Profili – 07 – Mario Ogliengo

Per questa rubrica sto rompendo le scatole a un po’ di persone che fanno parte di un mondo verticale posto un pochino in secondo piano rispetto a quello dei grandi palcoscenici internazionali. Un mondo che però è ricco però di personaggi il cui agire ha dato loro un grande spessore: il nome di Mario Ogliengo ricorre spesso e da parecchi anni non solo nelle cronache alpinistiche torinesi, tanto che mi è venuta la voglia di inserirlo nel novero degli intervistati di «Profili». Inizialmente (anni ‘80 del Novecento) ne avevo sentito parlare relativamente ad alcune vie che aveva aperto assieme a Marco Degani sulle pareti di Caprie, e che allora generarono qualche piccola diatriba con Giancarlo Grassi il quale mal sopportava degli «intrusi» nel giardino di casa. In seguito a ciò, tramite amici comuni, nel corso degli anni ne ho seguito i trasferimenti, l’apertura di nuovi itinerari di arrampicata e l’attività di guida che nel frattempo aveva intrapreso. Da ultimo mi aveva anche molto incuriosito che lui, piemontese, fosse diventato vice presidente delle guide valdostane. Perciò per sanare la mia curiosità nei suoi confronti mi ero preparato tutta una serie di domande da fargli, che però non sono servite a nulla in quanto il racconto che ne è venuto fuori supera di gran lunga qualsiasi tipo di intervista. Come un fiume in piena Mario ha dato la stura ai suoi ricordi con aneddoti e precisazioni, seguendo una linea temporale che arriva sino ai giorni nostri (che peraltro lo vedono tutt’ora più che mai attivo e pimpante).

Profili – 07 – Mario Ogliengo
di Elio Bonfanti

Raccontami di te
Devo fare una premessa: in fin dei conti ho avuto un Gran Culo…

Bene, ma detto questo che in alpinismo è una delle doti più importanti, cosa ti ha ispirato e come hai iniziato?
Leggevo tutta la notte i libri di Bonatti e sognavo le sue avventure… ma da ragazzo le montagne le vedevo da lontano, ad ovest quando il sole tramontava sul Monte Rosa.

Mario Ogliengo sul Pilier Abel

Leggevo inoltre Salgari e Jules Verne, Tex Willer e Black Macigno e sognavo di avventurarmi su quelle cime.

Non avevo nessuna conoscenza tecnica, scivolavo sulla neve sulle assi ricurve di vecchie botti, mi scuoiavo le ginocchia su ravine di tufo legato con una corda da buoi in compagnia di una sorellina selvatica. Poi una volta iniziati gli studi a Torino, dopo le lezioni correvo a prendere il treno per fiondarmi alla cava di Avigliana. Scalavo slegato con un vecchio paio di scarponi sottratti ad uno Zio alpino finché un giorno, incapace sia di salire che di scendere, mi blocco a 15 metri da terra. Avevo 15 anni.

E qui è il primo colpo di culo (abbreviato in CdC): mi salva un vero alpinista-scalatore, Franco Locatelli, che mi dice: “Prima di ammazzarti, domani sera ti presenti in via Barbaroux 1”. Fu così che atterrai alla Scuola Gervasutti (la Gerva), la corte dei forti…

Sul Pilier Abel

Quindi quel colpo di fortuna ti ha aperto le porte dell’alpinismo torinese…
Furono anni di gran fermento, gli anni di Gian Piero Motti, Danilo Galante e Ugo Manera, ma anche di Franco Ribetti e di Giancarlo Grassi. Me la godevo.

Manera un giorno, scalando in Cristalliera, mi dice: perché non fai la Guida e ti togli dalla nebbia, dalle fabbriche e dallo smog? Secondo CdC.

Beh,vedo che tra un CdC e l’altro vai bene… lasciamo stare le domande e cosa ne dici se facciamo fluire a braccio il filo dei ricordi?
Gli amici di allora sono quelli di adesso, abbiamo condiviso fatiche e cazzate in montagna, qualche volta siamo stati vicini all’ultimo viaggio ma siamo sopravvissuti e abbiamo vissuto intensamente le stagioni alpine. Stagioni, perché non siamo mai stati monotematici: alternavamo roccia, ghiaccio, scialpinismo e non ci stancavamo mai.

Mario al Sergent, fine anni Settanta

Ugo Manera non solo ci metteva la pulce nell’orecchio sul cosa fare da grandi, ma ci stimolava anche ad esplorare nuovi itinerari. Inutile negare che nei suoi confronti c’era una sorta di competizione, lui apriva una via e noi, ragazzotti, rispondevam ; faceva una prima invernale e noi imparando e progredendo provavamo a ripeterla.

Anni giovani e intensi in compagnia di Renzo Barbiè, Franco Ribetti, Enrico Pessiva, Andrea Giorda, Pietro Crivellaro e Isidoro Meneghin…e ne dimentico di sicuro altri.

In quegli anni progredisco ma mi rendo conto che mi manca sempre qualche cosa per diventare un grande: mi mancano un po’ di cavalli nel motore, un po’ di tendini e un po’ di intelligenza motoria…ma di curiosità e costanza ne ho da vendere.

Pian piano, così come accrescevo l’esperienza e miglioravo la tecnica, di pari passo il mio obiettivo di lasciare la città e lavorare in montagna si delineava sempre più chiaramente.

Su The Shield, El Capitan

Apriamo allora le nostre prime vie in Valle di Susa, nell’orrido di Foresto e in quello di Caprie, in Sbarua, per eccellenza la palestra dei Torinesi, stampiamo un bel po’ di nuove vie che saranno in seguito «ri-digerite» con l’attrezzatura sistematica di queste strutture.

Nel frattempo i «Forti» si stanno agitando in Valle dell’Orco ed io pivellino mi ritrovo a mancare l’appuntamento con la storia a causa di un banale esame di maturità. Era il 18 maggio del 1974 quando infilo per la prima volta un paio di EB prestate da non so chi e mi ritrovo a strusciare in un fessurone al Sergent con Danilo Galante & CO. Saliamo i primi 2 tiri ma non abbiamo abbastanza materiale, così lasciamo una corda fissa per il giorno successivo. Purtroppo non avevo fatto i conti con i miei scarsi risultati scolastici, ma soprattutto con mia madre che sentenziò: domani studi. Per questo motivo il mio nome non compare tra gli apritori della Fessura della Disperazione

Grandi stagioni in Orco e belle scoperte: dal Nautilus al Sergent alla Placca del Cacao, dall’artificiale severo per quei tempi di Crazy Horse al Caporal, a Nostradamus ai Becchi e Aldebaran al Monte Castello. Si curiosava anche su per il Monte Bianco e quando non si riusciva a ripetere la Bonatti al Dru a causa del brutto tempo, si ripiegava per una nuova linea su di un pilastro che battezammo ‘Pilier Abel’ sopra il rifugio della Charpoua. Succedeva lo stesso alla Tour des Jorasses, dove per errore tracciammo la via all’Est dell’Est solo perché non avevamo capito dove passava la via dei Polacchi.

Mario Ogliengo sul Pilone Centrale, Monte Bianco, 1981

E poi bivacchi su bivacchi, si partiva da Torino il venerdì dopo il lavoro, si scarpinava ad esempio sino alla base del Picco Gugliermina, bivacco, salita il sabato carichi come muli, altro bivacco e rientro notturno. Vi lascio immaginare il lunedì. Così si andava per monti in quegli anni ed in quel mood salimmo la più parte delle vie elencate da Rébuffat, la Bibbia di quei tempi, ma solo dal numero 50 in su, troppo facili le prime!

Funzionava così, Eskimo in settimana, notti lunghe a discutere di politica e fascisti, fine settimana a massacrarci in montagna.

Ero un po’ scarso sugli sci, quindi appena appariva la neve, giù a stecca per i pendii  più rovinati a scassare le giunture ma a migliorare la sensibilità e l’equilibrio.  I progressi si vedevano e mi sentivo pronto per le selezioni da Guida Alpina.

A dire il vero, non eccellevo in niente ma me la cavavo in tutte le specialità e poi obiettivamente nei confronti di un Marco Bernardi, di uno Stefano de Benedetti o di un Marco Ballerini, presenti anche loro alla selezione, non c’era proprio partita.

Mario in Sardegna

Decoroso, anzi superato più che decorosamente il primo esame, potei iniziare i corsi ma dovevo continuare a presentarmi in ufficio tutti i santi giorni per comperare la pagnotta e per pagarmi la licenza, anche se a dire il vero non mi era molto chiaro che cosa avrei fatto una volta conseguito il diploma di Guida. La  priorità mia e della mia compagna era quella di emigrare in montagna e questa professione ne era il mezzo, ma come fare senza il becco di un quattrino non era così evidente.

A poco a poco misi a punto una strategia che ci permise di prendere il volo utilizzando le nostre scarse risorse.

Terminate le superiori, mi ero arenato al secondo anno di giurisprudenza e, pur non essendo mai stato uno studente modello, avevo tuttavia approfittato dei miei studi turistico-alberghieri prima, e linguistici poi, per dotarmi di un’ambigua professionalità in questo campo.

Gestire un rifugio ci avrebbe permesso di fare i primi passi verso le terre alte. E cosi fu. Una volta conseguito il diploma di Aspirante Guida Alpina ci attrezzammo nel frattempo per partecipare ai concorsi per la gestione di un rifugio. E qui scatta il terzo CdC.

Nel 1983 ben quattro Rifugi in Valle d’Aosta cercavano il gestore: ci presentammo e grazie a molte congiunzioni astrali ne beccammo uno, il rifugio Gian Federico Benevolo nell’alta Valle di Rhêmes, che diventerà la casa nostra e del nostro erede per i 17 anni successivi.

Lasciamo la città per questa nuova vita, nostro figlio crescerà con latte appena munto e guance scrostate dai primi freddi. E riassumere quegli anni in poche righe è impossibile, i ricordi sono ancora oggi a distanza di più di venti anni forti e commoventi. Lassù abbiamo incrociato genti che arrivavano da tutti i continenti e imparato a guardare e vivere i monti con occhi diversi.

Mario nella Rolwaling Valley, Nepal

Ho conosciuto e ammirato grandi e piccole Guide Alpine, alcune vecchie con le ultime curve sotto gli sci ed altre giovani alle prime armi: ma tutte mi hanno regalato amicizia e stima.

Sette mesi mai troppo lunghi lassù, servivo le colazioni e, immergendomi sempre di più nella professione, partivo con i miei clienti per le montagne del Gran Paradiso e anche oltre. Poi i viaggi e gli autunni di trekking con le scalate al sole delle isole insieme agli amici di sempre e le famiglie che negli anni nascevano e che a volte si smontavano.

Grazie ai lunghi periodi di sosta lavorativa mi ritrovavo pieno di progetti sognati e non realizzati, perché il tarlo dell’avventura verticale non era sparito e anche se non era eccessivo era comunque un prezzo da pagare.

In quegli anni ho potuto comunque offrirmi dei bei regali. Quattro viaggi in California con la salita delle grandi classiche dello Yosemite. Qualche puntata patagonica con un paio di vie nuove, che non saranno mai delle grandi classiche dalle parti del San Valentin.

Tanti colli e valli nepalesi quando ancora il turismo di massa in alta quota non aveva affollato quelle contrade. Una carriera alpinistica, si direbbe oggi, di media classifica ma che mi ha ben riempito gli occhi e stancato i muscoli.

La nostra esperienza rifugistica si concluse con la fine del Novecento, ma io continuerò su questa falsariga spostandomi un po’ più ad ovest e precisamente a Chamonix dove trasferirò l’acquisito ‘Savoir faire’ in un piccolo albergo alpinistico, dove la maggior parte degli ospiti erano Guide con i loro clienti.

Una nuova esperienza professionale di Guida mi aspetta ai piedi del Monte Bianco e anche qui avrò il privilegio di confrontarmi con un’altra filosofia alpina. 

In tutti questi anni non mi sono mai fatto mancare una puntata in terra sarda per gustare calcare, rosmarino, pecorino e Cannonau. Mi sono ritrovato con il ben noto Maurizio Oviglia a salire la via Mediterraneo sulla Punta Giradili e, finché i muscoli si sono resi disponibili, parecchie altre viette per niente banali dalle parti del Monte Oddeu con il ‘bionico’ Beppe Villa. Oggi la Sardegna è diventata la mia  terra di adozione dove trascorro parecchi mesi e, dato che non si smette mai di essere curiosi, continuo a trafficare sui suoi muri verticali di calcare.

Come si suol dire, non tutte le ciambelle riescono con il buco e quando decisi di mettere a disposizione dell’Associazione delle Guide Valdostane le mie esperienze professionali, mi sono ritrovato incapace di trasmettere il bagaglio di esperienze che decine di colleghi mi hanno regalato in questi anni.

Non ho trovato le parole utili per contribuire a far evolvere questa magnifica professione, ma questa ulteriore esperienza ha tuttavia aggiunto una altra fetta di conoscenza e ha contribuito ad avvicinarmi a nuovi amici curiosi come me.

Con loro stiamo esplorando le pareti di quarzite della Valle del Gran San Bernardo dove si scala comodamente e bene in piena estate.

Il tempo passa e noi pure, ma ciò nonostante abbiamo scovato belle linee in Val Ferret sui contrafforti del Greuvetta, ma anche una Lezioni di Piano alla prima Guglia della Tour des Jorasses.
‘Very nice indeed’, direbbero gli inglesi.

Per farci beffe del Covid scrostiamo le pietre sotto il Castello di Montjovet, dove sui Rocher di Saint Germain spuntano una quarantina di itinerari che oggi si definiscono «facili». E poi per restare sul pezzo, dalla Valle d’Aosta alla Sardegna qualche altro «work in progress».

In chiusura questa domanda te la devo fare. Indicaci un paio di vie del cuore che ti sentiresti di suggerire ai lettori di GognaBlog.
Sotto questo punto di vista mi piacerebbe consigliare queste tre vie.

La  Banda degli Onesti al Pain de Sucre al Gran San Bernardo, perché anche questo è stato un ennesimo CdC dei giorni nostri…6a+ max, ormai classica e confortevole; Father & Son (Rod Stewart dixit) agli Avancorpi del Greuvetta con proseguimento su Padri Curiosi, 350 metri con difficoltà fino al 6b+ su roccia perfetta; e per finire All’est dell’ESt alla Tour des Jorasses, perché è totalmente sconosciuta, non troppo difficile, su bella roccia e decisamente provocatoria… Questa è piuttosto una scommessa per gli amanti dell’avventura.

Da ultimo avresti un consiglio da dare ai giovani?
Restiamo curiosi perché dietro una montagna se ne nasconde un’altra e chissà cosa ci riserva…

Grazie a tutti coloro che mi hanno sopportato e supportato in questa vita verticale.

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La Banda degli Onesti
Pain de Sucre, Anticima 2750 m
, parete est-nord-est

Primi salitori
: Aperta dal basso nel settembre 2020 da  Simone Corrias, Gianpaolo Ducly, Mario Ogliengo, Rocco Perrone
Altitudine: 2470 m
Sviluppo arrampicata: 250 m
Esposizione: Nord-est
Grado massimo: 6a+
Difficoltà obbligatoria: 6a

Località di partenza: Montagna Baou sulla strada del Passo del Gran S Bernardo
Dislivello avvicinamento: 120 m

Avvicinamento: Da Aosta prendere la strada SS 27 per il traforo del Gran S Bernardo. Alcuni km prima del traforo proseguire a destra in direzione Martigny. Da quel punto risalire la Valle del Gran San Bernardo fino a Montagna Baou, pochi minuti prima del Colle. Dal parcheggio tornare indietro lungo la strada per pochi minuti e in corrispondenza di una curva verso sinistra risalire la comba a sud della caratteristica e strapiombante Tour des Fous, puntando all’evidente parete (ometti).
La via si trova pochi metri a destra della sommità di un evidente conoide di roccia giallastra. 20-30 minuti dal parcheggio.

Note: Bella via che si svolge su quarzite di ottima qualità. La conformazione della parete propone sia placche che fessure superficiali e qualche diedro. L’arrampicata è quasi sempre tecnica e solo raramente presenta passaggi atletici. Su tutta la via la chiodatura è essenziale, gli spit sono stati posizionati dove non è possibile proteggersi adeguatamente con protezioni veloci.

Materiale: Normale dotazione, due corde da 60 metri e 10 rinvii, utili friend dallo 0.1 sino al 2 Bd più alcuni nut piccoli o meglio dei Ball nut.

L1: superare alcune placche, cui segue una sezione più ripida con roccia un po’ delicata, poi facilmente in sosta. 25 m, 5c, 5 spit.

L2: superare in leggera diagonale verso sinistra la bella placca, poi direttamente alla sosta. 6a, 30 m, 5 spit.

L3: puntare a un vago diedro a sinistra, che si risale fino a una sezione più compatta, dove si trova l’unico spit, da superare lungo una fessurina. 6a+, 25 m, 1 spit.

L4: Direttamente sopra la sosta per un sistema di fessure superficiali, cui segue una bella lama atletica non difficile e poi ancora passaggi tecnici fino in sosta. 6a, 30 m, 4 spit.

L5: seguire vaghe fessure e una bella placca su roccia molto compatta. 5c, 30 m, 4 spit.

L6: raggiungere e superare un diedro articolato verso sinistra, oltrepassare un vago spigolo e per placche e fessurine guadagnare la sosta. 6a, 30 m, 4 spit.

L7: Direttamente per placche a destra dell’evidente grande diedro, con qualche rara fessura. 5c, 30 m, 4 spit.

L8: Continuare per placche delicate con chiodatura distanziata, alcune provvidenziali fessure consentono di posizionare qualche buon friend. 6a, 25 m, 3 spit.

L9: proseguire su roccia più articolata lungo la faccia destra del grande diedro, fino al termine delle difficoltà. 5b, 30 m, 1 spit.

Discesa: In doppia sulla via
Cartografia
: L’Escursionista, tavola n. 5 – Gran San Bernardo, Valle di Ollomont.
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Father&Son + Padri curiosi
Avancorpo del Mont Greuvetta

Primi salitori: Per Father and Son Mario e Mattia Ogliengo nel 2017. Per Padri curiosi Mario Ogliengo, Rocco Perrone e Beppe Villa nel giugno 2019
Altitudine: 1900 m
Sviluppo arrampicata: 220 m + 160 m
Esposizione: Sud
Grado massimo: 6b+
Difficoltà obbligatoria:  5c per Father and Son;  6a per Padri curiosi

Località di partenza: Casolari di Lavachey
Dislivello avvicinamento: 120 m

Avvicinamento: Da Courmayeur imboccare la Val Ferret e raggiungere la località Lavachey. Parcheggio lì o a quello alla partenza per il rifugio Bonatti. 700 m circa dopo il sentiero per il rifugio Bonatti, prendere il sentiero per il bivacco Gervasutti, attraversando la Dora sulla nuova passerella. Non seguire per il bivacco ma costeggiare il torrente per una decina di minuti fin sotto la parete. Risalire la pietraia seguendo gli ometti di pietra. E risalire il breve zoccolo fra pini mughi e terreno più ripido fino alla base delle vie (30′). L’attacco si raggiunge spostandosi a sinistra e seguendo una corda fissa fino alla partenza di Hokkitoki (targhetta). Father & Son inizia un metro a destra di Hokkitoki.

Note: Bella via, varia (placche principalmente ma anche diedri e piccoli strapiombi), roccia sana. Chiodatura ottima ma essenziale. Poco utili i friend.
La versione originale con chiodatura essenziale è stata rivista in versione plaisir, con soste a 35 m, realizzata una variante al tiro più difficile e ed integrata di due tiri nel 2022.

L1: 5c+ 25 m.
L2: 5c   25 m.
L3: 6a   20 m.
L4: 5c   20 m.
L5: 5b  20 m.
L6: 5c  20 m.
L7: 6a   30 m. (passo di A0 oppure 6B)
L8: 6a+ 30 m.
L9: 6b+ 25 m. uscita originale dritta dalla sosta oppure L9bis: 5c 25 m. variante verso sinistra più facile
L10: 5c 20 m.
L11: 5b 20m.

Dalla cengia dove terminano le vie della parete inizia Padri curiosi
L1: 5c,6a 50 metri abbondanti
L2: 6a 25m
L3: 6b+ 40m
L4: 6a+ 25m
L5: 5c

Materiale: Normale dotazione, due corde da 60 metri e 10 rinvii
Discesa: In doppia sulla via su Okkitokki
Bibliografia: Valle d’Aosta sport climbing, di Massimo Bal e Patrick Raspo
Cartografia: IGC tavola 107
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KletternMusik
Monte Oddeu (Supramonte di DorgalI)

Primi salitori: Mario Ogliengo e Beppe Villa, primavera 2017

Altitudine: 800 m
Sviluppo arrampicata: 250 m
Esposizione: Sud-est
Grado massimo: 6b+
Difficoltà obbligatoria: 6a+

Località di partenza: Dorgali
Dislivello avvicinamento: 250 m

Avvicinamento: Da Dorgali lungo la strada carrozzabile della piana dell’Oddoene, in direzione delle gole di  Gorropu. Lasciata l’auto nei pressi del ponte di S’abba Arva, si prosegue lungo la sterrata verso nord per un centinaio di metri. Un varco nella recinzione sulla sinistra permette di guadagnare il sentiero che, attraversata una pietraia, conduce ai piedi della parete. Costeggiarla fino alla evidente placca grigia basale. La via attacca fra Madame Bovary e Corri coniglio corri. 20 minuti dal ponte sul rio Flumineddu

Note: Splendido itinerario, abbastanza recente, che supera la placconata grigia lungo una linea nera di calcare a gocce spettacolare. Incrocia Madame Bovary e Alfredo Alfredo dopo due lunghezze, per proseguire a destra di quest’ultima con una quinta lunghezza fra placche e piccoli ma ostici strapiombi. Chiodatura a fix distanziata: bisogna padroneggiare bene il grado proposto.

Materiale: Normale dotazione, due corde da 60 metri e 14 rinvii

L1: Attaccare tra Madame Bovary e Corri coniglio corri (placchetta con nome alla base), primi 2-3 spit tendendosi leggermente a destra poi proseguire in verticale. 45 m, 6b+ 

L2: Dritti, inizialmente per placca poi superando zona leggermente strapiombante. Sosta in comune con Madame Bovary, 40 m, 6a 

L3: Dritti a superare un tettino ben manigliato, poi per balze più facili tendendo a destra . 40 m, 5c 

L4: Diedrino a destra, superare uno strapiombo a destra (passo di 6a) e poi diritto in sosta sotto ad un altro strapiombo. 6a (un passo), 35 m 

L5: Superare lo strapiombo, poi continuare superando altri due tettini con un tiro molto bello. Attenzione a qualche blocco instabile a metà lunghezza.  6b+, 40 m 

L6: diretti sopra la sosta sino ad uscire alla sommità. 5b+, 15 m

Discesa: in doppia o a piedi sul versante opposto, seguendo i numerosi ometti.
Cartografia: IGM scala 1:25000 F.208 IV SO Monte Oddeu

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Profili – 07 – Mario Ogliengo ultima modifica: 2024-03-30T05:21:00+01:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Profili – 07 – Mario Ogliengo”

  1. 8
    Zeno says:

    Bello leggere questo racconto. Ricordo quando negli anni ’90 organizzammo per la Giovane Montagna un soggiorno di 4 giorni al Benevolo, in primavera. Salimmo con gli sci le principali cime li attorno, la Calabre, la Tzanteleina, la Galisia. Poi siccome erano gite non lunghissime, rientrati al rifugio, mentre il gruppo si riposava al sole io e qualche altro ripartivamo per fare il secondo giro su altre cime minori. Al ritorno, a pomeriggio inoltrato, con neve oramai marcia, Mario ci veniva incontro fuori dal suo rifugio: “mi piace la gente che sfrutta fino in fondo le giornate”, ci diceva. Lo ricordo con grande simpatia.

  2. 7
    Luca says:

    Grande… Il Boss del Benevolo dove ho trascorso le vacanze estive dell’infanzia, l’adolescenza e qualcosa in più lavorando d’estate per finanziarmi gli studi e qualche sfizio. Mi ha insegnato a sciare, le basi dell’arrampicata e a guidare la Jeep. Probabilmente non l’ho mai ringraziato abbastanza…

  3. 6
    Giuliano Bosco says:

    Che bel racconto “torinese” anni ‘80 e seguire …
    L’unica “piccola” differenza era che io mi “concentravo” sui primi 50 itinerari dei 100 di Rebuffat sul Bianco (e ancura …). Gli ultimi 50 li lasciavo a Ogliengo & C.

  4. 5
    Ugo Manera says:

    Bravo “Olli”!!!
    Se nel Consiglio CAI Torino di allora non c’ero io a battere i pugni sul tavolo il Benevolo non te lo avrebbero mai assegnato. Troppi erano i consiglieri timorosi delle ire valdostane per l’eventuale assegnazione di un rifugio importante ad uno “straniero”. Oggi non è certamente più così

  5. 4
    Matteo says:

    Che personaggio interessante e che belle vie propone, per i tapascioni come me!
    Grazie elio, stai facendo un gran bel lavoro con i tuoi “profili”.

  6. 3
    Claudine J. says:

    Voilà un grimpeur passionné comme je les aime.

  7. 2
    Giorgio Daidola says:

    Ciao Mario! Ho un gran bel ricordo di te. Mi viene in mente quella “Orecchia di lepre” fatta insieme di primo mattino durante un Film Festival di Trento… Ricordo un bravo e appassionato sciatore, non solo un arrampicatore!

  8. 1

    Molto coinvolgente per me che ho seguito una strada simile. Lo spirito scanzonato che pregna il racconto di Ogliengo è la vera chiave di lettura del tutto, perché solo non prendendosi troppo sul serio si lasciano aperte quelle porte che portano alla felicità. Grazie.

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