Per non dimenticare

Per non dimenticare
di Ugo Manera

Sono sempre stato un grande lettore; da ragazzo riuscivo a leggere fino a tre libri la settimana che prendevo alla biblioteca pubblica municipale. Prediligevo i romanzi di avventura e sognavo di creare io stesso delle avventure con la fantasia. Quando mi avviai all’alpinismo scoprii che le avventure che avevo sognato potevo viverle scalando le montagne. Divenni allora un accanito lettore di cose di montagna. Leggevo tutto: libri, riviste, bollettini e comparavo le storie descritte con quelle che stavo vivendo.

Presto compresi che le emozioni, le paure, i momenti esaltanti, non sarebbero vissuti per sempre nella mia memoria ed io non volevo perderli; cominciò a sorgere in me il desiderio di condividerli raccontandoli attraverso la scrittura. Ma io facevo fatica a scrivere, anche a scuola non ero mai stato bravo nei temi di italiano. Ciò malgrado cominciai a raccontare delle mie storie sul bollettino della sottosezione GEAT della Sezione di Torino del CAI. Gruppo con il quale era iniziata la mia attività in montagna.

Gian Piero Motti (a sinistra) e Piero Pessa in versione “figli dei fiori”

Molti anni dopo, alpinista affermato, mentre scendevo felice, esaltato dalla straordinaria avventura vissuta sul Changabang, confidai a chi mi camminava a fianco che avrei voluto raccogliere in un libro le grandi storie vissute sulle montagne. Ci vollero però altri venti anni per iniziare a mettere in atto tale proposito. Fu infatti nel 2001 che cominciai a mettere insieme (con notevole fatica) il testo che poi divenne Pan e Pera, la mia autobiografia uscita nel 2003.

In quel libro raccontavo la mia vita di alpinista ordinata cronologicamente con l’inserimento di episodi di vita normale al di fuori dell’alpinismo. Fu un grosso impegno che però aveva destato in me un grande entusiasmo, stavo scoprendo che scrivere è bello e divertente.

Sull’onda di quell’entusiasmo mi venne voglia di raccontare le storie dell’alpinismo torinese raccogliendole in un libro; soprattutto quelle che si tramandano verbalmente ed in genere non si scrivono. Cominciai a tracciare una scaletta evidenziando i personaggi, ancora in vita, da contattare per creare la mia storia. Poi altri impegni mi distolsero dal progetto, l’entusiasmo iniziale venne a meno e con esso la voglia di scrivere. Quanto alle mie esperienze personali io non avevo più storie mie interessanti da raccontare, il mio alpinismo era ormai una attività di “difesa”, non più di “attacco”.

Anno 2014, Alessandro Gogna, enciclopedia vivente di Alpinismo e Montagna, crea il suo blog, due anni dopo inizia la mia collaborazione in quella importante iniziativa, era il 2016 ed in quell’anno un grande personaggio dell’alpinismo, Gian Carlo Grassi, avrebbe compiuto 70 anni e per ricordarlo sono andato a cercare quanto avevo scritto su di lui, ho ordinato e completato il testo e l’ho proposto ad Alessandro. Il pezzo è piaciuto e così ho cominciato a proporre vecchi e nuovi scritti per il Gogna Blog.

Nell’anno seguente (2017) una grave tragedia sconvolge la mia vita: Claudia, mia figlia, viene travolta da un autocarro a Londra dove viveva e perde la vita. Il dolore è grande ed in me sorge il desiderio che la sua vita non vada dispersa e dimenticata.

Claudia aveva avuto una esistenza intensa, aveva fatto tante cose che ad elencarle tutte ti fa girare la testa. Sorge in me imperiosa la necessità di raccontare la sua vita e pubblicare le sue opere: devo mettere insieme un libro dedicato a mia figlia. Impiego un anno a trovare il coraggio poi comincio a scrivere ed a ordinare le sue opere. Il lavoro, molto difficoltoso all’inizio, via via diviene scorrevole sorretto anche da un sentimento di confidenza che sorge in me a contatto della vita intima di mia figlia. Trovo un editore appassionato: Paolo Fusta, che mi aiuta molto così nel 2020 esce: Claudia, una vita di corsa.

Franco Ribetti sulla via dell’Addio (Vallone di Sea)

Il comporre il libro dedicato a mia figlia ha riacceso in me la voglia di scrivere, sono andato allora a ricercare gli antichi articoli che avevo pubblicato su bollettini, riviste, annuari ad iniziare dal primo apparso sul Bollettino dell’anno 1959 della Sottosezione GEAT del CAI Torino. Quanti ne ho trovati! Non ricordavo di averne scritti così tanti, molti li avevo completamente dimenticati.

Ho iniziato allora una operazione un po’ pazza: riscriverli in word battendo con due dita sulla tastiera del computer (non sono capace a fare di meglio). Quello che mi ha un po’ sorpreso e spinto a continuare è che, riscrivendo, ho rivissuto i particolari di avventure che la memoria stava perdendo ed ho rinverdito il ricordo di personaggi che hanno attraversato la mia vita di alpinista.

Gian Piero Motti al Caporal

 A questi ho aggiunto collaborazioni più recenti con i siti del CAI UGET, della Scuola di Alpinismo Giusto Gervasutti, del Club Alpino Accademico, di Valli di Lanzo in Verticale, del Gogna Blog.

Ho cercato di ordinare gli scritti secondo tre argomenti: avventure e luoghi, personaggi, saggi su costume ed evoluzione di alpinismo e scalata.

Ho iniziato questo lavoro come una mia esigenza personale: per non dimenticare…. Senza una intenzione precisa di pubblicarlo. Poi, quando la ricerca era quasi compiuta, ne ho parlato con l’editore del libro su mia figlia: Paolo Fusta che, convinto del progetto, ha deciso di farne un libro.

Gli scritti erano però troppi e non tutti degni di interesse. Grazie ai preziosi consigli di Linda Cottino, abbiamo intrapreso una opera di sfoltimento eliminando gli articoli che apparivano meno interessanti e dando una presentazione più organica degli argomenti.

E’ nato così: Dal Monviso al Changabang. Scalate e personaggi in sei decenni di alpinismo.

Dal libro ho estratto due brani: Addio e Solitudine.

Gian Piero Motti sulla Paroi de Glandasse (Vercors), nel 1973

Addio
Giugno 1983. E’ una domenica grigia, stiamo arrampicando sulle rocce di Sea aprendo un nuovo itinerario sulla più alta delle pareti. La scalata è molto bella, in me ci sono tutte le sensazioni di questi momenti: entusiasmo, tensione, paura di volare, esaltazione per i bei movimenti della scalata.

Ma oggi non è come le altre volte. Al fondo di tutte queste sensazioni vi è un’ombra spessa, che non scompare ed è definitiva.

Ieri abbiamo accompagnato Gian Piero al cimitero e non è per caso che oggi siamo qui in Sea.

Forse il mio inconscio non riesce ad accettare in modo definitivo la sua scomparsa, forse è per questo che ho deciso di ritornare con altri tre amici su queste pareti.

Forse Gian Piero non ha mai arrampicato sulle pareti di Sea, eppure, ciò malgrado, sono le sue pareti.

Descrivendole è riuscito a dare a queste rocce inanimate una atmosfera che rimarrà sempre ancorata alla valle e sempre sarà rinnovata attraverso i nomi che egli ha scelto.

Sotto queste pareti Gian Piero ha trascorso molte ore in solitudine, accompagnato solo dai suoi pensieri, forse immaginando vie fantastiche, sulla roccia e nella vita, fino alla decisione di uscire dalla vita stessa.

La via che stiamo aprendo si chiamerà Via dell’Addio. Addio a Gian Piero.

Questa sera, quando saremo fuori da questa parete, con i muscoli ancora vibranti per l’azione, un senso di vertigine si insinuerà all’improvviso nella mia mente: mai più scendendo lungo la sua valle potrò fermarmi a Breno a raccontare l’avventura a Gian Piero. Mai più! Come ho fatto tante volte in passato.

Gian Piero Motti sulla via Graffer al Campanile Basso

Solitudine
Una domenica di luglio è mattino presto ed il sole sta sorgendo. Nella prima luce dell’alba cammino tra l’erba alta aggirando una borgata. Non mi piace incrociare cani abbaianti perciò invece di seguire il sentiero che passa tra le case, le aggiro nei prati saltando fossi e scavalcando muretti. Più in alto riprendo il sentiero e salgo con lo sguardo che spazia nel silenzioso ambiente che mi circonda.

Valpelline, Crête Sèche, Aroletta. Eccomi nuovamente a salire in questo vallone che ho già visitato molte volte in ogni stagione. Stavolta però sono solo, nessuno è con me.

Perché da solo? Me lo domando anch’io mentre salgo accompagnato dai miei pensieri. Sono partito spinto da una necessità improvvisa che ora cerco di analizzare. Anche praticando l’alpinismo ci sono dei momenti nei quali senti la necessità di una pausa per riflettere ed hai bisogno di guardarti un po’ attorno e fare il punto della situazione perché ti senti un po’ sfasato.

La Parete dei Titani (Vallone di Sea) dove si svolge la Via dell’Addio

Durante la stagione fredda hai realizzato qualche bella prima invernale che ti ha esaltato, hai discusso con gli amici di salite compiute e di progetti futuri, hai letto libri e riviste ed hai tenuto conferenze con proiezioni. Poi nella primavera, mentre arrampicavi e scarpinavi con gli sci per raggiungere un buon livello di allenamento, hai cominciato a fare progetti per l’estate. Sei portato a vedere e ricordare solo gli aspetti esaltanti dell’alpinismo; perdi un po’ il senso della realtà. I ricordi delle fatiche, dei disagi e dei pericoli corsi impallidiscono nella tua memoria. Il peso del sacco, i bivacchi insonni, le tempeste, le discese interminabili con i piedi scorticati e doloranti anelando un pezzo di prato verde. Le volte che sfinito ti sei voltato a guardare quasi con astio la parete scalata. Tutto questo è trasfigurato dal tempo e lentamente finisce di aggiungersi agli elementi di esaltazione.

Ritorna la frenesia di scalare, rivedendo nella memoria la stagione passata ti viene da pensare che avresti potuto fare di più e che in quella che sta giungendo dovrai esser più determinato e realizzare cose più importanti. Trascorri allora la primavera arrampicando con frenesia imponendoti a volte la maschera da duro per superare le difficoltà che inevitabilmente incontra chi, col tempo limitato da molteplici impegni, vuole comunque realizzare sempre molte salite.

La Vierge de l’Arolletta

Nella febbrile ed a volte disordinata attività capita di rubare ore al riposo sia fisico che intellettuale e di ottenere il risultato opposto a quello desiderato. Si rischia di peggiorare invece di migliorare e di arrivare, al momento di raccogliere i frutti tanto desiderati, senza la forma mentale e la determinazione necessarie.

Ci si accorge che l’accordo con i soliti compagni non è quello di prima, che non si è pronti a faticare e ad affrontare gli inevitabili rischi, che manca la tranquillità necessaria per le grandi imprese.

Queste le condizioni in cui mi sono trovalo nella settimana precedente alla mia salita mattutina nel vallone di Crête Sèche. Al giovedì ero andato, come al solito, alla sede CAI ma non avevo idee precise per il fine settimana, senza una meta da proporre non combinai nulla con i soliti compagni così al venerdì sera, senza nessun progetto “alpinistico”, partii per Runaz in valle d’Aosta ove avevo la famiglia in vacanza. Per abitudine presi comunque il sacco da scalata, le corde, qualche chiodo ed il martello.

Trascorsi il sabato ad improvvisare ogni sorta di gioco con la mia bambina mentre ogni tanto mi passava in testa l’interrogativo se veramente avevo voglia di impegnarmi in scalate difficili. Non riuscivo a darmi una risposta alla mia domanda e così decisi di passare una giornata in solitudine con i miei pensieri.

Claudia Manera

Eccomi qui dunque a salire per i prati sopra Dzovennoz mentre il sole sta sorgendo. La grossa borgata è alle spalle ed il sentiero fa molti giri sul ripido pendio; non ho voglia di seguirli e salgo direttamente per la massima pendenza senza forzare l’andatura. Non ho ancora deciso cosa farò ma sulle spalle porto il sacco con l’attrezzatura di arrampicata.

Il pendio è ora coperto da piantine di mirtilli e rododendri, ho superato il livello raggiunto dalle ultime conifere. Un meraviglioso cespuglio di rododendri fioriti, che ho appena superato, viene raggiunto dai raggi del sole. Ritorno sui miei passi per fotografarlo. Con un sorriso mi vengono in mente le battute degli amici che mi accusano di avere occhi solamente per la roccia ed il ghiaccio.

Finisce la salita ripida, di fronte si apre il vallone quasi pianeggiante con a lato la piccola catena dell’Aroletta. Tanti ricordi si affacciano alla mente rivedendo quelle creste, questo posto mi piace sempre molto.

Sono ancora indeciso sul da farsi: restare nei limiti di una escursione? Fare la traversata delle creste dell’Aroletta? Oppure tentare la prima solitaria dello spigolo della Vierge? Mi accorgo subito che questa ultima alternativa albergava già nel mio subconscio, in effetti i materiali da scalata che ho con me debbono ben servire a qualche cosa. Mi rendo cosciente che non poteva finire che così.

Dello spigolo dell’Aroletta avevo vissuto direttamente o indirettamente tutta la sua storia. Lo avevo notato io nel corso della prima mia visita in quel luogo nel 1966. Avevo appurato che non era mai stato salito e ne avevo organizzato la prima ascensione, un contrattempo però mi aveva impedito di parteciparvi ed era stata realizzata dai miei amici. Mi rifeci nell’inverno seguente effettuandone la prima invernale, all’inizio dell’inverno in una bella giornata di dicembre. Dal momento che ero lì da solo perché non completarne la storia realizzando la prima solitaria?

Lo spigolo non è difficilissimo anche se presenta un tratto in artificiale ma io non ho la mentalità dello scalatore solitario. Non voglio prendermi certi rischi e non mi interessa la sensazione adrenalinica di avere la vita appesa alle mie dita. Oggi però mi sento in una condizione diversa dal mio solito e sono curioso di esplorarmi da solo in parete. Proverò perciò ad attaccare poi, se mi accorgerò di non avere la determinazione necessaria, tornerò indietro.

Vicino ad una sorgente mi fermo a mangiare qualche cosa poi salgo il pendio puntando all’attacco dello spigolo Est della Vierge che raggiungo per un breve pendio di neve.

Mi lego a metà della corda, appendo alla cintura chiodi e moschettoni ed inizio a scalare. All’inizio le difficoltà non sono elevate e lascio che la corda penda libera dietro di me. Mi alzo lungo una placca e raggiungo una fessura che mi conduce in un diedro con ciuffi d’erba sul fondo. Salendo il diedro una pietra si stacca sotto un piede. Riaffiorano i dubbi, mi pare di non avere il solito coraggio e mi sembra di patire l’esposizione che normalmente non mi dà assolutamente fastidio. Mi viene quasi la voglia di ritornare indietro, ritorno alla base del diedro e poi mi impongo di continuare provando, qui che le difficoltà non sono ancora elevate, il metodo di autoassicurazione che mi sono immaginato. Legato a meta della corda lascio un capo libero che mi servirà per scendere a ricuperare eventuali ancoraggi piazzati nella scalata. L’alto capo lo fisso con un moschettone al chiodo del punto di partenza. Un metro circa più in su pratico sulla corda un anello ritorto dentro al quale passo un altro moschettone che fisso anch’esso all’ancoraggio della sosta. Rimane così, tra i due moschettoni, un tratto di corda lasco. L’anello a corda ritorta, in caso di caduta, fa da freno ed ammortizza lo strappo mentre sfila il tratto di corda lasco. In questo modo l’assicurazione diventa, almeno un po’, dinamica e assorbe lo strappo. Sistemato il punto di partenza sulla corda pratico un autobloccante che fisso alla mia imbragatura e che faccio scorrere sulla corda man mano che salgo. In questo modo viene ridotta l’ampiezza di una eventuale caduta. Terminata la corda creo una sosta e scendo con tecnica della corda doppia sul capo di corda libera ricuperando il materiale impiegato. Smontata la sosta in basso risalgo assicurandomi alle corde fisse mediante autobloccanti.

Torino, Redazione della Rivista della Montagna, 1975: da sinistra, Alberto Rosso, Giorgio-Bertone e Gian Piero Motti

Praticando questo sistema supero il diedro che offre una bella arrampicata. Quasi all’improvviso mi ritorna la confidenza con la roccia e mi diverto. Mi ritrovo quasi contento di scalare da solo. Una difficile traversata, effettuata in autoassicurazione mi porta sul filo dello spigolo che è più facile. Procedo allora con le corde che pendono libere dietro di me fino in vetta ad un torrione posto a sinistra del filo dello spigolo. Una difficile traversata mi porta sotto allo strapiombo che si supera in artificiale.

Nuove manovre per autoassicurarmi e mi trovo alle prese con lo strapiombo. Salgo lungo una stretta fessura, qualche pietra si muove ed occorre fare attenzione. Pianto un buon chiodo sotto allo strapiombo e innalzandomi sopra ad una staffa riesco a conficcare un chiodo a lama in una piccola fessura. Mi ritorna in mente che nello stesso punto ne avevo conficcato un altro nell’ invernale di cinque anni prima. Una atletica uscita in arrampicata libera ed il tratto impegnativo è superato. Le corde sono finite, debbo sostare in una scomoda posizione.

Scendo per l’operazione di ricupero e quando sono alla sosta sottostante guardando in su vedo le staffe che pendono dallo strapiombo. Le fotografo, dirò poi: <<Ecco il mio primo di cordata>>. Dopo essere risalito riparto a destra verso il filo di spigolo, il tratto non è proprio piacevole, ci sono pietre che si muovono e guardando in alto noto che il cielo si sta coprendo e potrebbe giungere il temporale. Mi sento nuovamente indeciso e riaffiorano dei dubbi. Non ho più voglia di essere lì da solo, mi pare di aver fatto una sciocchezza. Meglio era se restavo giù a giocare con la mia bambina e ad un tratto decido di scendere; piazzo la corda doppia e mi calo. Mentre scendo ripenso a quando sono passato di lì in inverno. Ero entusiasta e determinato e, malgrado il freddo, mi veniva da cantare. Quando si tratta di ricuperare la corda ci ripenso, ho portato a termine salite ben più difficili di questa ed a volte nell’infuriare della bufera. Ora di cosa ho paura? Di nulla mi dico, sono solo impressioni. Decido di continuare e risalgo le corde.

Riprendo ad arrampicare prima lentamente e poi sempre più deciso, scompaiono le incertezze e semplifico le operazioni di auto assicurazione. E’ ritornata la confidenza con la roccia e debbo impormi di salire con cautela per non rischiare. Sotto al caratteristico becco rosso, ben evidente sullo spigolo, trovo il vecchio chiodo ad anello lasciato da Ennio, attraverso a sinistra, pianto ancora un chiodo che scenderò a ricuperare poi senza più esitazioni salgo verso la vetta con le corde che cadono libere dietro di me.

In cima sosto un momento a mettere via i materiali, è necessario scendere in fretta perché la minaccia del temporale non è scomparsa. Mi scopro soddisfatto della salita ed anche i dubbi che mi hanno accompagnato mi appaiono ora come una esperienza positiva. E’ stata una bella solitudine quella che mi ha accompagnato in quella giornata.

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Per non dimenticare ultima modifica: 2023-01-18T05:51:00+01:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Per non dimenticare”

  1. 6
    Paolo Gallese says:

    Grazie Ugo. I tuoi scritti sono un richiamo ad emozionarci. E a pensare.

  2. 5
    grazia says:

    Grazie, Ugo, per aver condiviso la lentezza nel raccontarci saperi ed emozioni.
     
     

  3. 4
    alessandro gentilini says:

    Il primo manuale di alpinismo che ho avuto era da te firmato,Ugo.
    Da allora in poi attraverso La Rivista della Montagna , Scandere e Alp sei stato ispirazione e modello cui riferirsi nella tua modesta discrezione.
    Grazie Ugo

  4. 3

    Vere perle di saggezza che ce ne vorrebbero di più.
    Grazie Ugo, sei un esempio enorme!

  5. 2
    Marco Conti says:

    Bravo Ugo e complimenti per la tenacia e l’inarrestabile “voglia” di raccontarti, di raccontare le tantissime amicizie che hanno attraversato la tua lunghissima attività non solo di alpinista, di raccontare e quasi di esorcizzare il più grande dolore della tua vita… nella memoria di una figlia altrettanto vulcanica come te. Due libri splendidi, che “volano” e scorrono velocemente in poche sere di lettura, e nei quali è bello immergersi come alpinisti di un tempo che non ritornerà e nelle vesti di un padre, ferito gravemente nel profondo, ma che non molla e non mollerà fintanto che avrà forze e passione in corpo.

  6. 1
    Alberto Benassi says:

    E ’stata una bella solitudine quella che mi ha accompagnato in quella giornata.

    da soli in parete, quando le cose girano al modo giusto, non ci si sente soli. Ma  in perfetta sintonia con tutto quello che ci sta intorno.

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