Orso, turismo e paesaggio della paura
di Mauro Fattor
(pubblicato in pnab.it)
La domanda se la presenza dell’orso giochi un qualche ruolo sull’andamento dei flussi turistici in Trentino è legittima. Ci sono però due condizioni che vanno rispettate. La prima: tenersi alla larga da postulati arbitrari. La seconda: essere consapevoli che qualsiasi analisi dei flussi costruita su un’unica variabile – presenza/assenza dell’orso – non può che risultare priva di rilievo scientifico.
In questo articolo ci occuperemo solo della prima condizione, la seconda infatti è oggetto di uno specifico approfondimento sempre all’interno di questo numero de I Nuovi Fogli dell’Orso.

Postulati arbitrari
Il più classico dei postulati arbitrari è associare la presenza dell’orso al cosiddetto paesaggio della paura. A parte la generica e vasta letteratura sulla “sociologia della paura” a cui si può variamente e liberamente attingere, la letteratura scientifica di settore, parliamo quindi di turismo e di economia, è praticamente tutta posteriore all’11 settembre 2001, ovvero successiva all’attentato alle Torri Gemelle di New York. Il tema del paesaggio della paura specificamente inteso è dunque legato in modo diretto al rischio terrorismo con dinamiche di analisi proprie e del tutto peculiari. “In seguito agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 di New York, considerate le conseguenze sul turismo globale, l’industria turistica ha iniziato a concentrarsi sul ruolo del rischio nel turismo e della sua percezione essendo la sicurezza diventata una condizione imprescindibile per lo sviluppo di tale settore nella cosiddetta civiltà dell’airbag” (da “Turismo e domanda di sicurezza: generazioni italiane a confronto” di Alberto Cernoia e Moreno Zago, Rivista di studi sul futuro e di previsione sociale, Università di Trieste, vol. XXII, n. 2, 2017).
Questo significa che qualsiasi estensione di senso estrapolata per attrazione da questo specifico contesto e da quella specifica cornice temporale – applicate all’orso nel nostro caso – rischia semplicemente di essere fuorviante. Quantomeno bisognerebbe oggettivamente dimostrare che, a monte, esiste un’associazione orso-paura in grado di innescare nel turista/visitatore comportamenti di autotutela analoghi a quelli innescati dall’11 settembre e collegati a un’elevata percezione di rischio, in particolare la decisione di non visitare una certa destinazione avvertita come pericolosa per orientarsi verso una percepita come sicura. E invece nessuno degli indicatori, quantitativi e qualitativi, di cui dispongono oggi gli operatori turistici del Trentino va in questa direzione. Il più importante, nonché il più recente, è l’indagine Doxa condotta tra il 3 e il 16 giugno 2025 per Trentino Marketing su un campione nazionale di 2.011 individui tra i 18 e i 75 anni, rappresentativo della popolazione rispetto alle variabili di età, genere, area geografica/regione e ampiezza centro. In alcune regioni, nello specifico Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Lazio e Toscana, si è proceduto ad un sovra-campionamento mirato a migliorare la lettura dei dati su scala locale in territori di particolare rilevanza per il comparto turistico trentino.
Le indagini Doxa

Alla domanda se la presenza dell’orso incida sulla scelta di una vacanza in Trentino, il 67% degli intervistati ha dichiarato indifferenza, il 20% ha affermato che “aumenta l’interesse”, con un picco positivo, sempre a livello regionale, in Lazio dove la percentuale sale al 25% e un picco negativo in Veneto con il 15%, dove invece si registra la percentuale più alta di indifferenti con il 72% degli intervistati. Solo per il 13% del campione la presenza del plantigrado è un fattore personalmente disincentivante con una forchetta che oscilla tra il 10 e il 14%. Tra coloro che stanno concretamente valutando una vacanza in Trentino, la percentuale di chi considera la presenza dell’orso come un valore aggiunto sale addirittura al 26% a fronte di un segno negativo che si ferma al 9%.
Dalla ricerca emerge anche una percezione di maggiore numerosità della specie rispetto al passato: il 40% degli italiani ritiene gli orsi “numerosi” contro il 7% rilevato nel 2002. La quota supera il 50% tra i visitatori più recenti e tra i potenziali turisti. La maggioranza degli intervistati (70%) ritiene che il numero degli orsi dovrebbe rimanere costante, mentre un 15% auspica un aumento e un altro 15% una diminuzione.
I risultati dell’indagine realizzata quest’estate sono stati poi messi a confronto con quelli di un’analoga indagine Doxa condotta nel settembre 2002 e commissionata dal Parco Naturale Adamello Brenta. Parliamo sempre di indagine a livello nazionale, in quel caso a ridosso della conclusione del progetto Life Ursus e prima che si verificassero gli episodi di aggressione che negli anni hanno riempito le pagine delle cronache e che sono culminati nella tragica morte di Andrea Papi, nell’aprile 2023. Interessante notare come il blocco degli intervistati neutri/positivi rispetto all’attrattività turistica del Trentino in relazione alla presenza dell’orso resti nettamente maggioritario. Questo blocco costituiva l’88% degli intervistati nel 2002 e si attesta al 74% nel 2025, nonostante il 68% del campione sia oggi a conoscenza del fatto che in Trentino negli ultimi anni siano avvenuti degli attacchi all’uomo.
Tra le due indagini sono passati 23 anni e molta acqua sotto i ponti. Va dunque registrata la persistenza di un macrodato che, a livello turistico, impedisce di inscrivere l’orso nel paesaggio della paura.
Le preferenze dei turisti
I risultati delle analisi demoscopiche appena citate sono coerenti con un lavoro del 2014 dell’Università di Trento, la tesi di laurea di Alessandro Armani dal titolo “Analisi delle preferenze dei turisti per la gestione dell’orso in Trentino: i formati Best-Worst e Elicted Choiche Probability a confronto”. In sostanza si trattava di analizzare le preferenze dei turisti non residenti in Trentino relativamente alla presenza dell’orso e di indagare come due differenti formati di domanda – il Best Worst Scaling Case 3 e l’Elicited Choice Probability – potessero parzialmente differire nei risultati. Nel periodo compreso tra il 25 giugno e il 15 ottobre 2014 erano stati somministrati in formato cartaceo 372 questionari distinguendo due zone principali: il Parco Naturale Adamello Brenta e il territorio trentino fuori dall’area protetta.
Per ogni formato di domanda erano state elaborate 3 differenti versioni: una di base, una con informazioni volontarie aggiuntive ed una con informazioni supplementari obbligatorie. Queste ultime comunicavano dati relativi: al rapporto uomo-orso tra il 2007-2009, al numero di plantigradi ospitabili nel territorio trentino secondo gli esperti, alle modalità di utilizzo del radio-collare ed infine al risarcimento di eventuali danni provocati dagli orsi all’agricoltura e all’allevamento. La maggior parte dei visitatori proveniva dal Nord Italia (70%) in particolare dalle regioni vicine, Veneto e Lombardia. Seguiva poi il Centro Italia, con visitatori soprattutto dall’Emilia-Romagna. In pratica si tratta delle stesse regioni sulle quali ci si è particolarmente soffermati anche nell’indagine Doxa 2025. Di grande importanza risulta il fatto che quasi l’intero campione, per l’esattezza il 92%, era a conoscenza della presenza dell’orso in Trentino. Di questo, il 77% si era detto favorevole alla sua presenza, l’11% indifferente e il 12% contrario.
Anche in questo caso, dunque, come nelle due indagini Doxa che abbiamo analizzato, rispetto alla presenza dell’orso si confermava l’esistenza di un blocco neutro/positivo largamente maggioritario e che toccava l’88% del campione. Non solo: alla domanda su quanto la presenza dell’orso influenzasse, in positivo o in negativo, la scelta della meta, il 64% del campione rispondeva che non aveva nessuna importanza, l’8% che era un fattore scoraggiante e il 28% una delle ragioni per cui scegliere il Trentino rispetto ad altre mete. Aperta parentesi. Da sottolineare che il 95% degli intervistati successivi alla data del 14 agosto 2014 era a conoscenza dell’attacco dell’orsa Daniza a Daniele Maturi, avvenuto in quella data a Pinzolo. Chiusa parentesi. Nell’indagine Doxa 2025 questi stessi indici, come abbiamo visto, oggi si attestano rispettivamente al 67%, al 13% e al 20%. Di fatto con scostamenti minimi rispetto al lavoro di Armani. Un ultimo elemento di valutazione lo troviamo anche nel sondaggio condotto dalla sezione Turismo e Cultura della Confederazione italiana piccola e media impresa privata – Confapi, il 24 maggio 2023, effettuato dunque a ridosso della tragedia di Andrea Papi, ucciso dall’orsa JJ4 nei boschi di Caldes il 5 aprile.
Nonostante il 58% dei circa 4.000 intervistati a livello nazionale ritenesse che quanto accaduto potesse danneggiare “molto” o “abbastanza” l’immagine turistica del Trentino, il 54.6% rispondeva che l’orso era in grado di contribuire positivamente all’immagine della provincia e alla sua promozione, contro un 35,3% che sosteneva il contrario. Per altri versi l’indagine di cui, peraltro, non erano state rese note le modalità di effettuazione, riflette l’emozione del momento, con tutte le sue contraddizioni. Non bisogna infatti dimenticare che, comunque, la percezione del rischio è e resta un concetto multidimensionale che si intreccia in modo dinamico con l'”ambiente: con la pressione mediatica, l’atteggiamento della politica, con la cultura e la società di un territorio, cioè con elementi dinamici e non statici” (da Elaine Chiao Ling Yang, Vikneswaran Nair, Tourism at Risk: A Review of Risk and Perceived Risk in Tourism, in: “Asia-Pacific Journal of Innovation in Hospitality and Tourism”, 3(2), 2014, pp. 239-259). Per questo motivo, individuare delle costanti nell’arco di un periodo di 23 anni, in sostanza tra il primo e il secondo sondaggio Doxa, con una popolazione di orso in crescita e una storia di episodi negativi e polemiche che hanno occupato stabilmente le cronache nazionali, è un risultato da non sottovalutare.
E in Alto Adige?

Che cosa voglia dire dimensione multidimensionale emerge anche con chiarezza se si esamina il recente sondaggio dell’Istituto di statistica della Provincia di Bolzano – ASTAT, dal titolo “Opinioni sulla presenza di lupi e orsi selvatici in Alto Adige”, diffuso il 18 settembre 2025.
Si tratta di un’indagine che riguarda solo la popolazione residente, e dunque un contesto non comparabile con il sondaggio Doxa trentino 2025 e con le altre indagini di cui ci siamo occupati in questa sede, tutte incentrate sul tema del rapporto plantigradi-turismo. L’elemento significativo che ci interessa sottolineare è che l’indagine non presenta differenze sociodemografiche rilevanti nelle risposte per quanto riguarda età e sesso degli intervistati, ma evidenzia una forbice di quasi 30 punti percentuali per quanto riguarda la tolleranza verso i lupi e di 20 punti per quanto riguarda gli orsi, se si applica la variabile linguistica, con la popolazione di lingua tedesca su posizioni molto più radicali, rispetto a quella di lingua italiana, in termini di rifiuto della presenza dei grandi carnivori. Naturalmente questo riflette una variabile territoriale, visto che i residenti di lingua italiana sono presenti soprattutto nei centri urbani, ma è anche espressione della differente pressione dell’ecosistema mediatico sui due gruppi in funzione di una diversa articolazione dello stesso, nonché di una differente percezione della centralità del mondo rurale a livello identitario. Ma questa è un’altra storia.
L’orso non è in catalogo… ma nemmeno il colpevole della crisi dell’accoglienza turistica. Ecco cosa dicono davvero i dati.
di Filippo Zibordi
(pubblicato in pnab.it)
C’è chi sostiene che l’orso sia stato reintrodotto “per scopi turistici” – come il ministro Gilberto Pichetto Fratin, che ha parlato di una “incauta scelta di sfruttamento turistico dell’immagine dell’orso” compiuta 25 anni fa. E c’è chi invece accusa l’orso di essersi rivelato un boomerang per il comparto economico trentino dell’accoglienza, con villeggianti terrorizzati, valli svuotate e perdite quantificate all’euro: 65 mila pernottamenti in meno nell’estate 2023, rispetto al 2022, per una perdita economica pari a 12-13 milioni di euro tra perdite dirette, indirette e indotte. Ma le cose stanno davvero così?

In realtà, che l’orso non fosse in grado di spostare gli equilibri in un contesto caratterizzato da un turismo “maturo”, lo si sapeva già alla fine degli anni Novanta e lo abbiamo scritto anche su questi Fogli, nella fortunata prima fase in cui non erano ancora Nuovi. Era un modo forbito per dire che il turista di Campiglio, a Madonna (come la chiama il milanese in vacanza che si sente ormai un residente) ci andava prima della reintroduzione degli orsi, ci va anche quando gli orsi dormono e, quando ci torna in estate, spesso nemmeno sa che in giro ci sono i plantigradi. Qualcosa di simile accade in alta Rendena e in tutte le altre località sciistiche del Trentino occidentale – con un effetto a cascata che si riversa sui territori circostanti – dove non c’era bisogno dell’orso per attrarre i turisti semplicemente perché i turisti, in inverno e in estate, erano già tanti, anche prima che venisse coniato il fastidioso termine overtourism.
Perché l’orso gioca in un campionato minore, almeno quando scendono in campo lo sci di massa delle località più glamour delle Alpi, il Covid, l’inflazione o il lago instagrammabile. Per intenderci, quando parliamo di gran parte del Trentino abbiamo a che fare con un contesto che, dal punto di vista turistico, è caratterizzato da dinamiche ben diverse dalle montagne abruzzesi dove, per motivi che qui non stiamo a ripercorrere, l’orso o il Parco Nazionale (di cui diamo conto in un altro articolo possono diventare e sono diventati, grazie a scelte oculate, motori del turismo locale. “Qui il problema è esattamente l’opposto” – ci spiega Umberto Martini, professore ordinario di Economia e gestione delle imprese all’Università di Trento, dove è titolare di corsi legati al marketing turistico e territoriale. “A me risulta che, da qualche anno, per combattere l’overtourism, nella stagione estiva sia stata ridotta se non addirittura cancellata la promozione pubblicitaria da parte di Trentino Marketing [l’ente di promozione turistica della Provincia Autonoma di Trento, ndr]. Si fanno le campagne per la primavera e per l’autunno, ma non c’è bisogno di dire alla gente Venite a sciare o Venite in montagna in estate: tutti quelli che devono saperlo, già lo sanno”.
La reintroduzione dell’orso non è avvenuta dunque per scopi turistici e, infatti, nelle 96 pagine che compongono lo Studio di fattibilità posto alla base del progetto Life Ursus (Duprè E., Genovesi P., Pedrotti L., 2000. Studio di fattibilità per la reintroduzione dell’Orso bruno (Ursus arctos) sulle Alpi occidentali. Biol. Cons. Fauna, 105: 1-96 ), solo 14 righe sono dedicate al turismo: un breve paragrafo per dire che “l’impatto negativo dell’orso sul comparto si può ritenere minimo” (e, nota bene, eventualmente legato al possibile pericolo di aggressioni all’uomo), mentre viceversa il plantigrado “potrebbe essere una risorsa da valorizzare nell’ambito dell’economia regionale”. Una previsione azzeccata, se si vanno a leggere i sondaggi demoscopici rivolti ai turisti potenziali (ne parliamo qui che, senza stupire nessuno, rivelano un interesse aggiuntivo – per quanto marginale – per le nostre montagne da parte di chi si fa stregare dal gentile incantesimo del Respira, sei in Trentino. “C’è un modo molto semplice per rispondere a chi dice che la reintroduzione sia stata realizzata a scopi turistici: quante volte, dal 1999 ad oggi, è stato utilizzato l’orso nelle campagne di comunicazione del Trentino? Zero. Io ricordo il camoscio, il cervo, l’aquila, la marmotta. Ma non l’orso”, afferma il professor Martini, che le strategie di marketing territoriale le analizza nei suoi corsi. Qualche impresa privata, negli anni, ha sfruttato l’immagine dell’orso, ma “a livello istituzionale c’è sempre stata la consapevolezza che l’orso non può né deve divenire un fattore di attrazione turistica, sarebbe del tutto fuori luogo in un contesto come il nostro: mica siamo allo Yellowstone!”.
Appurato dunque che l’orso non è tornato per scopi turistici, proviamo a vedere se regge l’assioma opposto, vale a dire se l’orso fa male alla filiera dell’ospitalità territoriale trentina. E in questo caso dobbiamo affidarci, come siamo soliti fare sui Nuovi Fogli dell’Orso, ai dati. Abbiamo dunque chiesto la collaborazione alle Aziende per il Turismo (APT) dei due comprensori turisticamente più “maturi” del Trentino occidentale che sono, al contempo, le zone maggiormente interessate dalla presenza dell’orso (e, peraltro, registrano anche la presenza del lupo): APT Campiglio, che copre le Giudicarie (da Passo Campo Carlo Magno al Lago d’Idro e, a est, Banale, Bleggio e Lomaso), e APT Val di Sole che si occupa del territorio tra Cles e il Tonale. Abbiamo domandato loro i dati di arrivi (numero di persone che iniziano un soggiorno in una struttura ricettiva) e presenze (numero totale di notti trascorse da tutti gli ospiti) per la stagione estiva (giugno, luglio e agosto. Settembre non è ancora disponibile e comunque per molte zone già “bassissima stagione”), perché il turismo invernale ha regole diverse che hanno poco o nulla a che fare con la biodiversità e quindi con la presenza/assenza dei grandi carnivori. E ci siamo concentrati sul quadriennio 2022-2025 per allontanarci il più possibile dal Covid, ma poter avere un “prima” e un “dopo” rispetto alla tragedia dell’aggressione mortale di Caldes dell’aprile 2023.
Ecco quello che ci hanno restituito i dati.

Giudicarie
- Se l’analisi si limita agli ultimi 3 anni, si registra una crescita costante dal 2023 al 2024 al 2025. Se si include anche il 2022, si nota un calo (pari a quasi il 10%) tra il 2022 e il 2023, con una leggera ripresa nel 2024 e numeri “record” (cioè più alti anche del 2022) nel 2025.
- Il trend di cui sopra non mostra differenze di rilievo tra arrivi e presenze, né tra alberghiero ed extra-alberghiero e riguarda sostanzialmente tutti gli ambiti territoriali (Campiglio, Alta Valle Rendena, Giudicarie centrali e Valle del Chiese. Solo la Bassa Valle Rendena registra un calo nel 2025 rispetto al 2024).

Val di Sole
- Un trend simile a quello appena descritto si osserva anche in Val di Sole, dove il 2023 fa registrare un calo rispetto al 2022, con lieve ripresa nel 2024 e ritorno su valori simili al 2022 nel 2025 (arrivi eguagliati; presenze al di sotto di circa 6.000 unità).
- L’aumento vertiginoso 2025 su 2024 si evidenzia in modo particolare a giugno, con crescite del 15 e 17 % complessivi su arrivi e presenze, sostanzialmente in ogni comune (con punte di + 82% di presenze a Pellizzano, +38% a Ossana, +26% a Dimaro-Folgarida e +10% a Caldes-Terzolas Rabbi). Numeri da record anche a luglio 2025 rispetto a luglio 2024, mentre ad agosto l’aumento rispetto all’anno precedente c’è, ma è più ridotto.
“Le variazioni su base annuale, di per sé, non dicono molto, perché possono dipendere da molti fattori contingenti. Per il turismo estivo in Trentino, il meteo per esempio è cruciale: un’estate torrida in città con bel tempo sulle montagne fa aumentare di molto gli arrivi e viceversa”, racconta il professor Martini guardando i dati che abbiamo raccolto. “Però una analisi statistica ha senso solo se fatta su dieci, vent’anni: è in un lasso di tempo del genere che si possono vedere i trend, apprezzare le variazioni di tendenza, ossia come mutano nel medio periodo arrivi e presenze, e si può cercare di correlarli a qualche fenomeno esterno – macroeconomico, microeconomico, congiunturale – come può essere appunto il meteo, oppure l’inflazione, il calo del reddito, la chiusura di un mercato [come nel caso della Russia, ndr] o una guerra”. Tradotto: qualsiasi analisi scientificamente seria non può che essere multifattoriale e costruita su più variabili significative.
E l’orso? “Per capire se il problema degli attacchi da parte dell’orso sia diventato particolarmente importante a partire dalla tragedia di Caldes, cioè dal 2023, io analizzerei i dati a partire da inizio anni Duemila, creando una retta di interpolazione per verificare se prima dell’aggressione c’era una tendenza e se poi quella tendenza è bruscamente variata, mantenendosi nel tempo”. E questo, i dati delle due APT che abbiamo raccolto lo smentiscono, almeno nel periodo preso in esame, vista la fluttuazione che restituiscono. “Anche se si osservasse un trend, inoltre, bisognerebbe chiedersi se ci siano altre variabili che possono spiegare il fenomeno osservato, perché il tema è ovviamente complesso e ogni semplificazione rischia di portarci fuori strada”, conclude il docente dell’Università di Trento.
Una riflessione finale, in questa complessità, va al ruolo che hanno i residenti nel raccontare ai turisti cosa è oggi la montagna trentina – esiste un effetto “contagio” che trasmette la paura dal proprietario del b&b della Val di Sole di turno al turista? – e al tipo di comunicazione che parte dalle istituzioni pubbliche. E qui arriviamo ai tanto chiacchierati cartelli: quelli gialli, piccoli e grandi, posizionati al principio di molti sentieri del Trentino occidentale per informare della presenza dell’orso. Spaventano i turisti? Sono solamente un modo per scansare le responsabilità al prossimo incontro ravvicinato? “Assolutamente no: si tratta di strumenti utili per una gestione consapevole e seria dei grandi carnivori”, assicura il professor Martini. “Un decalogo di buoni comportamenti da utilizzare nei boschi abitati da orsi e lupi, una richiesta di adeguarsi al contesto montano e, in senso lato, un modo per promuovere elementi caratteristici del territorio e quindi il territorio stesso”. Strumenti indispensabili per favorire la coesistenza che – insieme alle tante altre iniziative di comunicazione che andrebbero promosse, magari con maggiore incisività ed efficacia nelle zone dove l’orso è presente – servono per rendere gli escursionisti consapevoli di una presenza per certi versi nuova, di uno dei (tanti) cambiamenti a cui dobbiamo abituarci. Una presenza, quella dell’orso come quella del lupo, che non deve tenerci lontani dai boschi, ma di cui è bene essere informati.
Dall’orso bello all’orso autentico
di Mauro Fattor
(pubblicato in pnab.it)
Nell’ambito della ricerca sul turismo genericamente basato sulla valorizzazione degli spazi naturali, esistono pochissime ricerche che esplorino i modi in cui i turisti percepiscono la fauna selvatica in termini di “autenticità”.
Per percezione in questo contesto si intende il modo in cui i visitatori di un’area protetta o di una zona di particolare valore naturalistico, interpretano la loro esperienza inserendola in una narrazione significativa e duratura. In altri termini, in un discorso su ciò che hanno visto, vissuto, imparato venendo a contatto con gli animali selvatici di quel determinato contesto. Qualcosa che, per loro, abbia un senso. Fermo restando che ogni “autenticità” va comunque immancabilmente ricondotta ad un’idea di natura come costruzione sociale, per cui il concetto stesso di cosa sia autentico e cosa non lo sia – nonché l’idea stessa di una dicotomia di questo tipo – è già di per sé, a monte, un prodotto culturale, e dunque mutevole. In generale, questo significa che quello che un visitatore trae dall’incontro con un animale selvatico è orientato, o condizionato, dalla specifica idea di natura e selvaticità in cui si riconosce.

Tornando a noi, perché questo potrebbe essere importante? Per un motivo molto semplice: perché le esperienze fatte dai turisti con gli animali selvatici sono spesso legate a messaggi di conservazione, per cui l’autenticità percepita ha un effetto non solo sul giudizio – positivo o negativo – circa la qualità dell’esperienza turistica ma può giocare un ruolo importante anche per il successo delle strategie di conservazione a lungo termine e della loro applicazione in concreto. Conservazione in Trentino occidentale e nelle valli del Parco Adamello Brenta significa soprattutto strategie di gestione legate alla presenza dell’orso nella forma di percorsi praticabili di coesistenza con le attività umane e di sostenibilità sociale.
Occorre, dunque, che l’idea di cosa sia “un vero orso”, un orso autentico e dell’ambiente che lo ospita sia, in qualche modo, guidata con l’obiettivo di facilitare il raggiungimento degli obiettivi gestionali individuati. Creare le condizioni di una narrazione in cui i turisti sperimentano un legame “autentico” con gli animali – e non è affatto necessario favorire incontri diretti per questo, al contrario – può potenzialmente creare maggiore consapevolezza e, di conseguenza, aumentare la diffusione di buone pratiche di comportamento e l’accettazione di scelte gestionali, anche difficili, da parte dell’amministrazione, restando comunque all’interno di una cornice positiva di senso. Questo riguarda anche il capitolo “pericolosità”, erroneamente giocato come fattore critico e disincentivante per il settore turistico e che invece può essere ricondotto nell’alveo di un quadro più articolato, se non proprio normalizzato, di relazioni col mondo selvatico. In altri termini, se entro in un bosco abitato dall’orso adotto “naturalmente” comportamenti conseguenti sfumando la cornice ansiogena e securitaria in cui spesso oggi questi comportamenti si trovano intrappolati.
Gli elementi cardine di questa narrazione nel segno dell’autenticità sono infatti da una parte il “riconoscimento dell’autonomia e dell’alterità degli animali” , dall’altra un’idea di natura non-addomesticata -che poi è il filo rosso delle attività di un’area protetta come il Parco Adamello-Brenta – che si tiene comunque alla larga dai rischi di un’idea di natura incontaminata e che comunque ha già in sé l’idea di gestione attiva (legittimità delle azioni di dissuasione, protezione sociale, allontanamento di esemplari confidenti, dannosi o pericolosi). Questo significa che l’autenticità ha poco a che fare con la vicinanza o lontananza dagli spazi antropizzati e che invece, al contrario, incorpora in qualche modo gli intrecci interspecifici tra umani e selvatici – in tutte le loro possibili declinazioni – nel novero delle possibilità. Nello specifico, poi, autonomia di un animale, e soprattutto di un orso, significherebbe promuovere presso il pubblico l’idea di autonomia spaziale (l’animale può muoversi liberamente), di autonomia soggettiva (l’animale può esprimere la propria natura), di autonomia energetica (l’animale può agire per se stesso) e di autonomia sociale (l’animale può formare reti “sociali”) come discriminanti qualitative.
Sono questi quattro elementi che fanno di un orso un “orso vero” e che scavano un abisso incolmabile tra gli orsi selvatici del Trentino Occidentale e gli orsi in cattività del Parco faunistico di Spormaggiore o di uno dei tanti Santuari degli Orsi che si trovano in Germania o in Romania. E così: la capacità di un orso di giocare riflette la sua condizione soggettiva e sociale, la possibilità teorica di un incontro con un escursionista riflette le sue condizioni spaziali, mentre il potenziale di pericolosità riflette la sua condizione energetica, al riparo però da percezioni distorte. Fermo restando che questi elementi, al limite, non devono riflettere necessariamente la condizione reale di tutti gli orsi in Trentino quanto piuttosto il modo in cui il turista, il visitatore, li percepisce. Ciò detto, torniamo alla domanda iniziale: la promozione di questa idea di “autenticità” – che si traduce in maggiore consapevolezza e dunque in maggiore disponibilità all’ascolto e in maggiore responsabilità – può giocare un ruolo positivo nella costruzione collettiva di un nuovo paradigma del rapporto uomo-orso nelle valli trentine?
Può fungere da volano positivo in un’ottica di conservazione a lungo termine della specie e – cosa più importante – di abbassamento della soglia di rischio nelle interazioni uomo-orso? Molto probabilmente sì, quantomeno a livello di efficacia della comunicazione all’interno del comparto turistico. In sintesi: alla promozione dell’orso “animale bello” e carico di significati simbolici del lavoro Apollonio-Tosi del 2011 come veicolo di recupero di un’attenzione più equilibrata e positiva verso la specie (“Approfondimenti tecnico-scientifici sulla gestione della popolazione di orsi in Trentino e sulla sua sostenibilità”, Trento, 2011, pag.99), andrebbe sostituito l’orso “autentico”, con un duplice vantaggio. Il primo: di muoversi al di fuori di una dimensione estetica della sua presenza avvicinandosi invece alle dinamiche, più complesse, della biologia della conservazione. Il secondo, e qui invece in piena sintonia col sopracitato lavoro Apollonio-Tosi: di marcare in modo netto le peculiarità del “selvatico”, in cui la differenza e l’alterità diventano il vero valore aggiunto.
Scrivevano infatti Apollonio e Tosi: “In termini culturali, preme inoltre evidenziare come un ulteriore aspetto della problematica possa essere rappresentato dall’attitudine dell’uomo a considerare la natura sempre più come un giardino ordinato e privo di pericoli oggettivi, piuttosto che come un complesso sistema che contiene una molteplicità di forme di vita con un ruolo non solo estetico. In altre parole, è ipotizzabile che sia in atto una modificazione culturale che sta allontanando l’uomo dalla vera natura, di cui si tende sempre più ad accettare i soli aspetti ludico ricreativi, rifiutando quelli che, pur di rilevanza ecosistemica, vengono percepiti come fastidiosi o “inutili”. In questo contesto l’orso potrebbe proprio rappresentare una “natura diversa” rispetto alle aspettative di molti che, pur dichiarandosi dalla parte della natura e della fauna, la rifiutano nella sua essenza primordiale” (pagg. 53-54).
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Fa un effetto strano vedere una lunga serie di commenti costruiti sulla polpetta avvelenata, più o meno consapevolmente, di Daidola. Quello che dice su orsi sloveni e orsi trentini è una fesserie priva di qualunque fondamento scientifico. Eppure serve ancora per alimentare un dibattito nel quale l’impressione è che molti non abbiano letto una sola riga di questi articoli. Eppure ci sono dati molto interessanti. Finalmente si esce dalle chiacchiere e dalle banalità da bar sport. Forse è su questo che si dovrebbe ragionare. Lasciando perdere le fesserie.
Nella mia opinione la reintroduzione dell’orso in Trentino è stata un errore grave, non ha considerato i motivi per cui si stava estinguendo, dopo i decenni di caccia difensiva delle comunità montane, per colpa dell’occupazione del suo territorio da parte nostra. Massimo rispetto e dolore per le sue vittime e i danni che provoca. Continuiamo sempre a frequentare le zone a rischio del Trentino occidantale, in Alta Val di Non, Val di Sole e laterali, gruppo di Brenta, con la consapevolezza e la massima attenzione teorica ai comportamenti corretti, ma con qualche apprensione quando in bici su una forestale ad un tornante con visibilità cieca potrebbe succedere… In Val di Jon recentemente abbiamo discusso su come si potrebbe “risolvere” con due forestali che condividevano il nostro itinerario, forniti di spray antiorso e grossa pistola alla cintura (non fa niente all’orso hanno detto, ma dico io se per caso apre la bocca mentre sta per mangiarti…). L’orso bruno non è l’orso polare che popola le Svalbard dove ti obbligano ad avere il fucile o nei parchi americani dove senza tante paure burocratiche ti vendono o noleggiano lo spray, che è l’unica difesa ragionevole ed efficace, oltre al controllo numerico della popolazione, ma da noi si discute e non si decide.
Questione valligiani: i dati sull’approvazione dei trentini del progetto Life Ursus al suo via erano chiari. Favorevoli. L’orso economicamente conviene averlo.
Confermo, economicamente conviene, come evidenziato dall’articolo. Molto marketing.
Approvazione del progetto da parte dei valligiani. Il progetto è stato voluto dalla UE e dalla provincia di Trento.
La popolazione non è stata coinvolta in nessun processo di consultazone. Forse se ben ricordo qualche sondaggio, ma questo quando il progetto era finito.
Sicuramente come tanti progetti nel nostro paese, una volta formalmente conclusi, viene meno l’opera di “manutenzione” o accompagnamento nella evoluzione sul territorio, se gli individui o la superficie non sono in linea con i presupposti di progetto SI DEVE INTERVENIRE secondo i metodi da progetto.
Se avessi letto tutto l’articolo avresti evitato questa personale previsione.
Per quanto riguarda la pericolosità degli orsi, non c’è nulla di meglio che informarsi, magari qualcuno potrebbe scoprire qualcosa di interessante sulla biologia dell’orso. Alla fine i pesanti sacrifici richiesti a chi si muove nei loro habitat sono unicamente di evitare di correre a piedi o in bici in zone a scarsa visibilità per evitare incontri improvvisi e, per chi li ha, di lasciare liberi i cani.
“una persona obiettiva dovrebbe sapere”
“crei congetture, illazioni, che poi attribuisci ad altri”
“ti arrampichi sugli specchi”
“pretendere di aver ragione contro ogni evidenza”
Orso Bertoncelli, ma perché devi andare subito sul personale diventando pure offensivo e aggressivo?
Io ho espresso un concetto generale: tu hai scritto “bisogna sentire tutte le campane” e io ho semplicemente fatto notare che, se applicato senza criteri, questo porta a fallacie ben note (false balance, bias di conferma).
Uno dovrebbe anche (ri)conoscere i suoi preguidizi, altrimenti difficilmente riuscirà a “formare la propria opinione, in coscienza“.
In nessun punto ti ho attribuito intenzioni o difetti: anzi, ho esplicitamente scritto che “mi fa piacere che tu ne sia immune”.
Se in un’osservazione così generale ci leggi “congetture, illazioni”, arrampicate “sugli specchi” o pretese “di aver ragione contro ogni evidenza“, spiacente ma questo riguarda la tua interpretazione, non ciò che ho scritto io.
Ed è curioso che, nel criticare presunti comportamenti, tu finisca proprio per metterli in atto per primo.
Fabio, occorre distinguere anche in base alle domande.
Tipo, chiedere a un valligiano l’opinione sulla dimensione degli orsi che non ha mai visto e derivarne la classificazione della sottospecie dell’orso non è molto intelligente.
Come non mi pare molto astuto spaventarsi in base al numero di articoli sui giornali…
Sulle Alpi si registrano circa 110 attacchi di mucche, con parecchi feriti e qualche morto e tu hai paura dell’orso?
Negli ultimi anni sono andato parecchie volte nei boschi proprio nel parco del Brenta (e nei pure nei posti meno frequentati) e avessi visto una merda!
By the way, credo che i giornali che più insistono sugli orsi siano proprio quelli che non vengono letti in Toscana e Lazio.
Matteo, il punto principale della discussione è il seguente: ascoltare o no tutte le campane? A mio parere la risposta è sí.
In particolare bisogna interpellare i valligiani, che subiranno sulla loro pelle – nel bene e nel male – le conseguenze di ogni decisione in merito. Poi converrà considerare che i turisti forse diminuiranno, timorosi della possibilità di incontri con un orso durante le loro gite.
Io giro per l’Appennino e non temo i lupi, perché so che non attaccano l’uomo se non in casi rarissimi (spero di non sbagliarmi…). La presenza di orsi, liberi di scorrazzare nei boschi con sentieri dove transitano esseri umani, mi farebbe paura.
Per ragioni di sicurezza converrebbe perciò istituire riserve per gli orsi, di accesso vietato all’uomo. Poi bisognerà controllare che non ci siano sconfinamenti.
Guardate che state discutendo su un’incomprensione relativa a l’affermazione falsa e indimostrata di Daidola e cioé che gli orsi trentini fossero differenti da quelli sloveni, più piccoli e meno aggressivi.
Dico falsa e indimostrata perché non ho trovato alcunché a riguardo in bibliografia,
Giuseppe, una persona obiettiva dovrebbe sapere quando è il momento di tacere.
Tu invece a volte crei congetture, illazioni, che poi attribuisci ad altri, per esempio al tuo interlocutore: ti arrampichi sugli specchi per pretendere di aver ragione contro ogni evidenza, come nel caso presente. Non si fa cosí.
Ti lascio alle tue arrampicate.
“Si tratta di una tua aggiunta, arbitraria e priva di fondamento”
Certo che è una mia aggiunta. Sul fatto che sia “arbitraria e priva di fondamento”, permettimi però qualche dubbio.
“Sentire tutte le campane” ma prenderle tutte sullo stesso piano, in stile uno vale uno, è una fallacia piuttosto comune.
La si vede spesso in talk-show, certa stampa (indovina quale? 🙂 ) o siti improbabili, dove competenze e opinioni vengono appaiate a puro scopo di intrattenimento (o di cagnara).
È il classico false balance bias, che ha fatto (e sta facendo) danni in tema cambiamento climatico, ad esempio.
Mi fa piacere che tu ne sia immune.
Un’altra fallacia degli ascoltatori di “tutte le campane” è finire ugualmente col sintonizzarsi solo con quelle che suonano la musica che si voleva sentire fin dall’inizio.
È il noto bias di conferma, e mi auguro che tu sia immune anche a questo.
Questo solo per dire che “sentire tutte le campane” non è sufficiente per “formare la propria opinione, in coscienza“. Tutto qui.
Che forse gli orsi li hanno quasi tutti sterminati a suon di fucilate o trappole !?!?!?
‘E poi, certo, “bisogna sentire tutte le campane“. E naturalmente dargli credito in maniera indistinta, anche a quelle stonate.’
Io NON ho affatto scritto: “[…] naturalmente dargli credito in maniera indistinta, anche a quelle stonate”.
Si tratta di una tua aggiunta, arbitraria e priva di fondamento; forse una “percezione uber alless” [sic].
La sottospecie reintrodotta in Trentino è geneticamente molto simile a quella presente storicamente, e questo è un fatto documentato.
Che, dalle testimonianze dei vecchi, l’orso Trentino apparisse più piccolo e meno aggressivo può starci, ma le testimonianze vanno sempre lette nel loro contesto.
Una popolazione ridotta (dall’uomo) quasi all’estinzione, denutrita e costantemente braccata, è normale che apparisse meno robusta e più schiva.
Ma non è biologia diversa, è semplicemente una popolazione allo stremo e con meno occasioni di incontro con l’uomo (anche solo per un semplice motivo statistico).
Le testimonianze sono preziose per capire percezioni e usanze dell’epoca ma non sono dati misurati (peso, dimensioni, tassi di aggressione) e come tutte le memorie orali risentono di ricordi selettivi, mitizzazioni ed episodi isolati elevati a regola.
Andrebbero dunque utilizzate con molta cautela. Seguendo lo stesso metodo si potrebbe affermare con certezza che nell’800 le Alpi fossero popolate da pericolosissimi draghi: animali fantastici e dove trovarli.
E poi, certo, “bisogna sentire tutte le campane“. E naturalmente dargli credito in maniera indistinta, anche a quelle stonate.
Il che è perfettamente in linea con la meravigliosa epoca delle percezioni uber alless, delle narrazioni e dell’uno vale uno a prescindere.
Cosa potrebbe mai andare storto? 🙂
P.S. Le biciclette per Telleschi sono come la muleta per il toro: gliene mostri una (qui addirittura due) e parte in carica.
Tellè, ma che t’hanno fatto? Ci sei caduto sopra da piccolo? 🙂
La cosa che colpisce me è la differenza dell’opinione circa la presenza degli orsi tra veneti, laziali e toscani.
Escludendo che gli uni siano intimoriti coniglietti e gli altri machos sbruffoni, quale può essere la causa di una percezione così diversa?
Io ipotizzo la medesima della verità alternativa di Daidola sulla natura e carattere degli orsi…
Giovanni, il problema è che l’uomo pretende di fare sempre e comunque il padrone, come se intorno a lui non ci fosse nulla e nessuno. Come se le altre specie animali fossero inferiori e non avessero nessun diritto. Vivi se ti faccio vivere, se mi dai noia e mi crei problemi ti faccio fuori. Perchè i problemi li crei te (animale) a me (uomo) e non io a te!!! Quindi non è l’uomo ad essere di troppo in questo mondo è l’animale.
Risposta al commento 6. Sulla formazione: viene già fatto, non è un auspicio. L’auspicio è che venga fatto in maniera ancora più capillare e aggiornata (esempi: dieci anni fa erano pochi a correre in montagna; il numero di turisti in montagna è aumentato; è aumentato il numero anche dei cani dei in montagna).
Questione valligiani: i dati sull’approvazione dei trentini del progetto Life Ursus al suo via erano chiari. Favorevoli. L’orso economicamente conviene averlo.
Il mio paragone con l’alpinismo si basa sul concetto di auto responsabilità e anche accettazione del rischio che non può essere sempre e ovunque zero. Eliminiamo allora anche le mucche dai pascoli, i maremmani dei pastori, i suv dei turisti, le zecche e ogni rischio potenziale.
La mia affermazione circa l’aggressività e la dimensione degli orsi precedenti a quelli attuali deriva da quello che ricordano i montanari e gli alpinisti della prima metà del secolo scorso che ho conosciuto. Andate ad intervistare i vecchi della Val di Sole e della Val di Non e aprite bene le orecchie per sentire cosa vi dicono. Che ci fosse ancora qualche orso al momento dell’infausto progetto di reintroduzione è possibile ma proprio perché erano pochi non causavano i gravi danni e gli incidenti di quelli attuali. Orsi che nessun altra regione delle Alpi vuole accogliere: forse sarebbe ora di chiedersi perché, anziché arrampicarsi sui vetri per nascondere i gravi errori fatti.
Interessante considerazione quella del Sig.Giorgio, ancorché direi falsa, basta documentarsi.
C’erano ancora pochissimi orsi in Trentino prima del progetto life Ursus (tra il 1996 e il 2002), ma non erano scomparsi. Appartenevano alla stessa sottospecie (Ursus arctos arctos) degli orsi sloveni reintrodotti. Le differenze in termini di dimensioni o aggressività sono tratti individuali degli orsi bruni, non ci aono prove o documentazioni che attestino che gli orsi delle alpi centrali fossero più piccoli di quelli delle alpi orientali e dinariche.
“Sono animali potenzialmente pericolosi? Certo. Occorre formazione e attenzione. Ma questo vale per molte cose, compreso l’alpinismo.”
I valligiani e i turisti devono quindi essere formati e prestare attenzione, come se facessero alpinismo.
Ho capito. Però, prima di tutto, bisognerà chiedere ai valligiani – compresi i genitori di bimbi – se sono d’accordo e informare i turisti in arrivo.
Orsi sloveni e trentini, prima di Life Ursus, appartenevano alla stessa specie.
Orsi sloveni e trentini oggi sono la stessa specie. La specie non segue i confini politici (incredibile!). Si tratta dello stesso orso, l’orso bruno europeo.
Discorso diverso per l’orso bruno marsicano, più piccolo.
Sono animali potenzialmente pericolosi? Certo. Occorre formazione e attenzione. Ma questo vale per molte cose, compreso l’alpinismo.
Lettura suggerita: Daniele Zovi “Italia selvatica”.
Sono 10 anni che vivo in Trentino..che niente ha a che fare con l’Alto Adige..in ogni cosa..e ancor di più quella riguardante l’orso..vivo in un area dove i censiti sono 20..poi vi sono quelli non censiti..Il progetto orso da da vivere a una pletora di addetti forestali,tecnici o presunti tali del settore a riguardo,stanziano fondi,insomma danno, gli orsi loro malgrado da mangiare,lecitamente,a molti.Non si capisce perchè recedere dal ripopolamento,dato l’indotto.Il problema si attiva nei periodi elettorali..facile capirne il motivo,che sono i voti degli elettori,l’orso non vota.Sorge solo un paio di riflessioni non appare mai dopo Salorno..si è in Alto Adige,e l ‘orso fatica moltissimo ad apparire a est,vi è di mezzo la Brennerautobahn.L’orso non popola il basso garda.Gli albergatori fanno la differenza,assieme al fatto che il territorio trentino è esiguo e le regioni limitrofe sono restie a gemellaggi simili.Si salva per questo motivo il lago, essendo per l identico motivo principalmente di sponda lombarda e veneta.Diversamente gli acuti e astuti tecnici trentini avrebbero introdotto un curioso pescecane che antjcamente ne popolava le acque.Molti dei più voraci carnivori non vivono allo stato brado ma qui regolarmente censiti vengono eletti..e non rispondono a nessuno…sono autonomi
Come si deduce dal commento 2, in ogni questione bisogna sentire tutte le campane.
Poi ci si può formare la propria opinione, in coscienza.
Vergognosa serie di articoli di parte. Nessuno dice che in Trentino è stato introdotto un orso proveniente dalla Slovenia molto piú aggressivo e di maggiore dimensioni dell’orso che era scomparso. Un orso che non ha nulla a che fare con l’ambiente in cui si è sviluppato, un orso che ha causato gravissimi danni e che ha modificato gli equilibri esistenti molto di piú di quanto gli stessi artefici del progetto avevano previsto. Se è trattato di un gravissimo errore del quale esperti e politici che lo hanno avallato dovrebbero avere almeno il buon gusto di tacere.
Mi preoccupano più le biciclette degli orsi. Se vedo una foto con le biciclette sui prati non mi chiedo se il cicloturismo nelle Dolomiti di Brenta sia un fenomeno da gestire: è piuttosto un atto vandalico da reprimere!