Plastisfera: da qui verrà la prossima pandemia?

Plastisfera: da qui verrà la prossima pandemia?  
di Francesca Salvatore
pubblicato su insideover.com il 24 marzo 2021

Sia sulla terra che sul mare, i rifiuti di plastica sono talmente diffusi che alcuni ricercatori hanno persino proposto di etichettarli come una caratteristica “naturale” dell’Antropocene.

“Plastisfera”, una definizione
Nel 2013, studiando al microscopio i rifiuti plastici oceanici, un team di scienziati della Woods Hole Oceanografic Institution, la più grande istituzione privata di ricerca oceanografica del mondo, scoprì che questa gragnola di isole di plastica era abitata da microorganismi diversi da quelli che proliferano normalmente in acqua. Croce e delizia della modernità, la plastica è in grado attrarre forme di vita non visibili ad occhio nudo. Per questa ragione la scienza ha battezzato come plastisfera l’ecosistema che si sviluppa sul materiale plastico presente nei mari e negli oceani. Questi aggregati di rifiuti, oltre ad essere dannosi per la fauna e la flora marina e per intera catena alimentare, sono in grado di divenire habitat di microrganismi potenzialmente dannosi, quali batteri, alghe e virus. Dagli anni Novanta ad oggi gli studi in questo senso sono andati moltiplicandosi, soprattutto in seguito alla scoperta del Pacific Trash Vortex, la gigantesca isola di plastica che fluttua nel Pacifico.

Pacific Trash Vortex

I primi a lanciare l’allarme a questo proposito sono stati tre studiosi– Linda A. Amaral-Zettler, Erik R. Zettler & Tracy J. Mincer- che, attraverso micrografie elettroniche a scansione, si sono imbattuti nella complessa geografia della vita microbica sulle superfici abrase e porose di pezzi di plastica invecchiati e alterati dagli agenti atmosferici negli oceani. Si tratterebbe di una vera “barriera microbica” cioè di un ecosistema completo di predatori e prede, organismi che fotosintetizzano per produrre energia dalla luce (simile alle piante sulla terra) e persino parassiti e organismi potenzialmente patogeni dannosi per invertebrati, pesci e esseri umani. Le comunità della plastisfera sono distinte da quelle circostanti acque superficiali, il che implica che la plastica funge da nuovo habitat ecologico nell’oceano aperto. Una biodiversità sorprendentemente elevata, con oltre 1.000 tipi di microbi su residui di soli 5 mm o meno di diametro. Il problema della plastisfera risiede nella lunghissima durata dei materiali di cui è composta: i microbi che proliferano al suo interno possono essere trasportati poi per lunghe distanze, rendendoli una potenziale fonte di specie invasive.

Una possibile bomba batteriologica
Ciò che sconvolge la comunità scientifica è che nella plastisfera si trovano organismi che non si incontrano normalmente nell’oceano aperto come il genere Vibrio. La maggior parte dei Vibrio non sono nocivi, ma alcune specie possono sono tuttavia in grado di giocare un ruolo importante nella patologia umana, e tra di essi il più rilevante è sicuramente Vibrio cholerae, agente eziologico del colera, la terribile tossinfezione dalla quale buona parte del mondo in via di sviluppo non si è emancipata. Nel 2019, una nuova allarmante scoperta ha superato la precedente: mentre studiavano i batteri trovati sui rifiuti di plastica al largo delle coste dell’Antartide, gli scienziati hanno scoperto che questi batteri erano resistenti agli antibiotici quanto i batteri più resistenti presenti negli ambienti urbani. Le plastiche restano nell’ambiente molto più a lungo rispetto ai materiali biodegradabili come il legno, sono capaci così di percorrere grandi distanze in molto tempo. Secondo Tracy J. Mincer, inoltre, il «passaggio digestivo» delle microplastiche attraverso gli animali marini, fornisce un boost di nutrienti ai patogeni della plastisfera rendendoli invincibili.

Pacific Trash Vortex

Ulteriori analisi condotta invece al largo della costa belga hanno rilevato, invece, patogeni per l’uomo come E.coli, Bacillus cereus e Stenotrofomonas maltofilia: i primi due sono strettamente collegati a note tossinfezioni alimentari, mentre il terzo è uno dei più comuni batteri che causano infezioni polmonari, soprattutto in soggetti dai polmoni compromessi, spesso multiresistente agli antibiotici. Come prevedibile, anche altre porzioni dell’idrosfera non sono esenti dalle conseguenze batteriologiche dei rifiuti plastici: i generi Pseudomonas e Aeromonas, sono stati associati a plastiche fluviali, le più interessate nel trasporto di patogeni; i primi sono responsabili di infezioni osteoarticolari, polmoniti ed endocarditi e sono resistenti alla maggior parte degli antibiotici, gli altri sono coinvolti in infezioni di ferite e in gastroenteriti, ma almeno non multiresistenti.

I rifiuti plastici, inoltre, non sono solo un habitat favorevole per virus e batteri ma anche per numerose altre specie. Nel 2017, appena sei anni dopo che lo tsunami aveva devastato le coste del Giappone e causato l’incidente a Fukushima, gli scienziati americani scoprirono circa trecento specie di invertebrati sulla costa occidentale degli Stati Uniti che non erano mai state rilevate prima. Queste creature avevano attraversato il Pacifico sui detriti messi in moto dallo tsunami: queste specie straniere trapiantate artificialmente da un ecosistema all’altro possono diventare invasive e le plastiche oceaniche sono la loro “autostrada”.

L’ombra del futuro
Comunemente associati ad un inquinamento fisico e chimico, e alle implicazioni sulla fauna marina e sulla catena alimentare, i rifiuti plastici alla deriva non sono mai stati inquadrati nell’ottica di un possibile pericolo batteriologico. L’attenzione sugli eventi pandemici scatenatasi nell’ultimo anno ha portato alla ribalta studi e teorie precedentemente trascurate perché catastrofiste: ora è su questi dati e su queste ricerche che il mondo della scienza ha intenzione di puntare per premere sulla produzione di plastiche maggiormente ecocompatibili e sulla riduzione drastica della plastica monouso: ma come con la pandemia da Covid-19, il più grande ostacolo alla realizzazione di risultati e misure precauzionali condivise è e sarà il carattere transnazionale dell’“ottavo continente”.

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Plastisfera: da qui verrà la prossima pandemia? ultima modifica: 2021-06-01T04:46:00+02:00 da Petra

6 pensieri su “Plastisfera: da qui verrà la prossima pandemia?”

  1. 6
    albert says:

     esempi di sfregio del bello, naturale o  artigianale: Ponte di Bassano, a 7 giorni dal termine del restauo, gia’sfregiatoillegno da dozzinali disegni..ma il legno i potrebbe anche incidere.. vedrete che ci arriveranno!
    Pista ciclabile…persino nel  nel verde..ma dallaconfinate strada  partono bottiglie di vetro ed atterrano medesima…

  2. 5
    Geri Steve says:

    INTERESSANTE E PREOCCUPANTE
    L’articolo è interessante ed è preoccupante il fatto che siano normalmente taciuti i rischi igienici delle plastiche, compresi i rischi pandemici.
    Albert ha pienamente ragione a notare che anche i cappotti, le coibentazioni, le insonorizzazioni… sono, a dir poco, preoccupanti.
    geri

  3. 4
    grazia says:

    Confesso che non mi è chiara la conclusione!

  4. 3
    albert says:

     Parziale rettifica: le spiagge non gestite da stabilimenti balneari,  a volte sono pulite se servono come pista per runners, nordic Walking, biciclette…se conmarciapiedi  di cemento a gradinata antierosione, pure pattini e dituttodipiu’ senza memmeno un ordine di direzione che metta  d’accordo i flussi.Persino cani col guinzaglio lungo che  intralciano ..Le plastiche comunque cadono ugualmente( lattine, bottigliette d’acqua, ..)Ovunque, specie in montagna , sembra banale il ragionamento: se l’hai portato in alto pesante perche’ pieno, perche’ non lo riporti a valle schiacciato e vuoto e leggero?.(risposta..perche’non ho trovato un cestino apposito ogni 10 metri accanto al sentiero)Peggio :avere abbondanza di cestini ma sbagliare la mira e non correggere il tiro.Inquietante: ci provano gusto a far irritare gli altri e attaccare briga  e diminuire il bello, dato che non sono esteticamente all’altezza.

  5. 2
    Giovanni battista Raffo says:

    Nulla da opinare!!!!

  6. 1
    albert says:

     Cio’ che sembra utile al momento, poi si rivela un boomerang.Per esempio propongono, debitamente incentivato, il cappotto isolante e  i pannelli fotovoltaici, pochi si chiedono che fine farranno le plastiche espanse ed i minerali ,a ciclo concluso.Per intanto nessuno lo dice, ma sotto il cappotto si insediano insetti e muffe , ci sono tanti bei certificati ecologici allegati e stampigliati ,ma il sospetto che avvenga come per il grattacielo incendiato a fumi tossici di Londra rimane.Una buona notizia apaprsa insordina:una ditta del Pordenonese ricicla la vetroresina e ne ottiene prodotti finiti o materia prima riutilizzabile.I cantieri  sfornano navi da crociera e militari, ma chi commissiona mega navi raccoglipalstica? Esiste un prototipo di mecenate:” Manta la prima nave-fabbrica concentrata di ecologia e tecnologia in grado di raccogliere, trattare e recuperare grandi quantità di rifiuti di plastica in mare e alle foci dei fiumi”..chissa’ se ci sara’ una produzione in serie e se troveranno personale che  ci lavora( meglio un sussidio), pure  sul web ocean  Savior ed altri laboratori galleggianti.Nel corso di lunga passeggiata sulla battigia ho notato che …le spiagge gestite vengono lisciate e pettinate e persino profumate, le spiagge libere per sottoproletari abbondano di cumuli di plastiche, ramaglie, animali in putrefazione.

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