Per un futuro della Marmolada

Sul futuro della Marmolada
(dopo la valanga a Pian dei Fiacconi)
di Giorgio Daidola
(pubblicato da montagna.tv il 22 gennaio 2021)
Foto di Giorgio Daidola

Il versante nord della Marmolada fotografato dalla strada di Passo Fedaia il 27 giugno 2020. Al centro, da sinistra, Punta di Rocca e Punta Penia, con l’itinerario di sci ripido/estremo della nord. La valanga si è staccata dal Sass Bianchet, a sinistra nella foto.


Il 14 dicembre 2020 una valanga staccatasi dal Sass Bianchet sotto Punta di Rocca ha danneggiato gravemente il rifugio Pian dei Fiacconi a 2626 metri, sul versante nord della Marmolada, oltre alla stazione d’arrivo dell’attigua cestovia, peraltro dismessa dal settembre 2019.

La costiera di Serauta sulla sinistra e la parte del ghiacciaio dove c’erano gli skilift Habegger per lo sci estivo. Qui si correva il Gigantissimo, lungo la famosa Bellunese, giù fino a Passo Fedaia. In alto a sinistra si nota l’arrivo della funivia che sale dal versante veneto di Malga Ciapela. A destra la rocciosa Cima Undici, dalla quale doveva passare l’impianto progettato dall’Ing Mario Pedrotti, l’unico al riparo dalle valanghe.

Titolare del rifugio, insieme a tre soci, è Guido Trevisan che, dopo averlo acquistato una ventina di anni fa’, lo aveva migliorato ed ampliato e stava finendo di pagare il mutuo relativo agli investimenti fatti. Una campagna di solidarietà è partita per aiutare Guido Trevisan, che si è sempre battuto per tentare di salvare la Marmolada dall’invasione degli impianti di risalita, ossia dalla sua integrazione nel lunapark del superski dolomitico. Il suo rapporto con la storica cestovia che portava clienti al suo rifugio in estate e in primavera, oltre che essere utilizzata per i rifornimenti, era però controverso, lo si potrebbe definire di amore-odio. Da quando, nel 2019, i nuovi proprietari gardenesi, i fratelli Mahlknecht (prima la cestovia era della Graffer trentina, che l’aveva costruita nel 1974), decisero di non effettuare la revisione generale per un rinnovo decennale della concessione ma di dismettere l’impianto, Guido Trevisan si è in fatto promotore di una campagna per sradicarne le strutture al più presto e ha affermato di aver lavorato bene, nell’estate 2020, anche con l’impianto chiuso. Chi scrive sarebbe invece stato favorevole a rimettere in funzione la cestovia, ultimo baluardo per evitare nuovi impianti in Marmolada: una cordata trentina di affezionati alla cosidetta “cestovia romatica” stava tentando questa operazione disperata. Il vecchio impianto, oltre ad essere poco impattante, aveva infatti un valore storico, era uno degli ultimi impianti leggeri del passato che potevano essere presi come esempio per un futuro del turismo montano in Dolomiti un po’ più sobrio di quello attuale. Ma questo è un altro discorso, intanto ci ha pensato madre natura a risolvere il problema, distruggendo oltre al rifugio anche la cestovia.

Giorgio Daidola in discesa a fine maggio sul fuori pista di Infra I Sass, fra Cima Undici (a destra) e Cima Dodici ( a sinistra). In fondo il lago di Fedaia, sullo sfondo il versante sud di Porta Vescovo, dove i malati di collegamenti vorrebbero realizzare l’impianto di collegamento con Arabba.

Probabilmente la valanga farà riflettere sull’opportunità di attuare il progetto che prevede la costruzione di una moderna cabinovia con stazione di arrivo sulla cresta che sovrasta di una cinquantina di metri il Pian dei Fiacconi, in un punto strategico per poter continuare con un secondo impianto con arrivo al Sass Bianchet, circa 150 metri sotto l’arrivo della funivia che sale dal versante veneto di Malga Ciapela. Una soluzione peraltro invisa a Mario Vascellari, patron di questa funivia, che teme in questo modo di perdere passaggi sui suoi impianti, in base al diabolico sistema di divisione dei ricavi da skipass proprio del Consorzio Dolomiti SuperSki.

La stazione Serauta della funivia che sale da Malga Ciapela. Sulla sinistra Punta Serauta 2961 m. Questa foto, come le precedenti, le ho scattate il 2 giugno 2020: neve stupenda fino sul Lago di Fedaia!

Per quanto riguarda il rifugio sarà opportuno, se lo si ricostruirà, trovare un’ubicazione più sicura oppure, se si deciderà di restaurare quanto rimasto di quello danneggiato, prevedere una seria opera di difesa dello stesso dalle valanghe, ora del tutto mancante. Da notare che la Capanna Ghiacciaio, 70 metri sopra il rifugio distrutto, gestita dallo stesso Guido Trevisan, non ha subito danni grazie ad un rudimentale paravalanghe.

Il lago di Fedaia ed il rifugio Cima Undici, poco sopra la partenza della cestovia, nel mese di aprile 2020. Anche questo rifugio è interessato da una ricorrente valanga.

Valanghe in Marmolada, non una novità
Prima di decidere sul da farsi e buttar via un fiume di quattrini per costruire nuovi impianti e nuovi rifugi sarebbe però auspicabile che tutte le parti in causa si rendessero conto che le valanghe disastrose in Marmolada non sono affatto manifestazioni di un destino avverso e di un castigo divino, come si è tentato di far credere. Esse si sono infatti verificate puntualmente in passato più o meno negli stessi punti, fra cui proprio quello del rifugio e della cestovia danneggiati e, particolare ora da non sottovalutare, anche nel punto sulla cresta sovrastante dove, come detto sopra, si prevede di far arrivare il nuovo impianto. Quest’ultima valanga è infatti transitata proprio di li, prima di piombare sul rifugio di Pian dei Fiacconi. I rischi che ciò si ripeta sarebbero addirittura superiori rispetto al passato, così almeno la pensano alcune persone che questa montagna la conoscono bene.

La diga del lago di Fedaia e la partenza della cestovia per Pian dei Fiacconi. Sullo sfondo, in direzione del cavo, Porta Vescovo con l’arrivo della funivia che sale da Arabba. Tale stazione di arrivo è già predisposta per ospitare un impianto pesante di collegamento. In basso, dalla parte opposta della diga, il rifugio Castiglioni di Aurelio Soraruf.

Alcune testimonianze
Carmelo Bortolotti, eccezionale impalmatore di cavi funiviari della Graffer, ha lavorato come capo servizio per gli impianti che salivano da Fedaia a Pian dei Fiacconi dal 1969 al 2005. Prima per la seggiovia monoposto del 1963 e poi per la cestovia che la sostituì nel 1974. Bortolotti ricorda che “già nel 1946 il rifugio di Pian dei Fiacconi fu completamente distrutto da una valanga. Venne ricostruito predisponendo una serie di cassoni di pietra per difenderlo, poi eliminati nel 1974 in quanto si pensò che, con l’abbassamento del ghiacciaio di parecchi metri, il rischio di valanghe fosse venuto meno. In realtà l’eliminazione fu fatta per realizzare una terrazza da cui poter ammirare il ghiacciaio. Nel 1976 ci fu un’altra valanga simile a quest’ultima del dicembre 2020. La massa di neve causò seri danni alla centrale elettrica della cestovia mentre il rifugio si salvò per miracolo”. Da notare che, continua Bortolotti, “la vecchia seggiovia del 1963 aveva una stazione di arrivo più sicura, in quanto posta più a est, ovvero sull’altro lato del rifugio”. Sempre secondo Carmelo Bortolotti “l’abbassamento del ghiacciaio ha reso le pareti più ripide e quindi più soggette a distaccamenti di grandi dimensioni, in grado di assumere molta velocità. La massa nevosa dell’ultima valanga, staccatasi dal Sass Bianchet, ha infatti superato senza difficoltà la cresta morenica che delimita il ghiacciaio per poi piombare sulle strutture sottostanti”.

La cestovia Fedaia-Pian dei Fiacconi il 30 aprile 2017. A sinistra Cima Dodici e il famoso fuori pista Lydia, dove si correva la libera Direttissima. In alto, a destra della cestovia, Punta di Rocca e Punta Penia con sulla destra lo scivolo della Nord, teatro delle prime imprese di sci estremo di Holzer e di Valeruz.

Marco Margoni, capo servizio e anima della cestovia nei suoi ultimi dieci anni, prima della cessione dalla Graffer di Trento ai fratelli Machbecht di Ortisei, ricorda che “i lavori di protezione della stazione di arrivo della cestovia, eseguiti dopo la valanga del 1976, furono fatti a risparmio, utilizzando mattoni prefabbricati anziché cemento armato. Inoltre si costruì un muro protettivo piatto anziché a forma di cuneo, soluzione che avrebbe permesso di smaltire la valanga”. Margoni ricorda anche che “le valanghe investono regolarmente anche il rifugio Cima Unidici, poco sopra la partenza della cestovia”.

Al centro la cresta su cui dovrebbe arrivare il nuovo impianto, vicino a Capanna Ghiacciaio che si vede nella foto. La valanga ha interessato questa cresta per poi scendere sul rifugio Pian dei Fiacconi che si vede piu in basso. Sullo sfondo il Sasso Lungo e il Sasso Piatto.

Aldo De Toni, classe 1943, già responsabile tecnico degli impianti veneti che da Malga Ciapela salgono a Punta di Rocca, non si dimostra affatto stupito dell’accaduto. Secondo De Toni, però, “l’abbassamento del ghiacciaio ha portato si a un maggior rischio di grosse valanghe ma tale rischio dovrebbe essere compensato dalla maggiore altezza assunta dalla cresta in fondo al ghiacciaio, che rappresenta un vero paravalanghe naturale. In ogni caso – continua De Toni – l’unico progetto sicuro per raggiungere Punta di Rocca dal versante trentino, era quello elaborato dell’ing. Mario Pedrotti, depositato presso il Comune di Canazei, che non faceva passare l’impianto per Pian dei Fiacconi ma per Cima Undici, proprio nel centro del ghiacciaio, unico punto sicuro dalle valanghe su tutto il versante nord della montagna. Su Cima Undici sarebbe stato realizzato un grande pilone di sostegno”.

Alla partenza di Pian dei Fiacconi sono stati messi in vendita come “cimeli” i cesti dell’impianto dismesso.

In conclusione, tutto il versante nord della Marmolada e non solo Pian dei Fiacconi presenta un alto rischio valanghe. A tale riguardo De Toni ricorda che “ai tempi dello sci estivo sul ghiacciaio, una delle tre sciovie Habegger che venivano montate sull’allora parte veneta del ghiacciaio, è stata più volte portata via dalle valanghe che si staccano con una certa regolarità dalla costiera di Serrauta. Anche la nota Capanna Bill, sulla pista di rientro a Malga Ciapela, è stata colpita da una valanga staccatasi dal Serauta nel 2014”. Tutto questo per dire che in Marmolada con le valanghe non si puó proprio scherzare, soprattutto quando si tratta di localizzare rifugi e progettare nuovi impianti. Aldo De Toni gestisce ora con i figli la Funimont di Alleghe, una società ben nota per il montaggio e la manutenzione di impianti a fune in tutto il mondo (Leitner e Dopprlmayr sono suoi clienti abituali). Particolare interessante su cui riflettere, De Toni è scettico sulla sicurezza dei moderni impianti a agganciamento automatico, come quelli che si vorrebbero costruire in Marmolada. Le vecchie seggiovie e i vecchi skilift sono infatti, secondo lui, molto più sicuri.

Scialpinistica il 6 giugno 2020 Pian dei Fiacconi-Punta di Rocca, sci ai piedi dall’auto…

Il futuro quale sarà?
Altri importanti punti di riflessione sul passato e sul futuro della Marmolada ce li offre Aurelio Soraruf, architetto e titolare dello storico rifugio Marmolada Castiglioni (ubicato vicino alla diga del lago artificiale di Fedaia, non distante dalla stazione di partenza della dismessa cestovia) nonché di Capanna Punta Penia a 3340 metri. Anche secondo Soraruf “la valanga che ha fortemente lesionato le strutture indifese del rifugio di Pian dei Fiacconi non è una novità, pur tenendo conto che i tempi di ritorno possono variare parecchio. Questa volta la valanga non era neppure gigantesca, un filmato della guida Luigi Felicetti di Campitello di Fassa dimostra che aveva un fronte di appena un centinaio di metri, figuriamoci cosa sarebbe successo se avesse interessato gli ampi e ripidi pendii tra Punta di Rocca e Punta Penia. Se così stanno le cose sembra davvero assurdo che nel 2015 la Giunta Provinciale di Trento abbia approvato un programma di interventi in Marmolada che prevede un impianto con stazione di arrivo proprio sulla cresta superata da questa periodica valangaprima di piombiare sul rifugio e sulla cestovia. Quella cresta – prosegue Aurelio – sembra essere un luogo davvero infelice per l’arrivo di un nuovo impianto e l’eventuale partenza di uno successivo. Risolvere il problema con la costruzione di un mastodonte di cemento armato alto undici metri su cui realizzare la stazione, ammesso che sia sufficiente, mi sembra una soluzione sul cui impatto ambientale è meglio soprassedere”.

Punta Penia dall’arrivo della funivia che sale da Malga Ciapela. Appena distinguibile, dopo le cornici, Punta di Rocca.

Malgrado tutti queste valutazioni negative è probabile che la cabinovia, prima o poi, si farà. Così almeno sperano i fratelli Mahlknecht, con l’appoggio della Provincia di Trento che non sembra poter fare a meno di un moderno impianto sulla Regina delle Dolomiti. Troppi interessi, troppe miopie. Nemmeno le valanghe sembrano in grado di far cambiare idea. Giunti a questo punto sarebbe invece opportuno limitarsi a liberare la montagna dalle macerie di un passato di interventi che sono stati tutto sommato sostenibili, senza prevedere la realizzazione di nuovi impianti pesanti e di rifugi blindati che sostenibili non lo sono per nulla. Semmai bisognerebbe pensare ad un ritorno ad impianti leggeri, come gli skilift mobili Habegger dello sci estivo degli anni del dopoguerra, quando in Marmolada si correva la libera “Direttissima” lungo la favolosa Lydia e il “Gigantissimo” lungo la Bellunese. Impianti poco impattanti per un grande sci. E forse più sicuri, come afferma uno specialista come Aldo De Toni.

La valanga che ha travolto il rifugio Pian dei Fiacconi. Si è staccata dal Sass Bianchet, fronte di un centinaio di metri… La foto non è mia, penso sia della guida Luigi Felicetti di Campitello, che è salito due giorni dopo e ha anche girato un video.

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Per un futuro della Marmolada ultima modifica: 2021-02-11T05:36:00+01:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Per un futuro della Marmolada”

  1. 12

    La situazione della Marmolada è particolare.La funivia che arriva a Punta Rocca potrebbe continuare il suo servizio, relegando gli sciatori/turisti  laddove hanno sempre scorrazzato rassicurati dalle installazioni per lo sci o quando salgono in cima per una foto. Tutto il resto è terreno naturale e il rifugio Pian dei Fiacconi rappresenta l’unico punto d’appoggio proprio nel centro del versante nord. Offre ospitalità per ogni tipo di frequentatore della montagna, a parte lo sciatore pistaiolo. Un paio di alberghi, rifugi e bar ai piedi rappresentano l’appoggio alla base della montagna. Più giù ci sono Canazei da una parte e Rocca Pietore dall’altra. Non servirebbe null’altro, se non smantellare la vecchia cestovia (anche se concordo con Giorgio che se fosse restata non avrebbe cambiato di molto le carte in tavola) che se non operativa costituisce solo un inutile obbrobrio architettonico. Ma…. ma chi lo dice ai proprietari della cestovia, che se la sono comprata prevedendo progetti di espansione impiantistica e non di certo per fare girare un vecchio catorcio anche se efficientissimo (li conoscete i gardenesi?), che devono portarsela via a loro spese e non farsi più vedere?Chi glielo dice agli operatori presso la diga che i turisti arriveranno lo stesso perché lì sopra c’è un terreno fantastico e appetibile per una vastissima moltitudine di appassionati? Chi tiene a bada i fassani che aspettano con la bava alla bocca di costruire i più imponenti, veloci e moderni impianti per arrivare dalla loro parte trentina sulla loro Marmoleda?
    E’ un bel casino, dove possono prevalere solo la ragione profonda, la lungimiranza e l’intelligenza. Hai detto niente…

  2. 11
    Pier Giorgio Pasquon says:

    Purtroppo la maggioranza se ne frega del rispetto per la natura e per la montagna nello specifico. Vedrete che alla fine gli impianti si faranno perche’ viviamo solo per l’oggi e i schei xe’ schei.
    Personalmente sono favorevole alla ricostruzione del rifugio fosse e al mantenimento della cestovia in sicurezza.
    E ce ne fossero tanti come Trevisan!
     

  3. 10
    Carlo Crovella says:

    Io coltivo la speranza, sperando di non essere sconfessato, che la grande rivoluzione della pandemia (con impianti chiusi fino a questo week end anche nelle regioni gialle) stimoli ad una nuova visione del turismo invernale. Non siamo noi quelli che devono essere stimolati, ma gli operatori turistici, spesso valligiani, che (legittimamente) fondano i loro redditi sul turismo. Da che c’è neve in Val Susa ho visto una interessante riconversione dalla pista “bruta” verso le altre discipline. chissà che non si espanda? intendo dire l’esperimento del Passo Rolle, sostanzialmente naufragato, si inseriva in un cointesto in cui “spingeva” ancora l’idea del turismo di massa incentrato sulla pista. Speriamo che il fenomeno non si riproponga, almeno non così incondizionatamente, e che attraversi tutte le alpi, giungendo anche alla Marmolada (dove non metto piede – ahimé! – da un bel po’, anche per il cliché che ruota intorno agli impianti). Intendo dire: magari 3-4 o addirittura 5 anni senza impianti farebbero verificare ai valligiani che, bene o male, riescono a stare in piedi anche senza impianti. A quel punto non ci sarebbe più la stessa veemente forza nel richiederli da parte dei residenti operatori turistici. Chissà.

  4. 9
    Alex says:

    Ci provó anche LaSportiva qualche anno fa’ con un progetto che prevedeva lo smantellamento degli impianti al Passo Rolle e una riconversione del Passo verso un turismo della montagna eco sostenibile (in breve tempo attuabile) ,al quale fu naturalmente preferito il progetto di mantenimento degli impianti con futuro collegamento a mezzo fune con SMDC ( tempi della realizzazione ancora da definire).Il problema dell imprenditoria montana è che oltre ad essere poco lungimiranti conoscono solo un modo di economia , quella di massa che prevede impianti a fune per portare gente in quota anche solo per una foto.Credo che poter offrire una scelta di turismo di montagna alternativa alla classica   sia un valore aggiunto al sistema economico dell’ intero settore , oltre che un vantaggio dal punto di vista ambientale.Per il rispetto della collettività,non ci può essere solo una offerta monotematica , 

  5. 8
    albert says:

    Un piccolo caso analogo: Frassene’Agordino con semplice  seggiovia , ora inerte, non gestita e neppure un ente che si accolli la demolizione dal costo stimato di centomila euro.Il  rifugio attiguo alla stazione a monte ,   Scarpa -Gurekian,  raggiungibile solo da scarpinatori per diversi itinerari, gode di questa situazione wilderness  ?L’afflusso e’paria quello dei vecchi tempi meccanizzati?Il paese gode della ricaduta nell’indotto? I Pensionati di oggi,che   per il momento godono ancora di pensione dignitosa, non hanno piu’la gamba, in genere tranne eccezioni,vorrebbero spendere.

  6. 7

    È vero che gli operatori intorno alla Marmolada non sono preparati a una montagna senza impianti, ma proviamo a immaginarci una Marmolada vergine. Una montagna enorme, con moltissime possibilità per alpinisti, sci alpinisti, ciaspolatori, escursionisti… potrebbe diventare un luogo unico e attirerebbe un numero impressionante (lo dico per gli operatori, non di certo per me) di frequentatori di qualità sicuramente migliore degli sciatori. La Marmolada senza impianti potrebbe diventare anche un polo culturale. 
    Poi magari con un “effetto unesco” indotto da opportuni marketing, richiederebbe la costruzione di strade migliori e altri alberghi, negozi, servizi e altro. Chissà dove sta l’equilibrio,  fatto sta che nelle cose bisogna crederci.

  7. 6
    Giorgio Daidola says:

    Caro Carlo, ritengo che un nuovo eventuale rifugio aperto in primavera ed in estate potrebbe dare risultati economici più che soddisfacenti anche senza costruire nuovi impianti. Era la nuova sfida di Guido Trevisan con il rifugio ora distrutto dalla valanga e penso rimanga tale nel caso di costruzione di un nuovo rifugio. Questa soluzione non credo però vada bene per gli operatori presenti a Fedaia con ristoranti, rifugi, hotel, bar e negozi di souvenir: con la vecchia cestovia riuscivano a sopravvivere, senza impianti credo che avranno difficoltà a sopravvivere. Potrebbero inventarsi qualche offerta sostenibile ma non mi pare siano preparati a questo.

  8. 5
    Stefano says:

    Penso  al maggio 1984 insieme alla brigata alpina Cadore la partenza alle 6 30 del mattino zaino in spalla sci pelli di foca dal lago fedaia fino a punta penia altro che impianti ! Anche così va vissuta la Marmolada! 

  9. 4
    Paolo Urbani says:

    Basta mezzi di risalita sul versante N, ed anche S, della Marmolada.

  10. 3
    Claudio Cometa says:

    Carlo Crovella, sarebbe un luogo unico per gli scialpinisti, come non ce ne sono molti in giro. Ci sono tante gite da poter fare con le pelli anche partendo dal lago. Ricordo sempre con piacere la Punta Rocca salita da lì in coda a Cominetti. Se potessi muovermi da Trieste ci tornerei molto volentieri, ma in assenza di impianti. 

  11. 2
    Carlo Crovella says:

    Ma se togliessero ogni impianto, anche sotto forma di mezzi cingolati, l’afflusso degli scialpinisti non sarebbe sufficiente per sostenere economicamente il business di un nuovo eventuale rifugio?

  12. 1
    albert says:

    Risalita con mezzi cingolati porta persone , sarebbe tecnicamente possibile? In salita usano energia (anche) elettrica( e idrogeno ottenuto da elettrolisi alimentata da pannelli fotovoltaici), in discesa si ricaricano ed arriviamo al” moto perpetuo”?scherzi a parte una soluzione penso si possa trovare…tipo gli skilift mobili ( a sollevamento idrauilico-pneumatico?’) largo agli innovatori all’insegna della sostenibilita’. Ci sara’ pure il Ministero apposito!Altrimenti per chi vuole provare il brivido della discesa, a ghiacciaio estinto,  esiste la strada asfaltata  fino a Canazei  o Malga Ciapela, gia’ una elite di “teste calde” pratica  il Downhill con pattini a rotelle(magari  per  i prudenti ci aggiungono un sistema frenante  nei mozzi) e tute di cuoio e balle di paglia.
    https://www.pattiniamo.net/2017/12/11/downhill/   Oppure la pista   sintetica di spazzole di plastica .In fondo vale la fisica del piano inclinato…e attriti vari .

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