Novant’anni di Solitudine

Metadiario – 166 – Novant’anni di Solitudine (AG 1992-003)

Evidentemente ci era piaciuto il soggiorno del maggio precedente nelle desolate quanto meravigliose montagne di Erto e del Vajont. Ci tornammo infatti d’agosto, questa volta con base a Cimolais all’Albergo ristorante Alla Rosa, allora in gestione ad un caro amico e compagno di avventurose merende di Mauro Corona. Ma già al nostro ingresso nel locale scoprimmo che in realtà tutta la baracca era sulle spalle della moglie del gestore, un po’ quello che ci eravamo già abituati a vedere nel caso dell’Hotel du Rocher Baron, a Saint-Martin-de-Queyrières, con la Blonde e suo marito. L’albergo rispecchiava l’atmosfera dell’intero paese, trasandato, spopolato, senza progetti. Un luogo ancora dignitoso, dove nessuno si piangeva addosso, ma purtroppo molto esposto alla generale piaga subdola dell’alcol. La nostra camera era essenziale, e il valore del nostro soggiorno era assicurato non dall’arredamento bensì dalla gentilezza dei gestori che immediatamente si erano persi dietro ai paffuti sorrisi di Petra.

Cimolais, Albergo Alla Rosa, oggi
Alessandro Gogna in arrampicata sulla via Corona alla parete ovest del Campanile di Val Montanaia, 1a L. 18 agosto 1992.
La parete ovest del Campanile di Val Montanaia: in rosso la via Corona-Carratù-Giordani; in giallo: l’ultimo tratto della via normale. Foto: Saverio D’Eredità.

Il bar aveva le stesse caratteristiche delle stanze, ma era ravvivato dalla pressoché continua presenza di alcuni avventori, molti dei quali di certo preferivano alle mura domestiche quel locale fumoso, che però era protettivo nei confronti della solitudine e della rassegnazione. Già di primo mattino giravano grappe, birre e biciclette: sembrava che quel locale fosse al di fuori del tempo e dei normali ritmi di una giornata.

Mauro Corona sulla via Corona alla parete ovest del Campanile di Val Montanaia, 3a L. 18 agosto 1992.
Mauro Corona sulla via Corona alla parete ovest del Campanile di Val Montanaia, 4a L. 18 agosto 1992.

Il 17 agosto 1992 con Petra e Bibi rifacemmo la stessa gita in Val Vajont, ma non andammo oltre il punto raggiunto a maggio. Ci bastava quell’incomparabile solitudine incorniciata da montagne selvagge, senza alcuna traccia umana. Il giorno dopo, lasciate Bibi e Petra al rifugio Pordenone, Mauro Corona, Fabio Favaretto ed io salimmo alla base della parete ovest del Campanile di Val Montanaia, allo scopo di ripetere la via che lo stesso Mauro aveva aperto con Claudio Carratù e Giuseppe Giordani nell’agosto 1990. Si rivelò un itinerario di una logicità massima, su roccia buona e in grande esposizione. Fu anche abbastanza impegnativo non cedere alla tentazione di attaccarsi a qualche chiodo…

Mauro Corona sulla via Corona alla parete ovest del Campanile di Val Montanaia, S4. 18 agosto 1992.
Mauro Corona sulla via Corona alla parete ovest del Campanile di Val Montanaia, 5a L. 18 agosto 1992.
Mauro Corona sulla via Corona alla parete ovest del Campanile di Val Montanaia, 5a L. 18 agosto 1992.
Da sinistra, Alessandro Gogna, Fabio Favaretto e Mauro Corona sulla vetta del Campanile di Val Montanaia, 18 agosto 1992
In doppia lungo la parete nord.

Dopo un resting in tutta la via, arrivammo in cima abbastanza accaldati e fu lì che io tirai fuori la lattina di birra che avevo tenuta nascosta, episodio che anche Mauro ha raccontato da par suo.
Non ebbi mai più occasione, se non in quei giorni alla palestrina di Erto, di legarmi con Fabio: alpinista competente, storico e scrittore, era anche un appassionato difensore dell’ambiente e trovò il suo destino sulle Piccole Dolomiti, sotto la Guglia Gei, nel 2011.

Questo filmato è il 36° episodio di Dolomitiche, progetto nato nell’estate del 2011 dalla fertile creatività di Alessandro Beber, che di questo suo lavoro scrisse: “Prendendo ispirazione dal vino, possiamo catalogarlo come “filmato da meditazione”, con ritmi volutamente poco frenetici, da gustare in tutta tranquillità!”.

Dopo essere scesi sulla parete nord, attaccammo anche la via Toso-Faggian. Questa via, aperta da Plinio Orso Toso (di Murano, maestro vetraio e pescatore) e Bepi Faggian, di Pordenone, il 10 agosto 1959, non è molto ripetuta e si svolge sulla sinistra della parete nord: breve ma intensa.

Giochi d’acqua in Val Settimana
La “casa dei sogni” un po’ sopra al paese di Erto. Bibi ed io fantasticammo per parecchio tempo di comprarla e di metterla a posto… Ci eravamo imbattuti in quel rudere durante una passeggiata con Mauro sopra Erto. Per la posizione, secondo lui infelice, e per le condizioni in cui versava, quando Mauro capì che quella poteva essere la casa dei nostri sogni commentò: “Ah, qui caghi verde!”. Ma anche questa assai immaginifica affermazione non ci scompose e per parecchio tempo continuammo a pensare a quella casa.
In cammino verso il rifugio Maniago

Il 20 agosto salimmo al rifugio Maniago. La giornata era veramente calda, ma ugualmente volli fare una rapida puntata al Duranno. Mi accontentai di raggiungere la sommità della Spalla.

Il 21 agosto fu la volta di una bellissima avventura: la prima ascensione della parete nord-est della Pala Grande dei Monfalconi 2385 m, un bastione imponente situato a sud-ovest del Campanile di Val Montanaia. Alta 380 m, questa parete non aveva mai suscitato alcun desiderio di salita, ma in realtà è davvero bella, occorre solo “vederla”. Mauro se la coccolava da un po’ di anni, ma aveva sempre rimandato. Forse questa era la volta buona. L’accesso si fa per lo stesso sentiero che sale al Campanile, ma ad un certo punto lo si abbandona per salire a sinistra per ghiaione.

La parete nord-est della Pala Grande

Avevo visto subito che sarebbe stato un osso duro, ma confidavo nella bravura di Mauro.
Dopo una prima fessura-diedro di VI- segue un tratto facile in obliquo a destra e una traversata friabile di VI- sotto a un tetto. La quarta lunghezza toccava a me e subito mi sono trovato incagliato su una paretina ostica: occorreva salire in parete aperta per raggiungere una serie di fessure e diedri che avevamo individuato dal basso. Rimasi fermo a 7-8 m da Mauro che mi assicurava, incapace di salire né in libera né in artificiale. Vedevo che era questione di un metro, ma non c’era verso. Allora presi in mano il chiodino più piccolo che avevo (un Cassin, il più piccolo del loro catalogo), e provai a piantarlo in quelli che potevano sembrare dei buchetti nella dolomia. Dopo un po’ di tentativi fui fortunato e riuscii a martellarlo con un suono confortante. Con l’aiuto di una staffa superai il pezzetto difficile e mi ritrovai a salire sul VI- con difficoltà decrescenti fino alla sosta, alla base della lunga linea di fessure. Mauro non mi lesinò i complimenti, perché secondo lui l’aver messo quel chiodino era stata una “piccola opera d’arte”.

Proseguimmo ora più velocemente, su roccia stupenda, per la linea di fessure che durò tre lunghezze: specialmente l’ultima delle tre (la settima della via) fu impegnativa, un bel VII che per fortuna toccò a Mauro… Eravamo su una grande cengia e dovevamo capire come proseguire. Avevamo qualche difficoltà perché la nebbia ci aveva ingoiati.

Relazione di Missione da compiere, 1a parte
Relazione di Missione da compiere, 2a parte

Sapevamo però che c’era un’altra linea di fessure, che dovevamo raggiungere con arrampicata obliqua a destra. Salimmo un tiro di 40 m di V+ che ci portò, attraversata una nicchia gialla, già nei primi metri del lungo obliquo a destra. La nona lunghezza, tutta in obliquo, in generale non fu difficile, a parte un passo di VI-. Ci ritrovammo così su un’altra grande cengia, alla base della linea finale di fessure-diedro. Con due lunghezze da 50 m le salimmo, con difficoltà continue di V+ e VI-, arrivando così in zona vetta. Da lì traversammo una cengia per 80 m a destra e iniziammo una serie di corde doppie (cinque, per 215 m) che ci riportò al ghiaione a nord della parete. Chiamammo la nostra via Missione da compiere.

Bibi sul sentiero 393
Petra e Alessandro sul sentiero 393, sopra a Casso

Non avevo mai messo piede nel paese di Casso, quello che sta proprio sopra alla strapiombante falesia della palestra di Erto. Il 22 agosto ci andai con Bibi e Petra: girammo le viuzze solitarie, nella solita atmosfera di abbandono e proseguimmo per una mezz’ora lungo il sentiero 393, a nord di Casso.

Petra e Bibi a Malga Pussa
Ale e Petra al rifugio Pussa

Oramai ci eravamo perfettamente organizzati, perciò riuscivamo a muoverci senza problemi. All’inizio sembrava che gestire una bambina di neppure nove mesi senza l’organizzazione dispiegata a Levanto fosse molto difficoltoso. E invece, dopo aver messo bene a punto l’elementare dotazione di cui disponevamo, scoprimmo che alla fine tante cose non sono necessarie… Il 23 agosto guadagnammo il rifugio Pussa in Val Settimana e il Pian de Mio, un luogo strapieno di mucche. E il giorno dopo, da Cellino di Sopra 514 m, salimmo alla Forcella Frugna 1570 m: la guida per questo itinerario dà giustamente 3.30 ore. Noi impiegammo più tempo, visto il prezioso carico che avevo sulla schiena, ma ne valse la pena. Peccato per la nebbia che c’impedì di vedere il Col Nudo se non a sprazzi.

Ale e Petra a Pian de Mio
Bibi e Petra in cammino per Forcella Frugna

La sera eravamo abbastanza stancucci, ma la tavolata che si era formata al ristorante Alla Rosa prometteva ore emozionanti, tra grandi bevute e risate. Io ero d’accordo con Mauro che il giorno dopo saremmo andati a tentare una via diretta sulla parete est del Campanile di Val Montanaia, progetto ambizioso assai che sapevamo avrebbe richiesto grande concentrazione. Quella sera Mauro fu meno brillante del solito: era seduto vicino a una donna (che vedevo per la prima volta, e forse anche lui), ma non sembrava darle grande attenzione. Lei era una quarantenne dal viso duro, sembrava scolpita con l’accetta: ricordava la bellezza delle montagne friulane. Lui sembrava piuttosto concentrato sui fatti suoi e raramente interveniva nel casino generale, in genere per rispondere a qualche domanda o qualche amichevole provocazione. Verso mezzanotte e mezza mi alzai per raggiungere Bibi e Petra, accertandomi con Mauro che l’accordo fosse ancora valido.
– Domattina, ore 6.00 al posteggio del rifugio Pordenone, tranquillo.
– Ok, a domattina.

Mauro Corona su Novant’anni di Solitudine, 1a lunghezza, parete est del Campanile di Val Montanaia, 1a ascensione, 25 agosto 1992

E vidi che si alzava anche lui. La donna lo seguì come un’ombra. Intanto, la caciara del tavolo non accennava a placarsi. Li accompagnai alla porta e li vidi allontanarsi sulla Cinquecento bianca di Mauro.

Al mattino dopo, 25 agosto, alle 5.58 ero al posteggio dell’appuntamento. Dentro di me dubitavo assai della puntualità di Mauro, però ormai ero in ballo e dovevo ballare. Il telefonino l’avevo solo io…

La mia attesa fu brevissima: alle 6.00 la Cinquecento arrivò a posteggiare accanto alla mia Passat. Ne scese un Mauro scattante ma in tutta evidenza sembrava proprio non avesse chiuso occhio.
– Allora, come va? – gli chiesi.
– Una scopata… dolomitica! – mi rispose. E furono le sole parole da lui pronunciate fino all’attacco della parete…

Alessandro Gogna su Novant’anni di Solitudine, parete est del Campanile di Val Montanaia, 2a lunghezza, 1a ascensione, 25 agosto 1992

Ancora una volta ero alla base di una parete storica, in procinto di affrontarla per cercare di aprire una via nuova magari più diretta. Emilio Comici e Severino Casara avevano tentato di salire la sezione di sinistra, riuscendo ad arrivare abbastanza in alto senza però raggiungere il Ballatoio. L’itinerario fu ripreso e completato da Giuseppe Pino Cetin e Spiro Dalla Porta Xydias (VI, 170 m, 31 agosto/1 settembre 1955)). Sull’estrema destra della parete era stata aperta la via di Raffaele Carlesso e Maurizio Toto De Zanna (130 m, VI e VI+, 20 settembre 1961). Il centro era libero, giallo e abbastanza scoraggiante.

Dentro di me covavo una domanda che sarebbe stata più chiara solo qualche anno dopo: “Se sei sicuro d’aver provato almeno una volta il brivido del tuo massimo, perché riprovare a reiterare quel momento? O, peggio: perché cercare di superarti ancora?”.

A riscuotermi ci pensò Mauro, che finalmente ruppe il silenzio.
– Direi che non c’è una grande scelta… dobbiamo attaccare qui – mi disse indicandomi l’unica fessurina che incideva appena il giallo della parete.

Alessandro Gogna su Novant’anni di Solitudine, parete est del Campanile di Val Montanaia, 2a lunghezza, 1a ascensione, 25 agosto 1992

Anche per me non c’era alternativa. Mauro si offrì di cominciare e salì per 40 m tra il V+ e il VI- fino ad una stretta cengia dove fece sosta. Continuai io per quella che sembrava una parete ancora più aperta, solcata da una fessurina davvero superficiale. Procedevo lentamente, anche perché l’inizio fu davvero difficile: lo risolsi con un passo di A0, poi continuai (VI) fino a fermarmi dopo 25 m. Con l’accordo dei buoni fratelli, Mauro iniziò la terza lunghezza. Qualche bestemmia fu necessaria per superare un tratto di A0 e VI (che io poi da secondo salii in libera, VII). Superando due tettini, salì fino a un grande tetto (VI+) che lo obbligò a traversare a sinistra (VI+) per guadagnare la sosta, ormai in corrispondenza della via di Cetin, proprio alla base del tiro che aveva fermato Comici.

Mauro Corona su Novant’anni di Solitudine, 3a lunghezza, parete est del Campanile di Val Montanaia, 1a ascensione, 25 agosto 1992

Non era neppure lontanamente immaginabile proseguire a destra di questo itinerario, per lo meno con la nostra attrezzatura classica, senza spit da piantare. Così decidemmo di servirci della spaventosa fessura che sale a sinistra della via Cetin, in pratica decidemmo di intersecarla. Toccava a me. Trangugiata quella poca saliva che avevo, mi impegnai su quella fessura strapiombante, riuscendo, direi incredibilmente, a salire in libera lo strapiombo e a fermarmi dopo 25 m (VI+ e VII-). Poi proseguii ancora per la fessura, più verticale ma sempre durissima, che mi portò dopo altri 35 m (dal V+ al VII) quasi alla fine delle difficoltà. Mancavano ancora 20 m per raggiungere il Ballatoio: li fece Mauro in un attimo (IV, un passo iniziale di VI+). Giunti alla grande terrazza del Ballatoio valutammo se proseguire o meno fino alla vetta: alla fine decidemmo che non valeva la pena, ci sarebbe stata troppa differenza con le difficoltà che avevamo appena superato. Tanto valeva seguire per gli ultimi due tiri la via di Cetin e Dalla Porta, che comunque era lì a pochi metri.

Alessandro Gogna su Novant’anni di Solitudine, parete est del Campanile di Val Montanaia, 4a lunghezza, 1a ascensione, 25 agosto 1992
Schizzo di Novant’anni di Solitudine, parete est del Campanile di Val Montanaia

In seguito la cosa ci dispiacque e ci ripromettemmo di tornare e concludere in bellezza. Ma non ci fu più l’occasione… Era l’anno in cui si celebrava il novantennale della prima salita al Campanile. Chiamammo perciò la nostra via Novant’anni di Solitudine.

Petra in braccio a nonna Marisa
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Novant’anni di Solitudine ultima modifica: 2024-02-05T05:39:00+01:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Novant’anni di Solitudine”

  1. Bellissimo racconto…mi hai riportato ai tempi che con il mio compagno e il mio bimbo abbiamo percorso gli stessi sentieri, non pareti…montagne selvatiche, per gente selvatica.
     

  2. Stupendo racconto! E gustoso il dettaglio dolomitico inedito… Credo di aver fatto la prima, e con tutta probabilità unica, ripetizione di Novant’anni con Riccardo Da Canal qualche anno fa: é una via breve ma davvero impegnativa soprattutto per la difficoltà di proteggersi adeguatamente sulla roccia friabile.

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