancora facendo, avete fatto qualcosa e in parte siete riusciti nell’intento!
Certo, sì, continuiamo a provarci. Quindi anche solo far fare un impianto in meno, una ferrata in meno o aver convinto una persona in più che volare avanti e indietro su un bel pendio vergine ha un sapore molto diverso che andare con le proprie gambe, sono successi.

Locandina di MW con disegno di Samivel.

Una curiosità: tra i vostri sostenitori ci sono anche gli alpinisti che usano gli spit?
Il problema non è lo spit in sé. Non è uno spit in più o in meno a cambiare le sorti del pianeta. 

Tutti, chi più chi meno, prima o poi ci siamo appesi a uno spit o a un chiodo e negarlo sarebbe poco onesto. Anche il chiodo lascia segni, anche le mani consumano la roccia.

Il punto vero è un altro: lo spit diventa un problema quando trasforma la scalata in una scala per galline, quando elimina il pericolo, l’incognita, la necessità di scegliere e assumersi una responsabilità. In quel momento non si altera solo la parete, ma si snatura il senso stesso dell’alpinismo, che da sempre vive di incertezza, di misura, di libertà.

L’alpinismo, in fondo, è libertà. Ognuno può avere la propria visione, ma nessuna visione dovrebbe puntare ad addomesticare la montagna fino a renderla innocua. Non crediamo negli estremismi: né nell’abuso degli spit, né nel purismo sterile che finisce per diventare incoerente, perché allora anche guidare un’auto per andare a scalare sarebbe un attentato alla montagna.

Noi cerchiamo il rispetto: non tanto in termini numerici (uno spit in più o in meno) quanto nel significato delle scelte.

Lettera di Walter Bonatti
(pubblicata su Lo Scarpone del 1987)
Pur riaffermando la spontaneità e il calore con cui fin dall’inizio avevo accolto il progetto di questo Convegno, e il relativo invito a parteciparvi (il convegno di Biella di Mountain Wilderness del 1987, ndr), allo stato odierno delle cose ho deciso di revocare la mia adesione. Ne è motivo la presenza, nella lista degli invitati, di persone che io reputo trovarsi in netta contraddizione con il carattere idealistico e molto significativo della manifestazione. Questo lo riconfermo anche alla luce di un successivo comunicato stampa del «Mountain Wilderness» in cui emerge, stranamente, qualche variazione riferita ai nomi specifici degli invitati, pur tuttavia conservando, questo nuovo documento, sia la data della sua versione originale e ormai diffusa, sia lo stesso numero di progressione.
Non sono il solo a ritenere che il deterioramento del territorio, di quello montano in particolare che ci riguarda più da vicino, sia imputabile non soltanto alla contaminazione fisica di acque, foreste, cime e valli, ma anche a un tipo di inquinamento più nascosto, direi subdolo, dovuto a un certo tipo di gente che in qualche modo sfrutta il complesso ambientale. È proprio da qui che parte la via maestra per degenerazioni più evidenti, ampie e concrete.
Ovviamente non siederanno al tavolo dei lavori gli operatori da cui dipendono in gran parte, fosse anche in modo indiretto, i vari tipi di inquinamento; del resto è impensabile che questi possano approvare denunce e rimedi di problemi che spesso loro stessi creano o peggiorano. Ma neppure si sarebbe dovuto ammettere a questo tavolo certi campioni dell’alpinismo, che per dubbia necessità e con troppo scarso ritegno si prestano a mercificare sé stessi e a essere strumento e richiamo di chi fa negozio. Chi vanta tali premesse è senza dubbio un interessato, e a me pare cosa ben poco edificante che gente di questo tipo venga accolta come modello esemplare cui riferirsi e da cui aspettarsi un messaggio di idealità. Nel business non può esserci espressione di idealità, e chi non possiede questa idealità non potrà difenderla se non per compiere una ulteriore speculazione. È chiaro ed è certo che in tutto ciò non può riconoscersi la voce del «Mountain Wilderness». Tali personaggi sono dunque figure sbagliate, non idonee a rappresentare e sostenere la causa dell’odierno convegno, e a mio avviso sono anche in contrasto con l’etica del Club Alpino Accademico Italiano, istituzionalmente chiuso a ogni forma di professionismo inerente alla pratica della montagna.

L’aver ignorato, o sottovalutato da parte degli organizzatori le conseguenze di un tale risvolto è stata a mio giudizio una leggerezza, anche per il riguardo dovuto agli altri convenuti, molti dei quali di grande rispetto e credibilità; e questo forse sminuirà l’effetto positivo che invece poteva ottenere pienamente una manifestazione di questo tipo, date anche le sue elevate premesse.
Il Convegno di oggi dunque, così concepito, risulta per me inaccettabile e quindi senza possibilità che io possa presenziarvi. Lo dico con grande rincrescimento.
Ritengo tuttavia doveroso, e opportuno, indirizzare agli ospiti convenuti e al pubblico presente, poche parole di ulteriore chiarimento sulla mia posizione già assunta nei confronti del problema messo sul tappeto e che ci inquieta un po’ tutti. Infatti è ormai cosa pubblica la mia offensiva da tempo iniziata contro gli inquinatori e i moralmente inquinati. Perciò sia questo il mio personale contributo all’operazione dei molti che desiderano ridare all’ambiente, e ai suoi mediatori, se non proprio la sperata idealità almeno una dignitosa pulizia
“.

Nicola Pech ultima modifica: 2026-02-08T05:42:00+01:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

10 pensieri su “Nicola Pech”

  1. che il “profitto” è la molla vitale di una civiltà 

    Bisognerebbe fermarsi e riflettere, se veramente il profitto è una molla vitale. Lo è fino a che non diventa l’unica ragione e l’unica visione, quando non è fanatismo, quando non è speculazione. Lo è soprattutto, quando questo profitto va a vantaggio di tutti.

  2. Dai Ratman,  se non spari la tua polemichetta da 4 soldi su termini correttamente utilizzati non sei felice. 
     

  3. Nella mia visione disillusa e delusa non posso che dare ragione a Rat-Man. Riflessione collaterale: homo sapiens a quanto pare è l’uniconessere che è riuscito a far estinguere gli altri componenti della sua specie ( vedi Neanderthal e altri) figuriamoci che cosa gli può interessare della wilderness???? 

  4. Chi scrive:

    “l’uso predatorio della tecnologia piegata al profitto”

    è una persona necessariamente in cattiva fede, perché abusa del possesso di concetti e uso del linguaggio.
    Egli sa benissimo che quello “predatorio” è l’unico uso possibile della tecnologia e che il “profitto” è la molla vitale di una civiltà a cui deve la sua arrogantissima educazione.
     

  5. oggi invece se un gruppo di giovani si spende contro il sovraffollamento e l’abuso di spit, viene etichettato come bega locale dai vecchiardi, alcuni dei quali pure fondatori e firmatari. Come cambiano i tempi eh? Noi comunque restiamo fedeli alla nostra lotta contro l’atteggiamento plaisir, che va ricompreso in una dinamica di sfruttamento turistico del territorio che non ha solo a che fare con dinamiche di tipo economico, ma anche con il disimpegno tipico di una società fondata sul benessere, che non rinuncia ai piaceri di una scalata, anche se il corpo e la mente consiglierebbero di darsi ad altro. Anche questo, a suo modo, è un atteggiamento usurpatore, ovviamente sempre mascherato da un democratismo di fondo che, fondamentalmente, vuole nascondere il proprio nullo spessore morale.

  6. Sì, concordo, Alberto. 
    Non la vedo, comunque, come una sostituzione: il rapporto con qualunque cosa – che non rappresenta una scelta – è vissuto con il filtro della tecnologia e, quindi, non è puro. 

  7. Sì, concordo, Alberto. 
    Non la vedo, comunque, come una sostituzione: il rapporto con qualunque cosa – che non rappresenta una scelta – è vissuto con il filtro della tecnologia e, quindi, non è puro. 

  8. I turisti preferiscono le ferrate e le biciclette perché al rapporto con la montagna sostituiscono il confronto con la tecnica. 

    Confronto? 
    Io direi dipendenza.

  9. Tra le cause che conducono alla distruzione dell’ambiente naturale non ci sono solo le infrastrutture, ma c’è soprattutto lo sviluppo della scienza e della tecnica. I turisti preferiscono le ferrate e le biciclette perché al rapporto con la montagna sostituiscono il confronto con la tecnica. I turisti si trasformano in manovali interessati più al funzionamento delle macchine che alla contemplazione  della bellezza che li circonda.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.