Nel nostro paese la narrazione del turismo “petrolio d’Italia” ha a lungo bloccato il dibattito sui danni del turismo. Oggi, tuttavia, il mito del turismo come volano di salvezza economica non regge più e sempre più cittadini e cittadine denunciano le storture del sistema, che di fatto rende le destinazioni turistiche prodotti da consumare. La soluzione non è, come spesso si sente dire, il turismo di qualità. Ma la decrescita turistica.
Perché serve una decrescita turistica
di Sarah Gainsforth
(pubblicato su Micromega 5-2025)
Da Barcellona a Venezia, da Maiorca alle Baleari, da Lisbona a Genova, passando per Napoli e Palermo, attivisti e residenti hanno iniziato a protestare contro il turismo. Il 15 giugno 2025, migliaia di persone sono scese in piazza in una decina di città del Sud Europa per chiedere la riduzione dei flussi turistici. Le proteste, coordinate dalla rete Set-Sud Europa contro la turistificazione, hanno preso varie forme. A Palermo gli attivisti hanno sfilato bendati nel centro della città perché, come hanno scritto sui social, il turismo «nella sua forma più cieca e invadente riduce le città che attraversa a un prodotto da consumare (1)».
A Barcellona già un anno fa migliaia di persone sono scese in piazza puntando pistole ad acqua contro i turisti. La manifestazione è stata organizzata da centinaia di organizzazioni riunite nell’Assemblea de barris pel decreixement turístic (Assemblea dei quartieri per la decrescita turistica). Da anni ormai la città catalana è alle prese con un turismo aggressivo e arrogante che la sta trasformando in un parco-giochi. Dal 2005 il numero di turisti è raddoppiato anche grazie alla promozione della città come capitale culturale, con grandi eventi e interventi di rigenerazione urbana. Intanto gli affitti sono aumentati molto più dei salari. Oggi la Spagna è prima nella classifica europea per presenze turistiche. Segue l’Italia, che con i suoi 458,4 milioni di presenze nel 2024, di cui oltre la metà straniere, ha superato la Francia, attestandosi al secondo posto: una crescita del 2,5% rispetto al precedente record registrato nel 2023.
Nel nostro paese la narrazione del turismo “petrolio d’Italia” ha a lungo bloccato il dibattito sui danni del turismo. Oggi, tuttavia, «il mito del turismo come salvezza economica è finito», come evidenziano gli attivisti della rete Set. I costi altissimi del turismo sono ormai sotto gli occhi di tutti: «Quello che vediamo e subiamo nelle nostre vite è ben diverso [dal mito del turismo]: la perdita dell’accesso al diritto alla casa, quartieri svuotati, lavori sempre più precari e disumanizzanti, aumento del costo della vita, distruzione del territorio, saturazione delle risorse di base e persino limitazioni alla nostra mobilità quotidiana. Il tutto per sostenere un modello che va a vantaggio solo di pochi», proseguono gli attivisti. Per questo motivo «la turisticizzazione non è più un problema percepito da pochi: è diventata una preoccupazione diffusa che attraversa generazioni, classi e territori. E questo è solo l’inizio (2)».
I danni del turismo
Ormai diversi studi confermano l’impatto negativo del turismo sulle città. Un recente studio del Joint Research Centre (Jrc), il centro studi della Commissione europea, ha analizzato l’impatto del turismo a Roma, Milano e Parigi (3). In particolare, lo studio analizza i prezzi delle case e degli affitti in relazione alla diffusione degli alloggi turistici a breve termine, la correlazione tra gli affitti a breve termine e la disponibilità di servizi pubblici e quella tra attività turistica e vivibilità locale. Rispetto al primo punto, lo studio trova una correlazione positiva tra il numero di Airbnb e i prezzi delle case: ogni punto percentuale in più nella quota di appartamenti Airbnb rispetto allo stock abitativo totale è associato a un aumento di 159,2 euro al metro quadro nei quartieri esaminati a Milano; e di 116,4 euro al metro quadro in quelli di Roma (per i monolocali). Lo studio prova quel che molti sostengono da tempo: le aree con maggiore attività Airbnb hanno valori immobiliari più elevati.
I canoni di locazione delle case in molte città sono ormai fuori dalla portata della maggior parte dei lavoratori, spiazzati dalla più alta capacità di spesa di turisti e di altre categorie di abitanti temporanei rispetto ai salari locali. Salari che peraltro nei settori turistici in espansione come alloggio e ristorazione sono tra i più bassi in Europa. Questo, a sua volta, sta rimodellando il tessuto economico, sociale e culturale di quartieri svuotati di residenti.
La ricerca del Jrc rivela infatti «cambiamenti significativi nel tipo e nella densità dei servizi pubblici» a Roma e Milano. I risultati indicano una crescita di servizi orientati al turismo e il calo dei servizi mirati ai residenti, una tendenza collegata alla diffusione di alloggi in affitto a breve termine. «Questa tendenza è particolarmente evidente nelle aree centrali delle due città, dove si trova la maggior parte degli appartamenti Airbnb», si legge nello studio. I ricercatori hanno tuttavia dovuto escludere Roma dall’analisi dettagliata della relazione tra affitti brevi turistici e servizi locali a causa «dell’indisponibilità dei dati di Roma, nonostante i numerosi tentativi di ottenerli».
Per quanto riguarda la vivibilità di alcuni quartieri a Roma, Milano e Parigi in funzione dell’aumento del turismo e degli affitti a breve termine, i risultati dell’indagine rivelano «percezioni contrastanti sugli affitti a breve termine, con alcuni abitanti di Parigi che esprimono opinioni neutre o addirittura positive, mentre la maggior parte esprime sentimenti negativi, soprattutto a Milano e Roma». È interessante notare che nonostante la percezione negativa prevalente nei confronti degli affitti a breve termine e l’impressione di un ridimensionamento dei servizi orientati ai residenti, rilevato tra i campioni di residenti tramite un questionario, né il grado di coesione sociale né il senso di appartenenza percepito sembrano diminuire: nonostante tutto, continuiamo ad amare e sentire nostri i quartieri e le città che abitiamo. Anche se, come si legge nello studio, «emergono alcune preoccupazioni relative a varie forme di espulsione».
Lo spopolamento delle città
Quasi tutte le città del mondo hanno introdotto regolamenti sugli affitti brevi per tutelare la residenzialità, a cominciare da San Francisco e New York (4): regolare diritti e doveri della proprietà privata è possibile, perfino in un sistema capitalistico. In Italia però vige un sistema di paleo-capitalismo imperniato sull’ideologia proprietaria, governato da rendite di posizione e alimentato da sussidi pubblici.
E così, a oltre dieci anni dalla diffusione di Airbnb in Italia, la principale questione ancora aperta su cui si battono associazioni, abitanti e attivisti, è quella della regolamentazione delle locazioni turistiche. «Alcune sperimentazioni a livello locale stanno funzionando, in particolare i regolamenti di Bologna e Firenze, quello della Regione Toscana (5), ma rimane il problema a livello nazionale: senza una legge sugli affitti brevi, diventa mollo complesso per le amministrazioni locali intervenire», commenta Giacomo Salerno, ricercatore all’Università di Siena e attivista dell’Osservatorio civico indipendente sulla casa e sulla residenzialità a Venezia (Ocio).
Mentre il governo rimanda il problema i centri urbani perdono residenti. I quartieri più centrali di Roma, quelli del I municipio, hanno visto una diminuzione del 38% negli ultimi dieci anni; Trastevere ha perso quasi la metà (il 45%) dei residenti (6). A Venezia il numero di turisti ha già superato quello dei residenti. A settembre 2023 nella città lagunare si contavano infatti 49.304 residenti contro 49.693 posti letto turistici: il rapporto tra turisti e residenti è dunque diventato di uno a uno. Il sorpasso è stato annunciato con una conferenza stampa da due organizzazioni, Ocio e Venessia.com, che si battono per il diritto all’abitare a Venezia (7). Dal 1997 al 2022 la municipalità di Venezia, Murano, Burano ha perso in media 2,4 residenti al giorno, mentre ha acquisito 4,8 posti letto al giorno. La città storica perde mediamente 2,23 abitanti al giorno, mentre l’intero estuario ne perde quasi 3.
Alla mobilitazione europea contro il turismo del 15 giugno 2025 ha partecipato anche Ocio, che aderisce alla rete Set, con uno striscione con scritto “Stop hotel, più città”. «Abbiamo fatto un’azione simbolica contro l’apertura di nuovi alberghi al Tronchetto, dove ne è stato appena aperto uno da 648 posti», spiega Salerno. Dal 2017 a Venezia è in vigore una delibera che bloccherebbe l’apertura di nuovi alberghi, ma nella realtà i posti letto turistici continuano a proliferare: secondo i dati pubblicati da Ocio, dal 2017 sono aumentati di 16.953 unità. «Dopo il Tronchetto, siamo andati con uno striscione a Calle dei Guardiani dove c’è una situazione particolarmente problematica: un nuovo hotel, di fatto abusivo», spiega Salerno. Si tratta di mini-appartamenti per locazioni turistiche realizzati nonostante la delibera “blocca alberghi”, dopo lo sfratto dell’ultima abitante rimasta nel complesso edilizio.
Venezia è oggi l’unica città italiana che potrebbe limitare gli affitti brevi, grazie a una norma nazionale approvata nel 2022 su iniziativa del deputato veneziano Nicola Pellicani. Secondo Pellicani la norma avrebbe fatto da apripista per altre città italiane. Non solo questo non è avvenuto, ma l’attuale giunta di Venezia non ha alcuna intenzione di avvalersi dello strumento normativo per limitare il turismo nella città lagunare, recentemente privatizzata per il matrimonio del fondatore di Amazon, Jeff Bezos. A Roma, intanto, Dolce e Gabbana ha usato la città come sfondo per eventi e sfilate non è chiaro in cambio di che cosa, oltre al riconoscimento di un “interesse pubblico” da parte del Comune. Così le città d’arte diventano parchi a tema.
Troppi turisti
Alcuni anni fa l’Assemblea dei quartieri per il turismo sostenibile, a Barcellona, ha cambiato nome, sostituendo “turismo sostenibile” con la locuzione “decrescita turistica”. E’ stato un passaggio importante, che riflette un’elaborazione teorica fondamentale: non può esserci sostenibilità senza una decrescita turistica.
Dal Duemila, in soli 15 anni i viaggiatori internazionali nel mondo sono raddoppiati, passando da 674 milioni a 1,3 miliardi nel 2017 e poi a 1,5 miliardi nel 2019. Secondo le previsioni dell’Organizzazione mondiale del turismo, il turismo continuerà a crescere del 3,3% l’anno fino al 2030, quando i turisti internazionali saranno 1,8 miliardi. Già oggi, in molte città i turisti oggi sono semplicemente troppi. Ma il dibattito sui danni del turismo, finalmente aperto anche in Italia, rischia di essere richiuso troppo presto da argomenti che distraggono dal cuore del problema: la necessità di ridurre la pressione turistica. Sempre più spesso, infatti, si sente dire che la questione non è “meno turisti” ma un turismo “migliore”.
Nulla di più sbagliato: l’overtourism non è un problema di qualità del turismo ma di numeri assoluti insostenibili; è per definizione un problema quantitativo. Il problema non si risolve educando i turisti, ricorrendo ad argomenti morali e sostenendo la necessità di promuovere un turismo incentrato sull’idee di scambio, di relazione e di crescita culturale. E’ un’idea nobile e condivisibile, ma molto elitaria. Non si può ignorare il fatto che molti turisti desiderano (legittimamente) soltanto bere spritz a bordo piscina in resort da cui non mettere mai il naso fuori. Pretendere di cambiare le aspirazioni personali per cambiare il turismo e dunque le sorti dell’umanità è irrealistico, snob, e poco utile.
Il problema non si risolve neanche promuovendo l’assurda idea di “spalmare” i turisti in aree meno congestionate: primo perché così si spalma il problema in aree che si sono finora salvate senza cambiare di una virgola il problema, cioè quello del troppo turismo; secondo perché le persone vorranno sempre visitare Venezia e il Colosseo piuttosto che sconosciute destinazioni alternative.
«Senza una decrescita dei numeri assoluti non c’è alcuna prospettiva di sostenibilità sociale e ambientale possibile», spiega ancora Salerno. La crisi climatica mostra i nessi tra processi e territori, la loro interdipendenza. Dovrebbe mostrare che è inutile appellarsi alla qualità o distribuire i turisti in giro per il mondo, se il turismo continuerà a crescere, perché gli effetti del troppo turismo non si possono circoscrivere a piacimento. «Questo vale su scala locale come su scala globale, considerando lo scenario di cambiamento climatico», spiega Salerno.
Milioni di persone si spostano ogni anno grazie alla possibilità di farlo, offerta loro dal mercato. L’overtourism è la conseguenza diretta della costruzione di un’offerta turistica illimitata da parte dell’industria turistica che muove sempre più persone e denaro, anche grazie a politiche favorevoli. La crescita del turismo è la conseguenza della trasformazione del sistema produttivo e del lavoro, di innovazioni tecnologiche e digitali, di politiche pubbliche che vedono nel turismo il principale motore di crescita economica, soprattutto nei paesi del Sud Europa. Questa crescita va letta nel contesto della trasformazione delle economie urbane occidentali nella fase post-fordista.
Oggi sempre più persone, come le classi medie emergenti nei paesi dell’Est Europa e dell’Asia, possono viaggiare, mentre sempre più luoghi diventano facilmente accessibili grazie alla creazione di nuove infrastrutture, tratte e rotte low cost. Il turismo cresce perché è attivamente promosso da ingenti investimenti pubblici, oltre che dall’iniziativa privata che plasma desideri e destinazioni. I social media, in particolare Instagram, hanno contribuito in maniera decisiva alla costruzione dell’immaginario turistico e alla distruzione di ecosistemi delicati, come i laghi alpini, visitati da migliaia di turisti al giorno. Il problema, insomma, non sono le preferenze e le responsabilità individuali, che, per quanto insostenibili e problematiche, sono solo l’ultimo tassello di un quadro più ampio e complesso.
Il turismo, una politica pubblica
Il turismo è diventato un fenomeno di massa nel secondo dopoguerra, con l’affermarsi del modello industriale fordista, dunque ferie pagate e innalzamento dei salari che hanno permesso l’espansione di una nuova classe media che ha iniziato ad andare in vacanza. Ma è soprattutto dalla fine degli anni Settanta che il turismo è diventato un perno centrale nell’economia urbana. Mentre il legame tra industrializzazione e urbanizzazione entrava in crisi, le città si reinventavano sulla base di nuovi settori, come quelli dei servizi e della cultura, mentre cresceva la funzione simbolica delle merci e interventi di rigenerazione urbana trasformavano ex aree industriali in spazi per terziario, ricerca e produzione culturale. La globalizzazione modificava il rapporto tra spazio ed economia, mentre mutava il ruolo dell’attore pubblico, svuotato di funzioni e risorse e investito dalla logica imprenditoriale nel contesto della svolta neoliberista.
In questo quadro, le città hanno iniziato a competere per attirare risorse private, investimenti immobiliari e spesa turistica. In Italia, dove ancora tra il 2009 e il 2015 i trasferimenti statali a favore dei comuni sono diminuiti di 8,6 miliardi di euro (pari a un sesto delle loro spese correnti) secondo Gianfranco Viesti (8), le città stesse sono diventate merce di scambio per attirare capitali privati: suolo pubblico, case ed edifici, monumenti, da ogni cosa si è iniziato a estrarre valore. Il turismo amplia il perimetro di ciò che è mercificabile, estraendo valore economico anche da beni che non lo avrebbero, perché sono tendenzialmente beni pubblici, come piazze e monumenti, o beni immateriali, come tramonti sul mare. Il turismo non è insomma la risorsa, come spesso si sente dire: «La risorsa sono le città, le piazze, i monumenti. Il turismo è uno strumento per estrarre valore dalle città», puntualizza Giacomo Salerno. Il punto, poi, è dove finisce questo valore, nelle tasche di chi.
Se fino agli anni Settanta la forma della città derivava dalle varietà di funzioni urbane, da quella produttiva a quella residenziale, oggi è la trasformazione stessa dello spazio fisico, scollegata da qualsiasi funzione, che genera valore. Il prodotto in vendita è la città stessa. La produzione culturale, immateriale e simbolica, è arruolata nel processo di riproduzione del capitale: gli eventi temporanei, i festival, la costruzione di grandi opere, di oggetti urbani e di piani strategici ideati da archistar, servono innanzitutto per alimentare la “valorizzazione” immobiliare e finanziaria. In questo contesto si assiste alla crescita delle popolazioni temporanee (pendolari, uomini e donne d’affari, migranti, turisti, studenti) tutte in competizione per lo spazio urbano privatizzato, il cui grado di inclusione è dato dalla capacità di spesa di ciascuno.
È in questo quadro economico, frutto di ben precise responsabilità politiche, che bisogna leggere le devastanti implicazioni della rivoluzione del low cost, alla radice dell’aumento esponenziale del turismo e, in generale, della crisi climatica ed ecologica.
Come assicurare che milioni di persone impoverite dalle politiche neoliberiste, dallo smantellamento dello Stato sociale, dalla compressione dei salari e dal massiccio spostamento di ricchezza verso l’alto, continuino a consumare? Scaricando i costi altrove, sulla società e sull’ambiente, per sostenere l’illusione dei prezzi bassi. Facciamo un esempio: nel 2024 EasyJet ha aggiunto sei tratte italiane, di cui tre da Napoli, con tariffe da circa 34 curo. I costi reali di questi voli, quelli che non sono coperti dai sussidi pubblici, sono scaricati lungo la filiera sotto forma di bassi salari e inquinamento ambientale, tra gli altri. I consumatori, però, questo non lo vedono.
I costi del low cost
Questo sistema, in cui i costi reali delle merci sono nascosti e scaricati altrove, è il frutto di una precisa teoria economica che ha preso piede con la svolta neoliberista negli Stati Uniti degli anni Settanta. La «price theory» (teoria dei prezzi) è stata elaborata dagli economisti della Scuola di Chicago e ha promosso una visione del mercato che ne ignora la struttura, i processi e la distribuzione di potere. Grazie ai paraocchi della teoria dei prezzi, si è iniziato a guardare soltanto all’output: il «consumer welfare», cioè il benessere dei consumatori, identificato con i prezzi bassi. I prezzi bassi, a prescindere dalla distribuzione della proprietà e dal controllo esercitato dagli attori di mercato, è diventato il principale paradigma su cui è stata orientata la legislazione antitrust statunitense, consentendo la formazione di monopoli come quello di Amazon.
Come ha spiegato Lina Kahn (9), esperta di legislazione antitrust e capo della Fair Trade Commission statunitense tra il 2021 e il 2025, fino agli anni Settanta la legislazione antitrust era ispirata a princìpi politici: vi era la consapevolezza che la concentrazione del potere economico consolida anche il potere politico. La teoria dei prezzi, secondo cui va tutto bene finché i prezzi sono bassi, ha spazzato via quei princìpi. Secondo Robert Bork, autore dell’influente The Antitrust Paradox, pubblicato nel 1978 e citato da Kahn, per esempio, lo spostamento della ricchezza verso la classe dei proprietari non avrebbe danneggiato il «consumer welfare» generale perché «anche i proprietari sono consumatori». In questo modo si è smesso di guardare ai processi di mercato, cioè a come i prezzi sono tenuti bassi, e si è nascosto l’enorme spostamento di ricchezza tra classi sociali perché i confini tra queste sono sbiaditi entro la grande, onnicomprensiva, categoria dei consumatori.
Con la rivoluzione digitale, i prezzi bassi sono serviti a mascherare l’impoverimento di milioni di lavoratori la cui capacità di spesa è drasticamente diminuita negli ultimi decenni grazie alle politiche neoliberiste, ma che continuano a consumare perché i costi reali dei consumi sono scaricati altrove. Sono proprio quei costi nascosti che stanno emergendo, talmente tanto da sommergerci, con cui dobbiamo fare i conti.
Dire che la crescente vivibilità dei luoghi e del pianeta dipende da un problema di qualità del turismo significa continuare a non affrontare il problema. Spostare l’attenzione sulla responsabilità individuale, il bersaglio più semplice, «l’ultimo anello della responsabilità» come scrive Fabio Ciconte in Il cibo è politica (Einaudi, 2025), è davvero troppo facile: «Stigmatizzare il consumatore non è la soluzione. Anzi, è diventato parte del problema». Il libro di Ciconte parla dell’insostenibilità di un modello che offre prodotti iperscontati sugli scaffali del supermercato perché scarica i costi sulla collettività; il quadro che traccia riguarda dunque la filiera agro-alimentare, ma può essere facilmente applicato anche all’industria turistica. In entrambi questi sistemi, l’insostenibilità strutturale, sistemica, non si risolve con il “consumo consapevole” ignorando le responsabilità a monte nella filiera.
Anche nel sistema turistico le responsabilità della politica e dei mercati sono enormi: sono queste che plasmano e determinano le nostre scelte individuali di consumo. Di più, entro un sistema che resta insostenibile perché il mercato si adatta per non cambiare, il “consumo consapevole” non è un’opzione per tutti ma solo per chi se lo può permettere. I meno fortunati, in un mondo in cui la ricchezza si guadagna sempre meno e si eredita sempre di più, continueranno a prenotare un posto su un pullman a 20 euro per trascorrere una giornata sulla neve, con il rischio di ritrovarsi in diecimila a Roccaraso e venire etichettati dalla stampa mainstream come invasori cafoni.
Come spiega Ciconte, la teoria del consumatore consapevole che cambia il mondo grazie agli acquisti non tiene conto di chi non ha i mezzi economici per farne. Non è giusto chiedere a tutti coloro che faticano ad arrivare a fine mese di fare uno sforzo in più quando per giunta vogliono solo andare in vacanza, mentre il mercato prosegue indisturbato a offrire gite sulla neve a 20 euro, insalate in busta a 99 centesimi e voli a 34 euro sussidiati con fondi pubblici.
Questo ci porta al cuore della questione: il problema non è il turismo, il troppo turismo semmai è un sintomo. Il problema è il capitalismo. L’overtourism è l’effetto di un sistema economico che ha scisso produzione e consumo, che nasconde i nessi e le interdipendenze tra processi, che svuota e distrugge i luoghi di cui si nutre, da cui estrae valore. Non sappiamo più da dove viene e come è prodotta l’insalata, né quanta CO2 produca un volo Ryanair, e neanche quanta gente è stata sfrattata nel quartiere dove abbiamo prenotato un Airbnb. Ma anche se lo sapessimo, probabilmente non avremmo alternative perché i nostri salari sono troppo bassi. Una soluzione però c’è, ma non è individuale: è politica. Invece di destinare milioni di euro di fondi pubblici per l’ampliamento di aeroporti e voli low cost, per le Olimpiadi invernali e per gli impianti di risalita sciistica dove la neve non cade più, per la creazione di attrazioni in aree interne dove non ci sono più servizi, si potrebbe provare a invertire la rotta garantendo le condizioni per cui i luoghi sono non attrattivi, ma semplicemente abitabili.
Desertificazione o decrescita
La promozione del turismo nel Sud Europa sta accelerando processi di desertificazione sociale e climatica che distruggeranno i luoghi alla base dell’industria turistica. Nel 2014 la regione del Mediterraneo è diventata la principale destinazione turistica nel mondo, con 300 milioni di visitatori totali. Ma il Mediterraneo è un hotspot climatico: un’arca che si sta riscaldando più rapidamente di altre. Proprio le piccole isole e le coste, dove la maggior parte della popolazione abita, sono l’avamposto del cambiamento climatico che si manifesta con eventi metereologici estremi, innalzamento del livello dei mari e lunghi periodi di siccità.
L’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, sono particolarmente esposti: il 21% del territorio nazionale è a rischio di desertificazione, con picchi del 70% in Sicilia (10). L’Italia si distingue anche per l’elevato numero di vittime legate alle ondate di calore, con oltre 38 mila morti e danni economici stimati in circa 60 miliardi di dollari, secondo il rapporto Climate Risk Index di Germanwatch, la cui classifica dei paesi più colpiti da eventi meteorologici estremi nel 2022 mostra l’Italia al terzo posto, dopo il Pakistan e il Belize (11). Tuttavia si prevede che il turismo nell’arca del Mediterraneo continuerà a crescere, toccando 500 milioni di arrivi, tanti quanti sono gli abitanti, nel 2030.
Certo, si prevede anche un cambiamento dei flussi turistici a causa del cambiamento climatico: le regioni del Sud Europa perderanno turisti mentre quelle del Nord li guadagneranno. Uno studio del Jrc, per esempio, ha stimato una diminuzione media del turismo del 9% nelle isole ionie greche e un aumento medio del 16% nel Galles occidentale, nello scenario di riscaldamento di 4°C tra il 2019 e il 2100. La Spagna avrebbe già registrato una diminuzione dei flussi turistici dal più grande mercato di provenienza, il Regno Unito, durante le ondate di calore. Ma il settore turistico si sta già adattando a questi scenari, con la promozione di nuove destinazioni più fresche (coolcation) e del turismo nei mesi meno caldi.
Nonostante la crisi climatica, la politica continua a promuovere e finanziare il turismo: nessuno ha il coraggio di affrontare il problema dell’overtourism con misure per la decrescita turistica. Ed è per questo che si è iniziato a protestare. «Bisogna smettere di finanziare e dare i sussidi alle compagnie aeree: bisogna, ridurre le emissioni, e poi regolamentare gli affitti brevi», afferma ancora Salerno, elencando alcune delle misure che potrebbero essere approvate subito per ridurre l’offerta turistica a monte, prima di immaginare soluzioni come il contingentamento degli ingressi con biglietti a pagamento che colpiscono la fascia più povera della popolazione. «Bisogna parlare più di decrescita e meno di turismo di qualità, che significa semplicemente turismo ricco; significa promuovere città per ricchi, qualcosa di ancora più escludente nei confronti di popolazioni costrette a vivere in città pensate principalmente per i turisti». Non è questa la soluzione: il punto, conclude Salerno, «è diminuire la pressione turistica con una decrescita. dei numeri assoluti intervenendo a monte, sulla costruzione dell’offerta, per uscire da questo modello di monocultura turistica come unico orizzonte di sviluppo possibile».
Note
(1) Apro Palermo-Assemblea permanente di resistenza all’overtourism, Facebook, 17 giugno 2025.
(2) Comunicato della Rete Set-Sud Europa contro la turistificazione, 15 luglio 2025, disponibile sulla pagina Facebook di Ocio-Osservatorio civico indipendente sulla casa e sulla residenzialità.
(3) Silvia Iodice et al., “Exploring the nexus of housing, tourism, and local liveability: lnsights from Paris, Milan, and Rome”, Publications Office of the European Union, 2025.
(4) San Francisco, che ha regolamentato gli affitti brevi turistici nel 2015, consente questa attività soltanto a residenti permanenti che occupino la casa per almeno 275 notti all’anno; gli affitti brevi senza la presenza dell’host sono limitati a 90 notti l’anno. A New York la Local Law 18, in vigore dal 5 settembre 2023, impone la registrazione obbligatoria per affitti inferiori a 30 giorni e, tra gli altri, l’obbligo di residenza e presenza dell’host nell’appartamento.
(5) A dicembre 2024, Bologna ha introdotto una nuova destinazione d’uso catastale nel regolamento edilizio così che ogni alloggio destinato all’affitto breve deve essere classificato come “uso turistico” e richiedere il cambio di destinazione d’uso da residenziale a ricettiva extra-alberghiera. In questo modo il Comune può controllare il fenomeno degli affitti brevi. Firenze ha adottato un regolamento per le locazioni turistiche brevi, entrato in vigore il 31 maggio 2025, che prevede il rilascio di un’autorizzazione quinquennale ai proprietari di immobili locati a turisti e lo stop a nuovi affitti turistici nell’area Unesco, dove solo gli immobili già registrati come locazione breve nel 2024 potranno continuare a operare, per un periodo transitorio di tre anni. Queste misure sono state introdotte grazie all’approvazione, a fine 2024, di una nuova legge regionale sul turismo che prevede la possibilità per i comuni a più alta densità turistica di adottare un regolamento in cui individuare criteri e limiti allo svolgimento dell’attività di locazione breve per finalità turistiche. A marzo il governo ha presentato ricorso alla Corte costituzionale contro la legge regionale toscana.
(6) Dati Anagrafe di Roma. Si veda anche Marina de Ghantuz Cubbe, “Addio al centro di Roma, residenti dimezzati in dieci anni”, La Repubblica, 25 aprile 2024.
(7) Ocio-Osservatorio civico indipendente sulla casa e sulla residenzialità, “Il sorpasso”, 9 settembre 2023.
(8) Gianfranco Viesti, Centri e periferie: Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo, p. 312, nota 60, Laterza, 2021.
(9) Lina M. Khan, “Amazon’s Antitrust Paradox”, The Yale Law Journal, vol. 123, n. 3, 2017.
(10) Consiglio nazionale delle ricerche, “Il deserto avanza, anche in Italia”, comunicato stampa, 25 agosto 2015.
(11) Climate Risk Index 2025.
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Benassi ha ragione. Se i residenti scappano dal centro di Venezia è perché han venduto le loro case ereditate a cifre astronomiche, così come han venduto le stalle a Cortina o Cervinia… Dopo aver visto l’immagine di apertura mi è venuto il vomito e il discredito automatico di tutto l’articolo. E potremmo vivere tutti meglio (l’umanità intendo) se un miliardo di bianchi europei è anglosassoni smettessero di vampirizzare il resto del mondo. Ma più facile sempre pensare che i brutti e cattivi stanno in Africa e in Asia… Però poi il cibo non consumato lo buttiamo noi, non i ruandesi…
Meno gatti cani topi pappagalli criceti e più bambini, almeno in Occidente.
Non siamo troppi,
Non siamo abbastanza civilizzati e morali per rispettare i nostri simili e metterli in condizioni di vivere dignitosamente. Corruzione egoismo ignoranza e disinteresse sono le cause del vivere in pessime condizioni di centinaia di milioni di persone.
Mi sento più vicino a Ratman.
Ma anche perchè in “certi posti” si è voluto e fatto, con certe scelte, che questo accadesse, ci si è arricchiti ben bene, e ora siccome hanno mangiato troppo, gli fa male la pancia. Ma quando si ha gli occhi piu grossi della pancia succede. Bisognerebbe essere meno voraci e non dimenticarsi da dove si viene.
Adesso si chiude e si vuole il turismo di elite col portafoglio bello gonfio.
I turisti sono sempre andati di piú in certi posti piuttosto che in altri semplicemente perché certi posti sono piú belli di altri. Il problema si crea quando la quantitá di turisti aumenta a dismusura come sta accadendo da quando é aumentato il reddito di milioni di persone grazie al fenomeno della globalizzazione. Che fare ? A mio parere l’unica strada per salvare la capra del turismo e i cavoli delle (giuste) ragioni dei residenti sta nella regolamentaziine dei flussi. Quindi libero accesso fino ad una quantitá massima sopportabile dalla destinazione. Poi stop, provare un altro giorno please.
Questo modo di operare produce inevitabilmente una riduzione della crescita economica per i territori oggetto di queste elevate “attenzioni turistiche”, che tenderá verso la “crescita zero” nel momento in cui la quantitá di turisti saturerá i periodi di libero access0.
Forse dovremo accettare che la crescita (in particolare nel comparto del turismo) si stabilizzi.
Un tempo si diceva che la fine dell’Amazzonia sarebbe arrivata quando tutti i cinesi avessero usato la carta igenica. Penso sia interesse di tutti evitare che un fenomeno simile abbia come “protagonista” le destinazioni turistiche.
Ratman è facile parlare col pancino pieno…..
Esatto Sig.Matteo in natura sopravvive la specie che meglio si adatta…per l’essere animale umano vi ê da sperare che il sopravvivere sia legato alla capacità adattiva e intellettiva legata ad un procedere di sviluppo conscio dej limiti e di possibile migliorare della specie..diversamente..buon procedere
“Sopravviveranno solo i migliori.”
No Ratman, non sopravvivono mai i migliori o i più forti, come una visione errata e ideologicamente schierata di Darwin ha propagandato a lungo e continua a credere.
Sopravvivono i più adatti.
Il concetto di meglio delinea l’orizzonte asfittico della impotenza borghese, di una compaggine sociale che si è eletta ad umanità e vorrebbe sfuggire al compressore della storia.
Anche in un pollaio quando i polli sono troppi si ammalano contagiandosi e finiscono per scannarsi.
Lo so perchè mia mamma ha sempre allevato polli, galline, anatre, ect.
E noi non siamo molto diversi dai polli.
Dalla Beozia con furore
È il cortocircuito logico a denunciare lo stato puramente emozionale che detta la capitolazione al nullismo morale di certe considerazioni, per altro molto diffuse e condivise.
Rimango sempre stupito che a certe considerazioni non segua un: addio mondo crudele, anzi umanità sovrabbondate.
No, Ratman. Io non ho affatto scritto che desidero che l’umanità sparisca.
Tutt’altro! Dalle mie parole si deduce in modo chiarissimo che desidero che l’umanità viva meglio.
L’idea che esistano “problemi dell’umanità” è suggestiva: fa battere forte il cuore, proietta in un mondo di esseri supersensibili.
Il fatto imbarazzante sono le conclusioni di tale afflato: il desiderio che l’umanità sparisca.
La gran parte dei problemi dell’umanità, dei quali l’affollamento turistico è solo un aspetto secondario, deriva dalla sovrappopolazione terrestre. Assai piú gravi sono la miseria, la carenza di energia, l’abbruttimento e la devastazione del territorio, le megalopoli invivibili.
La Terra non regge otto miliardi di esseri umani. Molti degli otto miliardi di esseri umani vivono male o malissimo perché siamo in troppi.
Bisogna ridurre la popolazione in modo naturale e graduale. Molto graduale!
Affrettandone il calo in misura eccessiva, si rischierebbe un catastrofico collasso sociale o economico. È un problema colossale.
N.B. La decrescita felice la lascio alla stupidità o alla demagogia di certuni.
Tante pagine per partorire il solito topolino ricco di banalità da comizio politico. Non è questo il modo di combattere l’overtourism, dicendo in pratica ai miliardi di formichine dei ghetti urbani di starsene brave brave a casa.
La volgarità dell’immagine d’esordio introduce le banalità standard dell’articolo.
Sempre piu gente benestante vuole morire in pace: la decrescita è eutanasia socioeconomica come valore per odiatori seriali degli altri.
Kamikaze in pantofole.
Non preoccupatevi che è tutto bio, eco, sostenibile e mozzafiato.